Omelia nella Veglia pasquale

Pennabilli (RN), Cattedrale, 11 aprile 2020

Mt 28,1-10

È risorto! Quanto abbiamo pensato durante quest’anno alla Veglia di Pasqua… Ci aspettavamo fosse il momento clou della vita pastorale della nostra Diocesi. Apparentemente non lo è, ma lo è nel suo significato più profondo. È una Pasqua diversa, celebrata a porte chiuse, senza il concorso dei fedeli e in tono dimesso. E, per la celebrazione più laica, è una Pasqua senza lo scambio di abbracci e strette di mano, senza grigliate sulla spiaggia e gite fuori porta. Si celebra nella propria casa, trincerati a dispetto di una primavera che non si è mai vista così scintillante. Per quasi tutti, una Pasqua senza Messa, senza poter nutrirsi dell’Eucaristia. C’è chi ne patisce per davvero, perché non sente la Messa come una semplice tradizione: gli manca quel “Pane” che dà forza e coraggio per il cammino. Tutti abbiamo bisogno dei riti. I riti uniscono, rinsaldano l’identità, educano il desiderio e l’attesa. Le campane di San Marino e del Montefeltro suoneranno a festa e canteranno “Alleluia” a dispetto del virus che ci ha messo in croce.
Non ci stanchiamo di ripetere la gratitudine per chi è in prima linea: medici e infermieri, gente dell’informazione e gente della speranza (i miei preti e le mie suore), autorità e forze dell’ordine, impiegati e semplici cittadini. Questi ultimi tra i più importanti e decisivi protagonisti, con l’arma totale a disposizione: stare a casa!
Ho un sogno grande: so che nella preghiera può realizzarsi. Vorrei salissimo insieme al luogo in cui Gesù fu deposto dopo il terribile Venerdì Santo per rivivere lo stupore e la gioia delle donne e dei primi discepoli nell’apprendere che è risorto. «Non è qui. È vivo!». Vorrei stringere forte la mano di chi è in cammino ma esita, perché si trova in un momento di buio, di chi non ha speranza ed in cuor suo ha già detto «basta!». Ci sono momenti della vita che ci appaiono oscuri, nei quali non si vedono alternative. C’è chi sulla soglia del sepolcro ha già dovuto affacciarsi e vi ritorna piangendo. Ma, proprio lì, il dono inatteso. Dall’oscurità alla luce: «Io sono con voi – dice il Signore Risorto – tutti i giorni» (Mt 28,20). È davvero grande quello che è successo la mattina di Pasqua. È indispensabile per i cristiani del terzo millennio tornare alle radici della fede e dare solidità ad esse: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».
La risurrezione di Gesù – l’abbiamo detto tante volte con una metafora – è il Big Bang della fede cristiana: nei primi istanti ha messo in moto poche persone, ma una quantità smisurata di energia. I primi cristiani capivano che era successo qualcosa di indicibile. Alla fine del primo secolo tutto il bacino del Mediterraneo era costellato da migliaia di piccole comunità di credenti nel Signore Gesù. San Paolo, per portare l’annuncio percorse quindicimila chilometri (con i mezzi di allora!). Domani, nel racconto del Vangelo di Giovanni, vedremo com’è importante il tema della corsa. Tutti corrono, attorno a quel sepolcro vuoto, gridano che lui è vivo. La risurrezione di Gesù è un messaggio in espansione, una notizia che vuole raggiungere tutti e dare speranza. Particolarmente noi, in questi giorni di “Coronavirus”, dobbiamo portare questo annuncio.
Permettete un’altra sottolineatura: quando si dice “vita eterna” si pensa subito all’aldilà. C’è una restrizione del significato di questa parola che rischia di farne perdere il sapore pasquale, rinviando ai riti funebri, alla morte, a qualcosa che verrà dopo. Invece, la parola “vita eterna” ha molto a che fare col presente. La parola ebraica ‘olam significava l’insieme di tutti i beni possibili che rendono piena, ricca, significativa, l’esistenza. Sarà soprattutto nella teologia di Giovanni che emergerà come la vita sia “eterna” non solo nel prolungamento del tempo, che non finisce, perché Dio è eterno. Giovanni aveva a disposizione due parole della lingua parlata allora: la parola zoe (ζωή) e la parola bios (βίος). Ha scelto la parola zoe che dice la qualità della vita, più che la sua quantità in lunghezza. Noi riceviamo il dono della vita eterna: non pensiamo soltanto al prolungamento nell’aldilà, ma alla grazia del Battesimo che ci avvolge, ci rende figli di Dio. Giovanni puntualizzerà: «E lo siamo realmente» (1Gv 3,1), abbiamo la sua zoe, la sua vita. Preferisco allora parlare di “vita nuova”! La “vita nuova” ha subito la sua ricaduta, qui e ora, la sua espansione che si chiama santità, inseparabile dalla fraternità che unisce ontologicamente i figli di Dio.  Allora la fraternità fra noi non è una convenzione. L’uomo redento diviene dimora dello Spirito e già da adesso gode dei frutti della risurrezione. Auguri, buona vita! Che la vita di Gesù sia sempre con noi. Vi saluto con queste parole: gente di Pasqua! Alleluia!

Omelia nella Liturgia della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo

Pennabilli (RN), Cattedrale, 10 aprile 2020

Is 52,13- 53,12
Sal 30
Eb 4,14-16; 5,7-9
Gv 18,1- 19,42

Di fronte a Gesù, che patisce e muore sulla croce, c’è un interlocutore. È l’umanità che nell’orazione del lunedì santo ha pregato così: «Guarda, Dio onnipotente, l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale». Umanità poi redenta. Questa umanità, tutta intera, come un sol uomo, è rappresentata dal malfattore che confessa il suo peccato e la gloria di Cristo e perciò riceve la promessa di essere con lui in paradiso: «Oggi». Notate: l’ultimo colloquio di Gesù sulla terra è con un malfattore. L’ultimo che parla, tra noi umani, al Gesù terreno è questo malfattore. Il racconto del “buon ladrone”, di per sé, è proprio dell’evangelista Luca; noi, invece, abbiamo ascoltato il racconto giovanneo della Passione, ma anche in esso non è ignorata del tutto la presenza dei due malfattori (cfr. Gv 19,18). È una sottolineatura – questa che ora mi accingo a commentare – della liturgia e della pietà orientali, che incentrano la meditazione su questo “compagno di via” che il Signore Gesù si è scelto. Egli è compagno sulla via della croce, e poi sulla via del Regno. L’ultima parola con la quale si chiude il racconto della crocifissione e si delinea l’attesa della risurrezione è appunto la memoria del ladro e la speranza di essere ricordato dal Signore nel suo Regno. «Ricordati di me, Gesù, nel tuo Regno» (cfr. Lc 23,42): questa esclamazione orante ritorna continuamente nella liturgia orientale, liturgia che proclama il ladrone come ladro fedele, ladro riconoscente, ladro teologo, ladro giusto. Quattro aggettivi che possono benissimo qualificare ciascuno di noi.
Ladro fedele. Come lui, anche noi – non per i nostri meriti ma per la meraviglia della elezione divina – siamo divenuti discepoli: i fedeli di Gesù. Il Signore ci ha raccolti fra i “rottami” di questa umanità nel momento della resa dei conti: ogni momento lo è, in qualche modo. Ce lo siamo trovati al nostro fianco e ci ha ammessi alla sua compagnia; egli fa delle nostre membra – se lo vogliamo – membra di redenzione con le sue.
Rimaniamo sempre molto stupiti da questa coincidenza: com’è accaduto l’incontro fra Gesù e il ladrone? Perché proprio in quel giorno, in quell’ora, in quel momento? Un caso? Una cosa così importante non può accadere per caso. È un dono!
Ladro riconoscente. Come il ladro, anche noi vogliamo essere riconoscenti per il dono che abbiamo ricevuto. Come il lebbroso risanato, torniamo sui nostri passi per dire grazie. Il profeta denunciava quanti non sapevano essere riconoscenti e grati: «Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino le greppie del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende» (Is 1,2-3). Questa è l’ingratitudine. Quel ladro è riconoscente. E noi?
Ladro teologo. È teologo perché sa vedere nel Crocifisso – ridotto come un verme, insanguinato, deriso, torturato – il Messia Re, il Signore. Penetra, intuisce il mistero salvifico della crocifissione; va oltre le apparenze ed entra nella verità di quella crocifissione. La liturgia orientale fa pregare così tutti i giorni all’Ora nona: «La tua croce, o Cristo, in mezzo ai due ladri fu come una bilancia di giustizia; l’uno fu trascinato nell’Ade dal peso della bestemmia, l’altro, alleggerito dai peccati, fu guidato alla conoscenza della teologia. O Cristo, Dio, gloria a te».
La liturgia orientale azzarda un confronto fra il ladro e Pietro. «Pietro – continua la liturgia – ti ha rinnegato, mentre il ladro gridava “Ricordati di me, o Signore, nel tuo Regno”». Questo confronto è molto illuminante. Pietro aveva ragione a fondare la sua fiducia sulla rivelazione del mistero di Gesù, che gli era stato svelato «non dalla carne e dal sangue, ma dal Padre» (Mt 16,17). Ma, fin da Cesarea di Filippo, Pietro aveva patito lo scandalo della croce. Eppure, non si può confessare autenticamente la divinità di Gesù senza confessare insieme il mistero della sua passione, morte e risurrezione. Pietro e gli altri amici fuggono e cadono, ma non tanto per viltà o per debolezza, quanto per lo scandalo della croce di Cristo, della sconfitta.
Ladro giusto. Compiuto l’atto di fede, il ladro ottiene la salvezza, la giustificazione, e diventa il tipo di tutta l’umanità salvata, non per le opere giuste da noi compiute, ma per la misericordia del Signore, attraverso il lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito nel sangue di Cristo. Oggi è finito l’esilio di Adamo, che era stato allontanato dal giardino. Oggi, nel compiersi del mistero pasquale, l’uomo peccatore – il ladro reso giusto – ritorna nel paradiso, capofila, dietro a Cristo di tutta l’umanità peccatrice, indegna. L’umanità redenta, partecipando ai patimenti di Cristo, confessando il proprio peccato e la sua gloria, incontra – sovrabbondante – la grande misericordia. Sono cose grandi… eppure sono proprio per noi!

Omelia nella S.Messa in Coena Domini

Pennabilli (RN), 9 aprile 2020
 
Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

Prima di consegnarsi alla morte Gesù affidò alla Chiesa il nuovo ed eterno sacrificio. La liturgia chiama questo sacrificio “convito nuziale”. Convito nuziale del suo amore. Dopo un invito così lusinghiero entriamo, sia pure in punta di piedi, nel cenacolo che è qui; entriamo a nome di tanti fratelli, dispiaciuti di non poter essere presenti fisicamente a motivo della pandemia. Ci rendiamo subito conto che il cenacolo non è tanto un luogo fisico, piuttosto uno spazio spirituale, un’atmosfera di stupore, un luogo di Vangelo. Il cenacolo costituisce l’icona a cui la nostra Chiesa locale vuole ispirarsi, perché nel cenacolo è rappresentato quello che è chiamata ad essere, cioè “grembo” che genera vita cristiana, che dice cura, raccoglimento, ma anche apertura. I personaggi che abitano il cenacolo sono modelli di una spiritualità ecclesiale.
Prima di tutto nel cenacolo si gusta «quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme» (cfr. Sal 133,1). Il cenacolo è il luogo a cui Gesù riconduce i discepoli, perché vivano intensamente la Pasqua: lo chiede espressamente. È la sala grande e addobbata, al piano superiore, in cui si gusta l’Eucaristia. Là Gesù lava i piedi agli apostoli e, insieme al Sacramento dell’Eucaristia, istituisce il Sacramento del Sacerdozio. Il cenacolo è il luogo nel quale Gesù ha pronunciato i discorsi di addio, pieni della promessa dell’effusione dello Spirito. Nel cenacolo Gesù rivolge al Padre la preghiera sacerdotale e consegna ai discepoli il “comandamento nuovo”, che è il suo testamento, la sua ultima e definitiva volontà: «Amatevi gli uni gli altri» (Gv 15,17). Il cenacolo è lo spazio nel quale si è compiuto l’evento della Pentecoste: l’effusione dello Spirito Santo. Dal cenacolo, apparendo a porte chiuse, Gesù inaugura la missione, inviando alle genti gli apostoli, con i suoi stessi poteri per la remissione dei peccati. Nel cenacolo troviamo l’atmosfera per un’intimità profonda: «Rimanete in me e io in voi…» (Gv 15,4). «Non vi chiamo più servi ma amici» (Gv 15,15). C’è l’apertura dei cuori: Giovanni posa il capo sul petto di Gesù (cfr. Gv 13,25); Tommaso mette la mano nella ferita sul cuore (cfr. Gv 20,27). C’è la rivelazione piena: «Mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8)… E dopo aver detto: «Io sono la via, la verità, la vita, chi vede me vede il Padre» (Gv 14,6; Gv 12,45), gli apostoli possono dire: «Adesso parli apertamente» (Gv 16,29). Se paragoniamo la vita cristiana al battito del cuore, il cenacolo rappresenta il primo movimento, cioè il convenire per attrazione. La nostra Chiesa locale ha bisogno di ritrovarsi con pienezza in questo momento. Poi, il secondo momento sarà la missione fuori dal cenacolo. Come il sangue che viene richiamato al centro del cuore e poi viene mandato ad irrorare ogni parte del corpo: momenti diversi e successivi, ma inseparabili in un organismo vivo.
Chi valutasse questo mio parlare come intimismo o vago spiritualismo dimentica le notti passate da Gesù in preghiera, non ricorda l’intimo suo conversare con il Padre, persino sulla croce, col Salmo 17: «Padre mio, nelle tue mani affido il mio spirito» (cfr. Lc 23,46), o col Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cfr. Mt 27,46; Mc 15,34). La vita interiore è stata ed è la risorsa delle grandi anime apostoliche. Se in questo tempo di “Coronavirus” abbiamo una lezione è quella di averci fatto ritrovare l’umiltà e l’umiltà è indispensabile per la preghiera. E la preghiera ci porta alla vita interiore.
Ho ricevuto da tanti la testimonianza, qualche volta la protesta, per lo struggente desiderio di partecipare alla Messa e poter fare la Comunione. Come non raccogliere questa sera, la sera della cena di Gesù con i suoi, la sera dell’istituzione dell’Eucaristia, questo desiderio?
I nostri parroci, pur consapevoli che è tutt’altra cosa, ci propongono, di tanto in tanto, la Comunione spirituale. Si tratta di un pio esercizio reso celebre da sant’Alfonso Maria de’ Liguori, napoletano verace. La Comunione spirituale ha tre elementi che la valorizzano.

  1. La Comunione spirituale è una professione di fede nell’Eucaristia. È molto bella, potremo farla anche quotidianamente, perché si inizia con la dichiarazione: «Signore, io credo che sei presente nel Santissimo Sacramento, offerto dai sacerdoti sull’altare. Ciò avviene per l’ammirabile conversione di tutta la sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo, sangue, anima e divinità di Nostro Signore Gesù Cristo. Facendo la Comunione spirituale si rinnova questo atto di fede. Desideri l’Eucaristia, ti rammarichi di non poterla ricevere, ma intanto professi la fede della Chiesa.
  2. Nella Comunione spirituale si esprime un desiderio. Questo desiderio è già, in qualche modo, una forma della presenza del Signore. La presenza del Signore è racchiusa nel desiderio perché è lui che lo suscita. Il desiderio dice assenza, ma reclama un compimento, indica una presenza avvertita come promessa. Il Signore mantiene la sua promessa: «Ecco – dice – io sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre io verrò a lui, cenerò con lui e lui con me» (Ap 3,20). Questo svolgersi del desiderio è un po’ quello che accade alla protagonista del Cantico dei cantici. È notte. La fanciulla è salita nella stanza superiore, si è tolta la veste, si è lavata i piedi, sta per addormentarsi, sussurra: «Io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5,2). Sente bussare alla porta. La prima reazione è un rinvio, una sospensione. Ma poi il profumo dell’amante la risveglia: corre, scende per le scale, per l’incontro amoroso. Ma lui se n’è andato. Così com’è, in vestaglia, la fanciulla si precipita a cercarlo, corre per le vie, c’è un inseguimento e ci sono le guardie della città che la fermano. Ma l’incontro è soltanto rinviato di un po’. Ci sarà e sarà indicibile. La Comunione spirituale è un mezzo, uno stratagemma dei direttori spirituali, per educarci al desiderio. Cavar fuori, rendere esplicito il desiderio, accrescerlo, potenziarlo. Chi fa tutto questo se non l’amante, il Signore? Il Signore ci sta a questo “gioco d’amore”. Allora viviamo così questo tempo. La presenza del diletto è un dono, non un diritto. Forse questo digiuno, questa astensione, questa pausa che fanno tanto soffrire, ce lo ricordano. Ricordati: l’Eucaristia è un dono. Pensa ai cristiani che solo raramente possono partecipare all’Eucaristia. Ricorda quelli che desidererebbero riceverla, ma in obbedienza alla Chiesa si astengono. Rompiamola con le Comunioni abitudinarie, mettiamo più cuore nel rito. Lo vado ripetendo: verrà il momento in cui potremo finalmente accorrere all’Eucaristia, tanto desiderata. Fra tre settimane? Fra un mese? Fra due mesi? Non lo sappiamo, ma allora sarà come fare la Prima Comunione. Ve la ricordate la Prima Comunione? Che palpitazione, che emozione… Prepariamola!
  3. Nella Comunione spirituale c’è lo spazio per il colloquio “a tu per tu” con il Signore. Siamo un popolo che si raduna in Santa Assemblea, la Chiesa. Siamo una famiglia, che si riunisce allo spezzare del pane, ma siamo anche l’amico che si intrattiene con l’amico, lo sposo che incontra la sposa. La sposa del Cantico cerca il suo diletto e non trovandolo chiede: «Avete visto l’amato del mio cuore?» (Cant 3,3). Al tempo del poeta ispirato che ha composto il Cantico dei Cantici non vi era Gesù sulla terra, ora invece se uno ama Gesù e lo va cercando con ardore, lo trova sempre, lo trova nel sacramento dell’Altare. Questo è il mio augurio per tutti noi in questa notte santa.

Omelia nella Domenica delle Palme

Pennabilli (RN), Cattedrale, 5 aprile 2020

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mt 26,14- 27,66

«Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”» (Mt 26,18).
La lettura della Passione secondo Matteo comincia proprio così: «Farò la Pasqua da te». È il desiderio di Gesù: fare la Pasqua con ciascuno di noi.
Signore, tu vedi questa cattedrale assolutamente vuota e chiusa a causa della prepotenza di un virus finora sconosciuto. Come possiamo accoglierti in modo conveniente? Questa parola rivolta a «quel tale» è per ognuno di noi: «Signore, tu vedi il cuore afflitto, provato, che fatica a riaversi da settimane di ansia, di chiusure, di diffidenze e non sa fino a quando…».
Ci stai dando una lezione: ci chiedi di guardare a te, di uscire dai nostri ripiegamenti, di guardare alla tua Passione e al dono che hai fatto di te stesso sulla croce e, con questo sguardo e in questo sguardo, vedere e abbracciare il dolore, la passione, di tante sorelle e di tanti fratelli. Comprendiamo – adesso più ancora e sulla nostra pelle – che la famiglia umana è profondamente una, interdipendente, relazionale, spiritualmente, biologicamente, economicamente, culturalmente; contiene in sé, come suo DNA, la fraternità, che è dono e compito. Ci riceviamo come fratelli e abbiamo il compito di vivere la fraternità. Ce lo ricordava papa Francesco nel momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia del 27 marzo scorso: «Con la tempesta è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli». Allora anche il nostro sguardo, Signore, si estenda su tutto l’orizzonte, abbracci il tuo progetto, «ut omnes unum sint» (Gv 17,21) e che la tua Chiesa allarghi davvero la sua tenda, come ci sta quotidianamente ricordando papa Francesco. Tu dici, Signore: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno mi apre io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me» (Ap 3,20). Veniamo da una Quaresima di digiuno dalla Santa Eucaristia. Ne abbiamo nostalgia, soffriamo dell’assenza di quel pane necessario per il cammino, soprattutto per questo cammino difficile. Ci fai capire, a dispetto del  modo a volte superficiale e scontato di nutrircene, quanto questo pane sia prezioso e indispensabile. A volte ci chiediamo se questa circostanza non costituisca una purificazione e non ci unisca di più ai cristiani costretti alla lontananza dai Santi Misteri. In questi giorni abbiamo preso coscienza di altre forme della tua presenza. Il «due o più» nella comunità ecclesiale, nella famiglia, soprattutto in questi giorni. «Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). E poi la tua presenza nel fratello: «L’avete fatto a me» (Mt 25,40). Anche un bicchier d’acqua fresca non perde il suo significato. Inoltre, ci insegni ad adorare Dio «in spirito e verità»: aprire la sua Parola, leggerla insieme, portarla nel cuore e farne il riferimento per i nostri rapporti reciproci.
Tu, Signore, vuoi “fare Pasqua” ardentemente con noi: «Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum» (Lc 22,15).
Ecco, nell’Eucaristia, svelato il significato della tua Passione. La cena che tu prepari per i tuoi discepoli è la chiave per capire l’intera tua vita, prossimità totale con noi fino al dono della vita: «Avendo amato i suoi, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).
Nella tua Passione ci insegni – lezione indispensabile per questi giorni – la piena fiducia nel Padre, mai venuta meno perfino nel momento terribile della percezione della sua assenza. «Con forti grida e lacrime» (Ebr 5,7) hai pregato e sei stato esaudito. Intendiamoci: l’esaudimento fu il saper vivere da figlio e da fratello, per noi, la tua Passione. Così ridici a ciascuno di noi, anche oggi, «guarda se in me vedi altro che amore» (Angela da Foligno, Memoriale, IV, 193).

Discorso in occasione dell’Insediamento dei Capitani Reggenti

San Marino, 1° aprile 2020

Eccellenze,
un’immagine mi balena nel cuore in questa circostanza: quella di una staffetta nella quale ci si passa un rotolo di pergamena sigillato. Chi cede la Reggenza ha avuto in sorte di trovarci scritti eventi importanti. Tra i previsti l’incontro quotidiano, e sempre nuovo, con i cittadini, ognuno con il suo carico di attese, a volte di rivendicazioni, sempre bisognosi di attenzione. Nel semestre passato i Capitani Reggenti uscenti avevano il mandato di moderare il rito tra i più delicati della nostra Repubblica: le elezioni politiche. Tra gli imprevisti la tragedia, tutt’ora in corso, della pandemia da Covid-19. Mai avrebbero immaginato che quel rotolo riservasse tale sorpresa. Dico grazie per la Loro sollecitudine e la Loro dedizione. Vorrei, se ce ne fosse bisogno, togliere dal cuore ogni timore di non aver fatto abbastanza, sentimento che proviamo tutti.
Ora il rotolo sigillato passa nelle mani dei nuovi Capitani Reggenti; anche a loro dico grazie per il “sì” che hanno pronunciato accogliendo la proposta che il Consiglio Grande e Generale ha rivolto Loro. Un “sì”, in un certo senso, al buio, perché chiamati a svolgere un altro segmento dello stesso rotolo senza sapere cosa contiene. Ci auguriamo e auguriamo Loro di traghettarci verso “il dopo Covid-19”. Chi è costituito in autorità diviene punto di riferimento: a lui si chiede anzitutto di essere presente, reperibile, disponibile. Poi, di essere luce: nel buio una luce, per piccola che sia, si vede da lontano. Brillare, non tanto di luce propria, ma della luce delle nostre tradizioni civili, giuridiche, ideali. Un punto di riferimento dà sicurezza. È normale che chi è persona pubblica cada sotto il giudizio di tutti: accontenta e scontenta. Che fare? Pensare, decidere, agire sempre secondo coscienza, illuminata, retta e serena. Dunque, presenza, luminosità, sicurezza.
L’immagine del rotolo sigillato è familiare, in questi giorni, alla liturgia della Chiesa (Lettera agli Ebrei). Si dice del Messia che, entrando nel mondo, prima ancora di aprire il rotolo, proclami con fiducia: «Ecce, venio: in capite libri de me scriptum est». Che il Messia sia Loro di esempio.
Eccellenze, vi accompagniamo con tutta la stima e la considerazione.

Omelia nella V domenica di Quaresima

San Marino Città (RSM), 29 marzo 2020

Ez 37,12-14
Sal 129
Rm 8,8-11
Gv 11,1-45

A prima vista pare un semplice miracolo, un gesto di potenza da parte di Gesù, che fa rivivere un morto per consolare una famiglia disperata. In realtà, al centro del racconto vi è Gesù con le sue clamorose dichiarazioni. Attorno a lui si muovono vari personaggi, che prendono diverse posizioni. Propongo un esercizio per la preghiera: in quale dei personaggi mi identifico? Quale posizione prendo?

Qualcuno potrebbe decidere di mettersi nel gruppo dei discepoli che assistono alla scena e vi partecipano. I discepoli sanno quanto Gesù era amico di Lazzaro; dicono tra loro: «Vedi come lo amava». E poi, rivolgendosi a Gesù, provano a consolarlo: «Il tuo amico è in fin di vita. Ci dispiace. Per lui è finita. Rassegnati. Fattene una ragione e pensa ad altro». Anche loro amano Gesù, ma di fronte al dolore, alla morte, alla sconfitta, sanno solo cercare di chi è la colpa. L’abbiamo sentito nella pagina evangelica di domenica scorsa (il racconto del “cieco nato”): «Se è cieco, di chi è la colpa? Sua o dei suoi genitori?». I discepoli sono solo capaci di fare condoglianze. Gesù, invece, non sopporta i soliti discorsi. «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio». Un invito a capire come questa sconfitta possa essere trasformata in luce, in vittoria, dai disegni di Dio.

