Omelia per l’Insediamento dei nuovi Capitani Reggenti

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Basilica del Santo Marino, 1 aprile 2015

Eccellenze,
Signore, Signori, fratelli e sorelle,
Gesù ha dichiarato il suo ardente desiderio di fare Pasqua. Nel parallelo di Luca il desiderio viene espresso con una forma particolare: «Desiderio desideravi» (Lc 22,15). E di rincalzo gli apostoli, amici intimi: «Dove vuoi che ti prepariamo?» (Mt 26,17). Quanta attenzione per il Maestro, quanta premura, quanta sollecitudine. Ad un desiderio, subito una disponibilità… Normalmente nei rapporti funziona così, quando le relazioni sono autentiche e nella verità. Ci si fida.
Ci può essere – e c’è – l’imprevisto, l’incidente. Nel caso di Gesù e del gruppo degli apostoli c’è Giuda! Egli tradisce la fiducia. Tra gli intimi è uno dei più intimi: attinge la mano nel piatto stesso di Gesù. Con lui siamo al primo atto della tragedia. «Colui che mangia il pane con me alza il suo calcagno contro di me» (Sal 41,10 – citato in Gv 13,18). Per spiegare meglio lo sconcerto provato da Gesù ricorro ad un fatto di cronaca che, in questi giorni, ci ha lasciato attoniti. La tragedia del volo Germawings ha prodotto qualcosa di simile all’incrinatura sul pavimento o nel terreno sul quale camminiamo e che siamo abituati a considerare solido e stabile. Fuori di metafora, quel terreno è la fiducia collettiva che, fin da bambini, siamo chiamati ad avere nel prossimo. E non solo in chi ci vuole bene. Ogni gesto, dal più elementare che compiamo ogni mattina, è possibile solo dentro questa fiducia nell’altro. Sì, la nostra vita è fondata su una profonda fiducia: che tutti, benché diversi o magari divisi e avversari, si tenda ad un bene comune.
Non possiamo smettere di fidarci.
È proprio del nostro DNA il mettere la vita nelle mani del prossimo e, a nostra volta, di essere custodi della loro. Smettere di fidarsi, è come smettere di respirare.
Abbiamo questa legge scritta dentro: è già nel riflesso spontaneo, naturale, con cui il neonato stringe forte il dito che gli offriamo. Eppure nessuno può garantirci che sia sempre così.
E allora c’è chi non ci pensa. C’è chi trova modo di distrarsi. C’è chi confida nella fortuna. C’è – persino – chi si affida all’oroscopo!
I cristiani sanno che occorre fidarsi nonostante tutto e – aggiungo – affidarsi. Affidarsi a chi?
Sanno bene che nemmeno la prossima mattina è garantita e che è stato scritto: «Nessuno conosce il giorno e l’ora». E tuttavia i cristiani non vivono nella paura: certi di non essere atomi smarriti nell’universo, certi di non essere cose da nulla. Sanno di essere figli. Questo è il fondamento dell’antropologia cristiana. Così Gesù sta sulla scena di quell’ultima cena, quando sopraggiunge la sera (cfr. Mt 26,20). Gli eventi precipitano, ma lui li signoreggia. Si affida al padre. È lui che ha insegnato la preghiera del Padre Nostro, preghiera dell’abbandono fiducioso: sia fatta la tua volontà. Certezza di un Dio buono che conosce tutti, per nome, uno ad uno.
Gesù, gli apostoli, Giuda…
Signore, dacci il coraggio di fidarci dell’altro, nonostante tutto; di correre il rischio di vivere in pienezza.
Signore, veglia su ciascuno di noi perché non tradiamo la fiducia riposta in noi.
Come ci ricorda con la sua testimonianza il santo fondatore di questa antica e nobile Repubblica: l’autorità è servizio e il buon esempio il suo primo corollario.
Santo Marino prega per noi!

Messaggio di Pasqua del Vescovo Andrea

È Pasqua!

Il mio messaggio?
Che altro se non questo: Gesù è vivo!
Lo proclamo nella mia qualifica: “Appartengo come vescovo, per successione, al gruppo degli apostoli che sono i testimoni di Gesù Risorto”. Io, Vescovo Andrea, faccio questo annuncio sulla scorta di precise, autorevoli e provate testimonianze storiche. Posso corredarle poi con le mille storie che raccolgo ogni giorno, storie di quanti sentono viva la presenza del Risorto; presenza che conquista, converte, slancia, dà forza, sospinge. Ultimamente sono particolarmente sensibile al coraggio dei tanti cristiani che affrontano il martirio. Mi sorprende chi fa della sua vita un dono vivendo la malattia o la disabilità con uno spirito non di rassegnazione ma di offerta. Mi commuove Silvio, mio fratello missionario in Congo e paraplegico, che inizia così la sua ultima lettera: “Sono un paralitico incontrato da Gesù. Nel Vangelo l’incontro di Gesù con loro è un evento di liberazione e di gioia. Così lo è stato per me. In lui ho visto il regno di Dio”. Non posso tacere i giovani che – a dispetto dei luoghi comuni – fanno scelte vocazionali sorprendenti e coraggiose e… sono tra noi.

