Consolare gli afflitti

«Sono forse il custode di mio fratello?» (Gen 4,9)

Di fronte all’afflizione altrui uno degli atteggiamenti peggiori è l’indifferenza. Un caso tipico è quello del “ricco epulone”. Non si dice di lui che è cattivo, ma che non vede, non si accorge del povero. E’ duro di cuore, ma prima e più ancora, è duro di orecchi: non sente il pianto del fratello. Autodifesa? Assuefazione? Questa la diagnosi più azzeccata: egoismo individualista!

Non chiamatemi più Noemi (=mia dolcezza), chiamatemi Mara (=mia amarezza)»(Rut 1,20)

Per chi è disposto a stare accanto a chi soffre e desidera aiutare a superare un dolore può essere utile questo consiglio: lasciare sempre che la persona racconti tutta la sua pena, senza interromperla. Non rispondere subito ai perché. Prima di tutto ascoltare fino in fondo e, semmai, alla fine aiutare a vivere coi propri perché.

«Piangere con chi piange» (Rom 12,15)

A volte basta poco: una sincera partecipazione alla sofferenza altrui. E’ meglio astenersi da considerazioni di tipo religioso se non si è abituati a farle o se, personalmente, ci si crede solo fino ad un certo punto. Ma se ci si crede, non esitare a dire tranquillamente dove si attinge la propria forza e la propria consolazione. Senza partecipazione non c’è consolazione.

«Erano venuti per consolare Marta e Maria» (Gv 11,19)

Piangeranno per la morte del fratello. I vicini fanno la cosa migliore: osano far visita a chi piange la perdita della persona cara. Non pensiamo mai: “Sono inopportuno. Forse gli farà male la mia visita”. Andarci, pensando piuttosto: “Il Signore li sta già aiutando”. Soprattutto non domandarsi: “Che cosa gli posso dire?”. Non c’è niente da dire, c’è solo da abbracciare e da ascoltare.

Preghiera

Signore, metti nei nostri cuori
la consolazione con cui consolare i fratelli (1Cor 1,4).
La liturgia della tua Chiesa,
nostra maestra di vita, non conosce lacrime,
se non “lacrime asciugate”, asciugate da te.
Essa tracima al suono dell’Alleluia,
dell’annuncio che tu, Signore,
visiti il tuo popolo e lo consoli (Is 40,1).
Possiamo cantare col Salmo:
“Le mie lacrime nell’otre tuo raccogli;
non sono forse scritte nel tuo libro?” (Sal 56,9).
Signore Gesù, passando accanto a chi dice “addio”,
tu dici “non piangere” (Lc 7,13).
Tu sai che una lacrima, per piccola che sia,
è grande come un oceano: quanti naufragi cela!
Alla fine, con una tua carezza,
tergerai ogni lacrima dai nostri occhi (Ap 21,4).
Intanto aiutaci a confortarci a vicenda
con le tue parole (1 Tes 4,18).
Amen.

 

ESPERIENZE

LA SORPRESA DELL’INCONTRO CON DIO

Andrea è un malato terminale: gli è stato diagnosticato un tumore al cervello e lui lo sa. Lo incontro durante il mio giro tra i malati: è un incontro un po’ burrascoso, dato che ha tanti rimproveri da rivolgere alle persone di Chiesa, che lui dice corrotte, piene di falsità e di comportamenti scandalosi. Io lo ascolto senza un giudizio o un imbarazzo. Su certi punti gli do ragione: anch’io ho letto fatti poco edificanti successi nel mondo cattolico. Per vari incontri sfoga tutto ciò che ha nel cuore e io ascolto, ascolto e a volte sorrido… Piano piano si calma e allora è aperto all’ascolto. Comincio a parlare della bontà di Dio, del suo amore per tutti, della sua benevolenza e misericordia… Capisco che ha molto bisogno di conoscere la paternità di Dio, che non abbandona nessuno anche quando si sbaglia. Dopo vario tempo e vari incontri capisce che non può fermarmi a lungo perché ci sono gli altri malati che attendono. Allora mi aspetta ogni giorno fuori dal reparto, seduto, in attesa che finisca il giro. Che cosa mi chiede Andrea? Di parlargli di Dio e del suo amore. Un giorno gli propongo: «Facciamo una preghiera?». Accetta… e quando arriva la sua ragazza le racconta tra le lacrime: «Oggi ho pregato con la suora». Un giorno mi dice: «Sono vicino alla morte ed ho paura». Ed io: «No, Andrea, non avere paura! Quando arriverà il momento non ti accorgerai di nulla. Verrà il Signore, ti prenderà in braccio, ti porterà via con sé e allora potrai godere della sua bontà».
Ero ad un incontro dell’Azione Cattolica e chiedo di Andrea ad una dottoressa, mia amica. Mi dice che è stato di nuovo ricoverato e non arriverà alla mattina. Esco dall’incontro a mezzanotte e corro in ospedale. Trovo che è spirato da mezz’ora. È solo. Mi accosto, gli metto le mani sul cuore e gli parlo di Dio e del suo amore, che Andrea avrà già sperimentato. Sento il suo corpo fremere, come se mi capisse e mi dicesse la sorpresa dell’incontro con Dio e con il suo amore. (Suor Norma)