Qualcuno di noi potrebbe mettersi nei panni dei parenti di Lazzaro. Costoro sono credenti, ma la loro è una fede interessata, incline a chiedere miracoli: «Non poteva far sì che questi non morisse?». Non chiediamo tanto – sembrano dire – solo un po’ di salute, qualche anno in più di vita; quasi che il Signore – questo è il retropensiero – fosse tirchio, insensibile; mentre invece lui sta per offrire molto di più: la vittoria sulla morte. Dirà, infatti: «Tuo fratello risorgerà». Altro che tirchio e insensibile! Gesù piange, si commuove. Questa mattina il Santo Padre ha invitato a fare di questa giornata “la giornata delle lacrime”. Gesù ha pianto varie volte nella sua vita terrena, perché si è messo nei panni delle persone. Non guarda insensibilmente. Ha pianto su Gerusalemme, che non accettava l’invito alla conversione, ha pianto nel giardino del Getsemani e piange per la partenza dell’amico Lazzaro. Forse in questi giorni, travolti dalle cronache dei telegiornali, può succedere che si formi come una patina nel nostro cuore, non per cattiveria, ma quasi per difesa. Non ci si lascia commuovere fino in fondo, a meno che non sia coinvolto uno di famiglia o un amico intimo. Proviamo, quando entriamo nella preghiera, a lasciarci commuovere, come Gesù. Chiediamo il dono di saper piangere.

Qualcuno di noi potrebbe identificarsi nelle sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, ognuna col suo temperamento. Marta e Maria compiono un vero itinerario, un vero cammino di fede. All’inizio sono renitenti, anche loro si lamentano come gli altri: «Se tu fossi stato qui… Ora è troppo tardi». Ma poi l’affetto per Gesù riveste in loro la speranza: «Sappiamo che risorgerà nell’ultimo giorno». Un’ulteriore provocazione di Gesù le invita ad andare oltre la comune speranza ebraica nella vita eterna, a credere che chi è unito a lui nella fede e nell’amore risorge già ora, esce dal sepolcro. Del resto, l’evangelista Giovanni ci dirà nella Prima Lettera che «passiamo dalla morte alla vita quando amiamo» (cfr. 1Gv 3,14). È vero che si muore tante volte nella vita, basti pensare ai distacchi, agli abbandoni, ai fallimenti, alla malattia, all’invecchiamento (tutte morti in qualche modo), ma è anche vero che si comincia da bambini, poi si va avanti da giovani, da adulti e da anziani, ad amare e ogni volta che si ama – lo dice la Parola di Dio – «si passa da morte a vita». Quanta risurrezione anche in questi giorni così difficili! Dedizione agli altri, a volte a distanza, ma c’è una prossimità più forte che si raggiunge con la preghiera e con l’uso di mezzi di comunicazione (c’è chi, in questi giorni, si è finalmente “alfabetizzato” e riesce a usare meglio il cellulare, il computer, le videochiamate, a fare riunioni in videoconferenza… Attraverso questi mezzi si trova comunione, ci si aiuta, si fanno riflessioni costruttive). Ebbene, le due sorelle fanno tutto questo cammino. «Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?»: sono parole che ci fanno crollare e ci fanno ricordare che Lazzaro è stato rianimato, ma non fu risurrezione definitiva, perché poi è morto di nuovo. Se uno crede in Gesù, vive con lui, sta con lui, fa questa esperienza di fede profonda. Chiediamo a Gesù che ci doni la fede, chiediamo a noi di alzare lo sguardo. Lui ci dice: «Guardami!». Gli antichi raffiguravano la morte come il passaggio di un fiume. La creatura, quando è sul bordo di questo fiume, ha paura, non osa avanzare, prende il sopravvento l’insicurezza. È normalissimo. Gesù tende la mano e dice «guardami, abituati ad essere sotto questo mio sguardo». Questa settimana ascolteremo il suo invito: «Guardami, stai con me». Questo ci preparerà a vivere la risurrezione.

Omelia nella IV domenica di Quaresima

San Marino Città (RSM), chiesa di san Francesco, 22 marzo 2020

1Sam 16,1.4.6-7.10-13
Sal 22
Ef 5,8-14
Gv 9,1-41

Questa stupenda pagina di Vangelo è la storia di un uomo che soffre: un cieco dalla nascita; un cieco dal punto di vista clinico, ma soprattutto dal punto di vista esistenziale. Noi spontaneamente lo pensiamo innocente, ma nella mentalità dell’epoca, quando c’era una malattia, si cercava sempre un colpevole: «È colpa sua o dei suoi genitori?». Quindi, il cieco è vittima di un giudizio di tutti, a cominciare dai discepoli di Gesù (sono loro che pongono la questione). È vittima anche della legge e della intransigenza dei farisei; vittima, perfino, della emarginazione della sua famiglia. «Ha l’età – dicono – parlate con lui…» (cfr. Gv 9,21). È il dramma dell’isolamento, della solitudine dell’uomo che soffre. Questo pensiero raggiunge certamente chi, in questo momento, vive una situazione simile. Ma a questo dramma partecipa Gesù. Non sappiamo il nome del “cieco nato”; non sappiamo nulla di lui. Gesù lo guarisce nonostante sia sabato. Ma questo non fa che scatenare il furore dei farisei che pensano addirittura di mettere a morte Gesù. Un giorno Gesù conoscerà, per esperienza diretta, l’abbandono da parte di tutti, la sofferenza, la solitudine. Verrà crocifisso fuori dalla città. L’uomo che recupera la vista è davvero una persona semplice, che ci riesce simpatica. Si lascia fare da Gesù quello che gli dice: prende l’impiastro che Gesù ha preparato, va a lavarsi gli occhi a Siloe e poi testimonia, con semplicità e coraggio, a chi gli fa domande. Sette volte viene interrogato. Per lui non c’è nessuna ombra, nessun dubbio: «Non ci vedevo, adesso ci vedo». «Perché tentennare tanto?», sembra dire il cieco. Non basta questo segno? Per questa sua bella disposizione di cuore quest’uomo accoglie la luce. Ad essere illuminata non è soltanto la sua esistenza fisica, ma anche la sua vita interiore. Così, lui potrà fare la sua bella professione di fede: «Io credo, Signore». Quella cecità esistenziale trova la luce, il senso della sua vita.
Questa mattina il Santo Padre, durante la Messa in Santa Marta, ha aperto il suo breve pensiero citando una frase di sant’Agostino: «Ho paura del Signore che passa». Ha spiegato che non si tratta della paura del Signore: sant’Agostino non aveva paura di Gesù, come non l’abbiamo noi. Ma paura di perdere un’occasione preziosa. Paura di non accorgersi del suo passaggio. Paura perché al suo passaggio vengono fuori i veri sentimenti: esce il meglio e il peggio! In effetti, vediamo nel brano quasi una divaricazione tra le persone che sono davanti a Gesù. Gesù dice: «Io sono la luce del mondo; di fronte a me non si può restare indifferenti». Il cieco si apre; i farisei si chiudono ostinatamente. Anche noi siamo posti di fronte a questo dramma, perché il Signore potrebbe risplendere invano davanti a noi, se ci chiudiamo. Nella Seconda Lettura, Paolo dice agli Efesini: «Badate bene, voi non siete delle tenebre, siete della luce» (cfr. Ef 5,8). Bisogna situare nel contesto questa frase di san Paolo. Molti dei primi cristiani abitavano nei tuguri a ridosso del grande tempio, l’Artemision. Era un tempio meraviglioso, un traforo di marmi bianchi, splendenti, una delle sette meraviglie del mondo antico. Davanti al tempio era stato scavato un lago che rifletteva la luce del sole. L’Artemision era il manifesto della presunta luminosità della religiosità pagana. Di fronte ad esso san Paolo dice: «Voi siete luce». I cristiani non devono temere. Non devono stare nel buio come i pipistrelli. Devono portare la luce.
Invito tutti noi ad avere questa mentalità di luce. Gesù ci ha illuminati. È accaduto nel Battesimo. Come dicevamo la scorsa domenica, non siamo soltanto anfore riempite di acqua, ma siamo, a nostra volta, sorgenti di acqua. Così oggi possiamo dire, in virtù del Battesimo, che siamo sorgenti di luce.
Faccio una proposta per questi giorni. Vorrei fossimo uniti tra noi: uniti facciamo più luce, con le parole dell’amicizia, dell’incoraggiamento, della speranza. Troviamo il modo in famiglia di fare una preghiera semplice, intonata dai bambini, che sono più disinvolti e coraggiosi, e in quel momento accendiamo una piccola luce. Ci ricorderà la luce che ci è stata data nel giorno del nostro Battesimo.