Pasqua!
Parola antica e veneranda, vuol dire: passaggio. Gesù la interpretò e la visse come passaggio da morte a vita per amore dei fratelli. Allargo l’appello e dico a tutti: facciamo il passaggio, cioè facciamo Pasqua. Ognuno sa i passi che può e deve fare nel proprio cuore. Ma ci sono anche passi da compiere tutti insieme: riprendere fiducia, far credito a chi ci sta accanto, ridarci regole di pensiero e di azione. Senza fiducia non si vive più.
Persone sapienti e rigorosamente laiche convengono che stiamo pagando a caro prezzo le derive del soggettivismo (si assolutizza il proprio interesse e il proprio punto di vista), del relativismo (tutto è possibile e il contrario di tutto), dei desideri impazziti e subito tradotti in diritti.
La crisi, prima che economica, è una crisi di pensiero e poi una crisi morale. Facciamo il passaggio. Insieme. È un invito a tutti. Ed è l’offerta di una collaborazione a chi è già in cammino su progetti di liberazione e di ragionevolezza e, senza saperlo, fa Pasqua.

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Omelia Domenica delle Palme

Omelia di S.E.Mons. Andrea Turazzi
Cattedrale di Pennabilli, 29 Marzo 2015

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mc 14,1-15,47

Siamo di fronte al “libro aperto” nel quale Dio ha detto e dice tutto di sé. Quel libro scritto a caratteri di sangue è il Crocifisso. San Giovanni della Croce nella sua opera: “La salita al monte Carmelo” risponde a chi chiede perché mai Dio non si manifesti più come nell’antichità con sogni e visioni: “Perché nel suo Figlio crocifisso ha detto tutto. Non ha più nulla da aggiungere” (cfr. Salita al monte Carmelo  1, 21). Abbiamo letto la Passione secondo Marco. Gesù, in tutto il Vangelo di Marco, viene presentato come un mistero, un enigma. Tutti si chiedono: «Chi è mai costui?». Lo stesso Gesù chiede: «La gente chi dice che io sia?» (cfr. Mc 8, 27). Per i famigliari è un pazzo, «fuori di sé» (Mc 3,21). Per le autorità un indemoniato (cfr. Mc 3,22). Per il popolo un guaritore. Risposte false o insufficienti. I discepoli intuiscono qualcosa di più: «Tu sei il Messia» (Mc 8,29), ma lo fraintendono in senso politico. Solo alla Passione il velo si squarcia (cfr. Mc 15,38). Alla domanda del sommo sacerdote: «Sei tu il Cristo, il figlio di Dio benedetto?» (Mc 14,61). Gesù risponde: «Io lo sono!». Quest’uomo sofferente, abbandonato dai suoi, processato dalle autorità come un criminale, irriso dalla folla per la sua impotenza a salvarsi, che grida a Dio la sua angoscia, quest’uomo è il Figlio di Dio!
In quest’ora in cui Gesù non può più fare miracoli, né predicare, né mostrarsi autorevole, Gesù è davvero il Messia. Con l’intero vangelo e, in particolare, con il racconto della Passione. Marco ci avverte che finché vediamo in Gesù il Messia terreno da cui attendersi salute, fortuna, successo, ne saremo delusi, finiremo per voltargli le spalle come i discepoli. Ma se, al contrario, sapremo accettare lo scandalo della croce, allora incontreremo il Salvatore anche nella esperienza ripugnante della malattia, dell’abbandono, del fallimento. Se ascoltiamo la Passione solo con un sentimento umano proveremo un senso di disgusto per una morte così ingiusta, ma se contempliamo il Crocifisso con fede scopriremo in lui la suprema rivelazione dell’amore, fino a confessare, come il centurione romano: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39). In quella morte ha visto Dio. «Scendi dalla croce» (Mt 27,40), gridavano gli altri. Ma se scende non è Dio, è ancora logica umana che vince, è quella del più forte. Solo un Dio è capace di non scendere dalla croce. Gesù si consegna con sentimenti di infinito amore. È la meditazione credente della Passione. Non capiremo mai sino in fondo…“È troppo!”.
Ma Gesù è venuto perché ci aggrappassimo alla sua croce, lasciandoci sollevare da lui.
Ogni grido, ogni abbandono può sembrare una sconfitta, ma se messo nelle sue mani ha il potere di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro.

