Omelia “Venerdì bello”

21 Marzo 2014
Santuario della B.V. delle Grazie di Pennabilli,

Gen 37,3-4.12-13.17-28
Sal 104
Lc 1,26-38

Entriamo in punta di piedi nella casa di Nazaret. Impariamo alla scuola di Maria il raccoglimento, condizione prima e indispensabile per andare in profondità ed ascoltare quello che il Signore vuole dirci.
L’angelo entrò da lei: anche la mia Nazaret, pur fra tante voci che l’attraversano, può essere casa del raccoglimento, spazio formativo, atmosfera spirituale. Un luogo interiore ed un luogo esteriore, vero angolo di preghiera, forse disadorno o col sapore della nostra casa; eppure è lì che Dio mi sfiora. Mi sfiora non solo nelle liturgie solenni della cattedrale, ma anche nel quotidiano più feriale; come nella Messa dove il sublime confina con una tovaglia bianca, con un calice ed un pane. Nazaret è la mia casa!
Nazaret è anche il mio cuore, quando lo custodisco e lo difendo dal chiacchiericcio, dalla impertinenza dei giudizi, dall’invadenza dell’immaginazione.
La prima parola che esce dalla bocca dell’angelo è una parola di gioia: Rallegrati, Maria. Troppo riduttivo tradurre una delle prime parole dell’evangelo con Ave. Le parole del saluto angelico appartengono più alle promesse messianiche che al galateo. Invitano Maria alla gioia prima ancora che si espliciti il dialogo con le sue conseguenze. Non si tratta di una gioia effimera e intimistica. E’ una gioia divina che spiega il senso della sua esistenza. Gioia, dunque, per un amore incondizionato che precede; per una presenza che la rende colma. Allo stesso modo Dio vuole entrare nella nostra vita, vuole abitare la nostra povertà, fecondare la nostra sterilità.
Noi moderni abbiamo qualche difficoltà a situarci di fronte ad un racconto come questo. L’evento non è certo di quelli di cui possa occuparsi la storiografia scientifica: siamo di fronte ad un evento soprannaturale, il Verbo di Dio si fa carne. Non ci interessano le modalità, ma la sostanza dell’evento.
La parlata dell’angelo a Maria è costituita da un rammendo di citazioni bibliche. In questo modo viene svelato alla fanciulla di Nazaret il compimento delle antiche scritture: Dio parla ai piccoli! Ed è ciò che fa prendere coscienza a Maria del suo destino eccezionale e a noi annuncia la vera identità del nascituro. Colui che la fanciulla di Nazaret sta per concepire è il Messia! Dio visita il suo popolo. Non sapremo mai come è avvenuto il concepimento, ma questo non è essenziale: dobbiamo rispettare l’intimità di una donna. Anche nella nostra vita è accaduta un’annunciazione: il Verbo vuol prendere carne in noi. Come Maria gli diciamo: Eccomi!

Seconda Domenica di Quaresima

San Leo, 16 marzo 2014

 

Gen 12, 1-4

Sal 32

2Tm 1,8-10

Mt 17,1-9

 

Sono pieno di emozione e di trepidazione nell’entrare nella prima sede dei vescovi feretrani, la più alta espressione di arte e di fede esistente nel Montefeltro.

Ma il cuore – cari fratelli – è subito preso dagli eventi naturali che in questi giorni hanno ferito profondamente la montagna di San Leo e le adiacenze della Rocca, tengono in apprensione tutta la città e mettono a dura prova famiglie e istituzioni. Porto insieme alla mia vicinanza, quella dell’intera diocesi. Al signor Sindaco vorrei significare tutta la nostra solidarietà e dare testimonianza per quanto ha fatto e sta facendo con intelligenza e impegno, insieme ai colleghi amministratori, ai tecnici e all’Arma dei Carabinieri, per tenere sotto controllo la situazione.

Siamo raccolti qui insieme per la preghiera gli uni per gli altri, davanti alla Maestà divina.

Siamo qui con delle domande nel cuore: “Signore, che cosa vuoi dirci attraverso questi eventi?”. E poi: “Come vivere da credenti tali prove?”. E come cittadini “come prevedere e prevenire?”. Ci viene ricordato anzitutto di circondare di rispetto e attenzione la natura, questa natura così bella e così fragile. Un dovere di tutti. Ma siamo anche avvertiti che la nostra vita sulla terra è caduca, in balia di mille eventualità e di crolli. “Non abbiamo quaggiù una stabile dimora” (cfr. Ebr 13, 14) – ci ricorda la Parola di Dio. Qui ci siamo di passaggio. Quanto sono stolte le nostre presunzioni e ridicole le nostre meschinità! L’anima credente s’acquieta, propendendosi verso il Regno dei Cieli: “Solo tu, Signore, non passi” (cfr. Sal 102, 27) e cantando le parole del Salmo: “Sei tu la mia roccia e il mio baluardo” (Sal 31, 4).

C’è nei Vangeli un racconto di cronaca nera riferito tempestivamente a Gesù: diciotto persone sono rimaste vittima sotto il crollo di una torre (cfr. Lc 13, 4). Si vuole una presa di posizione da parte sua. Tra gli interlocutori di Gesù, qualche teologo da strapazzo vuol fare il paladino di Dio, quasi che Dio abbia bisogno di un difensore d’ufficio! Cerca colpevoli: “Perché quei diciotto e non altri?”. Ma Gesù va ben oltre: quei malcapitati non erano più peccatori degli altri e gli scampati non i più santi. Non si deve leggere ogni disgrazia come intervento della giustizia divina, ma un’occasione per fare discernimento, per guardarsi dentro e proporsi l’essenziale. “Se suona una campana a morto – diciamo con le parole di un celebre romanziere – non chiederti per chi suona, perché suona per te”! I suoi rintocchi sono altrettanti inviti alla conversione. Un invito che raccogliamo e che diviene sostanza di questa Quaresima, impegnati – come tutta la natura di primavera – ad aprirci ad una vita nuova.

Il Vangelo proclamato in questa seconda domenica di Quaresima ci racconta la trasfigurazione. Mentre Gesù si incammina decisamente verso Gerusalemme, accade il prodigio: “Si trasfigurò davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce” (Mt 17, 2). Di solito si interpreta l’evento come l’aiuto offerto ai discepoli perché non si smarriscano nel tempo della prova. In anticipo verrebbe loro rivelato lo splendore della risurrezione di Gesù dopo la sua morte. Come dire: “Non fuggite; non esitate a seguire il maestro, non perdetevi d’animo; Gesù alla fine vincerà”. Questa non è una interpretazione sbagliata; al contrario, ha valore apologetico e incoraggia anche noi nel cammino penitenziale verso la Pasqua. Tuttavia propongo una interpretazione che tocca più in profondità la nostra vita di fede, più esperienza spirituale che apologetica. La Gloria di Gesù, in tutto il suo splendore, si manifesta mentre sale a

Gerusalemme. E’ dentro al suo donarsi (la decisione di salire a Gerusalemrne) che appare la Gloria. La trasfigurazione, dunque, accade nel presente, sul pendio stesso di quella salita, nella durezza del suo destino. Dunque, in quel “mentre”. Nella trasfigurazione di Gesù c’è la nostra trasfigurazione; proprio nel momento in cui decidiamo di donarci e di spenderci senza riserve, la Gloria prende forma. L’avrete vista, questa Gloria, risplendere sui volti di tante persone che, avvolte dalla Grazia e piene di amore, hanno affrontato le prove. L’ho vista sul volto di madre Teresa di Calcutta quando ebbi la fortuna di incontrarla: un volto scavato dalle rughe, la schiena incurvata, ma gli occhi luminosi. L’ho vista sul volto di padre Roberto, un caro amico, divorato da un cancro ma sempre proteso a vivere l’attimo presente nell’amore, con la chitarra accanto al suo letto. L’ho vista brillare tra le lacrime di mamme e di papà che vivevano nella fede un presente difficile. Dicono che talvolta le lacrime diventano perle!

Omelia per il secondo anniversario della morte di Mons. Agostino Gasperoni

Uffogliano, 12 marzo 2014

 

1Sam 3, 1-10.19-20

Lc 11, 1-13

 

“Quorum laus est in ecclesia Dei” (LG 41)

Con queste parole la Lumen Gentium riconosce ed esalta in tanti sacerdoti l’esercizio della santità. Secondo il progetto di vita che il Concilio suggerisce ai presbiteri: “Pregando e offrendo il sacrificio per la loro gente e per l’intero popolo di Dio in nome del loro ufficio, consapevoli di ciò che compiono e imitando ciò che amministrano senza lasciarsi ostacolare dalle preoccupazioni apostoliche, dai pericoli e dalle tribolazioni, vi sappiano trovare un mezzo per ascendere a più alta santità; nutrano e animino la loro attività con l’abbondanza della contemplazione, a conforto dell’intera Chiesa di Dio”(…). “La loro lode risuona nella Chiesa”.

Sì, questa sera, nel secondo anniversario del suo passaggio da questo mondo al Padre, vogliamo ricordare la figura bella e tanto cara di don Agostino. Diamo lode al Signore e stiamo davanti a Lui come frutto della carità sacerdotale di don Agostino. Esprimiamo gratitudine per l’offerta del suo sacrificio preparato in tanti anni di donazione e di servizio, di studio e di magistero, di solitudine davanti a Dio e di compagnia con i fratelli, a immagine dello scriba evangelico che “estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13, 52). Compagnia soprattutto con le famiglie, alle quali ha riservato le sue migliori risorse e  la passione per la loro formazione spirituale, pensandole non solo oggetto delle sue cure, ma soggetti di evangelizzazione e di pastorale. La famiglia evangelizza in effetti per quello che è e poi con quello che fa. Non ho avuto occasione di incontrare don Agostino, né ho potuto leggere i suoi scritti. Tuttavia, usurpando il posto che lui ha nei vostri cuori dico: pensate la vostra casa come una piccola Nazaret, la casa di Giuseppe, Maria e Gesù. Di solito si dice che la vita di Gesù a Nazaret fu il tempo della vita nascosta (effettivamente le Scritture non ci raccontano la vita di ogni giorno in quella casa e in quel minuscolo villaggio). Eppure, quei trenta anni sono rivelazione in senso pieno e forte; i trent’anni non sono solo preparazione agli altri tre! Con la sua vita a Nazaret, Gesù annuncia che il Regno di Dio è giunto. Rivela in tutta la sua pregnanza la verità dell’incarnazione (Gesù cresce come crescono i nostri bambini: impara, gioisce, piange, ecc. ); proclama il valore della nostra vita semplice e nascosta al mondo: lavoro, relazioni, fragilità, ecc. ; dice la santità della famiglia, delle relazioni domestiche, luogo per l’esercizio delle virtù: amore, pazienza, laboriosità, servizio.

