Pellegrinaggio in Terra Santa – quinto giorno

28 settembre 2019

Betlemme. Intoniamo canti natalizi… con 34 gradi e col sole a picco. C’è da fare una lunga coda per scendere alla grotta della Natività: un serpentone multicolore, plurilingue, multireligioso. Nel luogo dell’umiltà incarnata c’è chi fa il furbo: scavalca, urta, sgomita. Nonostante i buoni propositi ci si inquieta. Effettivamente l’arroganza suscita indignazione. Cerchiamo di mantenere la calma. C’è chi sa vedere il positivo: «Guarda quanti sono attirati da Gesù». In verità, tra i pellegrini si sono infiltrati turisti, cristiani per caso e scatenati fotografi. Abbiamo l’auricolare, strumento indispensabile per questi giorni e soprattutto qui per ascoltare le spiegazioni di Alessandra, la nostra guida. Passa più di un’ora quando finalmente si comincia a fare qualche passo. Tentiamo di mantenere il raccoglimento e di fare argine alla superficialità che ci sembra di cogliere attorno. Sussurriamo il Rosario meditando i misteri gaudiosi. Ci riconciliamo con la folla. Ci sembra una metafora della Chiesa di oggi. Ormai siamo a pochi passi dalla grotta. Scendiamo la scaletta. Sotto un altare una grande stella d’argento a quattordici punte incorona il luogo della nascita di Gesù, secondo l’antica tradizione. Stare in fila tanto tempo ci ha aiutato a focalizzare bene quanto ognuno ha da dire e da chiedere al Signore. Il tempo è pochissimo: una genuflessione, un bacio o una carezza sulla stella. Strano: gli uomini della sicurezza ci consentono di fare un altro canto natalizio.
Ripensando al nostro atteggiamento prima e durante la sosta a questo luogo, ci sembra d’aver creato “una bolla di preghiera” contagiosa per chi ci sta attorno. Non usciamo dalla porticina come avevamo fatto all’ingresso. Quella porticina viene chiamata “dell’umiltà”: per oltrepassarla ci si deve piegare e alleggerire dal proprio orgoglio. Solo così si arriva al Signore. Passiamo alla Grotta del Latte, un luogo mariano. A dispetto della confusione di prima, troviamo un’oasi di assoluto silenzio. C’è una comunità di monache che ci offre ospitalità eucaristica: un’ampia cappella con l’Eucaristia esposta per l’adorazione. Molti di noi prolungano il silenzio adorante e su cartoncini scrivono richieste di preghiera da affidare a quelle sante donne. Al campo di pastori, più sotto, si narra un simpatico racconto. I pastori vanno dal Bambino Gesù con i loro doni. Solo uno non ce la fa ad arrivare: è anziano e un po’ sbadato. Giuseppe, avvertito da un angelo, prepara la cavalcatura per la fuga. Maria ha in braccio il bambino. A questo punto – son tutti pronti per partire – il bambino strilla. Che cos’ha? Neppure le carezze della più dolce delle mamme riescono a placarlo. Non si può partire. Il bambino piange. Arriva il ritardatario, l’ultimo dei pastori sotto il carico del suo dono, ma soprattutto dei suoi anni. A quel punto il bambino non piange più. È arrivato l’ultimo. Non c’è più motivo di indugiare.
La giornata si conclude ad Ain Karen, il villaggio dove Maria incontra Elisabetta e dove nascerà Giovanni Battista. Preghiamo il Benedictus e il Magnificat. Il luogo è verdissimo e pieno di fiori. Tutto ci parla di affettuose cronache familiari che assurgono, però, a tappe importanti della storia della salvezza. Si respira la spiritualità degli anawìm, i piccoli che tutto si aspettano, fiduciosi, da Dio. È quell’Israele pronto ormai ad accogliere il Messia: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Giuseppe e Maria di Nazaret.
Fa un certo effetto e rende pensosi la fine tragica del Precursore.
Rientriamo a Betlemme, ancora una volta dobbiamo varcare il grande muro, passare il check point, aspettare in silenzio i controlli dei militari armati di mitra. Preghiamo ancora una volta per la pace.

Pellegrinaggio in Terra Santa – quarto giorno

27 settembre 2019

Camminiamo sui passi di Gesù dalla Galilea alla Giudea. Attraversiamo la Samaria. Facciamo memoria della donna samaritana che al pozzo di Giacobbe ha la fortuna di incontrare Gesù. Fa parte di coloro «che non adorano a Gerusalemme», ma verso i quali Gesù ha una particolare considerazione. Lungo il viaggio – si attraversano luoghi deserti – c’è il tempo per un excursus sulla storia di Israele. La chiamiamo ormai “storia della salvezza”, perché in essa Dio, non solo scrive dritto su righe storte, ma fa convergere tutto al Messia Salvatore. Arriviamo al luogo dove Giovanni battezzava. Sappiamo che tante esperienze religiose vedono nell’acqua un simbolo di vita e di purificazione. Il Battista ne ha fatto il segno della preparazione necessaria alla venuta del Messia, ma ha annunciato un battesimo di fuoco nello Spirito. Sarà il battesimo di Gesù. Ed è quello che vogliamo rinnovare, memori del giorno in cui, ancora bambini, abbiamo goduto di questo dono. Il luogo in cui ci fermiamo è in prossimità di Gerico, località caldissima. Ci sono mosche che, nonostante il vento che soffia rovente, ci girano sulla faccia, si fermano sul naso e… guai ai calvi! Gli uomini, infatti, si son tolti il cappellino-distintivo perché è iniziato il rito. Con solennità rinnoviamo le promesse battesimali. Non ci viene taciuta la «porta stretta» per cui occorre passare per essere discepoli. È giunto il momento tanto atteso. Lasciamo l’ombra sotto il gazebo e ci incamminiamo giù verso la riva del Giordano. Sorpresa: lo spazio è occupato da un gruppo di entusiasti sudafricani. Uno dopo l’altro scendono nell’acqua fangosa del Giordano per immergersi. Qualcuno vi rimane a lungo in preghiera estatica. Noi ci accontentiamo di attingere un catino e, con una conchiglia, ci lasciamo bagnare il capo. Nel rito ci sentiamo rituffati in Dio Padre, Figlio, Spirito Santo. Ricordiamo le parole che – secondo i Vangeli – sono risuonate qui, fra queste dune, su questo corso d’acqua: «Tu sei figlio mio, l’amato, sorgente della mia gioia». Parole dedicate al Figlio Gesù e a ciascuno di noi, figlio nel Figlio.
Ripartiamo. Destinazione Qumran. Chi legge questa cronaca probabilmente ha sentito parlare di questo sito, dove viveva la comunità degli Esseni, personaggi del III secolo a. C. in fervorosa attesa della battaglia finale fra i figli della luce e i figli delle tenebre. Naturalmente pensavano di essere loro i figli della luce. Conducevano una vita austera, casta, ritirata dal mondo verso il quale nutrivano un certo risentimento. Custodivano e trascrivevano i Sacri Testi. Dopo la loro fine se ne perderà la memoria e il deserto farà il resto. Solo nel 1947 la scoperta: le grotte in cui gli Esseni si rifugiavano custodiscono preziosi e antichissimi rotoli del Sacro Libro. Forse è la più importante scoperta dell’archeologia contemporanea. Si tratta di pergamene risalenti al II-III secolo a. C. La Bibbia, come oggi la leggiamo, è identica a quella ritrovata a Qumran! Guardiamo l’imboccatura di quelle grotte come alle porte dei nostri tabernacoli: lì dentro è stata custodita per oltre duemila anni la Parola che si è fatta inchiostro e scrittura, prima di farsi carne. Dio è giunto a noi anche così!
La località di Qumran è ad appena qualche chilometro dal mar Morto. Acque salatissime, ma benefiche. Molti dei nostri pellegrini si sono attrezzati: dallo zaino estraggono costume, ciabatte e asciugamano e si tuffano. Per le caratteristiche dell’acqua, anche Raffaele, che non sa nuotare, può distendersi beato e galleggiare.
Solo un accenno: a Gerico rileggiamo il racconto evangelico di Zaccheo che sale sul sicomoro per vedere Gesù, essendo piccolo di statura. I macianesi pensano immediatamente a don Lazzaro, il loro amato parroco emerito. Ancora a Gerico l’altro racconto: la guarigione del cieco che, gettato il mantello, si mette a seguire Gesù. È l’ultimo episodio prima della Passione. Il cammino si fa più serrato.
Ci prepariamo ad uno dei momenti più emozionanti. L’autista riesce a penetrare nel deserto di Giuda. Non c’è sabbia, ma dune di arido terriccio e sassi. Ad un certo punto si procede a piedi per un sentiero stretto ed esposto che s’arrampica tra le dune. In un piccolo spazio prospiciente una valle profonda celebriamo la Messa. È un momento altissimo. Riascoltiamo le parole del profeta: «Ti condurrò nel deserto, parlerò al tuo cuore… Ti fidanzerò nell’amore e nella fedeltà… ». Le parole invitano Israele a ripensare il tempo della prova e del fiducioso abbandono: spiritualità dell’esodo, paradigma per la nostra vita di fede.
Comprendiamo il contesto e il significato delle tentazioni subite da Gesù (abbiamo non lontano il monte delle tentazioni). Anche a noi, nella traversata del deserto della vita, come ad Israele siamo in balia della fame e della sete, con i nostri sogni di gloria e le nostre disillusioni: «Se non mi arrangio io, chi altri pensa a me?». Gesù ha superato la tentazione: si è fidato del Padre.
Scendiamo al pullman e non possiamo evitare i beduini che ci assalgono con le loro mercanzie. E via verso Bethleem.

Pellegrinaggio in Terra Santa – terzo giorno

26 settembre 2019

Tutta la giornata attorno ad un lago (i Vangeli talvolta lo chiamano mare)… Qui Gesù di Nazaret ha trascorso gran parte della vita pubblica. Lo inseguiamo: dal monte delle Beatitudini a Tabgha, luogo della moltiplicazione dei pani e del primato di Pietro; da Cafarnao, base missionaria di Gesù, a Magdala, la città della discepola, la Maddalena.
Per molti di noi è la prima volta e ci diventa più facile collocare gli episodi evangelici nel tempo e nello spazio; appaiono più comprensibili anche le parabole sullo sfondo della collina, della strada o del campo. Apprezziamo il contributo dell’archeologia che ha portato alla luce case, sinagoghe, macine da mulino, pavimenti: strati di altrettanti vissuti. Desta devozione immaginare dove, “probabilmente”, Gesù ha compiuto quel miracolo, ha pronunciato quel discorso, ha incontrato questo o quel personaggio. Fanno da sfondo alla vicenda di Gesù quell’orizzonte con i contorni delle case, le onde del lago, le colline, le sorgenti che dai tempi di Gesù non smettono di zampillare.
Daniela evoca un tema importante: quello del Gesù storico. Più nessuno, oggi, sostiene posizioni ottocentesche sull’argomento. Sono tante e tali le testimonianze che l’interrogativo sull’esistenza storica di Gesù è decisamente superato. La questione, semmai, è ad altre profondità: comprendere lo spessore dell’incarnazione. Davanti a questo mistero si ammutolisce. C’è chi ha pensato potesse bastare il messaggio di Gesù, l’ideale, e fare a meno della sua persona. Gesù della fede è dentro la storia: per questo oggi ci è venuto da accarezzare una pietra, di bere ad una sorgente, di toglierci le scarpe e bagnare i piedi nel lago… Vorremmo sapere tutto di Gesù; ogni dettaglio è uno squarcio sul mistero della sua persona. È vivo! Ci viene ricordato – è una frase che ci sta diventando cara – «tutto ciò che fu visibile del nostro Redentore è passato nei segni sacramentali» (Leone Magno). È un passaggio non subito compreso, ma si fa strada nella celebrazione eucaristica: oggi nella chiesa moderna, eretta accanto agli scavi dell’antica Magdala. L’altare è a forma di barca. Dietro l’altare un’ampia piscina riproduce il lago e la trasparenza della vetrata permette di vedere le alture del Golan, terra contesa. Una grande scritta campeggia sull’altare: «Duc in altum». Sono le parole di Gesù a Pietro: «Prendi il largo». Poco varrebbe lo scenario, poco varrebbe rileggere quella pagina di Vangelo, se Gesù non venisse, fatto pane, sulla barca della nostra vita. Meno male che c’è l’Eucaristia!

Pellegrinaggio in Terra Santa – secondo giorno

25 settembre 2019

Su Nazaret – araba in gran parte – scende il canto-preghiera dai minareti dialoganti tra loro.  Misterioso e suggestivo. Il sole ci accompagnerà con la sua luce accecante per tutta la giornata. Siamo in Oriente, la terra delle grandi religioni. Per noi tutta la giornata è illuminata da un’altra luce: quella di Dio che, “stanco” dei tanti tentativi dell’uomo di raggiungerlo, scende, si fa vicino, si fa bambino nel grembo di una fanciulla di questa cittadina, allora un villaggio di 150 persone, sì o no. Qui si impara immediatamente che la mistica autentica non è fuga dalla realtà. Ce lo ricordano il gallo dei vicini che ci sveglia alle prime luci del giorno, i ragazzi che affrontano allegramente la scuola, correndo e giocando per le stradine, il mercato pieno di odori, di colori, di sapori e di ceste che tracimano di frutti e verdure. Ma soprattutto ci richiama alla concretezza la memoria della vita che qui Maria, Giuseppe e Gesù (bambino, adolescente, giovane) hanno trascorso giorno dopo giorno, come tutta la gente del villaggio. I trenta anni di vita nazaretana del Messia ci raccomandano la preziosità del quotidiano: relazioni, famiglia, lavoro… Sulla casa di Nazaret non c’è svolazzo di angeli, ci fu appena nell’annunciazione e nei sogni di Giuseppe. La Santa Famiglia ha i piedi ben piantati per terra.
Poco distante da Nazaret sorge il villaggio di Cana. Tutti sanno del miracolo che vi accadde e della gioia degli sposini salvati in extremis dall’intervento di Gesù per intercessione di Maria. Qui i nostri pellegrini rinnovano con evidente commozione le promesse del loro matrimonio: rinnovata presa di coscienza del reciproco appartenersi e della missione coniugale. C’è un dipinto alle pareti della cappella; mette in evidenza le sei giare vuote. Sì, perché l’amore è a rischio, ma la Madonna, che vede la situazione, non ci sta che dal “più” si scenda al “meno”: calo di interesse, stanchezze, delusioni, ecc.
Si torna da Cana certi che le giare sono di nuovo strapiene e… di buon vino!
Si sale al Tabor, la montagna identificata come il luogo della trasfigurazione. Dopo la visita e le spiegazioni c’è il tempo per piantare le “tre tende”. Effettivamente, come Pietro, anche noi non riusciamo a trattenere la meraviglia: «E’ bello per noi stare qui», ma la voce perentoriamente invita a scendere a valle, nella concretezza, dove la vita ci dà appuntamento. Torniamo a Nazaret, alla casa della Vergine e alla casa di Giuseppe: rinnoviamo il nostro “sì”.

Pellegrinaggio in Terra Santa – primo giorno

24 settembre 2019

Sono le due di martedì 24 settembre. Uno spicchio di luna fa capolino tra le nubi. Un torpedone nella notte attraversa borghi addormentati; poi l’autostrada verso Milano, destinazione Malpensa. Ci vogliono più ore a raggiungere la capitale della moda che la Terra Santa…
La meta è tanto attesa e desiderata dai cinquanta pellegrini sammarinesi e feretrani che non badano ai disagi di un viaggio estenuante. Del resto, la storia non ci racconta di ben altre avventure affrontate per raggiungere la terra di Gesù? Memorie di antichi pellegrini, di cristiani penitenti, di cavalieri in cerca di avventure, di asceti fervorosi e di crociati alla conquista del Santo Sepolcro… Tra questi pellegrini dovremo familiarizzare con la nobile Egeria (IV secolo), che ha raggiunto la Palestina partendo dalla Galizia (Spagna). Egeria ci ha lasciato il suo diario, importante per la storia, prezioso per le testimonianze e per le informazioni sugli usi e le liturgie di quell’epoca. Ma il pensiero dei “nostri” è decisamente di incamminarsi sui passi di Gesù. Nonostante qualche incontro preparatorio, il gruppo non è ancora “fatto”, ma c’è la volontà di far presto a creare legami. C’è chi offre un dolcetto, c’è chi racconta l’emozione del suo primo volo in aereo e c’è un gruppetto di amici che propone una gara: chi riesce a ricordare i nomi di tutti i partecipanti.
Si sussurra di andare a camminare sui passi di Gesù, ma si intuisce che non si tratta di calcare le sue orme su una terra, per quanto santa, ma di riscoprirlo e di ridiventare discepoli. I passi da fare sono quelli del cuore.
Affrontiamo i controlli con allegria, altrettanto le domande degli agenti della sicurezza e il labirinto che ci porta all’imbarco. Mentre il Segretario agli Esteri sammarinese è all’ONU a sorbirsi le rampogne della piccola Greta Thumberg, il carrello dell’aereo che ci porta in Israele rulla sulla pista di Tel Aviv. Applausi.
Dall’albergo di Nazaret mandiamo agli amici questo messaggio:
«Cinquanta pellegrini di San Marino e del Montefeltro sono arrivati a Nazaret, oggi 24 settembre, dopo un viaggio impegnativo. Forte l’emozione di essere nella terra di Gesù. Accanto a questa emozione spirituale i segni evidenti di una sofferenza che lacera queste terre: i lunghi e meticolosi controlli ai check in, i chilometri di muraglia che separano i territori palestinesi da quelli israeliani come lama che squarcia… Ma anche segni di speranza. Uno per tutti: le tre lingue che coesistono in un unico cartello stradale. Culture e alfabeti diversi alla ricerca di unità: arabo, israeliano, latino. Intanto si pensa e si prega per tutti quelli di casa».