Omelia Quinta Domenica di Quaresima

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Cattedrale di Pennabilli, 22 marzo 2015

Il vangelo registra il disappunto dei farisei perché a Gesù «va dietro il mondo intero» (Gv 12,19). Ecco: alcuni dei rappresentanti di quel mondo intero vogliono vedere Gesù. Questi greci sono saliti a Gerusalemme non come turisti, ma come pellegrini. Condividono, in qualche modo, l’attesa messianica così fortemente avvertita dai contemporanei di Gesù: vogliono conoscere il Messia. Non osano fermare Gesù direttamente, ma chiedono un appuntamento attraverso Filippo e Andrea che – notare – portano un nome greco, provengono da Betsaida, città di frontiera, e che quindi hanno familiarità con il mondo greco.
Per incontrare il Signore è necessaria la mediazione della comunità. Vogliamo che i nostri amici incontrino Gesù? Lo incontreranno attraverso la nostra preghiera e la nostra testimonianza. L’accompagnamento nel cammino di fede è più efficace poi se c’è una certa affinità fra chi cerca e chi accompagna a Gesù. Ricordate l’incontro di Filippo con il ministro della regina Candace, episodio raccontato nel libro degli Atti (cf. At 8). Filippo sale sul carro a fianco di quel cercatore. Potremmo concludere: i primi apostoli dei giovani sono i giovani… i primi apostoli delle famiglie sono le famiglie…
Nonostante la movimentata anticamera, il vangelo non menziona quell’incontro. Ma la richiesta dei greci segna la grande svolta nella vicenda storica e salvifica di Gesù: «È giunta l’ora». Per sette volte, in precedenza, Gesù ha contenuto l’impazienza dei discepoli: «Non è giunta la mia ora»; solo la madre, a Cana, ha simbolicamente anticipato quell’ora sul quadrante della storia. L’ora è il momento supremo dell’elevazione del Figlio dell’Uomo, il suo innalzamento. È per questa ora che Gesù è venuto. Ora di trionfo? Sì, di vittoria, ma è “ora di croce”. Gesù delude le attese dei greci; essi pensano di incontrare il Gesù dei miracoli, del successo tra la gente, dell’ammirazione. Egli invece parla di un chicco di grano che, solo se muore, porta molto frutto. Il Signore non si sottrae a chi lo vuole incontrare, ma sappia che ogni cammino di ricerca comincia con l’uscire da uno schema pagano dove Dio è al servizio delle nostre attese, qualunque esse siano: di successo familiare, aziendale o pastorale.
Nel vangelo di Giovanni, Gesù sta in croce non come un vinto, ma come un vincitore, non come uno schiavo, ma come un re. Il patibolo diventa il suo trono, da esso diventa centro di gravità universale: «Attirerò tutti a me». La menzione di Gesù come seme di grano dà l’occasione all’evangelista di inserire, proprio in questo punto, il detto di Gesù: «Perdere per trovare la propria vita». Ma attenzione: il vero centro della frase non è il morire, ma il molto frutto. Lo sguardo del Signore è sulla fecondità più che sul sacrificio. Vivere veramente, per Gesù, è dare la vita. Trattenerla per sé è morire. La visione teologica della croce come trono glorioso non toglie nulla alla serietà della passione. L’evangelista Giovanni non riferisce come i Sinottici il combattimento spirituale che Gesù affronta nel Getsemani prima della passione, ma qui è evidente il combattimento drammatico che Gesù sostiene, sospeso tra la sua volontà di sopravvivenza e la fede nel disegno del Padre. Quella di Gesù non è una rassegnazione storica né uno slancio eroico, ma soltanto fede. Siamo di fronte al Fiat di Gesù: «Padre, l’anima mia è turbata». Non togliamo i turbamenti di Gesù dai vangeli. Ci danno forza. Quella di Gesù è la paura del coraggioso, di uno che ama la sua vita con tutte le forze. Con il suo “sì” – «è per quest’ora che sono venuto» – fa risplendere la gloria del Padre, ma anche la gloria dell’uomo che crede.

