Omelia Esequie di suor Maria Caterina

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Sant’Agata Feltria, 28 ottobre 2014

Ap 21, 1-7
Mt 11, 25-30

Cara Suor Caterina, ecco, ora: “una nuova terra e un nuovo cielo… Il mare non c’è più…”! (cfr. Ap 21, 1). È finito il viaggio fra i pericoli, le burrasche, i travagli… Sei arrivata in porto. Il mare, nelle Scritture, è l’elemento oscuro, inquietante; luogo di pericolose tempeste scatenate da forze brutali e implacabili; racchiude abissi abitati da mostri. Ma ora sono annientati. È il momento della nuova creazione. Siamo rapiti nella meraviglia della visione profetica, nel punto culminante dell’Apocalisse. Ecco incedere una sposa adorna per il suo sposo. Se ci sono lacrime, sono di gioia e di commozione, perché le cose di prima, come la morte, il lutto, l’affanno, il lamento, non ci sono più. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»: dice colui che siede sul trono. Sono le prime note della sinfonia del nuovo mondo. Una sposa assetata – con una sete durata per più di 85 anni – finalmente, come la cerva cantata dal Salmo, può saziarsi alla fonte: «A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita» (Ap 21, 6). Il Signore giura che sarà lui in persona a colmare pienamente ogni suo desiderio fino a darsi come suo tutto (“sarò il tuo Dio”) e lei sarà figlia, il tutto per il Padre!
Che cosa può ottenere di più una creatura?
Vedrà cieli nuovi e terra nuova. Vedrà dischiudersi ciò che da sempre è avvolto nel mistero. Vedrà quel volto da tanto cercato e implorato.
Amerà senza alcun imbarazzo o inibizione e in totale libertà; amerà a tal punto che il suo amante potrà finalmente donarsi a lei con la totalità del suo essere; e amerà senza fine, perché è proprio dell’amore non essere mai sazio.
Canterà per la pienezza della gioia; canterà perché è proprio di chi ama oltrepassare la strettoia delle parole e lasciarsi andare alla melodia del cuore.
Sì, carissime sorelle, carissimi amici, vedremo, ameremo, canteremo. È il nostro destino. Dovremmo aiutarci di più a fissare lo sguardo verso la meta, a “cercare le cose di lassù” (cfr. Col 3,1).
Voi, care sorelle, ci aiutate, ci indicate – con la vostra vita – la consistenza del Regno di Dio. Con la scelta audace di una vita povera, casta, obbediente, ci dite che il Signore è il tesoro, la pienezza del cuore, la totale libertà. Danza!
Il giorno della vostra professione religiosa avete indossato il velo, segno di consacrazione e della vostra esclusiva appartenenza al Signore. “Posuisti Domine signum in faciem meam…”, perché il Signore non ammette altro sposo fuorché lui.
Qualche tempo fa sono stato accompagnato per una visita a suor Caterina. Si era aggravata. Distesa sul suo lettino non indossava il velo per ovvi motivi. Ma questa circostanza mi ha indotto a riflettere sul significato della “velatio virginis”. Lasciate che dedichi qualche parola a questo simbolo, il velo.
Il significato del velo è evidente. S. Gertrude si preparava a ricevere il velo con queste parole: “O mio diletto, fammi riposare all’ombra della tua carità… Lì riceverò dalle tue mani il velo della purezza che, grazie alla tua guida, porterò senza ombra di macchia davanti al tribunale della tua gloria…” (Esercizi spirituali, III). Sublime vocazione. La consacrata nella verginità, per essere esclusivamente sposa di Cristo, si sottrae allo sguardo di altri possibili pretendenti e amanti. Vive ritirata dal mondo, nel chiostro per essere sempre sotto lo sguardo di Dio e a lui solo piacere per l’intensità dell’amore. Il velo è, quindi, una specie di clausura nella clausura. Il velo non ha nulla di opprimente, anzi è molto amato dalla monaca e da lei devotamente portato; lo bacia ogni volta che lo mette e lo toglie. Il velo, distogliendola dal divagare con gli occhi, l’aiuta a tenere lo sguardo del cuore più direttamente rivolto a Dio, nella contemplazione del suo volto sempre desiderato e cercato.
Il velo è anche il segno del pudore che la nasconde, in un certo senso, al suo stesso sposo. In questa luce i Padri hanno letto il Cantico dei Cantici: «Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo… Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata» (Cant 4, 1.12). Versetti splendidi! Esprimono ammirazione e commosso stupore dello sposo divino davanti alla promessa sposa tutta raccolta e rivestita di un umile e delicato riserbo. Alla mentalità e alla sensibilità del nostro tempo riesce difficile comprendere questa consuetudine monastica. Appare subito come segno di sottomissione, troppo frainteso nel suo significato originario o troppo strumentalizzato. La monaca vive in modo sublime il mistero nuziale e materno sul piano soprannaturale. Il forte simbolismo del velo indica proprio la generosità e l’intensità con cui la claustrale fa dono di sé a Dio per tutti, rimanendo nascosta per essere di tutti. È come se il Cielo si curvasse su di lei per avvolgerla nell’intimità del cuore di Cristo, a somiglianza della Vergine Maria: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra» (Lc 1,35).
Nella Chiesa antica nel momento in cui il vescovo imponeva alla consacrata il velo sulla testa tutto il popolo che gremiva la chiesa gridava: Amen, amen! Vedeva la propria destinazione nella vocazione della vergine. Il velo può essere visto anche come segno di martirio, perché segno di una vita interamente donata ma, nel contempo, come segno regale perché la vergine è sposa del Re e da lui è coronata, avvolta nel suo manto. Nella tradizione la vergine madre, Maria, è sempre raffigurata col velo, spesso è un velo che scende lungo la sua persona e avvolge il Figlio Gesù e tutti noi suoi figli.
Cara suor Caterina, sei vissuta sulla terra nascosta al mondo ma per essere nel cuore del mondo e portare tutti gli uomini nel cuore di Cristo, unico sposo della Chiesa, dell’umanità redenta a prezzo del suo sangue. Entra nella gioia del tuo Signore. Sarai il motivo del suo incanto e del suo canto: «Ti lodo Padre, signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
 
 

Omelia del funerale di suor Michelina Calisti

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Monastero di Pennabilli, 24 ottobre 2014