Omelia nella Solennità della Beata Vergine delle Grazie

Pennabilli (RN), Cappella del Vescovado, 20 marzo 2020

“Venerdì Bello”

Prv 8,22-31
Sal 44
Ef 1,3-6.11-12
Lc 1,26-38

1.

La liturgia della Parola ha esordito con un tratto del libro dei Proverbi. Vi sono riferite espressioni fortissime: «Il Signore mi ha creata sin dall’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera. Dall’eternità sono stata costituita, fin dal principio quando ancora non aveva fatto la terra e i campi e le prime zolle del mondo, quando fissava i cieli, io ero là». Parole che si riferiscono alla Sapienza increata di Dio, parole che si riferiscono, leggendole nel contesto di tutte le Sacre Scritture, al Verbo. Il Concilio Vaticano II ci autorizza ad applicarle alla Madre del Signore, allo stesso modo fa anche la liturgia. Così dice la Lumen Gentium: «La predestinazione eterna della incarnazione del Verbo fu anche la predestinazione della Beata Vergine Maria ad essere la Madre di Dio. […] Assunta in Cielo non ha deposto questa funzione di salvezza, ma con la sua molteplice intercessione continua ad ottenerci le grazie della salvezza eterna. Con il suo materno amore si prende cura dei fratelli del Figlio suo che sono ancora pellegrini e posti fra tanti pericoli ed affanni» (LG 61).

2.

Predestinazione della missione redentrice del Verbo e, in lui, predestinazione della madre… Che bello!
Anche noi predestinati da Dio, come dice la Seconda Lettura, «ad essere suoi figli adottivi» (Ef 1,5), conformi al Verbo, «primogenito di tutta la creazione» (Col 1,15). Siamo pensati dall’eternità, pensati nel Verbo e pensati con una Madre così! Quello che è detto per il Verbo incarnato vale per tutta la Chiesa, per tutti noi. La Chiesa è prefigurata fin dal paradiso terrestre, nella figura di Eva; ma in realtà ancora più anticamente, cioè da sempre, occorre vederla in Dio, prima dell’inizio del mondo: «Essa fiorisce con il Cristo dalla volontà del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. In quella misteriosa sapienza che presiede con il Creatore alla creazione stessa si deve ravvisare la Chiesa» (H. De Lubac, Meditazione sulla Chiesa, 2014, p. 52). Che bello questo disegno su di noi, questo squarcio che abbraccia passato, presente, futuro! A questa contemplazione ci conduce la Seconda Lettura.

3.

Il Vangelo ora ci prende per mano e ci fa entrare nella casa di Nazaret. Dal Cielo del Cielo, al Cielo sulla terra: Nazaret. Entriamo nella casa di Nazaret in punta di piedi. Impariamo alla scuola di Maria il raccoglimento, condizione prima e indispensabile per andare in profondità ed ascoltare quello che il Signore vuole dirci, oggi e in questo tempo così difficile.
L’angelo entrò da lei, la fanciulla di Nazaret. Anche la mia Nazaret, pur tra tante voci che l’attraversano, può essere casa del raccoglimento, atmosfera spirituale, spazio formativo. Un luogo interiore ed un luogo esteriore, vero angolo di preghiera, forse disadorno, ma col sapore di quella casa, la casa di Nazaret. È lì che Dio mi sfiora, mi passa accanto. Dio non ci sfiora solo nelle belle liturgie della nostra cattedrale, in quella che avremmo dovuto celebrare al Santuario della Madonna delle Grazie (accanto a me potete vedere la riproduzione di come era anticamente l’affresco della Madonna; probabilmente le persone più anziane la ricordano così), ma anche nel quotidiano più feriale. Così in questa Messa, dove il sublime confina con questa candida tovaglia, con il calice e con il pane che è stato preparato.
Nazaret è anche il nostro cuore, quando lo custodiamo e lo difendiamo dal chiacchiericcio, dalla impertinenza dei giudizi, dall’invadenza dell’immaginazione e, in questi giorni, dalle nubi oscure della disperazione e del panico.
La prima parola che esce dalla bocca dell’angelo è una parola di gioia: «Rallegrati, Maria». Anche nel mondo antico c’era ben poco da stare allegri. È troppo riduttivo pensare a questa parola e tradurla con “Ave”. Le parole del saluto angelico appartengono più alle promesse messianiche che al galateo; invitano Maria alla gioia prima ancora che si espliciti il dialogo con le sue conseguenze. Non si tratta di una gioia effimera e intimistica. È gioia per un amore incondizionato che precede la sua vita; per una presenza che renderà colma di significato la sua esistenza e decisiva la sua missione verso l’umanità. Allo stesso modo Dio vuole entrare nella nostra vita, vuole abitare la nostra povertà, fecondare le nostre sterilità, illuminare il nostro buio. La parlata dell’angelo a Maria è costituita da un rammendo di citazioni bibliche. In questo modo viene svelato alla Vergine il compimento delle antiche promesse. Ed è ciò che fa prendere coscienza a Maria del suo destino eccezionale e che a noi annuncia la vera identità del nascituro. Colui che la fanciulla di Nazaret sta per concepire è il Messia! Dio finalmente visita il suo popolo. Noi non sapremo mai come è avvenuto il concepimento, ma questo non è essenziale: dobbiamo rispettare l’intimità di una donna. Anche nella nostra vita è accaduta un’annunciazione: il Verbo vuol prendere carne in noi. Come Maria gli diciamo: «Eccomi!».