Omelia Santa Messa in ricordo di Chiara Lubich

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Cattedrale di Rimini, 21 marzo 2015
VII Anniversario della morte della Serva di Dio Chiara Lubich

Mi è stato dato di incontrare una grande cristiana del nostro tempo: Chiara Lubich, di cui è stato aperto, in questi giorni, il processo canonico per il riconoscimento dell’eroicità delle virtù.
La sua vicenda vi è nota. È vostra concittadina onoraria a motivo del suo messaggio spirituale e universale. Nata a Trento – la città del Concilio – è cresciuta in una famiglia aperta: una madre di sicura fede cattolica, un padre socialista. Nella tremenda esperienza sotto i bombardamenti della guerra che creano distruzione e morte, Chiara sceglie Dio come unico tutto. Con un gruppo di giovani amiche, al suono delle sirene, si rifugia in una buia cantina, sola con il vangelo. Al lume di una candela legge quelle parole che le risuonano in maniera unica, come per la prima volta, l’ultima, l’unica. L’avventura spirituale di Chiara inizia così.
Al calore di un focolare acceso, il piccolo gruppo si riunisce e in esso si raccontano con stupore e sorpresa i frutti del vangelo vissuto e si constata il prendere forma di un “sociale cristiano”. Altri, tanti, e poi tantissimi, si uniranno a Chiara e alle sue compagne con al centro il testamento di Gesù (cf. Gv 17), con la parola dell’amore reciproco. Il focolare non è più il caminetto attorno a cui ci si riunisce, ma lo spazio educativo, l’atmosfera spirituale generata dalla presenza di Gesù promessa a chi è unito nel suo nome (cf. Mt 18,20).
La dottrina spirituale di Chiara non è altro che una modalità semplice e profonda di lasciar vivere il vangelo. È una modalità che appare da subito corrispondere ai bisogni e alle sfide di questo tempo. Qual è l’attrattiva del tempo moderno?

Penetrare nella più alta contemplazione e rimanere mescolati fra tutti,
uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più: perdersi nella folla, per informarla del divino,
come s’inzuppa un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più: fatti partecipi dei disegni di Dio sull’umanità,
segnare sulla folla ricami di luce e, nel contempo, dividere col prossimo
l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie.
Perché l’attrattiva del nostro, come di tutti i tempi,
è ciò che di più umano e di più divino si possa pensare,
Gesù e Maria: il Verbo di Dio, figlio d’un falegname;
la Sede della Sapienza, madre di casa.

Il brano evangelico che abbiamo letto poco fa è sicuramente tra le pagine ispiratrici dell’esperienza di Chiara o comunque tra le più presenti.

1.
Per incontrare il Signore – ci viene detto nel racconto della concitata anticamera dei greci che vogliono “vedere” Gesù – è necessaria la mediazione della comunità. Il fratello non è un ostacolo, al contrario, l’attenzione e i rapporti sono via maestra per l’incontro con il Signore. La ricerca dell’unità fra tanti, pur diversi, il farsi sinceramente prossimo dell’altro uscendo da sè, non soltanto è ascesi ma apertura ad una nuova mistica: pilastro di una spiritualità di comunione. Sono noti l’espansione internazionale del carisma come i dialoghi promettenti e le feconde aperture che ne sono scaturite. «Ti darò in eredità le genti» (cf. Sal 2): fu una delle parole che hanno risuonato forte nel cuore di Chiara. Parole che richiamano quelle di Gesù appena lette: «Innalzato da terra attirerò tutti a me».

2.
La legge del chicco di grano ripropone tutto il positivo racchiuso nel dono di sé, dove il vero centro della frase di Gesù non è il morire, ma il portare frutto. Lo sguardo del Signore è sulla fecondità più che sul sacrificio. Vivere è dare la vita. Non amare è morire!

3.
Nel cuore dell’esperienza di Chiara c’è l’incontro con il Cristo crocifisso colto nel momento più grande del suo dolore: l’abbandono del Padre. Nel vangelo che stiamo meditando affiorano l’angoscia e il turbamento di Gesù: «Dio mio, Dio mio, perché …».
Non si tolgano dai vangeli i turbamenti di Gesù … come altre volte nei vangeli Gesù è posto di fronte a una sfida drammatica: fidarsi del Padre fino in fondo. Questa è l’ora.
L’ora per cui è venuto, l’ora del suo martirio e del suo trionfo. A salvare non è il dolore, ma l’amore. Si impara da Lui a “non restare nella piaga”, si va oltre, amando. Questo ha imparato Chiara: nel dolore si riconosce il volto di Gesù che ha preso su di sé ogni dolore. Lui è la chiave per costruire l’unità

