“I fatti e i giorni” dal 9 al 15 novembre

Settimana dal 9 al 15 novembre 2014

Bagnasco e… il Cavallo di Troia

Si è appena conclusa ad Assisi l’assemblea straordinaria dei vescovi italiani: in agenda temi importanti; il più rilevante la formazione permanente del clero.
Nel suo saluto papa Francesco ha ricordato, a questo proposito, che alla Chiesa “non servono preti clericali il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore, né preti funzionari che, mentre svolgono il loro ruolo, cercano lontano da lui consolazioni”.
Come di consueto il presidente dell’Assemblea, il Cardinale Bagnasco, ha toccato nella prolusione temi dell’attualità ecclesiale e italiana, dal lavoro che non c’è alla necessità di rifondare la politica, dalla questione giovanile alla scuola. E in questo contesto ha dedicato particolare attenzione alle problematiche che sono state al centro del Sinodo svoltosi di recente a Roma.
Ha fatto grande scalpore un inciso del suo discorso. Titoli cubitali sulla stampa, reazioni e commenti a catena sul web. Il Cardinale Bagnasco richiama semplicemente la centralità del messaggio sinodale spesso dirottato su aspetti e preoccupazioni fuorvianti, come l’insistenza a considerare i casi particolari, trascurando l’essenziale. Oppure dando considerazione a unioni che non possono pretendere di essere equiparate alla famiglia. Operazione astuta; ed è questo a cui allude Bagnasco. Dalle reazioni, tuttavia, si vede che ha colpito nel segno. Ecco le sue parole: si indebolisce la famiglia “creando nuove figure, seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di Troia di classica memoria”. Come si sa il Cavallo di Troia è l’invenzione di Ulisse per espugnare la città: far credere che il “cavallo” è un segno di pace o un ex-voto mentre il suo ventre è gravido di guerrieri armati fino ai denti. Tra l’altro, nel discorso di Bagnasco, la metafora è un inciso, bene si farebbe a meditare quel che segue: “La famiglia, come definita e garantita dalla costituzione, continua ad essere il presidio del nostro paese, la rete benefica morale e materiale, che permette alla gente di non sentirsi abbandonata e sola davanti alle tribolazioni e alle ansie del presente e del futuro (…). L’amore non è solo sentimento: è decisione; i figli non sono oggetti né da produrre né da pretendere o contendere, non sono a servizio del desiderio degli adulti: sono i soggetti più deboli e delicati, hanno diritto ad un papà e ad una mamma. Il nichilismo, annunciato più di un secolo fa, si aggira in Occidente, fa clima e sottomette le menti”.
Dopo aver espresso soddisfazione per i passi avanti negli aiuti alle famiglie, il Cardinale le ha elogiate: “Il forte senso della famiglia deve renderci fieri in Italia e all’estero”.

La famiglia, dunque, continuerà ad essere impegno primario anche per la comunità diocesana sammarinese-feretrana. Impegno che è stato ribadito e condiviso dai partecipanti alla consulta delle aggregazioni ecclesiali tenutasi a Pennabilli giovedì scorso. All’incontro hanno partecipato i rappresentanti di dieci tra movimenti, gruppi e associazioni. Ogni aggregazione, per bocca del suo rappresentante, ha condiviso la propria idea-forza, gli obiettivi che persegue, la consistenza organizzativa, ecc. Al di là del numero degli aderenti che ne fanno parte, ognuna ha un vasto campo di influenza. Se la consulta di per sé nasce debole, in quanto organismo di coordinamento (mentre obiettivi e metodi sono propri e specifici), in realtà è una grande risorsa per la presenza militante di così tanti laici motivati e organicamente inseriti nella Chiesa locale.

 

Omelia XXXII Domenica del Tempo ordinario

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Piacenza, 9 novembre 2014
Convegno Regionale delle Presidenze AC

