Giustizia e Misericordia

«Un falso dilemma»

Può la giustizia – che dà a ciascuno ciò che “merita” – diventare amara sanzione per le cadute che punteggiano il cammino personale e sociale di ogni uomo, facendo a meno della misericordia? E può quest’ultima sbarazzarsi della giustizia, edulcorando il Vero, per far finire in gloria ogni capriccio umano? Inevitabile, in questo Anno Giubilare, riflettere su tali questioni, per conformare il nostro volto a quello del nostro Dio, se davvero vogliamo essere misericordiosi come il Padre.
“Non peccate” (Salmo 4,5): è il monito inequivocabile della Parola, di fronte alla quale ogni troppo umano “pecca fortiter…” – pur pronunciato con la migliore delle intenzioni ma spesso gravemente frainteso nel fragile entusiasmo del “va bene tutto, tanto poi mi confesso” – impallidisce e sfuma, quando non arrossisce come un gambero in retromarcia. Chi ama si guarda bene dal ferire il cuore dell’Amato. E tuttavia si cade. Quante volte dovrò perdonare? Settanta volte sette. Infinite volte. Il nostro stare al mondo deve poter riprodurre la perfetta Immagine della misericordia di Dio: far vivere Gesù in noi, dargli Corpo.
Anche la giustizia sociale è inimmaginabile senza la carità, perché l’amore è sempre necessario, anche nelle società più giuste, checché ne dica l’imperante approccio materialistico al reale. Certo la carità esige la giustizia: non posso donare al fratello ciò che è “mio” se non gli do prima quanto gli spetta, ciò che è “suo” per dovere di giustizia.
Il decreto Apostolicam actuositatem del Vaticano II parla chiaro: “Non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia”(8). Dunque la carità non può fare a meno della giustizia ma al tempo stesso la supera di gran lunga, la porta a perfezione nella logica del dono e del perdono. L’umana convivenza “non è promossa solo da rapporti di diritti e doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico a ogni impegno di giustizia nel mondo” (Caritas in Veritate, 6). L’eccedenza dell’amore balza agli occhi ovunque nel Vangelo ma è bello richiamare almeno Mt 20, 1-16, dove gli operai dell’ultima ora vengono retribuiti come quelli che hanno portato il peso dell’intera giornata. “Non è giusto!”: è la prima reazione di noi piccini. Ma in realtà ai primi non si fa torto, non scade il dovere di giustizia: quanto pattuito viene prontamente consegnato prima del tramonto. E tuttavia l’amore, la misericordia, vuole dare anche agli altri la stessa paga: il Padre, che vede nel segreto e il cui spettro visivo va molto oltre la nostra misera prospettiva di censori dei meriti altrui, conosce bene la sofferenza dell’attesa, la preoccupazione di chi ha una famiglia da sfamare e viene lasciato in piazza tutto il giorno, ricercando un lavoro – oppure il senso della vita – che sembra non arrivare mai. Il nostro Dio non è un contabile che gioca con il pallottoliere. È padre e madre dal cuore grande, che ci raccoglie ad ogni caduta e ci fa ripartire. Solo l’amore è in grado di restituire l’uomo a se stesso. “Neanch’io ti condanno”, dice Gesù all’adultera, e aggiunge: “Va’ e d’ora in poi non peccare più!” (Gv 8, 11). Dare fiducia, allargare il cuore sostenuti e rafforzati dallo Spirito: a questo siamo chiamati, perché “l’uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore” (Deus caritas est, 29).

Sveva della Trinità