Dar da bere agli assetati

«Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca…» (Mt 10,42)

Guardiamoci attorno: non ci vuole molto a scoprire quanti assetati sono in cerca di verità, di giustizia, di amore, di tutto ciò che rende più bella la vita. Basta qualche goccia… un’ora del nostro tempo, uno spazio per l’ascolto, una telefonata.

«Dammi da bere…» (Gv 4,7)

È il divino assetato che parla. Ha chiesto acqua alla Samaritana; ha gridato la sua sete dalla croce… Di che cosa è assetato Gesù? Come possiamo placare la sua sete? Raccontando la parabola del giudizio finale ha detto: «Avevo sete, mi avete dato da bere… quando Signore?» (Mt 25,35).

«Beati quelli che hanno sete di giustizia» (Mt 5,6)

C’è una sete che ci onora, benché faccia patire. Gesù chiama beato chi ne patisce. È la sete di giustizia. Come viviamo le nostre responsabilità di cittadinanza? Sappiamo fare nostra la sete di giustizia di chi subisce torti, camminando accanto e pagando di persona se necessario?

«Manda a intingere nell’acqua la punta del dito a bagnarmi la lingua…» (Lc 16,24).

Uno dei problemi dell’umanità di oggi è la questione dell’acqua. Rileggiamo la denuncia scritta da papa Francesco nella sua lettera «Laudato si’» (nn. 27-31). Egli propone di sentire come sofferenza personale la questione ecologica. In particolare, denuncia lo spreco e l’uso dissennato dell’acqua. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua.

Padre buono, sorgente di vita
grazie per “sora acqua,
la quale è molto utile e umile e preziosa e casta”
che disseta l’arsura di tutti,
pioggia che tu mandi dal cielo per i giusti e gli ingiusti.
Donaci di essere misericordiosi come sei tu.
 
Signore Gesù, dal tuo fianco squarciato
hai effuso l’acqua che purifica e disseta,
fa’ di noi fontane zampillanti,
testimoni della tua gioia, poveri ma generosi.
 
Spirito Santo, insegnaci a comprendere
che una goccia è nulla,
ma insieme a tante altre forma il mare. Amen!

ESPERIENZE

«NON CI POSSO FARE NIENTE» MA È PROPRIO VERO? di Nicola & Elena

La sete più profonda presente nel cuore dell’uomo è di esistere per qualcuno, di sentirsi amato e di essere importante per l’altro. Chi viene a bussare alla tua porta, prima di chiederti la risoluzione ai suoi problemi, ti chiede di amarlo, ti chiede di prendere sul serio la sua persona. Fratelli che si trovavano in necessità venivano da noi e noi di fronte a situazioni che non potevamo risolvere dicevamo: “Non ci posso far niente”. Un bel giorno il Signore ci ha fatto capire che così dicendo noi rimanevamo liberi ma il fratello continuava ad avere bisogno. Abbiamo cominciato a mettere in crisi i motivi che ci facevano dire di no e abbiamo visto che toccava a noi modificarci per fare posto a chi era rifiutato, escluso, emarginato. Così è nata la Comunità Papa Giovanni XXIII. Abbiamo compreso che il Signore ci chiamava a mettere la nostra vita con la loro, a farci carico della loro situazione, a mettere la nostra spalla sotto la loro croce, a legarci alla loro sorte anche se non sapevamo e potevamo risolvere tutti i loro problemi. Davvero la condivisione rende splendida la realtà del Corpo Mistico di Cristo, perché non c’è più chi dà e chi riceve, ma ci si appartiene; non c’è più il mio e il tuo, ma io e te siamo una sola cosa.