Gv 2,13-22

Celebriamo la festa della Dedicazione della prima cattedrale di Roma: San Giovanni in Laterano. Una splendida occasione per riconsiderare la Chiesa di pietre vive a partire dal luogo dove essa si riunisce; una ulteriore opportunità per sentirci membra vive di un unico corpo; un rinnovato invito a stringerci attorno al Papa e alla Chiesa di Roma che presiede alla carità (cfr. Ignazio d’Antiochia Lettera ai Romani 1,1).
Lasciamo la lettura continuata del Vangelo di Matteo per metterci in ascolto di questa stupenda pagina di Giovanni.
L’evangelista racconta la prima delle tre Pasque che Gesù ha vissuto a Gerusalemme. In occasione di quella solennità compie uno dei gesti più significativi in ordine alla Rivelazione: il segno del Tempio. Gesù si manifesta come il vero ed unico “luogo” della manifestazione di Dio e della sua presenza salvifica con gli uomini.
Ma che cosa rappresentava il tempio per la fede e per la vita del popolo d’Israele? Il tempio era unico in tutto Israele, centro e simbolo dell’unità religiosa e politica; in esso risplendeva la gloria del Signore, la sua presenza. La sua distruzione costituirà per Israele un terribile choc.
Così cantavano i pellegrini che salivano al tempio: «Meglio un giorno solo nei tuoi atri che mille altrove» (Sal 83, 11). Gesù ha grande considerazione e rispetto per il tempio. Come ogni pio israelita, Gesù sale al tempio cantando i salmi delle ascensioni, col cuore colmo di emozione e stupefatto per tanta bellezza e splendore. Gesù prega e insegna nel tempio. Che cosa trova anche? Al tempio confluivano folle enormi di pellegrini per la Pasqua, ed era necessario aprire negli atrii un mercato di pecore, buoi e colombe per le offerte sacrificali, dal momento che non potevano portarli con sé dai luoghi di provenienza. Inoltre, i fedeli venivano dalle regioni più lontane ed erano perciò necessari anche cambiavalute.
Gesù compie nei confronti dei “mercanti” un’azione simbolica profetica: prende alcune funicelle, che servivano per condurre gli animali, e violentemente rovescia bancarelle, soldi e cesti di animali e sbatte fuori tutti. Il mercato del tempio aveva già acceso d’ira il profeta Zaccaria (cfr. Zac 14,21), ma la motivazione era ben diversa. Gesù non se la prende con i venditori o con i loro eventuali affari illeciti. Di per sé non si propone di riformare il culto, ridando decoro al tempio e facendo sì che torni ad essere un luogo dove si possa pregare dignitosamente. Non si tratta tanto di una purificazione del tempio, come nei racconti analoghi dei sinottici, ma Gesù si sostituisce all’istituzione stessa del tempio. Esso ha finito il suo compito; non solo i venditori, ma il tempio stesso sta per terminare la sua funzione. Ciò è perfettamente in linea con quanto Gesù dirà alla Samaritana: «Non più su questo monte o a Gerusalemme… ma viene un’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità» (Gv 4,21-24). Nella nuova comunità non c’è più un tempio, perché Cristo è il suo tempio (cfr. Ap 21, 22). È dunque un gesto messianico decisivo quello compiuto da Gesù, non semplicemente un richiamo morale o liturgico: «Egli infatti parlava del santuario del suo corpo» (Gv 2,21). Solo a Pasqua i discepoli, illuminati dallo Spirito, capiranno che il Risorto è il Tempio di Dio, distrutto da chi l’ha ucciso e riedificato dopo tre giorni.
È Gesù, Verbo incarnato, il luogo della dimora definitiva di Dio fra gli uomini. Una volta era il tempio, ma poi, per la malvagità del suo popolo, la gloria ha abbandonato il tempio (cfr. Ezechiele 10,18ss) per tornarvi nei tempi messianici (cfr. Ezechiele 40-43). È solo in Gesù che Dio manifesta tutta la sua gloria.
È solo in Gesù che l’uomo incontra Dio, che è la vita, perché Gesù è quel tempio da cui scaturisce l’acqua viva che sana ciò che è morto.
In profonda unione a Cristo la comunità cristiana rende il vero culto gradito a Dio che autentica anche il culto liturgico al tempio (cfr. Efesini 1,13). Un tempio fatto con pietre vive (prima lettera di Pietro 2,5).

“I fatti e i giorni” dal 2 all’8 novembre 2014

Settimana dal 2 all’8 novembre 2014

La settimana s’è aperta nel clima mesto della commemorazione dei defunti: visite al campo santo, famiglie che si ricompongono nel ricordo dei propri cari, momenti di intensa preghiera anche se minacciata – come spesso accade – dall’esteriorità e dal chiacchiericcio. C’è da augurarsi che la consuetudine e la memoria non affoghino la riflessione. Davanti alle tombe infiorate, ma pur sempre testimoni di quanto è breve la nostra vita e fragile la nostra umana condizione, ritorna la domanda severa: “Su che cosa fondo la mia vita? Ho trovato un solido ancoraggio per la barchetta della mia esistenza?”. E poi la domanda totale: “Per chi vivo?”. Molto forte l’intervista rilasciata in questi giorni da mons. Negri, intervista che – come sempre – fa notizia. “La svalutazione della vita – dice l’Arcivescovo – ha portato all’annientamento della morte: di essa o non se ne parlala si eclissa – o si tentano vie artificiose per darne un’immagine che sconfina in qualche convinzione millenarista, reincarnazionista, pseudorazionalista, tutte soluzioni che sono assolutamente inadeguate e affermano – conclude mons. Negri – un fallimento sulla vita prima che sulla morte”.