Messaggio a tutti gli studenti per l’inizio dell’anno scolastico

Cari ragazzi,
cari amici,
ecco un nuovo anno. W la scuola!
Come un rotolo di pergamena racchiude parole sconosciute finché è sigillato, così quel che accadrà nell’anno che comincia lo scopriremo giorno dopo giorno. Lo prendiamo, senza sapere quello che contiene, con fiducia e curiosità dalle mani di quanti ci vogliono bene: insegnanti, personale della scuola, educatori e tutti gli angeli che ci sono accanto. La metafora del rotolo di pergamena non ci è famigliare, siamo abituati all’uso dei social: tutto subito. La vita chiede altri ritmi.
Anche quest’anno vorrei lasciarvi un messaggio: «Essere se stessi o la copia di qualcuno?». Conosco personalmente diversi di voi, ma so per certo che ognuno è un capolavoro, un pezzo originale, unico e sorprendente. Nella Bibbia c’è una preghiera che canta così: «Tu, Signore, mi hai fatto come un prodigio, come un ricamo nel grembo di mia madre» (Sal 139). Alcuni fanno fatica a crederci e si rassegnano a copiare, anziché tirar fuori il meglio di sé. Un cucciolo d’uomo guarda i suoi genitori, i suoi maestri, i suoi amici: questo è normale e buono. Guardando s’impara! Poi, scatta il confronto con gli altri, uno stimolo per crescere e migliorare. «Non potrei essere un campione nello sport? Non potrei diventare una hostess bella ed elegante?». Un grande amico dei sapienti (sant’Agostino) sussurrava, vedendo la vita buona di giovani e ragazze: «Se questi e quelle… perché non io?». Capita nei momenti di scarsa stima di sé, quando fatica a sbocciare il proprio io, che l’imitazione, da stimolo diventi pericolo, faccia perdere fiducia in se stessi e lasci gregari per sempre o con l’amarezza di essere un campione mancato. Vi dico: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda»! Mi rivolgo a ciascuno personalmente: «Occhio ai modelli». Credo che tu, per giovane che sia, sappia distinguere i modelli positivi da quelli negativi. Si sa – come dice il proverbio – che gli esempi attirano. Molti vedono in Gesù l’esempio di vita più affascinante; da lui tanti hanno imparato e sono diventati, a loro volta, modelli di vita, come Francesco d’Assisi e Chiara, come san Marino e tanti altri… «santi della porta accanto». Abbiamo bisogno della tua originalità: è la miglior forma di protesta per cambiare e migliorare la nostra società. Martin Luther King (grande leader antirazzista americano) diceva: «Se non potete essere un pino sulla vetta del monte, siate un cespuglio nella valle, ma siate il miglior piccolo cespuglio sulla sponda del ruscello. Se non potete essere una via maestra siate un sentiero. Se non potete essere il sole siate una stella, non con la mole vincete o fallite. Siate il meglio di qualunque cosa siate. Cercate ardentemente di capire a cosa siete chiamati e poi mettetevi a farlo appassionatamente». Gareggiamo nello stimarci a vicenda.

Vescovo Andrea

Omelia durante la celebrazione del Mandato agli operatori pastorali

Pennabilli (Cattedrale), 22 settembre 2019

(da registrazione)