Comunichiamo che la nostra amata Suor Michela Calisti, al secolo Angela, è spirata questa mattina alle 10.00 all’età di 100 anni e sei mesi di cui 77 di vita religiosa. Michela, originaria di Maciano (frazione di Pennabilli) è stata un vero dono per tutte noi. La sua presenza, che negli ultimi due anni è stata silenziosa e sorridente, ci ha fatto sperimentare da vicino il senso e la preziosità dell’affidamento, della docilità, dell’amore grato che sorride ad ogni gesto di affetto e di cura. È stata per ciascuna uno spazio di accoglienza mai ritirato, nemmeno in quest’ultimo tratto di strada ove, negli istanti di coscienza, non ha cessato di sorridere, accarezzare, baciare ognuna. È spirata serena, naturalmente, come una lampada che ha dato tutto, fino all’ultima goccia di olio. Eravamo tutte con lei.
La Comunità delle Monache Agostiniane di Pennabilli

Mt 11, 25-30

Cent’anni e sei mesi di vita: quanta sete! Ora ha trovato il suo ristoro.
Stiamo vivendo e partecipando ad un momento di incanto di Gesù; il suo incanto davanti ai piccoli, davanti a suor Michelina: «Ti rendo lode, Padre, perché hai svelato queste cose ai piccoli». Sono i piccoli di cui è pieno il vangelo: gli anawìm, cioè coloro che hanno posto nel Signore ogni loro fiducia, coloro che si aspettano tutto dal Signore. Hanno detto il loro “sì” al Regno di Dio con semplicità. Sconosciuti al mondo, eppure così amati dal Padre e posti ad essere radici nella pianta della Chiesa. A loro è dato di conoscere i misteri del Regno. Il Padre rivela loro cose belle, segrete e inaudite. Dischiude per loro un “sapere” precluso alla superba presunzione di chi si crede sapiente, un sapere di cui sono assetati i saggi di tutti i tempi, “cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (cfr. 1Pt 1,12). La scienza del Padre non è frutto di una ricerca intellettualistica. Sboccia dentro la relazione stessa che Gesù ha con il Padre ed alla quale questi piccoli partecipano. Chi accetta di diventare bambino, cioè figlio, troverà e gusterà il sapore di quel sapere.
Dona, Signore, il tuo riposo. Quando l’amore di Dio può manifestarsi a qualcuno, questi cambia e trasforma la sua vita. Chi si lascia amare da Gesù non è dispensato dal vivere la condizione umana con tutto ciò che essa comporta: pesi, difficoltà, interrogativi, e perfino dispiacere per le imperfezioni nell’amore… Ma quell’anima viene ingaggiata da Cristo per migliorare il mondo. Chi getta in lui la sua àncora scopre che il Signore l’aiuta nella fatica di esistere. Per settantasette anni suor Michelina ha vissuto tra le mura sante del monastero su questa rupe. Ora sente la voce dello Sposo che la chiama alla vita, alla pace, al riposo. Cristo, il buon Pastore, la conduce a verdi pascoli e la fa riposare (cfr. Sal 22), la introduce nel grande Sabato, al compimento della speranza che ha reso bella la sua vita quotidiana. Non è questo uno degli aspetti più stupefacenti della rivelazione? Non è un buon motivo di lode? Ti lodo Signore perché sei mio riposo.

Omelia XXIX Domenica del Tempo ordinario Sante Cresime

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Monteboaggine, 12 ottobre 2014
Sante Cresime

(da registrazione)

Cari ragazzi,
tra poco, con l’imposizione delle mani da parte del vescovo – successore degli apostoli, anello di una catena che arriva fino a Gesù – mediante l’unzione del capo con l’olio profumato e con il sostegno di questa bella assemblea che prega con voi e su di voi, lo Spirito Santo scenderà in un modo speciale su di voi che oggi celebrate la Cresima.
Ma chi è lo Spirito Santo?
Avrete studiato che è la terza divina Persona della Trinità. Noi crediamo in unico Dio unità d’amore di tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: un grande mistero! Lo Spirito di Dio scende su di voi e la sua presenza è così discreta che quasi non lo percepirete – non “sentirete” niente quando vi ungerò la fronte – la sua voce è così delicata che occorre un profondo silenzio per capire il suo sussurro d’amore.
Qualche volta mi è capitato di paragonare lo Spirito Santo ad un bacio. Che cosa c’è di più eloquente di un bacio? Cento milioni di parole non dicono quello che esprime questo gesto quando è autentico. Eppure il bacio è la cosa più silenziosa che c’è, perché non puoi parlare quando baci. Ebbene, il bacio del Signore scende su di voi. Quando tornerete a casa e sentirete ancora il profumo del crisma sulla fronte ricordatevi, siete stati baciati da Dio.
Ritorna la domanda: Che cosa fa lo Spirito Santo in noi? Dio Padre lo pensiamo come creatore dell’universo; quando pensiamo alla seconda divina Persona, il Figlio, pensiamo a colui che si è incarnato: Gesù di Nazaret. E lo Spirito Santo? Propongo di percorrere almeno un tratto della vita di Gesù per vedere che cosa lo Spirito Santo faceva su di lui, sulla sua e nella sua umanità.
Metto a fuoco alcuni passaggi:
Primo episodio: Gesù va al fiume Giordano.
Al fiume Giovanni battezzava. Non si trattava ancora di un sacramento, ma di un gesto penitenziale. La gente scendeva nelle acque del fiume; lui versava l’acqua sul capo dei penitenti mentre si immergevano per la purificazione. Quando arriva Gesù e sta per scendere nel fiume, Giovanni lo ferma: Gesù non ha bisogno di essere purificato (lo riconosce subito come Figlio di Dio). Giovanni si sente indegno di battezzarlo. Gesù con molta severità gli chiede di continuare. Si immerge nelle acque del fiume e si lascia battezzare da Giovanni, ma, in quel momento, accade un fatto straordinario, il più raccontato nel Nuovo Testamento, tanto doveva aver colpito i presenti. Fu come se il cielo si aprisse. L’espressione, che non ha niente a che fare con l’astronomia, è l’esperienza spirituale di una particolare presenza dello Spirito di Dio – come sarà tra poco qui in mezzo a noi -. Mentre il cielo si aprì furono udite queste parole: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Lc 3, 22). L’aggettivo “amato” nel testo sacro fu riferito soltanto ad Isacco, il figlio di Abramo. Ebbene, questa parola viene pronunciata misteriosamente su Gesù che sale dalle acque del suo battesimo. E ancora più stupefacente la terza parola udita in quel momento: “in te ho posto il mio compiacimento”, cioè “tu sei la mia gioia”.
Mentre venivano dette queste parole fu visto lo Spirito Santo sotto forma di colomba; la colomba era una metafora eloquente per gli uomini del tempo che conoscevano bene le Sacre Scritture. Infatti, nel primo versetto della Bibbia è scritto che «lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gen 1, 1). Lo spirito di Dio “covava” il mondo nascente prima dell’esplosione della vita.
Quello che è capitato a Gesù capiterà anche a voi che state per ricevere la Cresima. Lo Spirito di Dio scenderà su di voi come una colata di cielo. Ogni cristiano dovrebbe pensare di essere abitato dallo Spirito di Dio … pensate che dignità! Ecco perché ci battiamo per il rispetto di ogni persona. Lo Spirito di Dio in noi ci fa essere tesoro di Dio. Gesù preciserà: «Date a Cesare quel che è di Cesare…» (cfr. Mt 22, 21); “Dio vuole voi perché voi siete il suo tesoro”.
Secondo episodio: Gesù è spinto nel deserto per essere tentato dal diavolo. Lo Spirito Santo fa con Gesù il gesto dell’allenatore con il suo atleta; gli dice: “Adesso tocca a te!”, lo spinge al combattimento. La vita è anche un combattimento. Lo Spirito Santo mise Gesù nella battaglia… per vincere! Lo Spirito Santo è il divino allenatore che non solo ci spinge nella battaglia, ma ci dà la forza e il coraggio necessari per vincere.
Terzo episodio: lo Spirito Santo conduce Gesù in sinagoga, a Nazaret, il suo villaggio. Viene il momento della lettura. Il rabbi, tirato fuori il rotolo con le Scritture, lo diede a Gesù per leggere. Gli capitò questo versetto di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me e mi ha mandato ad annunciare ai poveri il lieto messaggio, a dare la libertà ai carcerati, a sanare i lebbrosi, a far udire i sordi, a far vedere i ciechi e a proclamare a tutti il grande tempo della misericordia» (cfr. Is 61, 1). Gesù, deposto il rotolo, disse: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4, 21). Gesù aveva capito la sua vocazione, era il Messia. Lo Spirito Santo era l’origine della comprensione della sua vocazione e ne era la forza, ne era il programma, ne era lo slancio. Altrettanto fa lo Spirito Santo in noi. Ci sono persone che hanno intrapreso la vita del matrimonio; insieme all’umana attrattiva, all’amore, la presenza dello Spirito gli ha messo davanti un progetto stupendo: formare una famiglia, costruire una casa, avere un futuro. Ieri ho ascoltato la testimonianza di una suora missionaria che da 28 anni fa servizio nel Malawi, un paese poverissimo dell’Africa, decisa a diventare mamma di chi non ha mamma.
Dunque lo Spirito Santo è la garanzia incancellabile della nostra grande dignità: siamo figli, siamo amati, siamo la gioia di Dio, il suo tesoro. Poi, lo Spirito Santo è forza che ci incita e ci sostiene nel combattimento della vita. Infine, lo Spirito Santo è l’origine di ogni progetto d’amore.

Omelia XXIX Domenica del Tempo ordinario

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Novafeltria, 12 ottobre 2014

Convegno Giovanissimi e Giovani AC

(da registrazione)

 

Cari ragazzi, cari giovani,
da vari mesi sono con voi. Scatto una fotografia della nostra diocesi; considerato che vengo da fuori, può essere sfuocata o non del tutto chiara perché presa da un angolatura non ancora perfetta. Quello che vedo è questo: “La Chiesa Sanmarinese-feretrana ha una lunga e venerabile tradizione: è terra prediletta, abitata da una popolazione tenace, schietta, aperta ai valori spirituali e umani. Fondata da due missionari – Marino e Leone – ha espresso lungo i secoli una geniale inculturazione della fede cristiana. Ne fanno testimonianza la memoria di santi e beati, le comunità monastiche e religiose che l’hanno scelta come ambiente ideale, le pievi che trapuntano il suo territorio, l’ininterrotta trasmissione dei contenuti del Cristianesimo attraverso la famiglia. Sul monte Titano è sorta un’esperienza sorprendente di socialità e di libertà civile, guardata con ammirazione dal consesso delle nazioni: la Repubblica di San Marino, fedele alle sue radici da oltre 1700 anni! Sul monte Feretrum – che dà il nome al territorio adiacente – hanno trovato unità, sotto la guida del vescovo, le popolazioni delle valli attorno divenute talvolta oggetto di contesa dei potenti di turno. Restano testimonianze di pietra (pietre “che pregano”), di preziosi documenti e di arte. Anche il più piccolo borgo, come uno scrigno, custodisce gioielli. Il vescovo Antonio Bergamaschi, mio predecessore, ha iniziato la raccolta e la custodia di alcune di queste testimonianze per preservarle dalla dispersione e valorizzarle maggiormente. Ma la testimonianza più forte è la vitalità di questa diocesi, piccola come entità geografica, ma completa: un corpo con la vivacità delle sue articolazioni. L’ininterrotta catena episcopale (per alcuni anni quella dei vescovi della vicina Rimini), la tiene saldamente ancorata alla Chiesa di Roma, mentre la partenza di tanti missionari per terre lontane l’ha aperta e la apre sul mondo intero (i missionari ad gentes). Attualmente, dopo la nuova configurazione (1977) e la ripresa dei vescovi residenti, ha avuto nuovo slancio, ha riqualificato l’impianto pastorale e rinforzato la formazione di clero e laici: una preziosa eredità lasciata dagli arcivescovi Paolo e Luigi. E’ desiderio di tutti che nulla vada perduto, neppure i frammenti (cfr Gv 6,12): i segni della fede, le tradizioni, le piccole parrocchie, le devozioni… e soprattutto i frutti di santità (oltre ai due santi fondatori, la nostra Chiesa celebra 15 beati). In diocesi operano 53 sacerdoti, 8 diaconi e 22 religiosi. Dal primo incontro ho constatato una curia ben organizzata: cancelleria, vicariato, economato, segreteria; avvalentesi dell’impegno di sacerdoti e di laici. Accanto alla curia è attivo l’Istituto di Sostentamento del Clero e l’Ufficio Comunicazioni sociali. Fanno parte dell’esecutivo del Vescovo gli Uffici pastorali, in servizio per tutta la diocesi. La nostra diocesi è ricca di movimenti, gruppi, associazioni, impegnati per la formazione dei laici, il servizio della carità e l’animazione culturale. Un ruolo particolare riveste, per la sua natura, l’Azione Cattolica. Una delle caratteristiche della nostra diocesi è la presenza della vita consacrata: mani alzate verso il cielo e mani che soccorrono e lavorano (20 le religiose di vita attiva e 49 le Sorelle claustrali). Una radice nascosta vivifica mirabilmente la nostra Chiesa: è l’offerta quotidiana della sofferenza degli ammalati e degli anziani e l’innocenza dei piccoli”.

Questa la fotografia della nostra Chiesa locale di San Marino-Montefeltro. Mi chiedo spesso: “Signore, tu che cosa vuoi da noi? Noi siamo tuoi, abbiamo messo a tua disposizione il nostro cuore, la nostra intelligenza, i nostri piedi, le nostre mani… che cosa ci chiedi?”. Viene fuori l’esigenza di un progetto. Voi siete la parte più giovane della comunità, è giusto che sappiate verso quale direzione vogliamo andare. Quando ero bambino ricordo come papà faceva progetti sulla casa, sul lavoro, sulla famiglia; gli sono grato perché anch’io venivo messo a parte dei progetti e responsabilizzato.
Nella nostra diocesi, avete un posto importantissimo. Per questo vi vogliamo mettere a parte del programma pastorale. L’aggettivo “pastorale” deriva dalla prerogativa di Gesù “buon Pastore”; è lui che ci guida, mentre noi ci proponiamo di essere al suo servizio. Vogliamo costruire insieme il programma pastorale; ci vorrà tempo, ma è la cosa più necessaria, più utile e anche la più bella: è il tentativo di tradurre il battito del cuore di Gesù. Permettete una confidenza: uno dei film che da bambino mi ha fatto pensare alla vocazione era “Marcellino, pane e vino”. Marcellino mette la guancia sulla guancia del crocifisso, il suo cuore sul cuore di Gesù… come se volesse sentire i suoi battiti, e sente l’amore che Gesù ha per tutte le persone. In attesa di capire chiaramente che cosa dobbiamo fare, ci prefiggiamo due obiettivi da seguire. Il primo è conoscere, seguire e valorizzare il calendario liturgico; nell’anno liturgico abbracciamo il mistero del Signore nella sua interezza e nel suo rudimento; cerchiamo di viverlo bene e di farlo vivere sempre più in profondità. Il secondo grande obiettivo, un’invenzione pastorale, ma molto utile e azzeccato, è riscoprire la parrocchia, anche se piccola. Ogni parrocchia è una famiglia di cristiani che si riunisce, una famiglia di famiglie che prende il vangelo sul serio e che ha la fortuna di avere l’Eucaristia (alcune parrocchie questa fortuna non l’hanno, perché molto piccole, però possono andare nella parrocchia vicina o custodirla nella propria chiesa). La vita della parrocchia è cara a tutti: in parrocchia si nasce e si viene battezzati, si cresce e si comincia l’iniziazione cristiana, si fa gruppo, si progetta il matrimonio, si accompagnano i figli e si è accompagnati nell’ultimo tratto dell’esistenza…

Abbiamo davanti a noi due emergenze.
Se chiudete gli occhi e pensate alla parrocchia che cosa vi viene in mente? Un campanile, la chiesa, il prete, le case d’intorno… sembra impossibile possa esistere una parrocchia senza il campanile, la chiesa e il prete, però i preti diventano sempre meno. Questa circostanza, unita ad altre, ci provoca a cercare un “nuovo assetto” della diocesi.
Pensiamo ai primi cristiani; leggiamo il capitolo 16 della Lettera di San Paolo ai Romani. «Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre: ricevetela nel Signore, come si conviene ai credenti, e assistetela in qualunque cosa abbia bisogno; anch’essa infatti ha protetto molti, e anche me stesso. Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù…». E seguono poi i nomi di una infinità di fratelli e sorelle che “lavorano molto” per il Signore e per la comunità. Potremo dire che è una fotografia ante litteram dell’Azione Cattolica. Vengono nominate le persone nella cui casa si radunavano dei cristiani: molte erano coppie di sposi (e questo è molto significativo e bello!). Viene in rilievo la vocazione stupenda dei laici. Avete ricevuto sacramenti che vi fanno “altri Gesù”, allora in questo “nuovo assetto” voi siete i responsabili. Il sacerdote è indispensabile per l’Eucaristia, per la celebrazione del perdono dei peccati, ma le nostre comunità diventano sempre più vive e attive, come vuole il Signore, se spuntano in mezzo a noi carismi, doni e disponibilità al servizio.
L’altra sfida è la grande apostasia che stiamo vivendo, un popolo intero che abbandona la fede.
E noi che cosa possiamo fare? Possiamo far conoscere Gesù, il suo Regno e la sua giustizia. Più che portare Gesù, il nostro primo obiettivo è quello di essere Gesù. Là dove è chiamato a vivere, ognuno di noi è la Chiesa. Pensate alla sfera; tutti i punti della sua superficie, indifferentemente, possono reggerla interamente. Ognuno di voi, cari ragazzi, è la Chiesa. Mi complimento con voi, non mi affanno, perché il Signore conta su di voi ed io so che, all’università, in discoteca, in palestra, ci siete voi. E voi, con me, portate la gioia del Vangelo! Grazie

Omelia XXVIII Domenica del Tempo ordinario

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Convegno delle famiglie a Novafeltria, 12 ottobre 2014
 
 
Is 25, 6-10
Sal 22
Fil 4, 12-14.19-20
Mt 22, 1-14
 
 