Prima notizia su tutti telegiornali gli eventi climatici di questi giorni. Il bel paese alle corde: nubi gravide di bombe d’acqua, veri e propri tornadi, frane, alluvioni, crolli di argini e di ponti, città inagibili… Si dà la colpa alla cattiva gestione del territorio, si cercano i responsabili del dissesto idrogeologico; c’è chi denuncia la generale disattenzione verso la natura. Effettivamente c’è poco da stare allegri. Quale futuro per chi abiterà il pianeta se non si trovano rimedi, se non si mette un freno all’uso indiscriminato delle risorse?

La settimana si chiude in casa nostra (precisamente nel territorio del comune di Pennabilli) con un evento che dà speranza. Al grande Parco del Simone e del Simoncello vengono restituite, completamente restaurate, la torre medioevale di Bascio e l’antica chiesa dedicata a san Lorenzo. Si tratta del recupero di due monumenti importanti ridati a nuova bellezza. Il recupero favorirà l’utilizzo dell’uno e dell’altro. La torre è corredata da un importante cantiere archeologico nell’intento di riportare alla luce le strutture interrate della fortificazione permettendo così di fruire nuovamente dell’intera pianta del castello. La chiesa, aperta al culto, offre al pellegrino e al visitatore la possibilità di contemplare l’affresco ritrovato raffigurante una splendida deposizione ed il santo martire Lorenzo. A metà settimana si è riunita la commissione diocesana per i Beni culturali; riunione importante nella quale sono stati approvati altri progetti di restauro. La domanda sottesa è stata la seguente: “Che cosa vogliamo fare di tanta bellezza?”. La bellezza è come un raggio camminando sul quale si arriva a Dio, perché raggio che scende da lui, la bellezza più bella! Ma la bellezza è fragile, chiede custodia e difesa. Parola d’ordine: diligenza!
I beni culturali di cui è dotata la diocesi hanno a che fare con la liturgia e l’evangelizzazione. Si tratta di beni che insieme al valore in sé, da tutti fruibile, hanno una destinazione vitale, carica di significati per il presente. Appartengono ad enti ben precisi ma si può dire che sono – in certo modo – proprietà di un popolo che vede in queste le proprie radici e l’espressione di una viva tradizione. Lo Stato chiede di vigilare: giusto. Non si deve interpretare questa come “pretesa”: la bellezza è un dono per tutti, come la verità e la bontà!

Omelia Commemorazione dei fedeli defunti

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Gattara, 2 novembre 2014

Lc 12,35-40

«Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate». Si parla troppo poco dei Novissimi. Anzi, s’è perduto il significato stesso della parola; parola che indica “le ultime cose” della storia di ognuno e di tutti. Un tempo venivano elencate così: morte, giudizio, inferno, paradiso. Che i Novissimi siano importanti per la vita era ben espresso dall’ammonizione – pezzo forte dei predicatori – memorare novissima tua et non peccabis (traduzione libera: il ricordo dei Novissimi ti terrà lontano dal peccato). Noi preferiamo dire che il discorso sulla fine è in realtà il discorso sul fine che diamo alla vita.

Tutto finisce. E, allora, perché comincia ad esistere? La zanzara come l’aquila, il cespuglio come il cedro del Libano, la capanna come il grattacielo, le cose banali come le sublimi… Il Vangelo racconta dello stupore degli apostoli davanti alla bellezza del tempio di Gerusalemme (cfr Lc 21,3-7). Era una meraviglia: chi veniva dalla provincia non poteva trattenere l’ammirazione. Del resto anche Gesù era assai sensibile alla bellezza (ricordate le sue parole sul monte: Guardate i gigli del campo? cfr. Mt 6,28). Eppure tutto passerà, ribadisce Gesù. Perfino del tempio non resterà pietra su pietra (Lc 21,6). «Tenetevi pronti» (Lc 12,40).

Morte. E ci saranno altri crolli. Crolli cosmici e crolli personali. Siamo fatti di materiali deperibili, a breve o a lunga scadenza che siano. Val la pena pensarci: su che cosa fondo la mia vita? Ho trovato un solido ancoraggio per la barchetta della mia esistenza? Domanda totale: per chi vivo?