Omelia S. Messa in suffragio di Ernest Lulashi

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Mercatale, 20 Marzo 2015
 
(Trigesimo)

Gv 7,1-2,10.25-30

«Andate voi a questa festa; io non ci vado… Ma, andati i suoi fratelli alla festa, allora vi andò anche lui».
Va o non va alla festa? Che farà Gesù?
Ci verrebbe quasi da rimproverargli una bugia: dice “no” e poi va! Eccolo tanato!
I suoi parenti, in realtà, propongono uno stile di presenza che Gesù non condivide, non ama, non vuole, non gli appartiene. Gesù non vuole andare per abbagliare e incantare la folla, semmai per insegnare ed essere accanto. E Gesù andrà, ma nella forma discreta, quasi nascosta, per sfuggire ai suoi famigliari. Ci va in ritardo, per by-passarli: loro vorrebbero potersi vantare e avvantaggiare del suo prestigio. In realtà, Gesù va incontro alla croce, e lo sa. Sarà presto oggetto di odio, perché non cerca il successo, né tanto meno l’adulazione, ma la gloria del Padre.
È così anche per noi, per la nostra vita: Gesù viene in “incognito” e non sempre nel clamore della festa. Viene ad segnare il suo mistero, ma senza bagliori. Nessun applauso a scena aperta per lui! Talvolta, la presenza di Gesù provoca tensioni e forse delusione, ma non respingiamolo: ascoltiamo ancora; ascoltiamolo più attentamente. “Che cosa mi vuoi dire Signore attraverso questa esperienza?”. Se lo sapremo ascoltare, finirà per confidarci il suo segreto.
Anche la preghiera ha le sue fantasie; seguitemi… Ho provato ad appoggiare una scala alla croce dove Gesù sta inchiodato. È fatica salire quei gradini, sono molto ripidi!
Ho messo la mia guancia sulla guancia di Gesù, il mio cuore sul cuore di Gesù. M’è parso di sentire i suoi battiti e il soffio leggero del suo fiato, del suo singhiozzo. Ho sentito il suo pregare sommesso: “Padre, perché?”. Mi ha fatto pensare alle domande a raffica dei bambini che continuano a rivolgersi così a mamma e papà: “Perché? Perché? Perché?”. Non sono mai soddisfatti delle risposte e, forse, neppure gli importano le risposte. A loro importa stringere la mano di mamma e papà, essere ben sicuri che sono al loro fianco, che li amano infinitamente.
Così è stato per Gesù, rivolto al Padre: “Perché? Perché? Perché mi hai abbandonato?”. Ma non era abbandonato.
Così è per la mamma e il papà di Ernest, così è per la sorella Jole e il fratello Bledy. Così è per gli amici di Ernest. Così è per tutti noi. La litania dei “perché” è una protesta? Forse. Ma più ancora una preghiera: “La preghiera del perché”!
Intanto siamo qui, sgomenti per quanto è accaduto, ma certi di essere ascoltati. Certi di essere amati. Ce lo assicura il Crocifisso Risorto.
«Signore, aumenta la nostra fede!» (cfr. Lc 17,5).

Notificazione vescovile: Insieme al Papa per la Terra Santa

Nella regione dove ha vissuto Gesù, la Terra Santa, i cristiani sono sempre di meno. Le guerre, le rivalse, le difficoltà spingono le famiglie che credono in Cristo a lasciare le loro case e ad andare in paesi più sicuri. Per aiutare i cristiani che abitano in questa regione e per evitare che continuino a fuggire, le diocesi e le parrocchie di tutto il mondo si mobilitano.

Come accade ogni anno, il Venerdì Santo ci sarà una raccolta di offerte in tutte le chiese da destinare alle famiglie del Medio Oriente. Si chiama “la colletta per la Terra Santa” ed è voluta direttamente dal Papa al quale “stanno particolarmente a cuore le sofferenze di tanti fratelli e sorelle di questo angolo di mondo”, si legge in una lettera partita dal Vaticano e indirizzata ai vescovi di tutto il mondo.

Le offerte raccolte, che sono frutto della generosità di tantissime persone, vengono usate per sostenere la vita e le iniziative di quelle comunità.

 

Omelia IV Domenica di Quaresima

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi
Serravalle (RSM), 15 Marzo 2015
 
2Cr 36,14-16.19-23
Sal 136
Ef 2,4-10
Gv 3,14-21

Nicodemo scivola nella notte da Gesù. Ma, un giorno, lo ritroveremo coraggioso. Sarà infatti lui che andrà da Pilato a chiedere il corpo crocifisso del Maestro.