Carissimi,
è un momento molto bello, di famiglia, e la prima parola che mi viene spontanea, la stessa che ho detto l’anno scorso, è: «Grazie!». Grazie, a nome di tutte le comunità e a nome di tutta la Diocesi. Ognuno di voi si impegna, lavora, soffre, vive il sacerdozio regale, la profezia, la regalità.
C’è una parola che è tornata spesso l’anno scorso, una parola che ha suscitato stupore: il dire che noi abbiamo scoperto la risurrezione nella morte. Apparentemente è lapalissiano dire “risurrezione nella morte”: se c’è risurrezione, bisogna che ci sia prima la morte. Ma non è in questo senso che dobbiamo intendere l’espressione e neanche in senso masochistico, intimistico: siccome siamo in situazione di prova, di morte, allora ci consoliamo con questa speranza. No, la risurrezione è un messaggio di liberazione, di luce, di salvezza.
Dove trovare la risurrezione, potenza di Dio? La troviamo annidata dentro le situazioni di fallimento, di fragilità, di morte. Situazioni che sembrano montagne impossibili da spostare. La fede sposta le montagne; la fede nella risurrezione ci fa vivere il fallimento, la fragilità, la prova con una grande speranza. Mi diceva una persona che lavora alla Congregazione per la dottrina della fede che fra i temi candidati per il prossimo Sinodo ci sarà quello della vita eterna. Considerare la vita eterna non significa sminuire l’impegno sulla terra, ma noi siamo quelli che credono nella risurrezione, ultraterrena ma presente già nella nostra vita; siamo quelli che osano immaginare di “spostare montagne”. Gesù ha detto che basterebbe la fede di un granellino di senape per spostarle. Beninteso, non dobbiamo spostare il monte Carpegna, ma le montagne dentro di noi e attorno a noi (nella società).
Ricordo un vecchio “spiritual” (i blues composti dagli schiavi che lavoravano nelle piantagioni di cotone) che dice più o meno così: «Dove hai trovato quella veste bianca tu che sei sempre sporco, impolverato, sudato? Questa veste bianca l’ho trovata alle porte dell’inferno». C’è risurrezione nella morte! Questo è il kerygma. Lo dico con le parole semplici, incisive, puntuali, brevi di papa Francesco: «Dio ti ama immensamente. È vivo. È vicino. Ti libera. Ti salva». Questo kerygma è stato anzitutto sillabato da Gesù. Gesù si è trovato davanti una montagna insuperabile che era la sua Passione. Ha pregato di essere liberato (cfr. Ebr 5,7). La Scrittura dice che fu liberato… Ma come? È morto! È stato liberato perché ha saputo vivere da figlio quella prova: ha spostato la montagna, è risorto. E Gesù dice a noi, a nostra volta, di fare questo annuncio. Un tempo si diceva “con le parole e con le opere”. San Francesco preferiva dire: «Qualche volta anche con le parole».
La nostra situazione è stata raffigurata molto bene con un’immagine, il dipinto di Caravaggio: “Paolo caduto da cavallo”. Ecco la nostra Chiesa. Essendo caduta da cavallo, ha le ossa rotte. Ne ho parlato con Sveva, la nostra eremita, che mi ha detto ironicamente: «Avrebbe dovuto fare a meno di andare a cavallo!». Fuori di metafora: una Chiesa che va a cavallo, tronfia e dominatrice, terrena, diventata talvolta potenza, può cadere facilmente. Nel dipinto di Caravaggio, Paolo è dipinto con le mani in alto, gli occhi socchiusi, che si intravvedono appena: è nell’atteggiamento dell’umiltà, che fa presagire tutto quello che l’apostolo farà. San Paolo ha tutt’altro che le ossa rotte. Così penso la Chiesa, al di là degli incidenti di percorso. Il Papa ha aperto il percorso delle sue catechesi parlando delle potenze di questo mondo che si sbriciolano. Ma la Chiesa guarda Gesù.
Mi preme sottolineare che kerygma e Battesimo non sono in sovrapposizione e non sono due realtà giustapposte. Il kerygma sfocia quasi automaticamente, per sua natura, nel sacramento del Battesimo. E il sacramento è annuncio. Dunque, non viviamo un altro tema rispetto all’anno scorso. C’è una continuità intrinseca. Il Battesimo non fa altro che sancire, manifestare, la nostra configurazione al Figlio.
Nel prefazio della S. Messa (la preghiera che introduce il canto del Santo), oggi, abbiamo ascoltato queste parole: «Così hai amato in noi ciò che tu amavi nel Figlio». C’è una sorta di scambio: quando il Padre guarda ciascuno di noi, riconosce nientemeno che Gesù, perché siamo entrati nella Trinità nel Figlio. È un modo di esprimersi figurato, imperfetto, analogico, ma è così. Il Padre vede Gesù in ciascuno di noi. Per questo Gesù ha potuto dire: «Anche un bicchier d’acqua dato al più piccolo dei fratelli è stato dato a me» (cfr. Mt 10,42). Ciò è accaduto per l’incarnazione.
Come hanno detto gli amici che hanno presentato il Programma pastorale, il Battesimo va fatto “funzionare”: una parola non appropriata, ma che fa capire bene. Ancora meglio usare le parole di Gesù: «Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,15). Inoltre, invito a ricorrere alla grazia del Battesimo. Quando abbiamo davanti difficoltà o decisioni che non sappiamo prendere, occorre ricordarci del Battesimo. Bisogna riscoprirlo. Ma c’è anche una dimensione comunitaria. Qui riuniti siamo un popolo di battezzati, che annunciano di essere figli di Dio.

Concludo con alcuni avvisi “pratici”.

  1. Ci diamo tutti appuntamento alla vigilia di Pentecoste, sabato 30 maggio, per un momento di verifica. È giusto avere la possibilità di esprimersi, anche di rivolgere critiche, purchè siano costruttive (nel quaderno del Programma pastorale troverete una decina di pagine con la sintesi di tutto quello che è stato detto nell’assemblea diocesana del giugno scorso).
  2. Una grande novità, per non tenere “in folle” il nostro motore, è un modo nuovo di parlare della formazione degli adulti. Abbiamo usato il termine “laboratori della fede” (anche se già ci sono in molte parti della Diocesi) per dare l’idea che non dev’essere una lezione cattedratica, ma un’esperienza di comunità da creare, plasmare o rinnovare. Ringrazio l’Ufficio Catechistico Diocesano che ha preparato delle schede di lavoro, un piccolo strumento contenente una preghiera d’inizio, alcune note del Catechismo della Chiesa Cattolica sul Battesimo, spunti di riflessione e un impegno pratico per il mese.
  3. Concludo dicendo che dovete voler bene, apprezzare, gli Uffici Pastorali. Non si tratta solo di distribuire e affiggere manifesti, pur necessari perché abbiamo bisogno di comunicare. Ringrazio tutti gli Uffici Pastorali per il loro puntuale e generoso servizio.

Grazie per il vostro ascolto e per la vostra partecipazione.
Buona preghiera e buona continuazione

Omelia XXIV domenica del Tempo Ordinario

Pietramaura, 15 settembre 2019

(da registrazione)