E’ bella l’esperienza dei gruppi famigliari, è una esperienza da sostenere da parte dei laici, dei sacerdoti e da parte della comunità e della comunità diocesana. Sono famiglie che si mettono in rete, coltivano la spiritualità, coniugano fede, preghiera e vita di casa. Da laboratorio diventano poi portatrici nella Chiesa delle loro esperienze, scoperte e – perché no? – delle loro istanze.

Don Agostino, come il piccolo Samuele, ha ascoltato la voce di Dio che gli ha parlato mediante le Scritture di cui è divenuto appassionato cultore. Don Agostino, come Samuele, “acquistò autorità perché il Signore era con lui, non lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole” (1Sam 3,19).

“Ascolta Israele”. È la parola che ogni giorno, più volte al giorno, il pio israelita ripete. “Ascolta”: in un tempo così “parolaio” veniamo ricondotti all’essenziale, alla più semplice delle attitudini, l’ascoltare. Attitudine semplice, ma non facile. L’ascolto vero è possibile quando ci si mette di fronte all’altro facendo il vuoto, essendo “nulla”. L’ascolto non è mera passività. È vuoto d’amore e quindi conquista, mai scontata.

Con la lettura di Luca, questa sera siamo posti davanti alla Preghiera di Gesù. Gesù non si limita a darci regole di preghiera, ma ci vuole coinvolgere nella sua relazione col Padre: “Padre, che sei nei cieli”.

Nella tradizione lucana del Padre Nostro manca il “sia fatta la tua volontà”. Don Agostino biblista ci avrebbe spiegato la differenza con la redazione di Matteo. La “volontà di Dio” come mistero e dono l’abbiamo cantata col salmo responsoriale (Sal 39). Volontà di Dio non sempre facile da comprendere e da accogliere (è mistero!), ma sempre dono perché è la realtà più bella: effusione dell’amore di Dio nei nostri cuori.

Omelia della Prima Domenica di Quaresima

Maciano, 9 marzo 2014

Gen 2,7-9; 3,1-7

Sal 50

Rm 5,12-19

Mt 4,1-11

 

“Militia est vita hominis super terram” (Gb 7, 1)

Ci sono le tentazioni: e chi non ne subisce! E c’è la “tentazione”, cioè la prova radicale della fede.

Le tentazioni si affacciano sugli ambiti più disparati della nostra vita. Guai andarle a cercare o mettersi nell’occasione prossima. Si può cadere! Meglio non presumere delle proprie forze. Tuttavia, sono inevitabili; per questo preghiamo “non indurci in tentazione ma liberaci dal male”. Le tentazioni sono, tuttavia, occasioni di crescita e di maturazione, di rafforzamento e di umile conoscenza di sé. Ci offrono l’opportunità di riaffermare la nostra fedeltà alla volontà di Dio e di vivere i “no” come altrettanti “sì” a Lui. Chi intraprende – come stiamo facendo con questa Quaresima – un serio cammino di fede e di conversione deve mettere in conto la prova. Le tentazioni non sono peccato, possono essere perfino un segnale che siamo sulla strada buona. Comunque, mai il Signore permette che siamo tentati oltre le nostre forze (cfr. 1Cor 10,13).Nelle prove sempre ci soccorre. I maestri spirituali insegnano non solo a non metterci nelle occasioni, ma a confidare le nostre prove ad una guida spirituale.

Ma la liturgia di oggi vuol metterci di fronte alla “tentazione”, prova radicale della fede, davanti alla quale si sono trovati i progenitori (come abbiamo sentito nella prima lettura), il popolo di Israele nel cammino dell’esodo e lo stesso Gesù. La “tentazione radicale” consiste nella tentazione di non fidarsi del Padre, nel pensare di essere soli davanti alla vita e, pertanto, consiste nel sussurrare al proprio cuore: “Se non penso io a me stesso, chi provvede?”. L’esito può essere quello della disperazione o quello dell’orgoglio e dell’autosufficienza, del non fidarsi e del bastare a se stessi.

I progenitori hanno ceduto alle insinuazioni del diavolo ed hanno steso la mano sul frutto proibito: presunzione di essere come Dio, di fare da soli, di “essere Dio”.

Il racconto delle tentazioni di Gesù secondo Matteo ha analogie impressionanti con le vicende dell’Esodo. Gesù è presentato come il vero Israele, il vero Mosè. L’analisi del testo non fa che confermare questo. Lo Spirito conduce Gesù nel deserto per essere provato. Anche Israele: “Dio lo condusse nel deserto alla prova, per educarlo come un padre educa il figlio” (Deut 8, 2-5). Il Deuteronomio aggiunge: “per quaranta anni”. Ad essi si riferisce Matteo con i suoi quaranta giorni, ben conoscendo il testo di Numeri 14, 34: “Per quaranta anni sconterete le vostre colpe, in base ai quaranta giorni che avete impiegato ad esplorare la terra. Ogni giorno conta un anno”. Il libro del Deuteronomio è un grande commento teologico all’esodo di Israele, soprattutto vuol dimostrare che il fallimento del popolo nel deserto è dovuto alla sua mancanza di fiducia in Dio. Dal Deuteronomio Matteo trae le citazioni con cui Gesù combatte le tre tentazioni. Nella prima, Satana mette Gesù nella stessa situazione di Israele: il popolo si lamenta perché ha fame. Israele non supera la prova, Gesù invece ne esce vittorioso: “L’uomo non vive di solo pane”. Nel suo deserto Gesù accoglie la volontà del Padre su di lui; vive della sua Parola.

