Diocesi di San Marino - Montefeltro


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I Liberali anticristiani e la lacerazione del Risorgimento

Avvenire, Domenica 30 Ottobre 2011, Agorà, pag. 5
17/11/2011
Anticipiamo in queste colonne alcuni stralci di Risorgimento e identità italiana: una questione ancora aperta, il nuovo libro del vescovo di San Marino-Montefeltro, Luigi Negri (Cantagalli, pagine 120, euro 12,00) in libreria a Novembre.

Esisteva nell'Italia del 1861 una tradizione cattolica, c'era una larghissima parte di popolazione, certamente maggioritaria sul piano quantitativo, che riconosceva la tradizione cattolica non come un passato, ma come la forma di un presente. Si trattava di una cultura con profonde radici nella stragrande maggioranza del popolo italiano, che viveva nella famiglia e all'ombra dell'opera educativa della Chiesa, con un patrimonio ideale che già sostanzialmente accomunava le genti d'Italia. Nella componente è risultata vincitrice nei fatti, il movimento risorgimentale impose alle genti italiche un'ideologia elaborata altrove e obiettivamente in contrasto con quella cultura cattolica che, fino a quel momento, aveva costituito praticamente l'anima e l'ispirazione di tutte .le costumanze, le manifestazioni artistiche, le forme corali di festa, di culto, di arte, di vita. Una minoranza detentrice di una capacità di creazione culturale notevolissima, ma soprattutto capace di creare l'opinione pubblica, capace di influire sull'opinione pubblica (i mezzi della comunicazione sodale sono stati un grande fattore creatore delle rivoluzioni, esattamente come i grandi capitali che questa minoranza aveva a disposizione), che cercò in tutti i modi di imporre un modello culturale alternativo. Era una minoranza laicista, che pretese di essere totalizzante, pretese di imporsi attraverso un'operazione spregiudicata sul piano ideologico e sul piano economico. Siamo di fronte ad una minoranza che pretese di imporre la propria cultura. Nel momento in cui questa cultura pretendeva di essere l'unica, diventava una ideologia, totalizzante ed esclusiva. Nella coscienza di molti dei protagonisti del Risorgimento si affermò la convinzione che l'Italia andasse costruita contro i "clericali", che dovevano essere estromessi, a meno che non assumessero in qualche modo la posizione laicista. Tutto il dramma di Pio IX si svolse a questo livello. Egli volle difendere la differenza, attirandosi le accuse, soprattutto della storiografia successiva, di avere chiuso ogni possibile dialogo con la modernità, mentre invece così facendo ha posto l condizioni per un dialogo autentico. Così come si è andata configurando la spinta unitaria, nell'atto stesso in cui esteriormente si realizzava, la nostra nazione subiva perciò una grave lacerazione interiore. La vera natura del disagio post- risorgimentale risiede nel malessere spirituale della nostra gente, ferita nell'anima a causa della mortificazione della diffusa e vitale realtà del cattolicesimo popolare. Questo conflitto iniziò e si affermò già nel decennio tra il 1848 e il 1858 in Piemonte. Questa prevaricazione ideologica si estese poi a tutta la penisola, ad opera del giovane Parlamento italiano, eletto da meno del 2% della popolazione. E’ significativo che un liberale come Charles de Montalembert si sia sentito in dovere di prendere le distanze dal liberalismo di Cavour all'indomani del discorso dello statista piemontese, in cui veniva presentato il programma del governo nei confronti della Santa Sede: "II vostro liberalismo nulla ha che fare col mio: e per conseguente dolce mi è credere [...] che il mio liberalismo più che mai perseverante e convinto, nulla ha che fare con desto vostro, sì giustamente vituperato dal Sommo Pontefice>>. La politica ecclesiastica del governo sabaudo prima, italiano poi, fu caratterizzata da quel modo dì concepire la separazione dei poteri che in realtà significava subordinazione della Chiesa allo Stato. Certamente non secondo la formula radicale della Costituzione . civile del clero, ma secondo la formulazione apparentemente più moderata, resa celebre da Cavour, "libera Chiesa in libero Stato".
Solo apparentemente più moderata perché l'aggettivo "libera" attribuito alla Chiesa è decisamente in contraddizione con il porla, attraverso quell’ 'in", all'interno dello Stato, dipendente dallo Stato. Proprio a partire dalla concezione del rapporto tra Stato e Chiesa si può meglio comprendere la differenza tra il liberalismo di Cavour e quello di Montalembert.