Giudizio. Tutto apparirà più chiaro alla fine: sarà un giudizio inequivocabile, ma non dovrò temere se Dio sarà il mio tutto. Egli non lascia nulla d’intentato per unirmi a sé. Persino gli avvenimenti che fan soffrire sono un invito a cercare quello che vale, a procurare amici, a mettere da parte tesori che la ruggine non consuma.

Inferno. Un cuore che non si apre sarà incapace di Dio, come un radar in avaria, sordo ad ogni segnale e opaco persino allo splendore del sole. L’inferno non è altro che la definitiva, ostinata e terribile chiusura all’amore di Dio.

Paradiso. Il paradiso, al contrario, è inesauribile emozione e pienezza: vedremo, ameremo, canteremo. Desiderio colmato, amore senza fine, pienezza che non ha più bisogno di parole: cuore dov’è il nostro tesoro (cfr. Lc 12,34). Questo Vangelo – morte, giudizio, inferno, paradiso – ci fa camminare sul crinale della storia: da un lato il versante oscuro della fine; dall’altro il versante della tenerezza che salva: neppure un capello andrà perduto (cfr Mt 10,30). Questa la missione di Gesù: «che io non perda nulla di quanto il Padre mi ha dato» (Gv 6,39). Missione compiuta (cfr. Gv 17,12; 18,9)!

 

Omelia Solennità di Tutti i Santi

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Cattedrale di Pennabilli, 1 novembre 2014

 
La solennità di Ognissanti e l’annuale commemorazione dei defunti sono una tappa importante nell’anno liturgico e ricorrenze molto sentite dai cristiani.
Siamo invitati dalla liturgia ad una straordinaria esperienza di comunione spirituale: la Chiesa militante (noi in cammino sulla terra), la Chiesa purgante che si prepara con la purificazione all’incontro “faccia a faccia” col Signore, la Chiesa trionfante che gode già della visione beatificante. Non tre Chiese, ma un’unica Chiesa. Un unico corpo, saldissima unità, reciproco scambio. In questi giorni la liturgia non ha pianti, perché ciò di cui fa memoria non è la morte ma la resurrezione; la liturgia non ha lacrime se non asciugate dalla mano di Dio. La Chiesa infatti non pronuncia parole sulla fine, ma sulla vita…
Come si riconosce un santo? Dalla gioia, anzitutto. Il santo è una persona non necessariamente straordinaria, ma straordinariamente centrata sul tesoro che rende la sua vita felice, cioè tutta “unità” e “armonia”: un santo triste è un triste santo!
Ecco le beatitudini! Poveri, miti, puri, affamati, perseguitati… che Gesù chiama “beati”!
Provo a dire qualcosa del mio rapporto coi santi. Da ragazzo ammiravo padre Damiano De Veuster, missionario tra i lebbrosi. In lui, come in altri santi missionari, ammiravo l’aspetto eroico, avventuroso e romantico. Il mio proposito di adolescente era: anch’io voglio essere santo. Ma è pura illusione pensare che la santità sia frutto dei nostri sforzi!
Da giovane mi ha soccorso l’incontro con Teresa di Lisieux, “la mia ragazza” (così la chiamavo). L’ho incontrata nei giorni della disillusione: non riuscivo ad essere santo nonostante gli sforzi sinceri. La santità – concludevo – non è per me. Teresa mi ha insegnato la “piccola via” e le sei “esse”: “Sarò santa se sarò santa subito” – diceva Teresa. Una scoperta: la santità dono da accogliere, dono di Dio seminato in ciascuno di noi.
Molti fra i santi sono giovani. Forse il Signore li porta presto con sé perché hanno raggiunto la maturità? Forse vengono preservati da questo mondo? La cosa finisce per inibire la presentazione dei santi giovani, perché spesso ricordati per la loro sofferenza e la morte prematura, prima che abbiano “gustato la vita”, l’amicizia, l’amore… Ci si spaventa pensando: “Dio mi prende in parola, appena riesco a dirgli che voglio essere suo”. Pregiudizi, luoghi comuni, paure: pensieri da superare.
La santità è per i giovani. Ma è per tutti: la santità rende giovani, perché porta a vivere gli aspetti più belli e caratteristici della giovinezza. Queste le qualità dei giovani: la generosità come assenza di calcolo; la totalitarietà: tutto o niente!; l’audacia dei grandi progetti: sono leggeri, senza troppe sovrastrutture e si incamminano più facilmente verso “i sogni” (nota sul sogno: una certa scuola di pensiero afferma che il sogno fa emergere il passato che è stato rimosso, passato che l’assenza di censure fa affiorare; secondo un’altra scuola il sogno è una risorsa aperta al futuro, è immaginazione verso una realtà nuova, è il principio della speranza).
Nella mia esperienza di postulatore ho notato lo stupore dei contemporanei e dei vicini scettici sulla santità dei candidati (troppo normali!); la scia di persone accanto ai santi: c’è un fascino che attrae e coinvolge (la santità è un fatto comune); la santità è Gesù tra noi: nella Chiesa, nella Parola, nei sacramenti, nel servizio amorevole.
Ho conosciuto dei santi “vivi”: quanti! Non sono proclamati tali perché ancora in cammino. Santi col Vangelo nel cuore, gente che scopre che “c’è più gioia a dare che a ricevere”, che nonostante la loro piccolezza sono “sale e luce”…

