All’incontro con se stessi

29 luglio

È uno dei primi assiomi imparato alle Medie: «Non si dà generazione spontanea». Eppure il pensiero viene guardando dalla finestra del quarto piano le file di ragazzi che “spuntano” a tutte le ore e attraversano la piazza nel cuore della notte, alle sette del mattino o in pieno giorno. Sfilano veloci, si intersecano, si salutano; ogni fila segue una sua orbita in un disordine ordinato. Una pagina di diario non può essere luogo per riflessioni sociologiche o di sociologia religiosa. Rimando al bell’articolo di Francesco Ognibene in terza pagina su “Avvenire” di ieri che ho avuto modo di leggere in attesa della Via Crucis. Smentisce il pregiudizio secondo il quale i giovani delle GMG stanno felici in una bolla che li toglie dal mondo. La GMG comunque è un segno reale importante e mondiale. È dimostrato: il distacco giovanile dal credere si produce in tutte le forme delle fedi. Al Nord Europa il fenomeno è ancor più diffuso. In positivo c’è quel 10,5% di giovani credenti e attivi, un numero nient’affatto trascurabile e qualitativamente significativo. Vi è un grande rispetto per le scelte proprie e altrui. L’affermazione di un ateismo teorico, tutto sommato, è di pochi. Da noi – diocesi di San Marino-Montefeltro – è apprezzabile non solo il numero dei ragazzi credenti, ma anche il fatto che vi sia in moltissimi altri una memoria buona dell’educazione cattolica ricevuta. Son forti in me due evidenze. La prima, lanciare una Pastorale giovanile più missionaria (di questo parlo con don Mirco, delegato per la Pastorale giovanile in diocesi). La seconda: qualificare culturalmente la proposta perché non scada in fideismo o in spiritualismo “fai da te” (evidenze documentate nelle ricerche sociologiche). Nella GMG ci sono le catechesi; sono un momento sicuramente apprezzato e partecipato, ma non si potrebbe arricchire la GMG con altri stimoli culturali? La GMG è una “festa della fede” (e questo deve restare), ma potrebbe diventare occasione di esplorazione dell’esperienza del credere e delle sue ragioni. Invece, il tono degli interventi spesso è di tipo omiletico…
Riprendo il diario (sarà meglio!). Oggi, dalle 9 fin verso mezzogiorno, insieme ad una ventina di sacerdoti mi sono messo a disposizione per il sacramento della Riconciliazione. Mi son perso la catechesi di Mons. Zuppi. Peccato. In compenso ho ascoltato le Confessioni di decine e decine di ragazzi. Ognuna è vissuta come una svolta, una pietra miliare del proprio cammino. «C’era una volta la Confessione», titola così un recente studio sulla pratica di questo sacramento. Eppure qui c’è intensità. Confermo quanto scritto nella mia lettera pasquale: ci si confessa meno, ma ci si confessa meglio. Rilancio la provocazione: «Sei venuto per confessarti o per convertirti?». Arriva il momento più atteso: l’arrivo del Papa per pregare insieme a noi la Via Crucis. Siamo oltre ottocentomila. Sono un privilegiato perché «mi tocca» stare nel primo settore. Ahimè, troppo lontano da quello ignoto dei miei ragazzi. Ma il cuore è con loro. Se avessi i numeri dei loro cellulari li bombarderei di inviti per vivere insieme e fortemente questo momento di comunione con tutti quelli che vivono la Passione del Signore. L’arrivo di Papa Francesco non ha nulla di spettacolare. Secondo il suo stile sobrio compare d’improvviso. Non é una star: tutti lo sentono uno di casa. La Via Crucis si snoda in modo spettacolare. Vi si intrecciano diverse espressioni d’arte: disegno, musica, danza, coreografia, etc. Mi dicono che le preghiere sono bellissime: non ne ho capita una, non sono riuscito a beccare il canale per le traduzioni, ma il cuore è totalmente sintonizzato. Quando prende la parola Papa Francesco mi scende qualche lacrima. Con la coda dell’occhio noto la commozione di tanti colleghi molti dei quali avvezzi a grandi eventi, a cattedre universitarie, a pontificali in celebri cattedrali. Non vedo l’ora di rileggere con calma il discorso di Francesco. È iniziato con la più spietata delle domande: «Perché il dolore? Dov’è Dio?». E prosegue con la risposta più disarmante: «Dio è in chi soffre, profondamente identificato con ciascuno». Di fronte a chi soffre in questo momento siamo invitati a tornare a casa sapendo d’essere la risposta concreta ai sofferenti di oggi. Gesù non è sceso dalla croce. Figuriamoci se l’avesse fatto! Che Salvatore sarebbe?
«Come volete tornare questa sera alle vostre case, ai vostri luoghi di alloggio, alle vostre tende ad incontrarvi con voi stessi?» – chiede Papa Francesco ai giovani. Nel primo incontro con loro li invitava a fare il loro dovere di giovani, cioè “fare chiasso”, anche tutta la notte. Questa volta invita i giovani a farsi pensosi e oranti… Sì, i giovani sono capaci anche di questo. + A.T.