Opportune Et Importune
Evangelizzare, non scavalcare i laici
05/03/2010
Di Mons. Lugi Negri
Non si può certo superare la sorpresa di vedere i mezzi della comunicazione sociale, sia quelli della carta stampata sia quelli televisivi, intasati da un po’ di tempo a questa parte da interventi di laici e laicisti che sdottorano sulla fede, sulla religione, su Gesù Cristo - di cui qualche volta si mette addirittura in dubbio l’esistenza storica -, sulla Chiesa, con la preoccupazione esplicita di insegnare ai cristiani quale sia veramente il messaggio di Cristo e quale sia la vera Chiesa. Per esempio, evidentemente, la Chiesa dell’amore e non della verità, la Chiesa aperta alla condivisione dei problemi dell’umanità e non arroccata nella difesa a oltranza di una visione ormai decisamente superata. Nel contempo è altrettanto stupefacente vedere che gli stessi mezzi della comunicazione sociale vengono utilizzati da una presenza ecclesiale ed ecclesiastica, certamente meno consistente numericamente (l’ecclesiasticità, dal punto di vista dei mezzi della comunicazione sociale, è una milizia di poveri) che parla un linguaggio politicamente corretto e mas-smediaticamente ineccepibile.
I laicisti parlano di Dio, di Cristo e della Chiesa; gli ecclesiastici, a tutti i livelli, riempiono invece i loro interventi di preoccupazioni sulla coesione sociale, sull’unità nazionale, che c’è o che dovrebbe essere aumentata, sul fatto che la società italiana è chiamata in questo momento a una nuova capacità di unità, che si deve andare alla ricerca del dialogo ecumenico e interreligioso, cercando punti che avvicinino e non che allontanino.
Non mancano certo osservazioni sul fatto che occorre dare un certo spazio alla ricerca dell’ilsàm moderato, opinando se sia giusto o no, per esempio, che nelle nostre città sorgano moschee e minareti. Tutto questo, sempre più spesso, sotto l’ombrello dell’inquilino del Colle più alto. II nostro Presidente della Repubblica ha una sua identità e assolve al suo compito e alla sua funzione in un modo che è, sostanzialmente, molto corretto. Forse alcune sue scelte dovrebbero risultare impervie a una coscienza autenticamente cattolica,come il suo rifiuto a firmare il decreto che avrebbe salvato Eluana Englaro.
In questa stranezza, perché di stranezza si tratta, mi vien da osservare che, quando la realtà ecclesiale ed ecclesiastica si attribuisce il compito di proporre analisi di carattere culturale, sociale e politico rischia di debordare dalla sua specifica funzione di guida della comunità ecclesiale. Il clero deve annunziare Gesù Cristo e la totalità del suo mistero in un modo, direi, tendenzialmente esclusivo. Dovrebbe poi far derivare da questa dicazione, a livello culturale, sociale e politico, quell’insieme di valori che Benedetto XVI ha felicemente definito i valori non negoziabili e che sono il cuore della Dottrina sociale della Chiesa. È questa predicazione e questo insegnamento sociale che costituiscono la via maestra percorrendo la quale i laici possono assumersi la loro specifica competenza che consiste nel formulare quelle analisi socio-culturali e sociopolitiche che consentono, poi, di operare tentativi di realizzazione di fatti e di avvenimenti di carattere socio-politico, meglio se in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà.
Oggi come oggi, l’autorità ecclesiale rischia di espropriare i laici della loro responsabilità missionaria. Forse val la pena che ci ricordiamo meglio, noi ecclesiastici, che la partecipazione al sacerdozio profetico e regale di Cristo è la vita del popolo cristiano che, educato dai suoi pastori, vive quotidianamente l’impeto della missione: impeto missionario che si caratterizza come impegno culturale e impegno caritativo.
Se noi diventiamo propagatori di analisi, anche legittime e corrette, innanzitutto possiamo porre dentro la comunità cristiana un elemento di divisione perché, sulle opinioni culturali, sociali e politiche non solo è legittima ma può essere anche positiva una varietà di opzioni. Accade sempre più spesso che alcuni laici si ritirino dalla Chiesa perché non condividono le analisi particolari che, proposte dal clero, tendono ad assumere indebita autorevolezza. D’altra parte, come già paventava l’allora card. Ratzinger nel suo straordinario Rapporto sulla fede, più che mai attuale, forse assistiamo a una clericalizzazione dei laici e a una laicizzazione del clero. Molti laici, che magari fruiscono dei Ministeri ordinati (i quali, peraltro, sono una grande ricchezza per la vita della Chiesa), servono all’altare partecipando in modo pio, decoroso e preciso alle celebrazioni eucaristiche, ma poi, nella vita concreta della società, laddove dovrebbe nascere l’impatto tra la fede e il mondo rischiano di essere assenti.