“I fatti e i giorni” dal 26 ottobre al 1 novembre 2014

Settimana dal 26 ottobre al 1 novembre 2014

Renzi si fa sentire in Europa, mentre in casa nostra si alzano le urla degli operai di Terni e la polizia è costretta ad arginare energicamente la rabbia dei manifestanti. A dir il vero di rabbia ne hanno tanta tutti gli italiani per il lavoro che non c’è. Come uscire dalla crisi? Come restituire speranza ai giovani? E che dire dei cinquantenni che perdono il posto? È lo sfondo della nostra preghiera di questi giorni. Nonostante la preoccupazione, tutto scorre in una apparente normalità: ci si adatta. “Altrove è peggio”, qualcuno sussurra. Ma è una magra consolazione. È necessario reagire, fare il possibile.

Nel quotidiano della vita ecclesiale intanto si moltiplicano iniziative culturali (riflessioni post-sinodo, interessante due giorni di studio organizzata dall’associazione degli storici romagnoli, presentazione del nuovo libro su papa Francesco); iniziative caritative (ma su queste è bene tenere il riserbo); iniziative di formazione (sono ripartiti alla grande gli Uffici pastorali: pastorale giovanile, pastorale vocazionale, pastorale sanitaria, pastorale famigliare, pastorale liturgica, pastorale missionaria, ecc.).
I movimenti, i gruppi e l’Azione Cattolica sono in splendida forma.

A metà settimana il Vescovo, insieme ad una delegazione diocesana, a Cracovia ha ritirato dalle mani del Cardinale Stanilaw Dziwisz una reliquia con il sangue di San Giovanni Paolo II; reliquia che verrà conservata dalla diocesi fino alla prossima Giornata diocesana della gioventù, quando sarà consegnata ai giovani che parteciperanno all’evento. La delegazione diocesana ha visitato il Museo dedicato al santo pontefice nella quale si può ammirare una serie di immagini raffiguranti il suo viaggio sul Titano nel 1982. L’iniziativa sottolinea il legame che unisce la nostra diocesi a San Giovanni Paolo II. La “reliquia” più vera sono le sue tredici encicliche, il suo magistero e la sua straordinaria testimonianza.

La comunità diocesana ha ricordato all’inizio della settimana la partenza di un’altra monaca: suor Maria Caterina, clarissa di Sant’Agata. Quanti angeli abbiamo nel Cielo!

 

 

 

 

 

 

Visita del vescovo Andrea all’arcivescovo di Cracovia

    Diocesi di San Marino – Montefeltro
    Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali
    Via Seminario, 5
    47864 Pennabilli (RN)

     

    Sua Eccellenza Mons. Andrea Turazzi, Vescovo di San Marino-Montefeltro, insieme ad una delegazione diocesana accompagnata da don Cristoforo Bialowas, postulatore romano, ha incontrato mercoledì 29 ottobre l’arcivescovo di Cracovia Card. Dziwisz per accogliere il dono di una reliquia insigne del Papa San Giovanni Paolo II:

    una piccola ampolla contenente il suo sangue. Il dono della reliquia sigilla il profondo legame spirituale che la Diocesi ha con Giovanni Paolo II. La reliquia verrà solennemente

    consegnata ai giovani della Diocesi nella Giornata a loro dedicata nella prossima primavera. Tra i giovani e Giovanni Paolo II si è stabilita una incredibile sintonia che ha trovato

    un’espressione particolare nelle Giornate mondiali. A questo proposito, in vista della prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Cracovia nel 2016 il Vescovo

    ha avuto un primo contatto con alcune personalità della Chiesa di Cracovia per l’ospitalità dei partecipanti.