Es 32,7-11.13-14
Sal 50
1Tm 1,12-17
Lc 15,1-32

C’è tutta una Diocesi, la nostra, che non è soltanto in afflizione per il ridimensionamento delle forze, ma accoglie con tanta gioia e con un senso di novità il grande annuncio: «Il Signore ci ama immensamente, è vivo, è accanto a noi per aiutarci». Queste parole sono il kerygma, l’annuncio iniziale. L’anno scorso ne abbiamo parlato molto in Diocesi; lo abbiamo paragonato al Big Bang dell’inizio del cosmo. Il Big Bang della nostra fede è proprio questo: Gesù è risorto ed è la prova che Dio ci ama immensamente. Un fatto che recupera la nostra vita.
Quest’anno dobbiamo fare un passaggio ulteriore. Il kerygma non è una frase sparata nel cielo delle nostre anime, ma è una realtà. Dov’è che la possiamo toccare, accarezzare? Nel santo Battesimo. Per la stragrande maggioranza di noi il Battesimo è un ricordo lontanissimo; magari ne è rimasta solo una fotografia ingiallita o una catenina; qualcuno ricorda il padrino o la madrina, e il prete che l’ha battezzato. Nei registri della parrocchia sono riportati i nomi dell’anagrafe ecclesiastica, ma per molti non è nulla di più. Quest’anno dobbiamo impegnarci al massimo per recuperare la bellezza, la vitalità del Battesimo che è in noi, come un germe che deve crescere, svilupparsi.
Qual è la prima verità del Battesimo? Il Battesimo fa diventare figli di Dio. Tutte le religioni dicono che gli uomini sono figli di Dio, perché Dio è il creatore e noi siamo la sua creatura. Noi cristiani parliamo di adozione filiale, dove il termine adozione è ancora povero, pallido, perché dà l’idea di qualcosa di giuridico: abbiamo deciso che tu, nonostante sia nato da altri, d’ora in poi sia figlio di questa coppia. L’adozione filiale, invece, è la nostra partecipazione alla vita di Dio; dunque, una cosa grandiosa.
Durante quest’anno penseremo spesso che siamo diventati figli nel Figlio. Questa formula vuol dire che, quando Dio Padre vede ciascuno di noi, vede Gesù. Questo è vero anche in senso alternato. Quando il Padre abbraccia il Figlio Gesù, in Gesù vede ciascuno di noi. Questo vale per tutti.
Tutto il cap. 15 del Vangelo di Luca è una fotografia che Gesù ha fatto del Padre, il Padre misericordioso che guarda da lontano che il figlio ritorni. Il figlio torna, non per amore ma per fame. Al padre basta un incipiente atto di amore. Se il figlio cammina, il padre corre. Se il figlio muove i primi passi verso, il padre è già lì. Allora è festa.
Gesù dice: «C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte di novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». Pensate, noi portiamo gioia al paradiso; sarebbe come dire che portiamo luce al sole, una contraddizione in termini.
Viviamo questa settimana pregustando la bellezza del Battesimo, che è la vocazione ad essere figli nel Figlio. Domenica prossima gli operatori pastorali, i catechisti, gli insegnanti di religione, i volontari Caritas, tutti i cristiani, sono invitati in Cattedrale a Pennabilli alle ore 16 per la Giornata del Mandato. Il Vescovo conferisce l’incarico a tutti, assicurando loro che li accompagna la grazia del Signore. In quel contesto verrà annunciato e spiegato il Programma pastorale per il nuovo anno. Noi cerchiamo di correre, ma non come uno che non ha meta (cfr. 1Cor 9,26). La meta l’abbiamo. Quest’anno è riappropriarci del nostro Battesimo. Così sia.

Omelia in occasione dell’Ordinazione presbiterale di don Luca Bernardi

Pennabilli (Cattedrale), 14 settembre 2019

(da registrazione)

