Vita di famiglia

Venerdì 22 luglio

Molti di noi, finalmente, cominciano a ricredersi: non è vero che il popolo polacco sia triste e melanconico. Che cosa lo fa credere? Forse le vicende della sua storia travagliata, il sangue dei suoi numerosi martiri, la passione subita nel suo tormentato Novecento, i suoi canti popolari in tonalità minore? Se foste stati con noi oggi, avreste visto una Polonia piena di colori, di danze, di vita serena nel villaggio, di ragazzi che cantano al ritmo delle chitarre e dei violini. Abbiamo trascorso la mattinata nelle sede della “casa della cultura” una sorta di Pro Loco a Kamienica (la cittadina che ci ospita). Il benvenuto è rigorosamente in musica… italiana: un segno di cortesia. Poi, con la dimostrazione delle danze tradizionali, inizia una vera e propria lezione di ballo. Alla fine anche il Vescovo – questa volta in abito filettato – è amabilmente costretto a qualche passo di danza (ahimè, un’ora dopo una telecamera indiscreta manda l’immagine ai social).
Al piano superiore della “casa della cultura” è stato allestito un vero e proprio museo dove sono custoditi gli attrezzi degli antichi mestieri, gli utensili della vita di casa di cent’anni fa, alcune sculture naif e una originale raccolta di cravatte donate da personaggi importanti della valle. Ci colpiscono la fierezza umile di questa gente e l’intreccio fra cultura popolare e fede cattolica. La parola “intreccio” non esprime completamente il concetto, ci vorrebbe una parola che esprimesse ad un tempo fusione e distinzione. Un esempio? Il più semplice e comune: la segnaletica stradale che indica l’inizio del centro abitato costituita da una silhouette che, insieme alle sagome delle case e dei municipi, porta il tracciato della Chiesa con il suo campanile. Qui, nei nostri villaggi, il cento per cento dei giovani – ci assicura il parroco – frequenta la Messa della Domenica. Nelle grandi città le cose stanno cambiando…

Ancora una considerazione su queste nostre “giornate polacche”: la vita di famiglia nelle case in cui siamo ospiti. Tutti sono coinvolti: i bambini con la loro curiosità, le mamme che premurosamente ci aspettano la sera, i giovani che fanno da interpreti fra noi e gli adulti, i nonni che mostrano con fierezza una foto con Papa Giovanni Paolo II o un ricordo personale gelosamente custodito nel cuore.
La terza giornata ci ha visto riuniti tutti – noi 75 – con i giovani ospiti del decanato. Siamo saliti verso il santuario della “Matki Bozej Bolesnej” per celebrare una sorta di “Via Matris” sostando in successivi sette capitelli che custodiscono la rappresentazione di ciascuno dei sette dolori della Vergine. Il nostro pensiero va alle mamme che piangono i loro figli: abbiamo appena saputo della strage di cristiani avvenuta ieri in Kenia nel campus universitario di Garissa.

La celebrazione eucaristica ricorda Santa Maria Maddalena. Alla lettura del Vangelo siamo tutti incantati e commossi considerando il cammino e la prossimità di questa discepola di Gesù: la donna silenziosa seduta ai piedi del Maestro e oggi in lacrime presso la tomba vuota. Nella sua desolazione cerca e fa domande. E poi l’incontro. Il dialogo è breve, poche battute: “Maria!”, dice colui che è ancora sconosciuto. “Maestro mio!”, risponde lei. È il Signore. Lei lo vorrebbe trattenere stretto a sè. Lui la manda in missione ormai avvolta dalla luce pasquale per portare l’annuncio: “Lui è vivo!”. Tutto è iniziato con un nome pronunciato con amore da Gesù Risorto. Nel silenzio profondo che i giovani sanno fare fino a farti trasalire, ognuno sente nel cuore il suo nome pronunciato con amore. + A.T.