    La delegazione diocesana ha avuto la sorpresa e la gioia di vedere, tra le slide che documentano i viaggi internazionali del Santo pontefice nel Museo a lui dedicato, una serie di immagini raffiguranti il suo viaggio a San Marino (29 agosto 1982).

    Pennabilli, 30 Ottobre 2014

    Omelia Esequie di suor Maria Caterina

    Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

    Sant’Agata Feltria, 28 ottobre 2014

    Ap 21, 1-7
    Mt 11, 25-30

    Cara Suor Caterina, ecco, ora: “una nuova terra e un nuovo cielo… Il mare non c’è più…”! (cfr. Ap 21, 1). È finito il viaggio fra i pericoli, le burrasche, i travagli… Sei arrivata in porto. Il mare, nelle Scritture, è l’elemento oscuro, inquietante; luogo di pericolose tempeste scatenate da forze brutali e implacabili; racchiude abissi abitati da mostri. Ma ora sono annientati. È il momento della nuova creazione. Siamo rapiti nella meraviglia della visione profetica, nel punto culminante dell’Apocalisse. Ecco incedere una sposa adorna per il suo sposo. Se ci sono lacrime, sono di gioia e di commozione, perché le cose di prima, come la morte, il lutto, l’affanno, il lamento, non ci sono più. «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»: dice colui che siede sul trono. Sono le prime note della sinfonia del nuovo mondo. Una sposa assetata – con una sete durata per più di 85 anni – finalmente, come la cerva cantata dal Salmo, può saziarsi alla fonte: «A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita» (Ap 21, 6). Il Signore giura che sarà lui in persona a colmare pienamente ogni suo desiderio fino a darsi come suo tutto (“sarò il tuo Dio”) e lei sarà figlia, il tutto per il Padre!
    Che cosa può ottenere di più una creatura?
    Vedrà cieli nuovi e terra nuova. Vedrà dischiudersi ciò che da sempre è avvolto nel mistero. Vedrà quel volto da tanto cercato e implorato.
    Amerà senza alcun imbarazzo o inibizione e in totale libertà; amerà a tal punto che il suo amante potrà finalmente donarsi a lei con la totalità del suo essere; e amerà senza fine, perché è proprio dell’amore non essere mai sazio.
    Canterà per la pienezza della gioia; canterà perché è proprio di chi ama oltrepassare la strettoia delle parole e lasciarsi andare alla melodia del cuore.
    Sì, carissime sorelle, carissimi amici, vedremo, ameremo, canteremo. È il nostro destino. Dovremmo aiutarci di più a fissare lo sguardo verso la meta, a “cercare le cose di lassù” (cfr. Col 3,1).
    Voi, care sorelle, ci aiutate, ci indicate – con la vostra vita – la consistenza del Regno di Dio. Con la scelta audace di una vita povera, casta, obbediente, ci dite che il Signore è il tesoro, la pienezza del cuore, la totale libertà. Danza!
    Il giorno della vostra professione religiosa avete indossato il velo, segno di consacrazione e della vostra esclusiva appartenenza al Signore. “Posuisti Domine signum in faciem meam…”, perché il Signore non ammette altro sposo fuorché lui.
    Qualche tempo fa sono stato accompagnato per una visita a suor Caterina. Si era aggravata. Distesa sul suo lettino non indossava il velo per ovvi motivi. Ma questa circostanza mi ha indotto a riflettere sul significato della “velatio virginis”. Lasciate che dedichi qualche parola a questo simbolo, il velo.
    Il significato del velo è evidente. S. Gertrude si preparava a ricevere il velo con queste parole: “O mio diletto, fammi riposare all’ombra della tua carità… Lì riceverò dalle tue mani il velo della purezza che, grazie alla tua guida, porterò senza ombra di macchia davanti al tribunale della tua gloria…” (Esercizi spirituali, III). Sublime vocazione. La consacrata nella verginità, per essere esclusivamente sposa di Cristo, si sottrae allo sguardo di altri possibili pretendenti e amanti. Vive ritirata dal mondo, nel chiostro per essere sempre sotto lo sguardo di Dio e a lui solo piacere per l’intensità dell’amore. Il velo è, quindi, una specie di clausura nella clausura. Il velo non ha nulla di opprimente, anzi è molto amato dalla monaca e da lei devotamente portato; lo bacia ogni volta che lo mette e lo toglie. Il velo, distogliendola dal divagare con gli occhi, l’aiuta a tenere lo sguardo del cuore più direttamente rivolto a Dio, nella contemplazione del suo volto sempre desiderato e cercato.
    Il velo è anche il segno del pudore che la nasconde, in un certo senso, al suo stesso sposo. In questa luce i Padri hanno letto il Cantico dei Cantici: «Quanto sei bella, amata mia, quanto sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, dietro il tuo velo… Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata» (Cant 4, 1.12). Versetti splendidi! Esprimono ammirazione e commosso stupore dello sposo divino davanti alla promessa sposa tutta raccolta e rivestita di un umile e delicato riserbo. Alla mentalità e alla sensibilità del nostro tempo riesce difficile comprendere questa consuetudine monastica. Appare subito come segno di sottomissione, troppo frainteso nel suo significato originario o troppo strumentalizzato. La monaca vive in modo sublime il mistero nuziale e materno sul piano soprannaturale. Il forte simbolismo del velo indica proprio la generosità e l’intensità con cui la claustrale fa dono di sé a Dio per tutti, rimanendo nascosta per essere di tutti. È come se il Cielo si curvasse su di lei per avvolgerla nell’intimità del cuore di Cristo, a somiglianza della Vergine Maria: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra» (Lc 1,35).
    Nella Chiesa antica nel momento in cui il vescovo imponeva alla consacrata il velo sulla testa tutto il popolo che gremiva la chiesa gridava: Amen, amen! Vedeva la propria destinazione nella vocazione della vergine. Il velo può essere visto anche come segno di martirio, perché segno di una vita interamente donata ma, nel contempo, come segno regale perché la vergine è sposa del Re e da lui è coronata, avvolta nel suo manto. Nella tradizione la vergine madre, Maria, è sempre raffigurata col velo, spesso è un velo che scende lungo la sua persona e avvolge il Figlio Gesù e tutti noi suoi figli.
    Cara suor Caterina, sei vissuta sulla terra nascosta al mondo ma per essere nel cuore del mondo e portare tutti gli uomini nel cuore di Cristo, unico sposo della Chiesa, dell’umanità redenta a prezzo del suo sangue. Entra nella gioia del tuo Signore. Sarai il motivo del suo incanto e del suo canto: «Ti lodo Padre, signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
     
