I santi della porta accanto

La commissione liturgica ha previsto per le celebrazioni giubilari il canto delle litanie dei santi. Un canto che mi piace. Solitamente è rivestito di una melodia antica, semplice, solenne, adattissima per l’incedere processionale. Quel canto mi piace anche perché mi riporta al rito suggestivo delle Rogazioni a cui partecipavo, di buon mattino, quando ero bambino, fiero di portare il turibolo fumante. Si trattava di un rito legato all’ambiente contadino. Si partiva dalla chiesa parrocchiale per raggiungere, percorrendo strade sterrate e fiancheggiando fossi, l’aperta campagna. Il parroco benediceva il tempo, la terra, le messi: Kyrie eleison. Christe eleison, Kyrie eleison e la gente rispondeva ora pro nobis. Chi si invocava? I santi. Aspettavo che arrivasse il mio, quello di cui porto il nome: Sancte Andreas, ora pro nobis. Era un appuntamento mai deluso. A quel punto un amico si girava e strizzava l’occhio. Ma non ero io l’Andrea a cui si dedicava quell’invocazione. Eppure sentivi che la santità ci sfiorava: cosa di cielo, ma col sapore della normalità. Ora, nelle processioni ai luoghi della spiritualità nostrana resto sempre sorpreso dal lungo elenco di santi e beati della nostra Chiesa. Il lettore mi consenta di scorrere alme-no per un tratto la lunga litania: San Leo, San Marino, Beato Matteo da Bascio, Beato Domenico Spadafora, Beato Rigo da Miratoio, Serafina da Pennabilli, Francesco da Torricella… Dopo i grandi santi ecco l’elenco di altrettanti giganti della vita cristiana, ma a stupirmi ancor più è l’indicazione della provenienza: località e borghi dove trascorriamo le nostre giornate: lavoro, famiglia, attese, fatiche, albe e tramonti. Chi sono i nostri santi? Uomini e donne. Alcuni sono arcinoti, qualcun altro del tutto sconosciuto. Comunque una sorpresa. A quanto mi risulta le litanie ne riportano solo alcuni, l’elenco potrebbe prolungarsi. Quasi tutti sono esponenti della vita consacrata (monache, monaci, eremiti, sacerdoti, ecc.). Mancano figure di laici e, tuttavia, i nostri santi e beati sono fiori sbocciati da comunità e famiglie profondamente segnate dalla vita cristiana. Per fare un santo ci vogliono anzitutto la Grazia e la corrispondenza personale; ma anche un clima favorevole e una luce che permetta di vedere quello che vale. Occorrono, poi, esempi, esperienze di preghiera, formazione, stima delle virtù e tutto quello che costituisce l’opera educativa. È vero, ci sono fiori bellissimi che sbocciano lungo un fosso, tra spuntoni di roccia, persino ai bordi di una discarica. Dio è bizzarro! Egli vuole santo ogni suo figlio. Non importa il punto di partenza: anche il più umile, il più povero, il più meschino e fragile non fa che ingigantire l’opera della sua misericordia. Il fango non corrompe i diamanti! Talvolta risalendo alla Cattedrale rivestito degli abiti pontificali, mi par di sentire nell’anima le litanie come le canta il Signore. Ebbene, Dio canta i nomi dei miei vicini di casa, dei collaboratori, dei ragazzi che sto cresimando, degli operai che vado ad incontrare… Dio li pensa, li vuole, li vede santi: son tutti figli suoi. I santi!
La gente li sente come amici, ma a volte, nell’esaltarli li allontana così da apparire irraggiungibili. C’è chi si accontenta di pregarli, c’è chi si limita a visitarne i luoghi. Più importante è averli come compagni di viaggio e fare come han fatto loro. Ho concluso una paginetta scritta per una agiografia con queste parole: “Ci sono pure dei santi litigati: sono così amati da venire contesi. Capita nella mia terra. I fedeli di una cittadina vorrebbe tornassero i resti mortali del santo vissuto tra loro, ma la gente del borgo, ove ora riposa, non vuole restituirli”. Volete sapere il mio parere?
Non litighiamoci i santi; facciamo alla nostra gente il dono di nuovi santi: voi che leggete e io che scrivo. + AT