È la terza parabola del giudizio (dopo quella dei due figli e quella dei vignaioli omicidi).
Il tragico rifiuto di Gesù da parte dei capi della nazione giudaica apre la strada al nuovo popolo di Dio, a motivo dell’adesione di fede in Gesù.
Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, è tale non più in forza di una determinata appartenenza etnica e politica (cf. Israele storico), ma unicamente per la fede in Gesù e per la “nuova giustizia” che lo manifesta. È perciò un popolo variopinto: giudei e pagani, capi del popolo ed umili artigiani, uomini di prestigio e poveri, aristocrati della virtù e peccatori… piccoli e anziani.
Nella parabola Dio è paragonato ad un re; il tempo messianico ad una festa di nozze per l’erede al trono (i primi cristiani lo identificano con Gesù); la nazione giudaica agli “invitati” per eccellenza.
Ma ecco il dramma: Israele rimane sordo alla chiamata ed oppone un secco rifiuto a Gesù, un rifiuto talmente ruvido che il Padre, sdegnato, punisce severamente la grettezza degli invitati. I pagani e i peccatori diventano, nella nuova economia di salvezza, gli invitati di diritto.
Originariamente la parabola si concludeva qui.
Matteo invece, sollecitato probabilmente da una interpretazione troppo larga e quietista della parabola, serpeggiante fra alcuni cristiani dei primi tempi, ribadisce che non è sufficiente appartenere alla comunità della Chiesa e poi dispensarsi dalle esigenze della “vita nuova” evangelica! Dunque Matteo rielabora la parabola con il particolare della veste nuziale che tutti indossano entrando al banchetto, eccetto uno degli invitati. È vero che la chiamata al banchetto del Regno è gratuita, ma non si pensi che non abbia delle esigenze. Anzi, anche i chiamati devono vivere gioiosamente la “nuova giustizia”. La fede in Gesù è inseparabile dalla nuova esistenza morale che essa comporta. Credere a lui è seguirlo sulla via della croce, è impegno fattivo di testimonianza, è imitazione del maestro che dà la lezione del servo. Questo è l’insegnamento centrale della parabola e della sua appendice.
Dopo aver accolto tale insegnamento suggerisco due esercizi pratici per la settimana che ci aspetta. Il primo esercizio consiste nel porci idealmente ad un incrocio di strada, o in una piazza, o in qualsiasi luogo dove c’è via vai di gente e considerare come ognuna di quelle persone sia personalmente amata dal Signore, candidata alla sua amicizia e affidata alla mia responsabilità.
Il secondo esercizio è simile al primo: considerare come il Signore – il Signore che sente perfino il pianto di un bambino nel deserto – mi ha visto, mi ha amato con amore di predilezione, mi ha fatto suo e mi invia ai miei fratelli («Va’ dai miei fratelli» cf. Gv 20,17).
Questo è l’invito che rivolge a ciascuno. Questo è l’invito che il Signore rivolge ad ogni famiglia, ad ogni famiglia che vuole essere veramente aperta!

Discorso all’ingresso di don Giorgio Bernal Rey a Carpegna

Carpegna, 12 ottobre 2014

Cari amici di Carpegna,
sono lieto di trovarmi con voi questa sera per il succedersi, nella comunità parrocchiale, dei vostri pastori.
A don Pietro Stukus va anzitutto il mio pensiero e il mio ringraziamento: ha svolto fra voi un generoso ministero a favore delle vostre anime.
Dio sa ricompensare in abbondanza d’amore l’opera da lui compiuta. Tutti sentiamo di dovergli tanto ed eleviamo per lui auguri di spirituali consolazioni e grazie.
In successivi incontri mi ha confermato di sentirsi interiormente chiamato ad una vita di più intensa preghiera.
A don Giorgio formulo voti per le attese che precedono la sua venuta, attese da parte del Signore, da parte vostra e mia: attesa di dedizione e di attività, attesa di spiritualità e di intercessione, in collaborazione con tutta la nostra Chiesa particolare.
Che cosa deve fare un pastore?
Prendo ad esempio la giornata di Gesù come ce l’ha descritta l’evangelista Marco, detta la giornata di Cafarnao (cfr. Mc 1, 29-31). Sull’esempio di Gesù il pastore divide la propria giornata nella cura degli ammalati o nell’esercizio delle opere di misericordia adeguate ai tempi, nel raccoglimento della preghiera, in ore opportune, per sé e per i fratelli, nelle esigenze della predicazione e dell’evangelizzazione, soprattutto verso i giovani, i ragazzi, i bambini (i più bisognosi di Parola di Dio, ma anche di prossimità).
«Guai a me se non evangelizzassi», scrive San Paolo (1Cor 9,16). E quale evangelizzazione più efficace di quella di una vita santa, una vita che assomigli sempre più a quella di Gesù povero, casto, obbediente?
L’assillo di un pastore – caro don Giorgio – è quella di “farsi tutto a tutti”; farsi servo di tutti, per guadagnare il maggior numero di fratelli (non a sé, ma al Signore); farsi debole coi deboli, per guadagnare i deboli; farsi piccolo coi piccoli per guadagnare i piccoli; farsi tutto a tutti… (cfr. 1Cor 9, 15-22).
Un pastore d’anime, dopo tutta la sua fatica, non deve attendersi nulla per sé, si considera servo inutile (cfr. Lc 17, 10). Un pastore non può agire che per Dio, Dio solo potrà soddisfarlo, e Dio solo dovrà essere il suo premio.
Questo il dovere di un pastore. E i fedeli che cosa devono fare?
I fedeli devono mettere ogni impegno per formarsi e vivere in comunità, in comunità compatta, ben connessa, ben articolata (cfr. Ef 4, 16), con la disponibilità ad offrirsi secondo le necessità in attività catechistiche (non solo per l’iniziazione cristiana, ma anche per la maturità cristiana dei giovani e la perseveranza degli adulti), attività liturgica (ministri istituiti, canto e animazione dell’assemblea, dedizione alla propria chiesa e agli ambienti parrocchiali, ministri straordinari dell’Eucaristia), attività caritativa (cura dei poveri, degli ammalati, degli anziani, dei bisognosi, ecc.), attività apostolica (gruppi adulti, giovani, giovanissimi, ragazzi…), attività di orientamento e di pratica del senso critico sul mondo che ci circonda con formazione permanente nello spirito della Dottrina sociale della Chiesa, per un giudizio sul momento presente. Il tutto in comunicazione e in comunione con l’intera diocesi e col Vescovo.
I fedeli di una comunità devono animarsi ed esprimersi con spirito di evangelizzazione e di missionarietà, e di farsi a loro volta tutto a tutti, per guadagnare tutti, con le risorse indispensabili dell’amore e della preghiera, del rispetto dell’uomo, della sua dignità e dei suoi diritti.
Vorrei a questo punto richiamare il dovere di una comunità di non dimenticarsi delle vocazioni e del seminario, dell’apertura alle missioni.
Una comunità ecclesiale è una comunità cattolica – che si vuole cattolica! – e che si fa carico dei problemi della Chiesa e dell’umanità.
Infine è una comunità di fedeli che deve additare l’eternità e le sue prospettive e testimoniare la ricerca della “città futura”, di essere, quindi, segno di speranza con un comportamento di distacco e di gioia in questo mondo. Speranza e gioia di cui gli uomini sono assetati.