Ger 1,4-9
Sal 95
Ebr 5,1-10
Gv 21, 15-17

«Ich bin catholischer priester»: sono le parole esatte che san Massimiliano Kolbe scandì davanti al comandante delle S.S., quando si offrì per prendere il posto di un altro nel bunker della morte ad Auschwitz. Una parola che si è andata ad infrangere una seconda volta davanti allo stupore massiccio e incredulo del comandante: «Ich bin catholischer priester» (io sono un prete cattolico); parole pronunciate con fierezza, parole pronunciate per amore. Fierezza e amore.
La fierezza della fede non è arroganza, ma gioia di appartenere a Gesù Cristo; bellezza di una scelta e di una missione che riempiono il cuore. Sii fiero di essere un prete cattolico, don Luca, ultimo di una schiera di preti che hanno educato, servito, amato questa terra. Oggi, più che in altre epoche, esser prete appare un’avventura – quasi un’imprudenza, secondo qualcuno – pensando alla tua giovane età e alla durezza dei tempi. Ma c’è stata una bella preparazione: la tua famiglia, Ferrara e questi ultimi anni di studio e di tirocinio. Poi, c’è la gioia del popolo di Dio. Anche questo è un segno. C’è, soprattutto, il sigillo del Signore che ti ha chiamato e, come al profeta Geremia, dice a te: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato… Non dire: “Sono giovane, ma va da coloro a cui ti manderò”» (Ger 1,5.7).
Questa sera diventi un prete della Chiesa cattolica. Non allontanartene mai. Sia sempre salda la tua unità con il Sommo Pontefice e con il Vescovo, in comunione con i tuoi fratelli presbiteri, a servizio di questa Chiesa, forse tra le più piccole, ma a pieno titolo sposa del Signore.
«Io sono un prete cattolico»: parole pronunciate per amore. Quello del Signore Gesù. Qui non si parla tanto della virtù della carità, pur tanto bella e necessaria, ma del fatto che tu, attraverso il sacramento, sei fatto carità. Starei quasi per dire “nonostante te”, senza negare la tua libertà e la tua collaborazione alla grazia.
Ce ne parla la Lettera agli Ebrei. Un accenno. Il sacerdozio di Cristo, a differenza di quello di Aronne (Antico Testamento), conosce un movimento discendente, quasi un piano inclinato. I Padri parlavano di condiscendenza. Contempliamo, anzitutto, il “sì eterno” del Verbo nell’unità col Padre («Ecco, io vengo per fare la tua volontà» cfr. Sal 39,8), l’incarnazione, la vita nascosta a Nazaret, la familiarità con la gente, il cammino rigato di sudore e di polvere verso Gerusalemme, la Passione, il dolore innocente; infine, il dono totale di sé sulla croce («Tutto è compiuto» Gv 19,30). Gesù, sospeso fra cielo e terra, diviene altare, vittima e sacerdote. Sacrificio cruento. «Padre, liberami da quest’ora – aveva detto Gesù –, aggiungendo poi, «ma è per quest’ora che sono venuto» (Gv 12,27). Non tutto è compiuto: resta per noi, incantati e stupefatti da tanta condiscendenza, da considerare l’estrema offerta: in virtù della risurrezione il suo donarsi, il suo perdersi, il suo cedersi nel Pane eucaristico. Noi adoriamo la sua presenza nel dono di quel pane spezzato e di quel vino versato. Oltre, la nostra meditazione non saprebbe spingersi. A quali altre profondità rintracciare la kenosis – l’umiliazione condiscendente – del Verbo fatto uomo, del Figlio obbediente, del Risorto che si fa pane di vita. Diremmo: siamo al capolinea! Più in basso di così non poteva spingersi, fattosi grumo di materia, farina impastata con l’acqua.
C’è una sorpresa: Gesù, in una eccedenza ineffabile di carità, cede la sua stessa capacità di cedersi, dona la sua stessa capacità di donarsi, perde la sua stessa capacità di perdersi. A chi la cede? A chi la dona? In chi la perde? Nel prete. In te, don Luca, che questa sera pronuncerai efficacemente le sue parole: «Questo è il mio corpo dato per voi…». La carità di Cristo è perduta in te. O meglio, tu sei costituito carità in Lui: bellezza incredibile del sacerdozio cattolico.
Da qui conseguenze, responsabilità, programmi di vita… Il prete è l’approssimazione più grande che si possa attuare quaggiù, sulla terra, della presenza visibile del Cristo.
«Scelto fra gli uomini… Costituito per gli uomini nelle cose che riguardano Dio» (cfr. Ebr 5,1). «Nessuno può attribuirsi questo onore, se non chi è chiamato da Dio» (cfr. Ebr 5,4).
Egli, il Cristo, «offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio che poteva salvarlo dalla morte e, per il pieno abbandono in lui, venne esaudito» (cfr. Ebr 5,7). In che modo si compì l’esaudimento di quella preghiera «con forti grida e lacrime», se poi è morto sulla croce? In questo fu esaudito: nel poter vivere da figlio quella prova e divenire causa di salvezza. E ora? «Un corpo mi hai dato» (Ebr 10,5), dice il Verbo entrando nel mondo. Non angeli vengono mandati, ma uomini di carne per compiere la missione. Ha scelto uomini, ha scelto te, don Luca, e ti ha scelto insieme al nostro presbiterio, con il nostro popolo. Applichiamoci a far entrare in questa carità tutta la nostra persona: anzitutto un prete uomo.
Ci sono preti che sembra non abbiamo mai avuto una vita d’uomo. Non sanno pesare le difficoltà di un laico, di un padre di famiglia o di una madre con il loro vero peso umano. Sembrano, alcuni preti, non percepire veramente, realmente, dolorosamente, che cosa sia una vita di uomo o di donna.
Quando dei laici cristiani incontrano finalmente un prete-uomo che li capisce, che sa entrare nella loro vita, nelle loro difficoltà, non ne perdono più il ricordo. Ad una condizione: che non sminuisca la propria identità, che non diventi semplice compagno, ma resti padre.
Il nostro popolo ha ugualmente bisogno che il prete-uomo viva di una vita divina. Pur vivendo tra la gente – come suol dirsi: «con l’odore delle pecore» (Papa Francesco) – deve in qualche modo rimanerne al di fuori. Ecco alcuni segni che fanno percepire la presenza divina che è in lui, la carità che è effusa. Un elenco rapidissimo, alcune pennellate.
La preghiera. Ahimè, forse hai visto in noi, preti “di molte preghiere”, ma di poca preghiera.
La gioia. Quante volte ti siamo apparsi affaccendati, angosciati, tirati come la pelle di un tamburo, quasi che il lavoro nella vigna del Signore fosse insopportabile.
La forza. Il prete vero è colui che tiene, che tiene botta! Sensibile, vibrante, a volte intimorito, mai però demolito (non cullare mai pensieri rinunciatari o dimissionari; missionari sì, ma non dimissionari).
La libertà. La gente vuole il prete libero da ogni formalismo, liberato soprattutto da ogni pregiudizio.
La discrezione. Dev’essere colui che tace; non mi riferisco al segreto di Confessione, è ovvio, ma alla riservatezza (si perde la fiducia in chi ci fa troppe confidenze o si perde nel chiacchiericcio). Ben altra cosa sono la condivisione e la comunione d’anima.
Caro don Luca, hai appena iniziata la tua formazione – anche se hai già fatto sei anni di Seminario – ora continuala sul campo: viceparroco a Dogana, nel Centro Diocesano Vocazioni, tra i giovani e nell’AGESCS. Lasciati prendere da quella “legge di gravità” che ti trascina istintivamente verso i più poveri, i più fragili, i più piccoli. Cresci nel sentire con la Chiesa: non parlare mai con leggerezza della Chiesa, come se fossi uno di fuori. Fa’ che il tuo cuore risponda sempre col trasporto di oggi alla domanda che il Risorto ti rivolge: «Luca, mi ami più di costoro? […] Mi ami? […] Mi vuoi bene? Allora… Pasci!». Così sia.

