Arrivo a Cracovia

26 luglio

Blocco il corrispondente di “Avvenire”. È indignato con l’organizzazione dello sbarco dei “nostri” in zona Cracovia. Gli raccomando di essere prudente nella corrispondenza per non spaventare le famiglie. Ma effettivamente la situazione ieri sera, sulle prime, era difficile (l’amico giornalista la definiva “un delirio”). I pullman della Romagna erano arrivati quasi contemporaneamente in un villaggio sperduto nella campagna dal nome per noi impronunciabile Szczepanów, quando ormai si era fatto buio. Che fare? Come raggiungere le case famiglia dislocate in remote fattorie con zaini da 20 kg in spalla? Dopo un pomeriggio di viaggio la stanchezza aveva reso tutti più nervosi. La gente del posto probabilmente era preparata ad una “cerimonia di accoglienza solenne”, ma i nostri responsabili – piuttosto agitati – dovevano formare i gruppetti da indirizzare alle famiglie: due maschi di qua, tre femmine di là, qualche autista nelle canoniche, qualche altro negli alberghi in città. L’alba del nuovo giorno ha svegliato tutti più obiettivi e, tutto sommato, di buon umore. Io vengo portato con gli altri vescovi in un albergo del centro: mi sento come agli “arresti domiciliari”. Sono a disagio pensando alla fatica che dovranno fare i miei ragazzi a raggiungere lo stadio, mentre noi vescovi veniamo portati su un pullman speciale per l’inizio ufficiale della GMG. L’albergo da cui partiamo è di fronte alla stazione centrale. Dalla finestra del quarto piano si domina la piazza. Già dalle prime ore del mattino era piena di ragazzi, con cappellini, magliette, bandiere di ogni nazione. Altrettanto nei viali e nelle strade attorno. Ci siamo. Parlo al telefono con i genitori di Agnese. Mi riferiscono la sua replica alla loro preoccupazione per quello che potrebbe succedere… «Se muoio – dice – sappiate che vi voglio tanto bene, ma muoio contenta per queste giornate». E che ne pensa la gente di Cracovia di questa invasione? Ne parlo con un taxista. Con me c’è don Cristoforo che fa da interprete. «Venticinquemila abitanti di Cracovia – esordisce il taxista – sono partiti per le vacanze per lasciare la città ai ragazzi. In questi giorni faccio fatica col mio lavoro, ma sono contento di queste presenze. I ragazzi portano gioia… e poi sono bravi». Nell’omelia alla Messa di apertura della GMG il Cardinale Dziwisz (fu per molti anni segretario di papa Woytjla) parla della GMG come di una “festa della fede”. E poi le tre domande ai giovani: cosa siete venuti a fare a Cracovia? Che cosa avete in cuore di fare adesso? Che cosa farete quando tornerete a casa? Alla Messa siamo in cinquecentomila. Anch’io sto al gioco: sfido le nuvole che cominciano a fare acqua, prendo posto, batto le mani, canto e prego. Sento la mia preghiera come una barchetta di carta che adagio in questo oceano di voci e di preghiere. Penso ai miei preti: uno ad uno, alle persone che mi sono care, ai nostri operatori della pastorale, ai malati, ai miei familiari (so che c’è anche una mia nipote di Bologna: solo i nostri angeli custodi potrebbero ottenerci il miracolo di farci incontrare). Altrettanto penso ai nostri settantacinque sammarinesi-feretrani. Dove si sono cacciati? Mi alzo più volte durante la Messa per vedere se ci sono la bandiera italiana e quella di San Marino, bianco-azzurra. Vedrò i ragazzi solo domattina alla “Catechesi per gruppi”… almeno spero! Mentre chiudo questa pagina di diario è già mezzanotte, ma giù si sentono il vociare e i canti dei giovani ancora sulla piazza: non hanno ancora scaricato le batterie! + A.T.