Caro don Giorgio, il tuo vescovo è qui con te; ti accompagna; pensalo vicino in ogni tua necessità o preoccupazione. Lui ti vuole soprattutto impegnato nell’assomigliare a Gesù: è a lui che hai ceduto il tuo cuore, la tua mente, le tue braccia, le tue mani…
Sei una sua presenza! Non ci siano gesti, parole, atteggiamenti che contraddicano il tuo vero essere. Sempre come Gesù servo: ieri vicario parrocchiale a Mercatino Conca – oggi amministratore parrocchiale qui in Carpegna – domani dove il Signore ti vorrà.

Cari parrocchiani, accogliete don Giorgio a cuore aperto. Fategli dono della vostra unità. La Chiesa e, nella Chiesa, la vostra parrocchia è ricca di carismi. I carismi sono dati per l’utilità comune e non per le divisioni. Ognuno sappia stare al proprio posto con fede, mai per mettersi in mostra o per protagonismo. Coltivate pensieri di collaborazione e di accoglienza.
In conclusione: ecco la missione di un pastore per la sua comunità; ed ecco la missione dei fedeli con il loro pastore, per la propria comunità.
La tua giovane età ti induca ad ascoltare più che a parlare, a confrontarti prima di ogni decisione importante con i confratelli, con i superiori e con il vescovo (“nihil sine episcopo”).
La tua giovane età non impedisca ai parrocchiani di trattarti col rispetto che si deve ad un ministro del Signore.

XXVIII Domenica del Tempo ordinario Sante Cresime

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Montegiardino, 12 ottobre 2014

Is 25, 6-10
Sal 22
Fil 4, 12-14.19-20
Mt 22, 1-14

Cari amici, cari genitori,
questi ragazzi hanno terminato il percorso dell’iniziazione cristiana; sono adulti nella fede. Un grande maestro della Chiesa antica ci ha lasciato questa testimonianza: vedeva i cristiani che uscivano dalla chiesa come leoni con lingue di fuoco – “tamquam leones ignes spirantes” – per incendiare d’amore la città. Forse Leone Magno – così si chiamava quel maestro – aveva letto una pagina stupenda della Bibbia, quella del giovane Sansone che, per sconfiggere i Filistei, nemici di Israele, catturò trecento volpi; poi prese delle torce, le legò alle code delle volpi, le accese e le mandò nei campi di grano dei Filistei. La Bibbia dice che ci fu un grande incendio che si estese anche oltre i campi di grano (cfr. Giud 15, 4-6).

Ricevendo la Cresima, voi ragazzi diventerete come le nostre volpi lanciate alla conquista, una conquista di amore, di bontà. Voi direte: “Ma io sono solo un ragazzo, solo una ragazzina, che cosa posso fare?”. Invece noi vediamo e crediamo che la potenza del Signore scende su di voi (è per questo che oggi facciamo tanta festa per voi). Tra poco il Vescovo stenderà le mani su di voi come facevano gli apostoli; il Vescovo è un successore degli apostoli. Se siete uniti al Vescovo, siete uniti agli apostoli; se siete uniti agli apostoli, siete uniti a Gesù. Se uno pensa di essere cristiano benché disunito dal Vescovo è disunito dagli apostoli e quindi da Gesù. Come nel cenacolo il Vescovo invocherà la potenza dello Spirito Santo perché discenda su di voi. Poi, profumerà la vostra fronte con il Crisma, simbolo dello Spirito invisibile e impalpabile. La sua fragranza tuttavia colmerà di ebbrezza questo luogo e soprattutto le vostre persone.

Vorrei fermarmi su una parola del Vangelo di oggi. Racconta di un re che ha una grande sala e non tollera sia vuota; non gli piace far festa da solo. Invita delle persone, ma si rifiutano, che peccato!… Verrebbe da dire “peggio per loro”, ma lui non si rassegna e manda i suoi servi a cercare gente per la sua festa. Manda noi, manda voi cresimati agli incroci delle strade, fra la gente. Immaginate di stare ad una rotonda nella strada che sale verso Montegiardino, oppure di sedervi in un angolo di una piazza su in città, a San Marino. Vedrete l’andirivieni delle persone: anziani che passeggiano, ragazzine “a cui piace di piacere”, ragazzi in moto fermi al semaforo pronti a partire, alcune signore che vanno a fare la spesa, una mamma con il suo bimbo nella carrozzella, qualche studente con i libri sotto il braccio, un parroco… Tutta quella gente è amata, tutti sono candidati alla festa di nozze. Per quanto mi riguarda, vorrei estirpare dal mio linguaggio la parola “lontani”, per indicare quelli che non vengono in chiesa, quelli che non praticano, quelli che hanno altra convinzione. Vorrei strappare questa espressione perché, dicendola, sembra che io sia un vicino e loro i lontani, mentre solo Dio sa chi è vicino e chi è lontano. E poi, come posso considerare “lontana” una creatura per cui il Signore ha dato la vita, una persona per cui il Signore prepara questa grande sala per far festa? Quando mi capita di andare in grandi assembramenti mi sorprendo a pensare che ognuna di quelle persone è unica, speciale, amata da Dio… che cosa posso fare per loro? Non grandi cose, ma posso offrire un sorriso, un’attenzione; posso non sottrarmi ad un atto d’amore richiesto. Anch’io sono “uno della folla” che attraversa la piazza, percorre la strada, scivola via veloce per i suoi affari. Anche le mie giornate sono concitate e la mia agenda fitta di impegni. Il Signore mi chiede un appuntamento. Che cosa rispondo al suo invito? E voi? Abbiamo spazio per lui? Oppure siamo così ripiegati su noi stessi da non accorgerci di chi ci passa accanto?