Nella seconda, Gesù è tentato di compiere un prodigio spericolato, sensazionale e teatrale che lo accrediti come prestigioso Messia davanti alla folla attonita. Anche Israele a Massa, nel deserto, voleva costringere il Signore a compiere uno spettacolare prodigio. Per questo motivo Deuteronomio 6,16 ammoniva: “Non tenterete il Signore”. Gesù, a differenza di Israele, supera anche questa seconda prova. Sarà Messia, ma come vuole il Padre; un messia umile, sofferente, servo. “Gettati giù”: sembra il massimo della fede e invece ne è la caricatura perchè la ricerca di un Dio magico a proprio servizio. Satana è seduttivo; sembra voler aiutare Gesù “a fare il Messia”. La gente è sempre assetata di miracoli!

Anche la terza tentazione ricorda Israele: prima di entrare nella Terra era stato messo in guardia dall’idolatria. Ma Israele fallì, non ebbe fede in quel Dio che non vuole spartire con alcuno la fiducia del suo popolo. Gesù invece esce definitivamente vittorioso. Egli ha totale fiducia nel Padre. Diventerà il Signore del mondo, ma come il Padre vuole e per la via della croce, non in modo “disobbediente” e per facili scorciatoie. Il Padre sarà sempre con Lui. Gesù esce dal combattimento non solo indenne, ma vincitore. Non si è lasciato separare dalla volontà di Dio. In fondo Satana dice: “Vuoi cambiare il mondo con l’amore? Sei un illuso!”. La strada che seguirà Gesù non sarà mai quella del ricatto, della seduzione, del potere. In questa ottica cristologica e messianica il racconto acquista tutto il suo valore pedagogico per la Chiesa e per tutti noi che dobbiamo, in fondo, misurarci con la stessa tentazione: non fidarsi.

Celebrazione eucaristica delle Sacre Ceneri

Cattedrale di Pennabilli, 5 marzo 2014

 

Gl 2,12-18

Sal 50

2Cor 5,20-6,2

Mt 6,1-6.16-18

 

Quaresima, un tempo favorevole.

1.  Stiamo per entrare in un momento di grazia e di grazie: la Quaresima.

Tutto il tempo è un dono di Dio ed è “tempo favorevole”.

La Chiesa sposa vorrebbe abbracciare il suo Signore, tutto, tutto in una volta, tutto intero, tutto per sempre… ma non gli è possibile perché è nel tempo, che è scandito da giorni, settimane, mesi e anni; pertanto, contempla e gusta il mistero di Gesù poco a poco. Come in una spirale ascensionale: ogni anno più in profondità, ogni Anno liturgico.

L’Anno liturgico è scuola di evangelizzazione. In esso si racconta tutta la vita di Cristo e la si vive con Lui. Noi oggi, come Gesù, entriamo nel tempo del deserto; non siamo come semplici spettatori che guardano un film, vi partecipiamo appieno. Allo stesso modo, la Messa è il racconto di un fatto vero che riaccade nel momento presente.

 

L’Anno liturgico è scuola di spiritualità, perché ciascuno, partecipando alla vita di Gesù, può compiere un cammino interiore che lo porta a coltivare gli stessi sentimenti di Gesù (cfr Fil 2,6).

L’Anno liturgico è scuola di pastorale: la Chiesa si attrezza nel migliore dei modi per rispondere al suo Signore: suggerisce itinerari, tappe e verifiche; coinvolge risorse; propone cammini educativi.

 

2. Perché la Quaresima è un “tempo favorevole”?

E’ un tempo favorevole perché ripropone con forza la centralità della Pasqua. Siamo tutti in cammino verso la Veglia pasquale: cuore dell’Anno liturgico. Con la Pasqua risuona, con la stessa forza della prima volta, il grido: «Gesù, il Crocifisso, è risorto!». Ha vinto la schiavitù della morte e del peccato. Il Risorto effonde il suo Spirito. Inaugura un tempo nuovo. É risorto, ma dà anche a noi la possibilità di godere di una vita risorta, così che possiamo guardare con coraggio la morte, sconfiggere le nostre paure e le nostre delusioni. La Pasqua sdogana la speranza, la vita nuova intravista dai profeti: «Ecco, io faccio una cosa nuova che proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43, 19).

Tutta la nostra vita è pasquale, tutto il tempo lo è… e tuttavia la Chiesa, madre e maestra, prevede tempi e momenti, diversi e complementari, per educarci.

 

3. É un tempo favorevole perché l’Anno liturgico ha in sé un valore sacramentale: come un sacramento fa quello che annuncia e manifesta con segni visibili l’opera di Dio nel mondo.

Nella Quaresima facciamo esperienza concreta della “comunione dei santi”. C’è un popolo intero che si mette in cammino, che si fa cordata. Con la preghiera gli uni per gli altri e l’offerta di noi stessi, con l’intercessione dei santi, con l’intercessione di Maria, con il dono delle indulgenze, si sperimenta di far parte del Corpo mistico di Gesù.

La Chiesa ci dona abbondanza di Parola di Dio. Riceveremo in questi giorni la visita del parroco alle nostre case. Siamo incoraggiati a vivere un clima favorevole all’impegno ascetico: piccole mortificazioni, astinenza il venerdì, letture spirituali, ecc.

 

4. La Quaresima è anche tempo di grande gioia!

Dobbiamo fare ritorno alle nostre case con una gioia profonda: «Il Signore ama chi dona con gioia» (2 Cor 9, 7).