4.
La mia riflessione cambia un po’ di tono – perdonatemi – ma è necessario. Dobbiamo porci onestamente e con molto rispetto una questione di non poca importanza: se cioè la protesta, anche garbata, contro le restrizioni imposte dalle autorità (ma prima dalla nostra coscienza) in questi giorni, è animata dalla fede o non piuttosto da una religiosità che va purificata. Quello che sto dicendo non è estraneo alla spiritualità nazaretana, ad una spiritualità profondamente mariana. Attenzione a non lasciarsi catturare dal falso zelo. Questo tempo ci impone un digiuno eucaristico che per noi costituisce una novità, una novità che fa soffrire, ma purtroppo è una triste necessità in tante regioni del mondo in cui mancano i sacerdoti o non vi sono le condizioni per celebrare la Messa. Mi sovviene il pensiero alla Chiesa perseguitata; ricordo la testimonianza del vescovo Van Thuan, di come tentava di celebrare, quando gli era possibile, nelle prigioni dei Viet Cong; penso ai cristiani delle regioni sterminate di alcune zone dell’America meridionale, dove c’è un sacerdote per un territorio vasto come l’Emilia Romagna; penso sommessamente anche ai cristiani che per la loro condizione di vita familiare non possono ricevere l’Eucaristia, pur desiderandola fino alle lacrime. Stiamo assistendo ad una “domanda di Eucaristia” che è di conforto. Quasi sempre questa richiesta esprime un desiderio che è frutto di una vita spirituale intensa. Ma l’atteggiamento di alcuni, senz’altro in buona fede, ci fa comprendere che vi sono degli aspetti da mettere a fuoco. Parafraso un pensiero espresso da un mio confratello vescovo: «Nella richiesta troppo insistente dell’Eucaristia non di rado c’è fede sincera, ma non sempre matura. Si dimentica che la salvezza viene dalla fede e non dalle opere, benché sante, sicché ci si affida alle buone pratiche senza confidare in Dio, al punto da stimare i suoi doni più di Dio stesso, più della sua volontà. Come bambini si afferra avidamente il dono senza ascoltare le parole amorose di chi lo porge. Si è concentrati più sul proprio grido che sul volto di Colui che si china per ascoltarci».
Questo ci dice che c’è un grosso lavoro da fare per aiutarci tutti a cogliere il senso e la profondità del Mistero eucaristico e si possono sperare grandi frutti da una catechesi ben fatta, che faremo. Intanto però occorre ricordare che il Signore è realmente presente con il suo Spirito tra coloro che sono riuniti nel suo Nome: «Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Queste parole escono dal cuore di colui che ha detto: «Questo è il mio corpo… Prendete e mangiate» (cfr. Mt 26,26). Queste e quelle ugualmente “vere”. È presente nella Parola e continua realmente a nutrire chi la legge e la medita: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cfr. Mt 4,4). Il Signore vivo si fa prossimo nel povero: «Avevo fame, mi hai dato da mangiare…» (cfr. Mt 25,31-46). Il Signore è nel desiderio stesso dei sacramenti: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Inoltre, ha la sua dimora in chi osserva i suoi comandamenti: «Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore» (Gv 15,10). «Voi siete i tralci, io sarò la vite. Chi rimane in me produce molto frutto» (Gv 15,5). Termineremo la celebrazione eucaristica con l’atto di consacrazione alla Madonna.

Omelia nella Solennità di San Giuseppe

Pennabilli, Cappella del Vescovado, 19 marzo 2020

2Sam 7,4-5.12-14.16
Sal 88
Rm 4,13.16-18.22
Mt 1,16.18-21.24

Questa mattina papa Francesco, commentando il Vangelo sulla figura di san Giuseppe, evidenziava come egli fosse un contemplativo, un uomo di fede perché contemplativo, cioè capace di adorazione. E il Papa arrivava a dire: «La Chiesa, o adora, o è come dimezzata».
Non ho la presunzione di aggiungere nulla a quello che ha detto il Santo Padre, però mi incombe il dovere di fare una breve omelia. Vedo in Giuseppe l’uomo della fede, l’uomo della speranza e l’uomo della carità.
Giuseppe, uomo della fede. Giuseppe si consegna interamente al progetto disegnato da Dio su di lui. Angeli e sogni lo accompagnano… Ma non è così anche per noi? Pensate agli angeli che ci hanno aiutato a crescere, che ci hanno aiutato a scoprire la nostra vocazione e a trovare la nostra strada e agli angeli che ci stanno indicando, anche adesso, la via del Cielo. Inoltre, tolti i fatti della prima infanzia di Gesù narrati dai Vangeli, non ci furono “svolazzi di angeli” su Giuseppe, nè sulla casa di Nazaret.
Giuseppe, uomo della speranza. Passando davanti al paese di Maciano (vicino a Pennabilli), ho visto che, sul davanzale di una casa, i bambini hanno messo un grande cartellone con la scritta: «Andrà tutto bene». I bambini hanno il diritto di dire queste cose. Incoraggiano anche noi. Come firma del cartellone hanno messo l’impronta delle loro mani.
Chiedo: che cosa intendiamo per speranza? Si può parlare di speranza in tre modi. C’è la speranza che è come una bugia pietosa, utilizzata quando non ci sono parole e si deve confortare o incoraggiare. La classica bugia che accompagna “la pacca sulle spalle”. Nella letteratura classica si racconta di Pandora, il personaggio della mitologia che deve castigare gli uomini per aver rubato il fuoco agli dei. Per castigare gli umani Pandora, mandata da Zeus, svuota il suo vaso di tutti i mali possibili che vi sono racchiusi; l’ultimo male, quello che è più in fondo, è la speranza, che inganna i mortali (pietosa bugia).
Poi, c’è la speranza in una seconda accezione: la speranza come risorsa umana. Non è solo caratteristica di un buon temperamento, ma anche capacità di proiettarsi sul futuro. Sono sicuro che l’umanità si riprenderà da questa grande crisi; la speranza è sicuramente quella che anima gli scienziati, i politici, ma anche tutti noi. Tuttavia, questa speranza si arresta di fronte alla morte. Si può parlare della speranza anche in un altro modo. Noi l’abbiamo fatto con il nostro Programma pastorale negli anni scorsi, guardando Gesù Risorto. Anche i progetti più nobili, più alti, che riusciamo a raggiungere – pensiamo ai traguardi della scienza, alle conquiste del mondo operaio e alle conquiste delle donne – si arrestano davanti al grande enigma della morte. Cosa c’è oltre? Gesù è risorto, è il fondamento ultimo della nostra speranza. Con la risurrezione è introdotta nel mondo una pienezza di senso.
Giuseppe, uomo della carità. Giuseppe ha compiuto gesti e azioni eroiche nel nascondimento della sua vita e nella casa di Nazaret. Penso alla sua fedeltà nel quotidiano, alla sua premura per la famiglia, al rispetto totale per la sua sposa, all’amore per quel bambino non suo; per questo motivo lo invochiamo come patrono della Chiesa e come intercessore presso la divina Provvidenza e gli chiediamo di provvedere alle nostre necessità, come ha provveduto a quelle della Santa Famiglia. Gli chiediamo di esserci vicino nel momento della morte, come lui ha avuto la grazia di avere accanto a sè Maria e Gesù. San Giuseppe, accogli la nostra preghiera, insegna anche a noi l’eroismo della carità nelle vicende della nostra famiglia e della nostra società.
Questa sera alle ore 21 metteremo una luce o un drappo bianco sul davanzale delle nostre finestre e ci uniremo a tutti i cristiani d’Italia nella preghiera del Rosario che abbraccia tutta la nazione, che abbraccia l’Europa e il mondo intero segnato da questa pandemia. Sia lodato Gesù Cristo.