Il dialogo notturno con Gesù, ad un certo punto, non poteva più proseguire. Nicodemo non capiva, non credeva: “Come può? … Può forse? …È possibile?”. Allora inizia il monologo di Gesù. Nicodemo avrebbe dovuto sapere dalle Scritture (lui che è maestro in Israele) che nel tempo del Messia ci sarebbe stata una rinascita (una palingenesi, cfr. Ez 36-37). Gesù prosegue e porta Nicodemo, e tutti noi, al cuore del suo Vangelo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). Il Figlio è la rivelazione dell’amore di Dio, il volto stesso di Dio. Non dobbiamo pensare alla crudeltà di un padre che consegna un figlio alla morte. Il Padre e il Figlio sono una cosa sola e amano l’uomo sino alla follia.

Tutta la vita pubblica di Gesù è la rivelazione dell’identità di Dio e del suo rapporto con gli uomini. Ma, nel momento supremo dell’innalzamento sulla croce, siamo posti di fronte all’abisso della sua profondità e autocomunicazione.

Dio è amore! Non un amore a parole, un vago sentimento, ma un amore concreto. Non un amore ristretto ai limiti nazionali, ma universale, un amore per il “mondo”. La croce diventa il centro di gravità universale! E di attrazione ed erogazione della vita divina.
L’Innalzato è visibile da tutta l’umanità peccatrice e bisognosa di redenzione. A dispetto delle apparenze (il fallimento di Gesù), segna la suprema manifestazione della vittoria dell’amore totale, gratuito, universale di Dio.
L’immagine biblica a cui ci rinvia Gesù è quella del serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto per soccorrere quanti venivano uccisi dal morso velenoso dei serpenti (cfr. (Num 21,8ss). Gesù è il Salvatore!

Se nell’Antico Testamento Dio si manifestava nel tempio e attraverso la parola dei profeti, ora l’Innalzato è il nuovo tempio da cui l’evangelista Giovanni vede scaturire «sangue ed acqua» (cfr. Gv 19,34; dono dello Spirito 1Gv 5,6).
Gesù è il “sacramento” che opera invisibilmente ciò che significa visibilmente.
In virtù dell’Innalzato anche i credenti vengono innalzati per il dono della vita di Gesù. Entrano nel circuito d’amore della Trinità. Essendo Dio, Gesù è fonte della vita.
La Trinità non è solo l’origine dell’operazione salvifica, ma ne è anche il fine: l’Innalzato, infatti, consegna lo Spirito e introduce nel seno del Padre.
È chiesta una sola condizione: la fede! (cfr. Gv 3.14.16.18).
L’uomo è posto in una situazione di scelta radicale: fede o incredulità. A seconda della scelta il verdetto: pienezza di vita per chi crede, condanna per chi non crede.
Guardiamo il crocifisso. C’è nelle nostre case? Facciamo attenzione alle tre elevazioni nella liturgia eucaristica: durante la consacrazione del pane e del vino, al termine della preghiera eucaristica, prima della comunione.
Alzare lo sguardo e guardare. Guardare e credere. Credere e amare!

Omelia Terza Domenica di Quaresima

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di Pennabilli, 8 marzo 2015

In occasione di quella Pasqua, la prima narrata dall’evangelista Giovanni, Gesù compie uno dei gesti più significativi in ordine alla Rivelazione: il segno del Tempio. Gesù si automanifesta come il vero e unico “luogo” dell’incontro con Dio.
«Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9), dirà Gesù nell’ultima sera con i suoi discepoli.
Al tempio di Gerusalemme confluivano enormi folle di pellegrini per la Pasqua ed era necessario aprire negli atri il mercato di pecore, buoi e colombe per le offerte sacrificali, dal momento che non riuscivano a portarseli dietro dai luoghi di provenienza. Anche Maria e Giuseppe un giorno acquistarono colombe per offrirle al Signore, quando portarono il bambino Gesù al Tempio (cfr. Lc 2, 22-24). Inoltre, i fedeli venivano dalle regioni più lontane ed erano perciò necessari anche i cambiavalute.
Gesù compie nei loro confronti un’azione simbolica e profetica: prende alcune funicelle che servivano per condurre gli animali e violentemente rovescia bancarelle, soldi e ceste. Il mercato del tempio aveva già acceso d’ira il profeta Zaccaria (14,21), ma la motivazione che spinge Gesù è diversa.
Gesù non se la prende tanto con i venditori o con i loro eventuali affari, più o meno leciti. Il suo obiettivo non è tanto quello di “purificare” il tempio come nel racconto dell’episodio che ci hanno riferito i vangeli sinottici. Gesù aggredisce direttamente l’istituzione del tempio come tale e il culto in essa celebrato. Il tempio di Gerusalemme ha finito il suo compito! Ciò è in linea con quanto Gesù dirà alla Samaritana: «Non più su questo monte o a Gerusalemme adorerete… viene un’ora ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno Dio in spirito e verità» (Gv 4,21-24).
Nella nuova comunità di Gesù non ci sarà più il tempio (cfr. Ap 21,22).
Il gesto compiuto da Gesù è dunque un gesto messianico, non semplicemente un richiamo liturgico-morale.
Gesù, Verbo incarnato, è il luogo della dimora di Dio fra gli uomini. D’ora in poi chi vuole incontrare Dio deve “passare” attraverso di lui, attraverso la sua umanità. Chi vuole rendere culto a Dio deve onorare il corpo di Cristo. E questo ci riguarda tutti. Ricavo due considerazioni non opposte, ma certamente complementari. La prima riguarda i sacramenti, segni efficaci della grazia di Cristo. «Tutto ciò che fu visibile del nostro Redentore è passato nei segni sacramentali». Gesù Risorto è in mezzo a noi, nella sua Chiesa. È presente ed è vivo! Ci è dato incontrarlo, dunque, nella sua realtà beneficante, nella sua potenza terapeutica, nel suo amore forte e delicato, nel suo corpo, sangue, anima e divinità, ecc.
Teresa d’Avila ha scritto pagine straordinarie sulla necessità di “passare attraverso l’umanità di Gesù” (cfr. Teresa d’Avila, Vita).
E beato chi non si scandalizza della povertà dei segni che ha indicato e dei ministri a cui li ha affidati (cfr. Mt 11,6; Gv 6,61).
Ma non sarebbe completa la nostra meditazione senza considerare il corpo di Cristo che è l’organismo vivo della sua Chiesa, il “corpo mistico” e – in qualche modo – l’umanità in tutti i suoi membri, soprattutto i più poveri e i più fragili (cfr. Mt 25,31-46). È la seconda considerazione che attualizza il brano evangelico di questa terza domenica di Quaresima. Non si può ricevere con devozione l’Eucaristia e poi, usciti fuori, lasciarsi andare a critiche astiose e cattive verso gli altri membri della comunità, perché il Pane ci fa tutti un corpo solo in Cristo, una sola famiglia. Non si può dichiararsi cattolici e poi promuovere una campagna contro gli stranieri; anch’essi sono corpo di Cristo. Non è possibile pretendere di agire in nome di Dio e poi uccidere vite innocenti. In altre parole: il culto gradito a Dio non è fatto di cerimonie, ma di atti di amore: «Amore voglio, non sacrifici» (Mt 9,13; cfr. Is 58,6-7).
 

Omelia per l’ordinazione sacerdotale di don Pier Luigi Bondioni

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di Pennabilli, 3 ottobre 2015

1. «Certo, se vi sono delle buone pecore vi saranno anche buoni pastori, perché dalle pecore si formano i buoni pastori». Sant’Agostino ci riporta al cuore della questione vocazionale. Signore, come possiamo essere buone pecore? Cosa ti attendi da noi? Ce lo chiediamo con schiettezza: qual è il punto critico nel rapporto della nostra comunità, e di ciascuno di noi, con la proposta cristiana? Il nodo centrale è la fede: incontro, adesione, consegna di sé alla persona di Gesù Cristo; conoscenza del suo mistero e slancio nella sequela: da chi andremo Signore, tu solo hai parole di vita eterna. Facciamo abbastanza per conoscerlo e farlo conoscere?
Una comunità di cuori credenti ha grande considerazione per le cose di Dio, anzi per l’unica cosa necessaria (ricordate Gesù a Marta…). Un gregge così tiene in grande stima il prete, l’uomo che si mette a servizio del Vangelo, gioca la sua vita per essere strumento della grazia e si mette a disposizione come animatore e guida dei suoi fratelli. E noi, coltiviamo il germe della fede? Ragioniamo col pensiero di Cristo? Cerchiamo le cose di lassù? Da un gregge che si dà questi criteri di vita vengono buoni pastori. La messe è grande, ormai biondeggia. Il Signore chiama operai. Preghiamo perché vi siano risposte generose: per la nostra Chiesa e per il mondo. Si lavora per la pace ed è necessario, ci si impegna nel volontariato ed è bello, ci si interessa di cittadinanza ed è doveroso, ma chi pensa alla salvezza delle anime?