Una parola severa accompagna l’imposizione delle ceneri: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai», oppure «Convertiti e credi al Vangelo». L’una e l’altra frase fanno riferimento alla nostra responsabilità.

Ma come compiere questo cammino? Come affrontare la difficoltà?

Noi dobbiamo avere la certezza che Gesù ha già vinto. Allora, quando siamo nella prova, non sprechiamo troppo tempo a guardarla, ad analizzarla. Passiamo subito oltre.

Anche se talvolta la barca è in mezzo alla tempesta, con vento forte e contrario, come gli Apostoli, spaventati, siamo tentati di rimproverare Gesù (ci sembra che stia dormendo sulla barca e ci lasci soli); ma non dobbiamo avere paura: Lui ha già vinto. Ma è solo con gli occhi della fede che vediamo la sua vittoria. Con gli occhi della fede riusciamo a scorgere quale sia la sua grazia in mezzo al grande problema. Per gli Apostoli la grazia poteva sembrare un secchio per vuotare la barca. Ma sappiamo che, buttato fuori un secchio d’acqua, sarebbe arrivata un’altra onda. La grazia invece era Gesù lì con loro, anche se stava dormendo. Il vero rimedio era guardare Gesù.

Allora buon cammino a tutti e buona Quaresima.

Messaggio del Vescovo per la Quaresima

Ai Sacerdoti, Religiosi e Religiose della Diocesi di San Marino-Montefeltro

Carissime, carissimi,
grazie per l’accoglienza riservatami domenica scorsa 2 marzo; accoglienza riservata alla mia persona, ma ancor più per ciò che sono chiamato a rappresentare in mezzo a voi: «Uno che guarda con l’ampiezza del cuore di Dio». Continuate a pregare perché sappia esserlo almeno un po’.

Domani 4 marzo, mercoledì delle ceneri, entriamo in penitenza. Auguro a tutti una Quaresima bella, ricca di frutti e gioiosa perché «Dio ama chi dona con gioia». Papa Francesco ci ha proposto l’esercizio e lo stile di una povertà intesa come dono di noi stessi, e questo è un vero investimento per il bene di tutti; è una “povertà ricca” perché come quella di Gesù. Egli “da ricco che era, si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà”. “In ogni epoca e in ogni luogo – ci ricorda papa Francesco – Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola, e nella sua Chiesa, che è popolo di poveri”.

In ogni famiglia ed in ogni comunità seguiamo con perseveranza le mete che il Signore, mediante discernimento comunitario e personale, ci ha ispirato.
La Quaresima è tempo di grazia, di comunione, di speranza.
Tempo di grazia. Sentiremo ripetere: “Ecco ora il tempo favorevole; ecco ora il tempo della salvezza …”. Ritorna in tutta la sua carica di novità l’annuncio della Pasqua. La potenza della risurrezione è all’opera come lievito che fermenta la pasta, come gemma che spande la sua fragranza. “Ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?” Insieme con la grazia (amore di Dio effuso nei nostri cuori) ci vengono elargite infinite grazie: conversione, perdono, sovrabbondanza di Parola di Dio, opportunità di preghiera e di ascolto, ecc. Insomma, 40 giorni sotto uno speciale dono di luce.
Tempo di comunione. Non solo perché il cuore convertito è propenso alla solidarietà e all’amicizia, ma per la natura ecclesiale dell’itinerario quaresimale. La quaresima è un percorso che si fa legati insieme, “a corpo”: ci si avvantaggia della preghiera e dell’esempio di tanti, si attinge al tesoro dei santi, all’intercessione di Maria, si stringe più forte la mano della madre Chiesa.
Tempo di speranza. “Prendi il largo”, dice Gesù. “Osa!”. Le nostre comunità possono essere paragonate ad una barca a vela che ha sciolto gli ormeggi o, se preferite, ad una mongolfiera: si innalza e si innalza di più se si libera della zavorra. Gettiamo ciò che appesantisce (lavoro prezioso su noi stessi) per essere sempre più liberi, più santi.

Ho un sogno: che tutti i membri delle nostre comunità – senza eccezioni – cantino l’Alleluia riuniti insieme nella Veglia Pasquale, centro della vita e dell’esperienza cristiana perché abbraccio del Risorto.
Pennabilli, 4 Marzo 2014

Con voi! Vi benedico,

X Andrea, vescovo 

Saluto ai partecipanti alla Messa solenne per l’inizio del ministero episcopale

Prima di celebrare la solenne eucaristia per l’inizio del mio ministero episcopale nella diocesi di San Marino-Montefeltro – diocesi una e indivisa – permettetemi di esprimere la gioia di trovarmi qui, tra voi, e di salutare tutti di cuore.
Saluto e ringrazio l’amministratore diocesano Mons. Elio Ciccioni per le sue parole di saluto, per la cordialità che mi ha manifestato dal momento della mia elezione e per il suo zelo nello svolgere il mandato affidatogli. Saluto chi mi ha accompagnato e, in un certo senso, mi consegna a voi. Gli amici che vengono da Ferrara. Saluto i sacerdoti e i diaconi, i religiosi e le religiose, i laici (ragazzi, giovani, adulti, fidanzati e sposi) un saluto e, da subito, la promessa di una affettuosa amicizia e frequentazione agli ammalati e agli anziani. Saluto chi ha fede e chi è in ricerca, e quanti ci seguono nella preghiera attraverso il collegamento tv. Il mio pensiero va ai santi patroni Marino e Leo, generatori della fede con la loro testimonianza e preghiera e poi padri della Chiesa sammarinese e feretrana, e alla Beata Vergine delle Grazie. Mi assistano in questa “impresa”!

Salendo la Cattedra e l’altare ricordo i Vescovi che hanno retto la diocesi negli ultimi decenni: Mons. Bergamaschi del tutto proteso alla vitalità della diocesi, del clero, del Seminario allorché era solo Chiesa feretrana. Ricordo i Mons. Bianchieri, Locatelli e De Nicolò che hanno tenuto in vita la diocesi preparando assieme a Paolo VI il nuovo corso della diocesi di San Marino-Montefeltro. Infine i due arcivescovi che mi sono padri e maestri e che hanno garantito la nuova vitalità della ripresa, Paolo Rabitti e Luigi Negri, tanto amati da voi.

Formulo un atto di rispetto e di auspicabile colleganza per il Bene comune alle autorità civili e militari della Regione Emilia Romagna, al rappresentante dell’Assemblea legislativa Regionale e della provincia di Rimini, agli Eccellentissimi Capitani Reggenti, al Consiglio Grande e Generale, ai Capitani di Castello della Serenissima Repubblica di San Marino, nonché ai Signori Ambasciatori e alle autorità presenti sul Titano.

Ringrazio per la loro presenza i cari Arcivescovi e Vescovi che mi hanno accompagnato assicurandomi aiuto, consigli e affetto.

Sono onorato e commosso per la presenza del Nunzio Apostolico in San Marino e Italia: il “nostro” Mons. Adriano Bernardini, cui devo incoraggiamento e sprone nell’accettare la designazione a vostro vescovo e a cui chiedo di avere ancora attenzione e cuore alla nostra diocesi e repubblica perché qui Mons. Bernardini è nato e cresciuto. E’ qui, rende presente il nostro papa, tanto amato, Francesco.

Siamo un unico popolo, fiero della sua tradizione, unito, e aperto alla fraternità universale, disponibile all’impresa della nuova evangelizzazione. Prendo dalle mani dell’Amministratore diocesano il graditissimo dono dell’anello “nuziale”. Sì, nel mio cuore sento che già ci apparteniamo reciprocamente.

Omelia nella solenne eucaristia di inizio del mio ministero episcopale

“Cor ad cor loquitur”: ecco come sento e vivo il mio venire tra voi. Lo dico con le parole di Paolo appena proclamate: “Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1Cor 4,1). Sono partito, sono arrivato, mi metto prontamente in cammino con voi, dentro la vostra – nostra – storia recente e antica.
Penso al camminare di Gesù: salite, accostamenti, discese, spostamenti e soste per un nuovo cammino; un cammino così premuroso, incalzante e rapido da essere quasi inafferrabile. C’è chi ha studiato, con la perizia dell’esegeta, i passi di Gesù nel Vangelo (particolarmente di Marco): fa impressione il peso teologico che hanno i verbi di moto. Alla fine della ricerca si può affermare che il camminare di Gesù non è altro che il rendersi visibile e il concretizzarsi, nel tempo e nello spazio, del “venire” di Dio accanto a noi. Dio visita il suo popolo, non se ne è dimenticato. “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, – ci ricordava Isaia – io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49, 14). “La via di Dio” – anche se in taluni testi indica il tracciato che il credente è chiamato a percorrere, lo statuto etico – è l’annuncio della condiscendenza di Dio, il suo esodo per farci tornare a Lui. Gesù dirà di sé: “Io sono la via” (Gv 14,6).

Dove va Gesù? Dove i suoi passi si fanno sentiero battuto? Dove va Gesù missionario, divino modello per noi. Sono tre le direzioni preferite da Gesù. Certo, ve ne sono altre importanti e suggestive: Gesù, ad esempio, va a Cana per una festa di nozze; sale sui monti per insegnare e pregare; scende sulle rive del lago per chiamare apostoli; va al tempio come ogni pio israelita, cammina sulla sabbia del deserto per il combattimento.
Ma anzitutto Gesù va verso chi è fragile, malato o tormentato dal demonio. Quante guarigioni narrate nei Vangeli, ma soprattutto quanta prossimità e partecipazione da parte sua. Quanta tenerezza: prende per mano, solleva, improvvisa un farmaco con la saliva, stende la sua ombra, avvicina, non teme il contagio, perfino il suo mantello diviene opportunità di contatto. Guarisce di persona, ma anche a distanza, in incontri che accadono per la via, nella casa, in sinagoga, al bordo della piscina, perfino nel Getzemani, ecc.

Gesù cammina verso i poveri e i piccoli. Li sceglie con preferenza come destinatari della lieta notizia. Nell’infanzia è stato adagiato sulle loro braccia (Simeone, Anna, i pastori: tutti anawim, o poveri di Jahvé). Sul monte delle Beatitudini li dichiara “beati”. Ne ha compassione, li soccorre. Moltiplica per loro pani e pesci. Prende come esempio una vedova povera per dare una lezione di stile. Chiede a chi non è povero un radicale distacco fino alla disponibilità a farsi bambino. Un giorno Simon Pietro potrà dire: “Non ho né oro né argento” (At 3,6).

Gesù va incontro ai peccatori. Li raggiunge e li guarda negli occhi, legge nel cuore: il suo sguardo inquieta, turba, seduce, converte, perdona. Stanco per il cammino fa sosta al pozzo e dialoga con la samaritana. Invita il peccatore risanato a stare con lui e a seguirlo, non ne ha orrore. Per questo riceve critiche: “Mangia e beve coi peccatori” (cfr Mt 9,11). Non lo fermano le mormorazioni: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca” (Lc 7,39). Quando perdona rasenta la bestemmia secondo i suoi detrattori (Mt 9,3). Noi peccatori siamo ovunque e per liberarci tutti dal peccato scala l’erta del Calvario.