 

UNA GOCCIA NELL’OCEANO

Consolare gli afflitti vuol dire tenere viva la speranza attraverso la tenerezza della carità, tenendo sempre presente l’immagine di Gesù Risorto che è via, verità e vita. Concretamente, nell’ambiente di lavoro dove prestiamo il nostro servizio sette ore al giorno, ci confrontiamo con le povertà di giovani con disabilità mentali e fisiche, che hanno bisogno di sostegno morale, spirituale ed affettivo. In apparenza sembrano diversi da noi, ma col tempo scopri che hanno i nostri stessi bisogni. Siamo lì semplicemente per essere con loro: portare il nostro sorriso, la nostra gioia, dare un bicchiere d’acqua, una fetta di pane, aiutarli a vestirsi, piccole cose ma fatte con il cuore. Essi hanno bisogno, soprattutto, di essere ascoltati, accolti così come sono, incoraggiati a credere che Dio esiste anche per loro e che non abbandona mai nessuno, qualsiasi cosa abbia fatto o commesso nella vita. Tutti i giorni si fa insieme la preghiera prima dei pasti e, alla sera, la preghiera dei vespri. Anche la Santa Messa, che viene celebrata ogni settimana nel giorno di sabato, è un grande momento di conforto per loro. Possono ricevere Gesù e partecipare attivamente, cantando, pregando e anche leggendo le letture. Le intenzioni di preghiera – sempre espresse da loro – sono per le persone più fragili, per i bambini, per gli anziani soli e abbandonati e per quello che succede oggi nel mondo: terremoti, uragani, guerre, fame. Attraverso di esse abbiamo potuto capire quanto sono sensibili, consapevoli e, a volte, dispiaciuti per quello che hanno fatto, per le sofferenze che portano. Talvolta qualcuno ci chiede: «Fai una preghiera con me affinché i miei genitori e i parenti si interessino di me, mi telefonino, oppure affinché riceva il permesso di andare qualche giorno fuori». Ogni volta che ricevono una risposta positiva, tornano da noi molto contenti e riconoscenti perché la loro preghiera è stata esaudita. Quando abbiamo l’opportunità di mantenere i rapporti anche con i famigliari ci accorgiamo che anch’essi hanno tanto bisogno di essere sostenuti, incoraggiati e confortati. A volte, durante la giornata, le domande dei ragazzi sono per noi come un campanello d’allarme che grida ad alta voce: «Tu credi a Gesù?». E tu rispondi: «Sì, io credo». E lui: «Che bello, Gesù ha fatto il mondo e ci ama tutti, vero? Allora dobbiamo essere felici!». Questa testimonianza di fede sprona tutti, noi suore, il personale che lavora nella struttura, anche chi non crede. È un invito a chiedersi dove ti trovi e cosa cerchi nella vita, su chi costruisci la vita: sulla sabbia o sulla roccia? «Quello che facciamo è soltanto una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse, quella goccia all’oceano mancherebbe» (Santa Teresa di Calcutta). Le gocce di ciascuno non sono altro che i piccoli gesti d’amore, a volte invisibili, che noi facciamo per il nostro prossimo. (Le Suore francescane missionarie di Assisi in S. Giovanni Sotto le Penne RSM)