Alloggiare i pellegrini

Alloggiare i pellegrini

«Alcuni dei nostri, senza saperlo, hanno accolto degli angeli» (Ebr 13,2).

Siamo provocati da grandi fenomeni migratori, ultimamente dalla drammatica emergenza profughi. Lo sentiamo come un problema personale? Che cosa ci sta dicendo il Signore? C’è qualcosa di realisticamente possibile che possiamo fare per vivere l’accoglienza?

«Presto, portate qui il vestito più bello e… mangiamo e facciamo festa» (Lc 15,22-23).

Il primo spazio da creare è quello nel cuore.
Prima ancora delle porte di casa apriamo quelle del cuore. Primo suggerimento: la comprensione, nel senso etimologico (capire, prendere dentro, diventare “capaci”). Abbiamo di fronte chi è fragile, chi ha sbagliato e vorrebbe riscattarsi, chi è sconfitto o arriva sempre dopo… Secondo suggerimento: portare gioia dove non c’è. C’è chi è facilitato dal suo temperamento, ma con un po’ di dimenticanza di sé, può diventare uno stile di tutti.

«Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa» (Rom 16,5).

Nelle Lettere di Paolo, negli Atti degli Apostoli si fa memoria delle case dei cristiani aperte ai fratelli per le riunioni e la preghiera. Per tutte potremo ricordare quella di Priscilla e Aquila. Nella loro casa han trovato accoglienza anche gli apostoli e i missionari itineranti. Apriamo la casa per accogliere il nostro sacerdote, per metterla a disposizione per iniziative di catechesi, di preghiera. Uno slogan dice: la mia casa non ha porte.

«Anche solo un bicchier d’acqua» (Mt 10,42).

Il pellegrinaggio era un fenomeno sociale, per alcuni scelta vocazionale e stato di vita. Oggi pellegrini e pellegrinaggi sono altra cosa. Tuttavia, può capitare occasione di offrire ospitalità “spicciola” verso chi passa da casa nostra per i motivi più svariati: il postino, l’addetto alla lettura dei contatori, il venditore ambulante, chi consegna pubblicità, chi viene a chiedere l’elemosina… Sono altrettante occasioni per praticare l’ospitalità attraverso un semplice rito fatto di gentilezza, di ascolto, di un sorriso, di un bicchier d’acqua fresca (in Romagna un bicchiere di buon vino), la casa di un cristiano profuma di accoglienza.

PREGHIERA DELL’ACCOGLIENZA

Signore,
che io sappia accettare il rischio
di spalancare le braccia:
così creerò spazio in me, ma per l’altro.
Le mie braccia aperte, Signore,
dicono il mio desiderio di non restare solo
ed il mio invito perché l’altro
si senta a casa sua in casa mia.
Nello scambievole abbraccio
nessuno resterà intatto
perché ognuno arricchirà l’altro
e ambedue resteranno se stessi.

ESPERIENZE

DALLA CASA DI PRIMA ACCOGLIENZA (SECCHIANO DI NOVAFELTRIA)

Dembele Lassina è solo uno degli ospiti arrivati in questi ultimi anni sulle nostre coste italiane scappando dagli orrori e i drammi della fame e della guerra.
Dembele, giovane ragazzo del Mali, giunge presso la Casa di prima accoglienza di Secchiano di Novafeltria a metà luglio 2014, insieme ad altri cinque ragazzi anche loro fuggiti dalla loro terra.
La struttura, voluta e sostenuta fortemente dalla diocesi di San Marino-Montefeltro, aperta a gennaio 2014, rappresenta sia la risposta alle tante richieste di persone bisognose incontrate nei vari centri di ascolto della Caritas o segnalate dai servizi, sia l’occasione di accoglienza per migranti “ex mare nostrum” inviati dalla Prefettura. Ha ospitato oltre 35 persone, famiglie o singoli residenti nel territorio diocesano, con disagio abitativo, economico, sociale e immigrati.
La permanenza presso la Casa di prima accoglienza ha permesso l’attivazione di corsi di alfabetizzazione della lingua italiana che hanno rappresentato lo strumento indispensabile per instaurare una buona relazione con gli altri ospiti, per integrarsi ed esternare le grandi difficoltà incontrate, le paure e le perdite, il significato di un viaggio lungo e pericoloso dove il desiderio di vivere supera il forte senso di morte.
Il lungo cammino di Dembele va dal Mali del Sud al Mali del Nord, in cerca di lavoro, necessario per mantenere la famiglia. Un giorno incontra dei Tuareg (uno dei tanti gruppi etnici africani) che lo derubano, lo picchiano, gli vietano di vendere merce a chi non è musulmano e mostrano una forte discriminazione per gli abitanti dell’Africa nera, per etnia e a causa della pelle molto più scura. Trovandosi in pericolo, decide così di partire per la Mauritania con l’intento di aprire una piccola attività commerciale; essa purtroppo raccoglie l’interesse dei Tuareg che spingono Dembele a fuggire nuovamente fino alla Libia.
Dai suoi racconti emergono l’assenza di legalità, la troppa criminalità che lo spinge a fuggire nuovamente, verso l’Europa. Dopo l’attesa di un paio di giorni e la promessa di una “grande barca” per attraversare il Mediterraneo, con forte stupore e paura, è costretto a salire su un gommone con a bordo oltre 170 persone indirizzato verso la Sicilia. Il suo viaggio si concluderà solo dopo due giorni interi, vedendo la morte dei più deboli abbandonati in mare e con la sola speranza di arrivare a terra sani e salvi.
Da settembre 2015, Dembele ha un permesso di soggiorno di protezione sussidiaria che gli consente di rimanere in Italia e di costruire una nuova vita per sé e per la sua famiglia d’origine. “Ero forestiero e mi avete accolto”.
(Maurizio Cima e Alessandra Romersa)

LO STUPORE DI UN INCONTRO

Ero al mio tavolo di studio. La scadenza dell’esame all’università era ormai imminente. Non volevo essere disturbato per nessuna ragione. Ad un certo punto, mentre ero sprofondato nella lettura, sento suonare alla porta. Non mi schiodo dal mio posto di studio, ma continuano a suonare insistentemente. Mi attraversa la mente il ricordo del Vangelo che avevo letto la domenica precedente: era il brano della Visitazione, l’incontro di Maria ed Elisabetta. Allora chiudo il libro, scendo le scale e vado ad aprire la porta. È una zingherella con la sua bimba. Chiede da mangiare. La faccio accomodare, mentre vado in cucina e preparo un panino. Torno, consegno a quella mamma e alla bimba quello che ho preparato. Le guardo negli occhi, ringraziano e ci salutiamo. Mentre stanno per uscire, mi chino sulla bimba e le chiedo: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Elisabetta». Sono sorpreso: quel nome mi ricorda la Visitazione. (Francesco)