Cari amici, l’apostolo di Gesù e ogni suo discepolo mette con fiducia i suoi piedi sulle impronte del Maestro. Il camminare del discepolo sarà allora una continuazione del cammino di Gesù. Vale per il Vescovo. Vale per ognuno. A partire da subito prendiamo coscienza che i passi che facciamo sono “il cammino di Gesù”, i passi di ogni giorno: quelli che ci riportano a casa questa sera o al lavoro o alla scuola domattina, ricordando che siamo suo Corpo, sua presenza: “Con te, per te, Signore, il mio cammino; nel mio andare il tuo andare”. Così per ogni giorno che inizia…

Questi i miei primi pensieri.
Ma dovremo insieme laici e consacrati, giovani e adulti, domandarci dove ci vuole condurre il Signore, che cosa si aspetta da noi e come possiamo rispondere alle sue attese. Lo faremo mettendoci in ascolto della Parola di Dio, parlandone insieme, specialmente attraverso gli organismi di partecipazione e corresponsabilità ecclesiale e soprattutto pregando. Dopo il risveglio di vitalità che ha vissuto la diocesi “una e indivisa” e la forte presa di coscienza di come i cattolici siano chiamati ad essere significativi là dove si fa pensiero e si progetta, prendiamo sempre più famigliarità col Vangelo.

Il Vangelo è un dono, parola che viene da oltre, dal Padre “che veste l’erba del campo e sa di che cosa abbiamo bisogno”; dono nelle nostre mani e sulle nostre labbra perché assimilato, sia comunicato come atto di amicizia verso ogni sorella e ogni fratello. Non proselitismo o indottrinamento, ma comunicazione di una gioia a cui tutti sono candidati. Abbiamo sperimentato quello che scrive papa Francesco: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Gesù” (EG 1).

Il Vangelo umanizza: è parola di vita. Svela all’uomo la sua più profonda identità, la sua verità. Il Vangelo è il programma, o la forma secondo la quale siamo stati creati. Ci ha reso audaci, ha convertito le nostre meschinità, ha tirato fuori il meglio, indicandoci mete e progetti coraggiosi. Risponde alla domanda che caratterizza quella “sana e positiva inquietudine sul senso e sul valore della vita”. “L’uomo – ricordava Benedetto XVI ai nostri giovani – non può vivere senza questa ricerca della verità su se stesso – che cosa sono io, per che cosa devo vivere – verità che spinga ad aprire l’orizzonte e ad andare al di là di ciò che è materiale, non per fuggire dalla realtà, ma per viverla in modo ancora più vero, più ricco di senso e di speranza. (…) Il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito” (Discorso ai giovani, 19.6.2011).

Il Vangelo vissuto insieme genera una nuova socialità, nuove relazioni. Ci è capitato talvolta di sentire con stupore il racconto di ciò che il Vangelo ha fatto sbocciare quando lo si è accolto. Il Vangelo chiama a custodire e a fare più bella la “casa” dell’uomo, questo angolo di terra, questa natura bella e forte, aperta al cielo e al mare. Insieme ci sentiamo chiamati a sostenere relazioni che aiutino il pieno sviluppo delle persone, riconoscendo la comune appartenenza alla famiglia umana. Viviamo con gioia il dono del nostro tempo: l’umanità per la prima volta dopo gli sviluppi inauditi della comunicazione è nella condizione di vivere e costruire una storia comune. L’amore che il Vangelo propone apre non solo alla libertà e all’uguaglianza, ma soprattutto alla fraternità. Un anelito e un percorso comune a tutti noi, vera categoria politica che può rispondere ai bisogni di oggi, fondamento di una società per l’uomo a cui tutti aspiriamo. “Sentiamo la sfida- scrive ancora papa Francesco – di vivere insieme, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87).
Il Vangelo è una persona viva: Gesù.

Oggi, Gesù ci ripete: “Non preoccupatevi di quello che mangerete o berrete… di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno”: che la bellezza vera, quella del dono di sé, sia il criterio di scelte di vita e di società.
“Non preoccupatevi”: un invito da estendersi a tutto l’arco dei nostri desideri o delle nostre ambizioni. Da estendersi anche al nostro slancio missionario; perché non meritiamo il dolce rimprovero di Gesù all’attivismo di Marta: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Lc 10,41-42)”. Non è un segno ed un dono incalcolabile per la nostra Chiesa la presenza di varie comunità di contemplative? “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta”(Lc 10,42).
Ma l’invito di Gesù è a stare in guardia dalla schiavitù della ricchezza. Cristo non l’ha mai demonizzata: il danaro serve per vivere, per aiutare gli altri e per sviluppare talenti. Nella nostra società regna sempre più la prepotenza delle multinazionali, al punto che si sostituiscono ai politici nella gestione della cosa pubblica. Invece – come ci ricordava papa Benedetto nella Caritas in Veritate – sarebbe auspicabile introdurre nell’economia l’etica della comunione.

