La Ragione apre al Mistero
22/01/2012
Un cammino inesorabile verso il vero. Un’esperienza di ricerca
e di riconoscimento del proprio limite, del peccato originale. Ed è su quella strada che irrompe Gesù, non per ingabbiare la ragione ma per esaltarla. E così la ragione incontra la fede attraverso l’Uomo. Dialogo con il vescovo di San Marino-Montefeltro monsignor Luigi Negri. A tutto campo: l’attualità di Cristo, l’abbraccio di Maria, il cuore della Chiesa, la centralità della famiglia. E la missione di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI
di Angelo de Lorenzi
l ruolo della ragione e l’anno della fede lanciato da papa Benedetto XVI, la famiglia, l’attualità della dottrina sociale della Chiesa e, poi, la figura centrale di Maria per la vita di ogni cristiano. È un’intervista ad ampio respiro quella concessaci da monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, “pensatore pastore”, secondo una felice definizione che, ci sembra, riassuma bene la sua indole e personalità. Abbiamo incontrato monsignor Negri il 25 novembre dell’anno appena trascorso in occasione del suo settantesimo compleanno, festeggiato in Università Cattolica, in concomitanza con la presentazione del suo ultimo libro, Fede e cultura. Scritti scelti (Jaca Book). In quella sede, sollecitati dai contenuti del volume, gli ponemmo un paio di domande. A come si potesse porre la ragione di fronte alla fede, monsignor Negri rispose così: “La ragione è un cammino inesorabile verso il Vero. Mentre cammina, la ragione fa esperienza del fascino della ricerca e del proprio limite, che dipende dal peccato originale. La presenza di Cristo irrompe in questo cammino, non lo decurta, ma lo potenzia. La sintesi tra fede e ragione è una delle realtà che più dimostra la divinità di Gesù Cristo”.
Colpiti da questa risposta, abbiamo voluto andare oltre e approfondire questi argomenti ponendo al vescovo di San Marino-Montefeltro altre domande che ci stanno a cuore e che riguardano la vita a un livello personale di esperienza.
Monsignor Negri, che ruolo ha la ragione e perché sembra sia vissuta in contrapposizione con la fede, come fossero collocate su piani differenti? Fede e ragione sono oggettivamente su piani differenti, ma entrano in contatto nel cuore dell’uomo, nella sua esperienza. L’incontro della ragione con la fede sembra impossibile in presenza di una ragione – come direbbe il Santo Padre – positivista, una ragione che si realizza con le conoscenze analitiche o scientifiche e che, quindi, al massimo ha il problema di conoscere e di manipolare gli oggetti. Questo è un uso ridotto, povero e meschino della ragione. La ragione cerca il Mistero. La ragione aiuta l’uomo ad aiutare se stesso, a mettersi su sentieri che conducono al vero, al bene, al bello e al giusto. Questa ragione non sente contraria la fede, anzi rivela che a un certo punto, nell’orizzonte della ricerca razionale, interviene un fatto nuovo, irriducibile a se stessa: la presenza di Cristo, il volto umano e definitivo del Mistero di Dio. Ecco allora che nel cuore dell’uomo avviene questo incontro, che non è una confusione. La ragione continua a esercitare la sua funzione di conoscenza critica della realtà e la fede si pone come rivelazione della natura profonda dell’uomo. E, soprattutto, come l’aiuto soprannaturale per realizzare pienamente questa umanità. La contrapposizione tra fede e ragione appartiene al passato protestantico, che sceglieva una fede senza ragione, cioè il fideismo; oppure appartiene al passato laicista, che optava per la ragione come conoscenza assoluta e respingeva perciò la fede nell’ambito della superstizione. I tempi, oggi, sono mutati, in quanto la ragione ha fatto qualche esperienza del fallimento legato alle grandi ideologie che erano espressione della ragione razionalistica. Adesso la ragione è più umile, cerca di più il Mistero, si apre maggiormente a esso. Diciamo anche che una ragione che cerca il Mistero è fortissima, poiché non si riduce semplicemente all’organizzazione di conoscenze tecniche e scientifiche. Questo è il tempo nuovo – come ci ha testimoniato Giovanni Paolo II e continua a insegnarci Benedetto XVI –, c’è quindi anche la possibilità che gli uomini della ragione e quelli della fede si incontrino in una amicizia profonda che favorisca il bene nella vita dell’uomo e nella società.
Abbiamo parlato della ragione... vorrei chiederle anche del sentimento, che percepiamo scadere talvolta nel cosiddetto sentimentalismo. Qual è il suo giudizio a tal proposito?
La ragione non è astratta, non è questione di solo intelletto. Essa è l’espressione sintetica di tutta la personalità dell’uomo, che è fatta d’intelligenza, volontà, amore e affezione. Il sentimento, dunque, interviene attivamente nella conoscenza. Diceva Sant’Agostino che non si conosce se non per l’amicizia. Ecco, credo che si tratti di ritrovare qui la grande intuizione dell’etica aristotelica, ovvero: la ragione deve rendere il sentimento ordinato alla ricerca. La ragione, cioè, deve impedire che il sentimento, l’affettività, viva svincolata dall’impegno razionale e slegata dall’avvenimento della fede, perché in questo caso diventerebbe una passione in senso negativo, in quanto essa pretenderebbe di essere non solo la strada del vero, ma addirittura di produrre la verità. Mentre, in realtà, l’intelletto e l’affettività concorrono alla conoscenza sempre più profonda del mistero di Dio e di quello dell’uomo.
Papa Benedetto XVI, ha lanciato l’anno della fede. C’è un motivo particolare nella scelta del pontefice?
Quando il papa è venuto in visita da noi a San Marino, ho avuto la percezione fisica che stia lavorando affinché il popolo cristiano si scrolli di dosso la scontatezza della fede. La fede sembra appartenere a un passato che non lo riguarda più. Il presente è tutto occupato dall’uomo che tenta la realizzazione del senso della propria vita o, addirittura, rinuncia a qualsiasi ricerca e tentativo. La fede – urge affermarlo – è un avvenimento pieno. Si tratta dell’avvenimento riguardante l’incontro dell’uomo con Cristo, evento che trasforma le persone e attraverso di loro cambia anche il mondo. Credo che Benedetto XVI desideri farci partire dall’essenza della nostra personalità cristiana. Siamo cristiani perché viviamo la fede in Gesù Cristo. Si tratta quindi di conoscere la fede posta al centro di quest’anno. Avremo quindi il recupero, il riappropriarsi da parte della Chiesa del catechismo e un’approfondita conoscenza dei misteri fondamentali della fede e sarà avviato un cammino di aiuto che consenta al popolo cristiano di vivere veramente l’esperienza dell’incontro con Cristo e del cambiamento della vita in Lui, per Lui e con Lui.
Nel 2012 si svolgerà a Milano il VII incontro mondiale delle famiglie. Che cosa vuole insegnarci la Chiesa con questo gesto?
L’uomo non nasce dal caso o dalla manipolazione delle procedure scientifiche. L’uomo è un mistero che nasce da Dio e viene concepito – come diceva bene Giovanni Paolo II – sotto il cuore della madre. La famiglia fa accadere nel mondo la nascita dell’uomo. Non solo la fa accadere nel suo senso fisico, biologico, ma la rende anche possibile come avvenimento globale della persona. La famiglia è il luogo dove si generano i figli dell’uomo che sono educati a diventare, dal Battesimo in poi, autenticamente figli di Dio. L’anno della fede è l’anno del popolo della fede; e la radice, l’embrione di questo popolo, è la famiglia.
Lei ha citato più volte papa Giovanni Paolo II: quanto è stata importante per lei questa figura?
La mia amicizia con Giovanni Paolo II è stata fondamentalmente ideale, poiché ho avuto la possibilità d’incontrarlo di persona poche volte, ma ho comunque creduto di capire che mi stimasse molto. Giovanni Paolo II l’ho studiato, l’ho incontrato attraverso il pensiero ed è questo, peraltro, il modo per andare sino in fondo alle amicizie con i grandi uomini. Credo di aver capito quale sia stato il punto focale della testimonianza del magistero di papa Giovanni Paolo II e cioè che era arrivato il momento di riaprire il dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo. Il Santo Padre, nei suoi ventisette anni di magistero, si è impegnato a scrivere in modi diversificati, seguendo le vicende della vita umana, dentro alle circostanze storiche tremende delle grandi ideologie, come l’inizio, l’albore, di una nuova civiltà. La sua intuizione è stata la seguente: soltanto nel dialogo fra Cristo e il cuore dell’uomo, l’uomo viene rivelato a se stesso ed egli è in grado di attuare pienamente il Mistero della sua umanità, poiché il Mistero dell’umanità dell’uomo è la presenza di Dio nel suo cuore. Credo che sia stato un grandissimo papa, proprio perché, scavalcando la tentazione di contrapporsi alle ideologie che aveva patito duramente, ha saputo parlare con il cuore dell’uomo ed è stato in grado di offrire a questa grande domanda di senso che caratterizza l’uomo di ogni tempo, l’unica vera e definitiva risposta: Cristo Redentore dell’uomo, centro del cosmo e della Storia.
Giovanni Paolo II ci ha fatto conoscere e amare la figura della Madonna. Noi che cosa possiamo chiedere alla mamma di Gesù?
Di continuare ad accoglierci nel suo abbraccio che, insieme, è l’abbraccio verso Cristo e verso il nostro fratello che Cristo incontra e affida alla sua maternità. La Madonna è madre della Chiesa, ma porta Cristo insieme a sé. Maria introduce la Chiesa a una conoscenza sempre più vera e profonda nel mistero di Cristo. Non avviene nulla di cristiano nel mondo senza l’intercessione di Maria. Non accade nulla di significativo nella vita dell’uomo e dei popoli senza questa presenza inesorabile, fortissima – come diceva il nostro grande Alessandro Manzoni, che concludeva il bellissimo Inno sacro, nel nome di Maria, ricordando che è “inclita come il sol, terribil come / Oste schierata in campo” [gloriosa come il sole, terribile come un nemico schierato in battaglia, n.d.r.]. Per il grande teologo Hans Urs Von Balthasar − e monsignor Luigi Giussani gli faceva in qualche modo eco − Maria è la sintesi esistenziale del cristianesimo. Il cristiano si vede in Maria. La Chiesa si vede in Maria. Chi è sacerdote si vede in Maria. Chi è laico si vede in Maria, perché Maria è l’umanità che cerca di non tenere la vita per se stessa ma per il Signore che è morto e risorto fra noi.
Lei è un esperto della dottrina sociale della Chiesa. Qual è la sua attualità? Perché dovrebbe interessarci?
Con coraggio leonino Giovanni Paolo II l’ha rilanciata. La Chiesa ne aveva addirittura persa la terminologia, non l’aveva più nemmeno messa a tema. L’ha rilanciata dopo anni di oscurità. Il Concilio ecumenico Vaticano II non cita mai questa espressione e dobbiamo anche ricordare che nel periodo immediatamente successivo è sparita dall’insegnamento di quasi tutti i seminari e le facoltà teologiche del mondo. Non si può promuovere un’evangelizzazione cristiana senza investire l’uomo nella sua concretezza, nella sua storicità, quindi nell’intrico delle questioni personali, sociali. E perciò la fede doveva ridire all’uomo una teoria esatta sulla sua vita e sui grandi problemi che l’essere uomo comporta. La Chiesa, in questo modo, ha fatto rifiorire la dottrina sociale come elemento fondamentale dell’evangelizzazione.