Un ragazzo accolto in una nostra Comunità terapeutica racconta: «Ho cominciato a non accettarmi, non mi piacevo, gli altri bravi a scuola io da sei meno, gli altri brillanti nello sport io un disastro, gli altri forti e decisi io insicuro e debole, gli altri galletti con le ragazze io timido diventavo rosso. Invidiavo negli altri quello che credevo fosse importante per sentirsi vivi. Pensavo di non valere niente! Ho cominciato a drogarmi per farmi notare, per essere accettato, per sentirmi qualcuno ma in fondo lo facevo per dire agli altri: “Ci sono anch’io!”. Se qualcuno mi avesse detto: “Ci sei in me” avrei buttato via la droga. Cercavo nella droga la mia felicità ma nei momenti di solitudine sentivo che non andava, non riuscivo a trovare una risposta vera. Dopo anni di vita di strada sono entrato in una comunità terapeutica della Comunità Papa Giovanni XXIII dove mi sono sentito accolto ed amato per quello che ero. Ho assaporato la gioia di un nuovo modo di vivere e di essere e tutto ciò mi dava entusiasmo. Sentivo che essere sincero, amare era una cosa buona per me ma non mi bastava perché era fine a se stessa. Gli operatori mi hanno così proposto di leggere la Bibbia, così mi sono messo davanti a Gesù e ho fatto la scoperta più bella, mi sono reso conto che stando con Lui avevo trovato la risposta al mio bisogno più profondo: sentirmi amato da un Dio che è Padre». Ci diceva Don Oreste: «Nei miei tanti anni di sacerdozio non sono riuscito a risolvere molti dei problemi che affrontavo, ma se accoglievo bene le persone, esse andavano via contente. In dialetto dicevano: “Quello è uno che ti degna!”, cioè riconosce la tua dignità, perché ti prende a cuore». Dare da bere agli assetati allora è prima di tutto un modo di essere, di sentire, di accogliere, è non lasciare soffrire da solo il fratello. Allora Dio prende possesso di noi e si rivela a noi; allora i poveri possono sperare, perché li si ama dello stesso amore di Dio.

«APRIRE UN CHIOSCHETTO SU “ALLA TORRE”?»
NO, NON È LA RISPOSTA  di Sveva della Trinità

Bere, bisogno primario. Che debba aprire un chioschetto su alla torre? No, non può essere questa la risposta alla sete diffusa che mi interpella da più parti. Il primo assetato è Gesù stesso, ha sete del mio amore. Non un amore collettivo, senza volto né nome. L’amore ha sempre un volto. Ha sempre un nome. Colui che si rivela come il Dio mio, il Dio tuo, il Dio di ogni figlio dell’uomo, chiede il mio amore, il tuo amore, quello di ciascuno di noi. La mia vita vuole essere questo prendersi cura di Colui che di me si prende cura. Meravigliosa vocazione. Dargli da bere con ogni gesto, pensiero, parola. Dargli da bere col silenzio di cui Lui stesso mi disseta, e col tempo: tutto il tempo che vorrà concedermi. Cose da niente, inezie, semi di zucca, ma tutto per Lui, con Lui, in Lui. E per la Chiesa. Non si può separare lo Sposo dalla Sposa: senza Gesù non possiamo far nulla! Ma ho sete anch’io. Ci pensa Lui a stemperare l’arsura. Nel dar da bere a Gesù si viene dissetati e solo così ogni fratello può essere aiutato ad attingere. Spinge la carovana di assetati che bussa alle porte dell’eremo, piccola oasi fra le tante nel deserto del mondo. È la sete di Dio, bisogno originario, spesso inconfessato – per falso pudore, superficialità, mancata consapevolezza – in una società che propina cocktails di ogni genere, che non possono dissetare il cuore dell’uomo, la sua anima, la sua carne, se non dietro illusorie apparenze di un transitorio benessere. È l’arsura di chi ha tutto e il contrario di tutto, a cui manca il Tutto che consente di vivere con niente. Soffia impetuoso lo scirocco del mondo e solleva le tempeste più varie. Nessuna pozione magica, né elisir di lunga vita; nessun balsamo curativo né sciroppo anestetico bollono nei miei tegami, ma intanto un gorgogliare fangoso del cuore chiede di farsi limpido. La risposta è Gesù. All’acqua pensa Lui, il bicchiere siamo noi, sono io, sei tu. È questa la catena del dono da cui nessuno può restare escluso. E in quest’Anno Giubilare a maggior ragione! Ciascuno brocca incrinata e vaso d’oro; anfora sbeccata e calice tempestato di gemme. Nessuno che corra avanti e voglia fare il “fenomeno”, col rischio di perdere la Via; nessuno che rimanga indietro, dimenticato nelle sue paludi. Insieme. Siamo un popolo, il popolo di Dio, che avanza verso la meta ultima sostenuto dall’acqua dello Spirito. Per approdare, insieme, oltre il deserto.