2. «Ma tutti i buoni pastori – continua Sant’Agostino – si identificano con la persona di uno solo, sono una sola cosa. In essi che pascolano è Cristo che pascola». Tra poco don Pier Luigi sarà pastore, ma alla maniera di Cristo.
Permettete una breve meditazione sul sacerdozio di Cristo, sacerdote nuovo. Nell’Antico Testamento c’è un popolo scelto fra tutti i popoli, particolare proprietà del Signore, separato per una destinazione sacerdotale. Dalle dodici tribù di Israele viene separata la tribù di Levi, incaricata del culto del Signore. Dalla tribù di Levi viene presa una famiglia per il Santuario: una volta all’anno il sommo sacerdote vi immola l’agnello (non può il sommo sacerdote candidare se stesso per l’offerta), e l’agnello, mediante la consumazione col fuoco, viene sacrificato. Dall’altare sale una tenue nube tra i profumi dell’incenso. Notate questo procedere per successive separazioni e distacchi; una struttura liturgica piramidale che si slancia verso l’alto arrivando ad offrire nient’altro che la propria inadeguatezza. Dio rimane oltre, al di là nella sua trascendenza: la liturgia dell’Antico Testamento celebra questo. Il sacerdozio antico rimane rituale, formale, esteriore. Confrontiamolo col sacerdozio di Gesù. È su una linea opposta, discendente, inclusiva; procede dall’alto verso il basso per successivi abbracci verso una unità sempre più forte. Il Verbo si incarna: nell’unica persona di Gesù Cristo, natura divina e natura umana sono inseparabilmente unite. Gesù, Verbo incarnato, vive la vicenda umana fino in fondo nella quotidianità di Nazaret condividendo con noi lavoro, fatiche, incontri, amicizie… Poi viene il tempo del suo cammino verso Gerusalemme fino a fare suo il dolore innocente, assumendo la sofferenza e ciò che c’è di più umano, il peccato. Sulla croce sembra toccare il vertice del suo sacerdozio; nel totale svuotamento di sé e nella radicale obbedienza al disegno del Padre si fa dono per l’umanità. «Tutto è compiuto»: sacerdote, altare e vittima; una liturgia in spirito e verità, esistenziale, personale.
3. La risurrezione stessa è un abbraccio. Un abbraccio totale. Nell’Uomo Gesù è iniziata la divinizzazione di tutta la realtà mediante l’effusione dello Spirito. Cose da capogiro, eppure così vicine, cose grandi, ma fatte proprio per noi. Nell’Eucaristia egli continua a donarsi e farsi uno con noi: un pugno di farina impastata nell’acqua, una coppa di vino, diventano sua presenza: «Prendimi, mangiami, bevimi».
C’è dichiarazione d’amore che può spingersi oltre?
Ma non siamo ancora al capolinea. Al fondo di questo abbassamento del Figlio di Dio per unire a sé il mondo ed offrirlo al Padre c’è un ultimo passo: il Signore Gesù dona il suo stesso donarsi.
Caro don Pier Luigi, si colloca qui il tuo sacerdozio, il Signore ti prende perché tu sii una sua presenza, ti cede la sua volontà di donarsi, consegna il suo “io” alle tue labbra. Potrai dire “io ti assolvo…”, “questo è il mio corpo”… Credilo ogni volta che sali sull’altare, vivilo nel quotidiano dono di te. Vita che si fa liturgia. Prestagli le tue mani, i tuoi piedi, il tuo cuore, la tua intelligenza, la tua umanità.
Altissima dignità, ma il prete è sempre un uomo. Un angelo non può essere sacerdote. Azzardo: è stato forse limitato il ministero di Gesù per il fatto che era uomo? Il prete è della stessa creta di cui è fatta l’umanità. Anche dopo la sacra ordinazione continuerai, come tutti, a sentirti fragile, inadeguato, peccatore. Dio non ha orrore degli uomini, al contrario, fa passare la sua grazia attraverso loro. Il prete balbetta appena; eppure Dio gli ordina di parlare. Rimane sempre un apprendista. Il prete è la persona più potente sulla terra perché pronuncia parole creatrici: “Io ti battezzo”; “Io ti assolvo”; “Questo è il mio corpo”… Eppure è l’uomo più povero perché queste non sono parole sue. È Gesù il buon pastore: guardalo don Pier Luigi. Considera lo Spirito Santo che effonde su di te consacrandoti con l’unzione e abilitandoti a compiere le opere del Messia e a proclamare l’anno di misericordia.