     

    Omelia del funerale di suor Michelina Calisti

    Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

    Monastero di Pennabilli, 24 ottobre 2014

    Comunichiamo che la nostra amata Suor Michela Calisti, al secolo Angela, è spirata questa mattina alle 10.00 all’età di 100 anni e sei mesi di cui 77 di vita religiosa. Michela, originaria di Maciano (frazione di Pennabilli) è stata un vero dono per tutte noi. La sua presenza, che negli ultimi due anni è stata silenziosa e sorridente, ci ha fatto sperimentare da vicino il senso e la preziosità dell’affidamento, della docilità, dell’amore grato che sorride ad ogni gesto di affetto e di cura. È stata per ciascuna uno spazio di accoglienza mai ritirato, nemmeno in quest’ultimo tratto di strada ove, negli istanti di coscienza, non ha cessato di sorridere, accarezzare, baciare ognuna. È spirata serena, naturalmente, come una lampada che ha dato tutto, fino all’ultima goccia di olio. Eravamo tutte con lei.
    La Comunità delle Monache Agostiniane di Pennabilli

    Mt 11, 25-30

    Cent’anni e sei mesi di vita: quanta sete! Ora ha trovato il suo ristoro.
    Stiamo vivendo e partecipando ad un momento di incanto di Gesù; il suo incanto davanti ai piccoli, davanti a suor Michelina: «Ti rendo lode, Padre, perché hai svelato queste cose ai piccoli». Sono i piccoli di cui è pieno il vangelo: gli anawìm, cioè coloro che hanno posto nel Signore ogni loro fiducia, coloro che si aspettano tutto dal Signore. Hanno detto il loro “sì” al Regno di Dio con semplicità. Sconosciuti al mondo, eppure così amati dal Padre e posti ad essere radici nella pianta della Chiesa. A loro è dato di conoscere i misteri del Regno. Il Padre rivela loro cose belle, segrete e inaudite. Dischiude per loro un “sapere” precluso alla superba presunzione di chi si crede sapiente, un sapere di cui sono assetati i saggi di tutti i tempi, “cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (cfr. 1Pt 1,12). La scienza del Padre non è frutto di una ricerca intellettualistica. Sboccia dentro la relazione stessa che Gesù ha con il Padre ed alla quale questi piccoli partecipano. Chi accetta di diventare bambino, cioè figlio, troverà e gusterà il sapore di quel sapere.
    Dona, Signore, il tuo riposo. Quando l’amore di Dio può manifestarsi a qualcuno, questi cambia e trasforma la sua vita. Chi si lascia amare da Gesù non è dispensato dal vivere la condizione umana con tutto ciò che essa comporta: pesi, difficoltà, interrogativi, e perfino dispiacere per le imperfezioni nell’amore… Ma quell’anima viene ingaggiata da Cristo per migliorare il mondo. Chi getta in lui la sua àncora scopre che il Signore l’aiuta nella fatica di esistere. Per settantasette anni suor Michelina ha vissuto tra le mura sante del monastero su questa rupe. Ora sente la voce dello Sposo che la chiama alla vita, alla pace, al riposo. Cristo, il buon Pastore, la conduce a verdi pascoli e la fa riposare (cfr. Sal 22), la introduce nel grande Sabato, al compimento della speranza che ha reso bella la sua vita quotidiana. Non è questo uno degli aspetti più stupefacenti della rivelazione? Non è un buon motivo di lode? Ti lodo Signore perché sei mio riposo.

