Che pellegrino sei

«Lo sa che i trascendentali sono quattro?». «No, correggo prontamente, sono tre: bonum, verum, pulchrum». Il gesuita replica: «Sono quattro, perché al vero, al bello, al buono, si deve aggiungere la misericordia. Dio è verità, bellezza, bontà e misericordia».
Ho riferito qualche frase di una mia recente conversazione con un gesuita.  Ovvio: si trattava di una provocazione, ma in essa ci sono verità e luce. Si potrebbe obiettare che c’è violenza nella natura, aggressività nel mondo animale, resistenza al perdono nel cuore umano… Non sembra che la misericordia sia così diffusa e universale. Tuttavia, la misericordia è un grembo che continua a suscitare vita, una ostinazione che fa ricominciare dopo ogni crisi, una forza che fa nuove tutte le cose nella prospettiva della Risurrezione.

Qualche mese fa su questo inserto avevamo scritto che il Giubileo era partito “a razzo”. Oggi dobbiamo aggiungere che, pur nello scorrere dei mesi, tiene e continua a coinvolgere. Sono aumentati il fervore, l’attenzione e la partecipazione. Dopo il pellegrinaggio della diocesi a Roma, si susseguono i pellegrinaggi dei vicariati alla Cattedrale. Sempre più persone si mettono in cammino nella scia delle stazioni giubilari. Ad ogni tappa i pellegrini si impegnano a praticare lo spirito delle opere di misericordia: una ogni mese. Ci sono anche gruppi o categorie di persone che vogliono celebrare l’Anno Santo insieme: i primi a partire i chierichetti!

Giubileo vuol dire anche movimento, ma di quale movimento si tratta? Solo di moto a luogo? Il movimento è da intendersi come metafora di un reale cammino interiore. Celebre l’apologo del pellegrino orientale: «Che viaggiatore sei? C’è chi procede con i piedi: i suoi passi si impolverano su piste assolate e si riposano in valli, oasi e locande. Costoro sono i mercanti. C’è chi avanza per le strade con gli occhi: costui vuole scoprire e sapere, sostare in antichi castelli e penetrare in città variopinte o nell’orizzonte luminoso di un panorama. Costoro sono i sapienti. Infine c’è chi viaggia col cuore: egli non s’accontenta di camminare, visitare, sapere, ma vuole vivere con gli uomini e le donne delle regioni attraversate, ascoltarli e parlar loro e mettere in luce la perla segreta di Dio che dappertutto è riposta. E costui è il pellegrino.
Il movimento che ti cambia è quello che ti fa vivere la prossimità perché la vicinanza ti interpella, ti coinvolge, se necessario, ti mette in crisi. Vale soprattutto nella pratica delle opere di misericordia. Allora l’accoglienza diventa stile di vita, modo di pensare, cultura. Ti domandi: “Chi è l’altro per me?”. Puoi accogliere l’altro per compassione. Puoi far accoglienza persino per ricavarne una gratificazione. La formulazione catechistica delle opere di misericordia, se non la si comprende bene, potrebbe non sfuggire da un certo paternalismo. Penso soprattutto alla formulazione con cui sono scritte le opere di misericordia spirituale: insegnare agli ignoranti, sopportare pazientemente le persone moleste, ammonire i peccatori, ecc. Il vero punto di partenza è questo: l’altro è mio fratello, mi appartiene. Applico a questo proposito un testo straordinario di Isaia: «Tu mi appartieni… tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo».