Lettera dal Convegno – Secondo giorno

Firenze, 10 novembre 2015 – Secondo giorno

È più fatica scrivere questa sera. La giornata è stata così piena di parole forti, di emozioni e di pensieri da rendere difficile la comunicazione. Come in un imbuto la parte concava è strapiena, traboccante, ma il contenuto deve passare per la strettoia del collo. È la giornata dell’incontro con papa Francesco. Mi colpisce la festa della gente (un incoraggiamento per questi giorni difficili nei “sacri palazzi”) e il suo passare disinvolto, sorridente, attento a chiunque ha davanti come esistesse solo lui. Nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore parla ai delegati delle diocesi italiane e ridisegna con chiarezza e semplicità l’essenza della antropologia a partire da Cristo e, su tale modello, indica la Chiesa che sogna. Guarda la volta con la testa all’in su e incanala gli sguardi di tutti su un punto centrale del grande affresco del Vasari: Cristo giudice e tutt’attorno centinaia di figure, santi e dannati. Papa Francesco indica l’angelo che porge a Cristo la spada del giudizio, ma il Cristo è raffigurato nell’atto di mostrare le sue mani ferite. Sopra, la scritta “Ecce homo”. Da qui partono le considerazioni di papa Francesco: tre “sì” e due “no”. Tre i sentimenti di Gesù: umiltà, disinteresse, beatitudine; sentimenti che valgono anche per la Chiesa di oggi: non cerchi interessi, non si rammarichi per i privilegi perduti. Scrosciano gli applausi. A ripetizione. Le due tentazioni a cui resistere: quella del fondamentalismo e del considerarsi superiori (pelagianesimo), e quella dell’astrattezza senza incarnazione (gnosi). “Una Chiesa sempre più vicina, lieta e mamma – continua il Papa – una Chiesa che sa dialogare e che non ha paura del conflitto per cercare una soluzione migliore”. Conclude il Papa: “I credenti sono cittadini”. Come a dire: hanno un contributo da portare, è ingiusto censurarli. Parla del genio creativo della Chiesa italiana, nomina i grandi santi e – perché no? – figure inventate come quella di don Camillo, con i suoi colloqui con Cristo e con la sua prossimità alla vita della gente. C’è da scommettere che questa citazione farà goal sui media. Ci sta.

Ai vescovi chiede di essere pastori, nient’altro. Per reggersi nelle difficoltà hanno la preghiera e il sostegno del gregge. Racconta sorridente di quel vescovo che sale in metropolitana dove la gente è fitta come sardine e lui non può appoggiarsi che alle spalle del vicino. Applausi. Li sento indirizzati anche a me: è l’appoggio del mio popolo.

Nel pomeriggio passiamo allo stadio. In campo non ci sono “i Viola”, ma c’è lo stesso clamore delle grandi occasioni. Sessanta mila spettatori. Il migliore in campo: papa Francesco. La metafora sportiva mi aiuta a sintetizzare il mio pensiero su questo straordinario pontificato. Francesco non cambia le regole del gioco (son quelle di sempre!), cambia solo la tattica. Non più il catenaccio, ma il gioco d’attacco.

 

+ Andrea Turazzi