Omelia nella Festa della Natività

Eremo di Carpegna (Santuario Madonna del Faggio), 8 settembre 2019

(da registrazione)

Sap 9,13-18
Sal 89
Ap 12,1-2
Lc 14,25-33

Siamo venuti per fare gli auguri di compleanno alla Madonna. È un modo di dire, perché lei adesso è fuori dal computo degli anni. È nel possesso definitivo della gloria. Tuttavia, ricordiamo la “fortuna” che sia nata in questo mondo.
Nella chiesa di Secchiano, uno dei nostri borghi, è rimasto appena un lembo di un antico affresco nell’abside della chiesa: riporta il volto della Madonna, appena tratteggiato sullo sfondo grigio. I restauri adesso non si fanno mai ricostruendo daccapo, perché si vuole rispettare quello che è rimasto (si fanno restauri conservativi).
Dobbiamo confessare che i contenuti della fede in tanti cristiani di oggi, in noi, sono come il grigio di quell’abside, sono scoloriti. Tanti di noi hanno perso il contatto con la sorgente della fede che sono le Sacre Scritture, ma è rimasta una tenue traccia nell’anima: il volto di Maria. Sono convinto che, partendo dalla Madonna, si possa ricominciare.
Nella Chiesa delle origini la Madonna non ebbe un compito particolare, pari a quello del Battista e degli apostoli. Non fu un araldo ufficiale. Il Vangelo di Marco, che tratta esclusivamente della predicazione pubblica di Gesù, non le dedica se non qualche versetto. Matteo, Luca e Giovanni, invece, scoprono sempre più il suo compito, che non consiste soltanto nella sua consanguineità con Gesù. Maria è coinvolta negli avvenimenti con tutta la sua persona. Dice il Vangelo: «Ha conservato in cuor suo e meditato» (Lc 2,19.51) tutti gli eventi che riguardavano Gesù. Ha creduto, per questo Gesù la proclama “beata”. Ha concepito Gesù nel suo spirito, nel suo cuore, prima ancora che nel suo grembo. Dunque, la venerazione alla Madonna è evangelica (ha a che fare con i Vangeli).
Se fosse con noi qualche fratello protestante vorrei dire: «Non temere per la venerazione alla Madonna che noi cattolici sentiamo così tanto. Non togliamo niente a Gesù, al contrario». Ricordo che per un certo periodo è venuta da me (mi era stata affidata) una ragazza somala; era figlia di un dignitario importante di quella nazione ed era stata una guerrigliera; ora era profuga in Italia. Essendo luterana aveva chiesto che qualcuno le spiegasse un po’ il cattolicesimo. Un giorno mi fece questa domanda: perché il Seminario (il luogo dove ci trovavamo a parlare) è tappezzato di immagini della Madonna? Le dissi più o meno così: «Noi cattolici diamo molta importanza all’incarnazione. Veramente il Signore, il Verbo, si è fatto carne. È nato veramente da una donna, Maria. Questo fa onore a noi della razza umana».
Anche se nei Vangeli non si parla tantissimo di lei, da subito, però, la Madre di Gesù fu venerata dai cristiani. Ci stiamo preparando, come Diocesi, a partire per il pellegrinaggio in Terra Santa. Abiteremo per tre giorni a Nazaret. A Nazaret gli scavi archeologici hanno portato alla luce, sulla soglia di quella che viene ricordata come la casa della Santa Famiglia, le prime parole dell’Ave Maria. Sono pietre quasi contemporanee a Gesù (I secolo): «Kaire Maria», che vuol dire «Salute Maria, Ave Maria», come diciamo noi oggi: le stesse parole dell’angelo dell’annunciazione. I primi cristiani andavano in quella casa, povera, e sentivano già di venerare la Madre di Gesù. Incomincia così la storia che lega inseparabilmente il popolo cristiano con la Madre del Signore.
Fin da allora, la Teologia chiarisce che Maria non è il centro del mistero cristiano (il centro è Gesù), ma è al centro, La centralità di Maria è relativa a Gesù. Ma non vuol dire che è secondaria, come affermano i protestanti. Per comprendere Maria occorre la fede. La sua è maternità divina: quel che è nato in lei è opera dello Spirito Santo. Il Verbo ha preso carne e sangue da lei, nel suo grembo è stato ricamato e poi nutrito col suo latte. Gesù, uomo-Dio, viene da Maria, per questo i cristiani la chiamano la Madonna Madre di Dio. E lo è realmente, fisicamente. La donna che genera un figlio non è soltanto madre del suo corpo, ma di tutta la sua persona. Gesù è una persona divina. Dunque, Maria è madre di Dio.
I mistici cantano Maria come cielo tersissimo e purissimo sul quale il Verbo (la Parola) pronuncia se stesso. Il Verbo si fece carne. Ho trovato una frase molto bella di papa Benedetto XVI in uno dei libri di quando ero studente (e lui teologo), dedicata alla Madonna: «Chi si mette a disposizione di Dio, scompare con lui nella nube, nella modestia e nell’oblio, ma finendo così per partecipare alla sua gloria» (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 220). Allora contempliamo in lei la Figlia di Sion e la Serva del Signore, perché riassume tutta la realtà e l’attesa di Israele: «Rallegrati figlia di Sion… il Signore tuo Dio è in mezzo a te» (Sof 3,14-17).
Nella Madre di Dio i cristiani vedono rappresentata la Chiesa; è lei la donna vestita di sole. Il bambino che mette al mondo, Gesù Bambino, è insidiato: è la Chiesa che soffre persecuzioni e mali. La Chiesa è misticamente chiamata a mettere al mondo il Signore con la testimonianza coraggiosa, con la Parola vissuta, con i Sacramenti.
Come Maria, la Chiesa è sposa, una sposa che innalza perennemente una invocazione allo sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20). In uno dei più suggestivi affreschi del Nuovo Testamento viene così raffigurata: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto”» (Ap 12,1-2).
Un mistico persiano, Abbas Al-Tusi, morto nel 909, ha scritto: «Quando nel giorno della risurrezione saremo chiamati: “Oh uomini!”, la prima ad avanzare nel rango degli uomini sarà Maria, su di lei sia pace. Sarebbe meglio rinunciare a riunirsi, se lei non ci fosse» (Caterina Valdrè, I detti di Rabi’a). Sappiamo bene che lei c’è e siamo contenti di riunirci con lei nel Cielo. Così sia.