Grazie Signore, perché ci inviti nella sala grande e bella delle nozze. É questa bellissima chiesa, ornata di fiori, tutta pulita e in ordine…È così perché siamo attesi ogni domenica. D’ora in poi verremo non per un obbligo (non si va ad una festa per obbligo!), ma perché sappiamo che ci sarà un incontro speciale. Ciò che fa bella la Messa è la certezza che in essa incontriamo la persona viva di Gesù. Veniamo per amore, con gioia!

XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Sante Cresime

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Pietracuta, 5 ottobre 2014
Is 5,1-7
Sal 79
Fil 4,6-9
Mt 21,33-43

(da registrazione)

Compiendo su di noi il segno della croce e dicendo “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” abbiamo iniziato la Santa Messa nel modo più semplice ma anche più ricco possibile. Abbiamo sintetizzato l’essenziale della nostra fede: noi crediamo che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Mentre eseguiamo questo gesto è come se Dio Trinità Santa ci avvolgesse, ci stringesse forte nel suo seno.
A volte si sente dire che i cristiani, i musulmani, gli ebrei hanno, in fondo, lo stesso Dio… Sì, Dio è uno, e uno solo e, chi lo nomina, nomina l’Altissimo; ma noi sappiamo che Dio, come ce l’ha presentato Gesù Cristo, è qualcosa di straordinariamente unico e originale. Dio è comunione: un Dio solo (non siamo politeisti!), ma in tre Persone, un grande mistero.
Invito ad immaginare un’intervista al Padre. Alla domanda: “Chi sei?”, sorprendentemente risponde: “Io non sono, sono vuoto di me; sono tutto rovesciato verso il «tu» che mi sta di fronte, quello che voi chiamate il Figlio”. Chiediamo la stessa cosa al Figlio e lui risponde: “Io non vivo per me, sono rivolto in uno slancio d’amore verso il «tu» che mi sta di fronte che voi chiamate il Padre” e lo Spirito Santo dice altrettanto: “Io non vivo per me, vivo per il Padre e il Figlio”. Il fatto che lo Spirito sia inimmaginabile, invisibile, sta a dire la trascendenza della divinità. Usiamo delle metafore, delle similitudini per parlare di lui, perché è necessario avere codice per raccontare. Gli antichi avevano inventato anche una formula; dicevano che ciascuna delle tre divine Persone non ha l’inseitas. Le tre divine Persone vivono una per l’altra, trovano la loro consistenza, l’inseitas, nella relazione. È il grande mistero dell’unità nella diversità delle tre divine Persone. Ebbene il Signore vuole introdurre anche noi in quella vita trinitaria. La vigna di cui abbiamo sentito il canto nelle letture è il grembo della Trinità santa.
Dopo aver visto i tramonti nel Montefeltro ho un’altra immagine per raffigurarmi la Trinità. Un giorno ero sulla rupe di Pennabilli all’ora del tramonto e ho visto il disco solare che, dopo il temporale, stava per scendere giù nell’orizzonte; è sparito pian piano, finché non l’ho più visto, ma i suoi raggi, sparati nel cielo, nel contrasto con le nubi, erano luminosissimi. Poi mi sono guardato le mani e le ho viste rossastre. Questa è una bella metafora della Trinità: il Padre, che è la prima Persona della Trinità (per questo lo chiamiamo Padre) – come il disco solare – si spegne nel «tu» che gli sta di fronte e il suo «tu» (che noi chiamiamo il Figlio) è lo splendore della sua gloria, della sua luce – i raggi sparati nel cielo – ed io mi sentivo avvolto da un’aura che mi colorava e trasfigurava (la terza divina Persona, lo Spirito Santo). Mi sento parte di questo mistero. Allora ho guardato il Padre – l’ho guardato con la fede – e gli ho detto: «Tu sei l’amante, colui che ama»; Dio non è altro che amore. Il Verbo, splendore del Padre, il riflesso della sua bellezza (quello che noi chiamiamo il Figlio), è l’amato; in lui noi siamo; siamo una cosa sola con lui, quindi amati dal Padre con lo stesso amore col quale ama il Figlio. Lo Spirito Santo è il bacio. Tra poco la vostra chiesa di Pietracuta diventerà un cenacolo dove la Trinità santa vi avvolgerà e il Padre e il Figlio imprimeranno sulla vostra fronte il Bacio. Vorrei che vi svegliaste domattina con questo pensiero: “A svegliarmi è la forza di questo Bacio; l’amore di Dio mi renderà capace di affrontare nuove sfide”. C’è una sorta di alchimia: il corpo cambia, si trasforma e cresce, si va forgiando il vostro io. Succede di assaporare la bellezza di essere liberi: la libertà “da”; volete emanciparvi. Guai se non ci fosse questa tensione centrifuga, ma scoprirete, per la forza di quel Bacio, che è lo Spirito Santo su di voi, che c’è una libertà “per” che vi porta ad impegnare tutta la vostra persona, liberamente, per un progetto di vita. Penso alla preziosità dello studio che vi impegna, alla vita di famiglia e di parrocchia che vi aspetta. Vi ricordo l’appuntamento della Messa domenicale: sceglierla! Non si è liberi perché si fa quello che si vuole, la libertà è volere quello che si fa.
Vi auguro di saper accogliere in voi la potenza dello Spirito Santo che vi conferirò compiendo alcuni gesti; con l’imposizione delle mani invocherò la discesa dello Spirito. Con la fede vedremo come una colata di lava che scenderà dal cielo e vi avvolgerà. Poi prenderò il profumo del crisma (profumo per indicare lo Spirito che non si vede ma riempie con la sua fragranza tutta la vostra persona). Vi darò infine un piccolo schiaffo (una carezza!) per dirvi che ora siete adulti, è finito il percorso dell’iniziazione cristiana; adesso andate! Andate come le volpi che Sansone aveva catturato per sconfiggere i Filistei. Fece così: prese delle torce, le legò alle code delle volpi, le accese e le mandò ad incendiare i campi di orzo e di grano dei Filistei che furono sconfitti. Voi siete le nostre volpi… finita l’iniziazione cristiana, andate ad incendiare il mondo… d’amore! Siete adulti missionari.