Omelia nella III domenica di Quaresima

Domagnano (RSM), Cappella delle Suore Maestre Pie, 15 marzo 2020

Es 17,3-7
Sal 94
Rm 5,1-2.5-8
Gv 4,5-42

Abbiamo udito la domanda degli Ebrei spaventati nel momento del loro Esodo: «Ma il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Certo, il Signore è in mezzo a noi! Gesù ci fa dono della sua compagnia. Nel brano evangelico della Samaritana, Gesù si autorivela come Messia, e lo fa nel luogo più impensato, nel luogo meno sacrale, il muretto di un pozzo. Lì Gesù incontra una donna. Questo incontro ci sorprende anche per l’ora, è mezzogiorno; gli apostoli sono andati a fare compere nel villaggio. Gesù si presenta alla donna in modo semplice, umano, disarmante: «Ha sete». Evidentemente è anche affamato, ma soprattutto stanco. La donna ci appare subito con la sua personalità vivace, capace di reagire, intraprendente; nota subito la diversità fra lei e Gesù. Gesù è un giudeo, lei una samaritana, ma non ha difficoltà a stare con lui. È orgogliosa della sua religiosità, ma è disposta a dialogare con Gesù. Quando il dialogo si fa più serrato è abile a sviare, perché Gesù la vuole incontrare “cuore a cuore”, vuole la sua disponibilità profonda, mentre la donna svicola ponendo questioni di procedure: «È qui che si deve adorare oppure bisogna adorare a Gerusalemme?». Il fulcro di questa pagina ricchissima, con tanti aspetti che andrebbero approfonditi, è la domanda di Gesù: «Dammi da bere». Con questa espressione Gesù sembra abbattere “storici steccati”. Ad esempio, lo steccato della razza: i samaritani erano giudicati di razza inferiore, spuria, perché risultati dalla mescolanza di sangue ebreo con quello dei coloni pagani importati al tempo della caduta di Samaria (il tempo del primo esilio). Poi, lo steccato di religione: i giudei avevano scomunicato i samaritani, perché avevano costruito nel loro territorio un tempio alternativo a quello di Gerusalemme. Lo steccato del sesso: un giudeo preoccupato dell’etichetta non poteva parlare fuori casa con una donna, nemmeno con sua moglie. Lo steccato del diritto: dicevano i rabbini che chi accettava cibo dai samaritani era peggio di chi mangiava carne di maiale. Gesù, che è seduto sul muretto, abbatte uno dopo l’altro tutti questi muri storici. Si apre il primo spiraglio all’universalità della salvezza: l’acqua viva che è Gesù è destinata a tutti. Tutti sono destinati alla sorgente che è il Messia! Ciò che conta è credere in Gesù, nella sua Parola, nella sua proposta. C’è un progressivo manifestarsi da parte di Gesù e in ugual modo c’è un cammino che fa il credente, di cui è paradigma quello che pian piano percorre la Samaritana. Ecco i passi successivi. La chiusura, quando dice: «Tu che sei giudeo chiedi da bere a me che sono samaritana?». Poi, il dubbio: «Da dove prendi quest’acqua?». Dopo il dubbio, l’apertura, seppure con qualche fraintendimento: «Signore, dammi di quest’acqua così non vengo più ad attingere». La meraviglia: «Vedo che sei un profeta». La fede incerta: «Non sarà per caso che tu sei il Messia?» e finalmente la piena confessione che viene affidata ai samaritani: «Prima siamo rimasti persuasi dal tuo racconto – dicono con la donna – ma adesso crediamo perché noi l’abbiamo incontrato». Di fronte all’enigma di Gesù, la sola natura, le nostre poche risorse, sono incapaci di scorgere in lui la vera identità. Solo l’incontro personale con Gesù, con il cuore aperto allo Spirito, può segnare una vera rinascita, una piena adesione di fede.
È bello anche sottolineare: Gesù chiede per potersi donare. Questo accadrà anche sulla croce, quando Gesù dirà: «Ho sete». Nella passione che lo bruciava di febbre aveva sete dell’ “acqua” della nostra fede, della nostra amicizia, del nostro amore.
Concludo lasciandovi tre immagini che possono suggerirci tante cose durante la settimana: l’immagine dell’anfora, l’immagine del pozzo e l’immagine della sorgente. Tre passaggi diversi. L’anfora, ad un certo punto, viene abbandonata, dimenticata; non c’è più bisogno di andare ad attingere chissà dove. Il pozzo rimane lì; è utile, raccoglie (pensate a quello che sono le Sacre Scritture, i nostri riti, le testimonianze dei santi, ecc.). Ma quello che resta è la sorgente, sempre zampillante, sempre fresca, sempre nuova. È l’acqua viva che Gesù mette in noi, perché a nostra volta diventiamo portatori di acqua viva. Un giorno – un giorno di festa grande – Gesù esclamerà ad alta voce, tra la meraviglia dei presenti: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno» (Gv 7,37-38). Un cristiano con il suo esempio, con il suo amore, con il suo spirito di servizio è sorgente di acqua viva, per la sete di tutti, sete soprattutto di speranza. «Voi farete cose più grandi delle mie!» (cfr. Gv 14,12). Così sia.