    “I fatti e i giorni” dal 19 al 25 ottobre 2014

    Settimana dal 19 al 25 ottobre 2014

    La parola chiave della lettera aperta del Vescovo ai sammarinesi è “rigenerazione”. Il momento che la Repubblica sta attraversando ha bisogno di un clima di chiarezza, ma anche di fiducia. Non mancano ideali e risorse, ci sono in tutte le formazioni persone di valore e rette. Il messaggio del Vescovo è stato accolto positivamente; se ne è accennato anche in Consiglio Grande e Generale. La questione morale è da affrontare in modo costruttivo, qualcuno sussurra: “rigenerazione e restituzione”. Può essere una chance ulteriore per favorire l’interesse e aggregare giovani per il bene comune.

    L’evento della settimana è stato senza dubbio la visita della Romagna a papa Francesco: oltre 2500 i pellegrini saliti a San Pietro in Roma mercoledì 22 ottobre (oltre 300 della nostra diocesi). Le “sette sorelle” insieme in questa occasione come in tante altre: Ravenna-Cervia, Imola, Faenza-Modigliana, Cesena-Sarsina, Forlì-Bertinoro, Rimini, San Marino-Montefeltro. Il Papa sviluppa il tema della Chiesa come “corpo di Cristo”: un prodigio di unità che si compie per opera dello Spirito Santo. Come le ossa aride si ricompongono nella visione del profeta Ezechiele (cfr. Ez 37), così lo Spirito tiene unite le membra della Chiesa al loro capo che è Cristo. Guai “smembrare” il corpo. Fuori di metafora sono le invidie, le gelosie, le maldicenze che creano disunità e conflitti. Un cuore geloso – ha ammonito papa Francesco – è un cuore acido, un cuore che invece del sangue sembra avere l’aceto; è un cuore che non è mai felice, è un cuore che smembra la comunità”. Ma il Papa ha una parola “personale” per le diocesi della Romagna: “Saluto i fedeli delle diocesi della Romagna, con i loro vescovi, e li esorto a saper ricavare dal Vangelo i criteri ispiratori per la vita personale e comunitaria”. Emozione, gratitudine, gioia e voglia di attuare subito questo programma altissimo e semplice… Si è cominciato, già sui pullman che riportavano i pellegrini alle loro case: condivisione, fraternità e… pazienza.

    Un altro fatto caratterizza la settimana: straordinario anche se non “buca” la grande cronaca. A Pennabilli, nel monastero agostiniano sulla rupe, si spegne suor Michelina Calisti a cento anni e sei mesi di cui 77 di vita religiosa. Così la ricordano le sue Sorelle: “Michela, originaria di Maciano (frazione di Pennabilli) è stata un vero dono per tutte noi. La sua presenza, che negli ultimi due anni è stata silenziosa e sorridente, ci ha fatto sperimentare da vicino il senso e la preziosità dell’affidamento, della docilità, dell’amore grato che sorride ad ogni gesto di affetto e di cura. È stata per ciascuna uno spazio di accoglienza mai ritirato, nemmeno in quest’ultimo tratto di strada ove, negli istanti di coscienza, non ha cessato di sorridere, accarezzare, baciare ognuna. È spirata serena, naturalmente, come una lampada che ha dato tutto, fino all’ultima goccia di olio. Eravamo tutte con lei”.