L'ingerenza dello Stato nella vita della Chiesa fu molto rilevante. Lo Stato si riservava il diritto di intervenire nella stessa nomina dei vescovi: il Papa poteva scegliere soltanto tra una terna di nomi presentati dal Re. Se la Santa Sede non li gradiva, le cose si potevano trascinare anche per anni. Esempio tipico di questo costume è la vicenda accaduta all'arcivescovo di Milano, cardinal Ballerini, presentato, come primo della terna, a Roma quando a Milano regnava ancora Francesco Giuseppe. Il Papa approvò la sua nomina e lo fece cardinale. Nel frattempo si concluse la Seconda guerra di indipendenza e Milano passò ai Savoia, sotto il Regno di Vittorio Emanuele II, il quale denunciò questa nomina perché non compiuta da lui. Era necessario il placet regio perché un vescovo potesse entrare in diocesi ed esercitarvi il suo potere religioso, così come era necessario l’exequatur (si esegua) affinché le sentenze di carattere canonico, emesse dai tribunali diocesani su qualsiasi problema, compresi quelli relativi ai matrimoni, potessero trovare esecuzione. Dunque il cardinal Ballerini non poté diventare vescovo di Milano e neppure entrare in diocesi. La polizia impedì l'ingresso del cardinale a Milano per quattordici anni.
L’ esempio più eclatante dell'ingerenza dello Stato nei confronti della Chiesa rimangono comunque le leggi e le conseguenti azioni rivolte contro gli ordini religiosi di natura contemplativa, perché considerati dispendiosi e inutili per la società. La cosiddetta "legge dei frati", voluta da Cavour per il Regno sabaudo, fu poi estesa all'intera Italia con conseguenze gravissime: "Così in nome e in difesa della libertà dei cittadini, lo Stato impose di forza la soppressione di quasi quattromila istituti (i beni dei quali vennero incamerati dal demanio), e oltre cinquantamila religiosi, che già avevano conosciuto le spogliazioni rivoluzionarie e napoleoniche, si videro nuovamente costretti (con meno apparente violenza ma identico sopruso) ad abbandonare il monastero e concentrarsi in altri luoghi, fino alla loro estinzione.
Non è senza significato notare che per tentare di portare alla sua completa realizzazione questo azzeramento dei corpi intermedi religiosi, non bastò una legge, ma furono necessario in diciassette anni ben centotrentadue circolari amministrative del solo ministero di Grazia e giustizia. Un numero impressionante, quasi simbolica dimostrazione che quando uno Stato pretende di eliminare la concreta e libera organizzazione della società per togliere consuetudini e usi che ritiene oppressivi della libertà individuale, è costretto poi a moltiplicare gli interventi diretti per inseguire i suoi disegni di semplificazione, e cercare di adeguarvi a colpi di decreti le libere forme di convivenza messe in pratica dagli uomini" (A. Colombo-S. Zaninelli).
L'azione dello Stato italiano fu quindi poco incline a riconoscere e rispettare la libertà della Chiesa, la quale chiedeva che venissero garantiti non solo la pietà, la devozione dei singoli, gli atti di culto (cioè quella religione intimista alla quale già da allora si tentava di ridurre il cattolicesimo), ma anche il valore pubblico della fede. Ai fini di un'autentica rinascita nazionale e non di una conquista piemontese, si sarebbe dovuto innanzitutto prendere in più seria considerazione il patrimonio sociale cristiano espresso e custodito, tra l'altro, nelle grandi opere d'arte, che ancora oggi spesso fanno belle le nostre città, e nelle nostre antiche e tipiche istituzioni (come le università, gli ospedali, le "misericordie", i monti di pegno, le confraternite, ecc.). Invece, non solo non se ne tenne sufficientemente conto, ma si arrivò addirittura a cercare di statalizzare le cosiddette opere pie: nel 1890 venne infatti approvata la legge Crispi per la pubblica beneficenza. Essa giungeva dopo una lunga inchiesta che aveva censito ben 21.819 opere sociali presenti nella penisola e dedite alle più svariate attività [...]. Un vero e proprio esercito di solidarietà frutto della libera creatività dei soggetti sociali che in esso impegnavano proprie risorse materiali e umane [...]. Nel 1890 Francesco Crispi ottenne dalle Camere l'approvazione della legge sulla riforma della beneficenza che pubblicizzava gli istituti di assistenza, trasferendo allo Stato la loro gestione e amministrazione togliendo a essi ogni autonomia" (A. Colombo-S. Zaninelli).
Del resto le parole di Crispi non lasciano dubbi circa la matrice ideologica di tale provvedimento: "Uno dei doveri dello Stato moderno è questo: che l'educazione, l'istruzione e la beneficenza appartengono alla potestà civile; noi ne rivendichiamo l'esercizio ed esso è alla base della legge che discutiamo".



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