“Guardate i gigli del campo… Guardate gli uccelli del cielo…”: Gesù non invita alla delega e tanto meno al parassitismo; non esige eroismi irraggiungibili. Indica la vera ricchezza che consiste nella libertà di essere se stessi, ossia figli del Padre che vuole attraverso ciascuno, diffondere il bene. Dio ha bisogno di ciascuno per raggiungere l’altro. Non moltiplica il pane ma fa sì che qualcuno pensi a condividere con chi ha fame. “Domandiamoci: di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare altri che sono nel bisogno con la nostra povertà”, così papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima.

Conosciamo la risposta che Gesù ha dato al giovane ricco. Chissà a quanti giovani Gesù, anche ora, propone di seguirlo, di mettergli a disposizione piedi, mani e cuore per essere una sua presenza. Cari ragazzi, ditegli il vostro “sì”. Gesù farà di voi messaggeri del Vangelo e servitori della gioia di tutti.
Il vostro e il nostro “sì” mettiamo in quello di Maria a cui affidiamo il nostro cammino.
Grazie!

Saluto del Vescovo Andrea al Sindaco di Pennabilli

2 Marzo 2014

Signor Sindaco,

“eccomi!”. Sono lieto della cortesia che ha voluto usarmi nel venire personalmente a porgermi il saluto e il benvenuto in questa terra alla quale, da oggi, mi legherà il mio “destino”, meglio dire la mia missione.

Apprezzo il suo gesto, e la ringrazio di cuore. Le parole da lei rivoltemi anche a nome degli altri sindaci del Montefeltro e dei Capitani di Castello di San Marino, suscitano in me molte riflessioni e mi fanno sentire ancor più la gioia e la responsabilità di questo momento.

Gioia per essere stato chiamato a svolgere il ministero episcopale in queste terre; una chiamata – le confido – del tutto inattesa e che ancora mi fa trepidare. Avrò modo di approfondire da vicino bellezza e storia, vita e problemi, indole e virtù di questa gente. Da qui, da Pennabilli, il mio sguardo pieno di meraviglia abbraccia le vallate del Montefeltro (la valle del Marecchia, del Foglia e del Conca); le comunità montane di Novafeltria e Carpegna. Apprezzo i progetti di sviluppo locale attraverso la valorizzazione delle risorse che sono tante, tra le quali primeggiano quelle storiche-culturali. Avrò modo di approfondire – e lo farò con piacere perché questa ormai è la mia terra – la storia di questo territorio da sempre crocevia di culture, la conoscenza delle sue città fino alla Rocca di San Leo.

Avrò l’opportunità poi di incontrarmi con le autorità e la popolazione della Serenissima Repubblica di San Marino a cui ho già indirizzato un affettuoso messaggio.

Gioia per tutto questo, e responsabilità. In particolare, le sue parole – signor Sindaco – mi richiamano alla mia responsabilità, quando domandano cordialità di rapporti e concretezza di collaborazione. Assicuro, le dirò ancora, che il suo desiderio incontra il mio, ed è nella linea degli obiettivi e delle mete di una comunità ecclesiale. Si lavoreremo insieme  soprattutto perché ai giovani non sia rubata la speranza.

Mi auguro intercorrano tra noi rapporti personali cari e significativi, rapporti fra tutti sorretti dalla stima per ogni persona, per le sue necessità e i suoi diritti, individuali, familiari, sociali. Ma, al di là di questi rapporti non posso non augurare che la comunità ecclesiale nella quale mi accingo a portare il mio umile servizio, salva sempre la sua identità, sappia dimostrare la sua presenza e sappia dare un contributo reale e leale alla promozione del bene comune e alla soluzione dei problemi che richiedono l’apporto di tutti e di ogni cittadino, specie in ordine a quelle esigenze della dimensione spirituale e religiosa che interessano specificatamente la missione della Chiesa. Nel pluralismo. Un pluralismo che suppone rispetto, difesa e sostegno della libertà, nelle istituzioni e delle istituzioni, e consente convergenza e solidarietà, arricchimento e crescita, ed è il primo bene di tutti.

Per gli altri grandi problemi di ordine nazionale e internazionale, nei quali si collocano e si condizionano i problemi locali, comunali e provinciali, la nostra comunità ecclesiale non può non essere in consonanza con l’atteggiamento e l’insegnamento di tutta la Chiesa, degli ultimi Papi, particolarmente di papa Benedetto XVI che ci ha onorato della sua visita, di papa Francesco e del Concilio Vaticano II quando scrive che: “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro  che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”(GS1).

Grazie signor Sindaco a lei e a tutta l’Amministrazione.

Messaggio ai giornalisti di San Marino-Montefeltro nella festa del Patrono San Francesco di Sales

24 gennaio 2014

 

Sono felicissimo di essere, con questo messaggio, tra voi per celebrare la festa del Patrono dei giornalisti, San Francesco di Sales. Il prossimo anno, spero vivamente di esserci di persona.

Domani, nel solenne rito di consacrazione episcopale, avrò un ricordo particolare per voi, le vostre famiglie ed i vostri colleghi e collaboratori.

Nel mio stemma episcopale viene raffigurato un ponte fra due sponde – consentite la battuta – oggi si sarebbero potute mettere antenne e parabole… ma ponte e penna sono ancora indispensabili!

Importante raccogliere e far circolare notizie, idee, progetti per creare un mondo sempre più unito. Avete una grande responsabilità. Guardiamo a voi con fiducia, perché con la vostra professione ci consentite di essere più liberi e quindi più capaci di fare discernimento. Un servizio alla verità, sempre nella verità.

 

 

 

Un cordiale augurio

 

+ Andrea Turazzi

(Vescovo eletto di San Marino-Montefeltro)