Insediamento dei Capitani Reggenti

Basilica di San Marino,

1 Ottobre 2014

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

 

Signori Capitani Reggenti, Segretari di Stato, Mons. Nunzio apostolico e Signori Ambasciatori, dignitari, collaboratori, vorrei tutti abbracciare con l’unica e più bella qualifica di fratelli e sorelle.

Abbiamo preso posto in Basilica attorno all’altare, in sostanza attorno ad una tavola. E subito siamo investiti da una profezia, quasi l’overture di una sinfonia, “la sinfonia del nuovo mondo”; qui c’è un bozzetto dell’umanità futura secondo il disegno di Dio: la famiglia dei figli di Dio riunita.

Permettete una confidenza; sei mesi fa fu la mia prima volta a presiedere questa liturgia.

Avevo preparato un breve commento alle letture bibliche (rigorosamente pertinente al testo sacro), ma elaborato a tavolino. Non avevo messo in conto quello che avrei visto e chi avrei incontrato: in Basilica erano presenti cinquanta ambasciatori provenienti da altrettanti paesi, dall’Europa e dagli altri continenti. Non ero preparato ad un simile spettacolo. Ed ogni sei mesi questa liturgia si ripete con immutata solennità; un rito antico e sempre nuovo, austero e festoso allo stesso tempo.

In questa circostanza torna a risuonare un appello in favore della fratellanza universale, appello a costruire ponti fra i popoli, fra cuori e cuori.

Il cammino è arduo, realisticamente. Eppure succede – ecco! – culture, interessi, convinzioni, progetti si incontrano. Il destino – o meglio, la Provvidenza – vuole che sia questa antica e piccola repubblica ad essere ospite e attore dell’evento.

La comunità cristiana sammarinese-feretrana si sente assai in sintonia con tutto questo. Il Concilio Vaticano II le ha ricordato la sua vocazione ad essere segno e strumento (“sacramento”) di unità per il genere umano (degli uomini fra loro e degli uomini con Dio). La Chiesa è a servizio di questo sogno. Ammaestrata dal suo Signore non pensa a sé, ma pensa se stessa per il mondo, mandata a radunare i dispersi figli di Dio in unità (cfr. Gv 11, 52) e a far sì che nessuno di questi piccoli vada perduto (cfr. Mt 18, 14). La missione a cui è chiamata non è altro che un atto di amicizia (non proselitismo). Il mio augurio è che ognuno si senta a suo agio attorno a questo altare, convivialità delle differenze (secondo una formula suggestiva). Sì, l’altare è tavola ed è anche ara. Sedersi qui attorno comporta fare spazio, far accomodare l’altro, cedere il passo; non solo per buona educazione e cortesia, ma per ascesi, liberazione da se stessi, dai propri interessi. L’ara richiama il sacrificio, il dono di sé. Qui abbiamo la rappresentazione – mistero della fede – di quanto ha detto Gesù: non c’è amore più grande di chi dà la vita (cfr. Gv 15,13). Nel cuore di questa liturgia sentirete risuonare nel silenzio le parole di chi si è fatto radicalmente dono di sé: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo… Prendete e bevete, questo è il mio sangue versato per voi» – dice Gesù!

Penso che ogni persona impegnata nel proprio paese per la coesione e per il bene comune riconosca che il perno su cui tutto si regge è questa misura alta della moralità (etica) basata sull’amore: fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi. La “regola d’oro”.

Festa dei Santi Cosma e Damiano

S.E. Mons. Andrea Turazzi

Lunano, 26 settembre 2014

 

Mt 10, 28-33

Nel giorno in cui ricordiamo i nostri patroni Cosma e Damiano ritorna la parola di Gesù: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo… chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio». Testi e detti di Gesù che costituiscono un invito pressante di annunciare il Vangelo senza paura. Certo, la prospettiva del martirio fa paura: ci sta! Ma anche il semplice “rispetto umano” ci può ammutolire. Come la paura di apparire “retrò” e di essere canzonati da chi si ritiene moderno. Se non abbiamo queste paure, riconosciamo che si può restare muti per avvilimento: “Tanto quel che dico non conta niente! A che pro!!!” Se sapessimo il cammino che anche solo una parola può fare in un cuore! Anche Isaia, il profeta, fa l’esperienza del “blocco” davanti alla missione ricevuta di annunciare. Ad Isaia faceva problema la coscienza del suo peccato: «Ahimè, Signore, sono uomo da labbra impure» (cfr. Is 6, 5). Quando ci metteremo ad annunciare se aspettiamo ad essere puri come angeli? Non verrà il serafino a purificare le nostre labbra, ma una voce grida dal profondo del nostro cuore e l’incalza: “Che ne è del tuo Battesimo? Che te ne fai della Cresima che hai ricevuto? E dell’Eucaristia?”. Questi doni non sono sufficienti a togliere la paura per annunciare il Signore? Gesù proclama: «Io ho parlato apertamente al mondo… E nulla ho detto in segreto» (Gv 18,20).

San Giovanni Crisostomo dà una simpatica interpretazione di questo versetto. Egli vede la predicazione di Gesù come un sussurrare all’orecchio della gente dei piccoli villaggi di Palestina, perché poi a tutto il mondo arrivi il grido dei discepoli! E questi testimoni avranno la missione appunto di gridare dai tetti, cioè “in tutta sicurezza e libertà” (cfr At 28, 31). “L’amplificazione sonora” del Vangelo è adempimento della promessa di Gesù stesso: “Voi farete cose più grandi di me” (Gv 14, 12).

Giovanni Paolo II ci ha ripetuto molte volte con forza: “Non abbiate paura!”. No, non temiamo di annunciare Gesù; non rinchiudiamo nel segreto la nostra fede; sfidiamo la società che vorrebbe relegare la fede nel privato. La nostra fede è luce per il mondo… Ed una luce, pur piccola che sia, si vede da lontano.