Riti di passaggio delle Porte Sante

Una rilevanza speciale ha il segno giubilare del pellegrinaggio, definito “uno degli elementi portanti e fondamentali del Giubileo”. Il pellegrinaggio intende avviare un movimento di conversione, un mettersi in cammino per entrare nell’amore di Dio Padre e farsene pieni, per riportarlo poi nella vita quotidiana, e ci rimanda inoltre alla dimensione biblica. Il pellegrinaggio – l’andare da un posto all’altro «attraverso i campi» (per agra, è questo il significato della parola latina) – non è un aspetto secondario e irrilevante dell’uomo biblico, ma il tratto costitutivo e permanente della sua esistenza. E poiché l’esistenza biblica diventa paradigma della esistenza cristiana, esso è anche il tratto costitutivo della nostra esistenza. È questa la ragione per la quale la pratica del pellegrinaggio dalla Bibbia è passata alla tradizione cristiana che, dagli inizi ad oggi, anche se in modalità sempre nuove a seconda delle culture e dei tempi, ne ha fatto uno dei mezzi efficaci, soprattutto a livello popolare, di autocomprensione della propria fede. Abbiamo almeno tre riferimenti importanti che ci dimostrano la fondatezza di questa affermazione. Il primo riferimento è ad Abramo, il padre della fede per definizione (cfr. Rom 4,2) che Dio stesso, secondo il testo biblico, costituisce “no-made” o “pellegrino” per vocazione: «Il Signore disse ad Abramo: “Vàttene, dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò…”». A livello storico la famiglia o tribù di Abramo era, come ogni altra famiglia o tribù di quell’epoca, nomade: traeva la fonte della sussistenza dalle greggi che si spostavano da un luogo all’altro in cerca delle fonti d’acqua e dei pascoli. Il testo biblico rilegge questo nomadismo storico-culturale di Abramo teologicamente: il suo spostarsi non è più motivato dalla ricerca delle fonti della propria sussistenza bensì dal volere di Dio che, attraverso questo spostamento, realizza un progetto d’amore trascendente: l’ingresso del popolo in una nuova terra, qualitativamente diversa da quella da cui era partito…

Il secondo riferimento è all’Esodo, il racconto che costituisce l’identità di Israele come popolo, che Dio libera dalla schiavitù ed introduce nella terra di Canaan «dove scorre latte e miele». Come è noto, però, l’ingresso in questa terra non avviene immediatamente. Il racconto dell’esodo, che va dal secondo libro del Pentateuco fino al libro di Giosuè, è il racconto drammatico e affascinante del cammino o del peregrinare di Israele nel deserto: un cammino lungo, che coincide con l’intera esistenza (nessuno infatti dei liberati dall’Egitto entrerà nella terra promessa, neppure Mosè che la vedrà solo da lontano) e, soprattutto, un cammino paradossale perché in esso, luogo per eccellenza della minaccia e della morte, Israele fa l’esperienza della vita che Dio gli dona gratuitamente, provvedendo ogni giorno al suo bisogno: «Gli israeliti mangiarono la manna per quarant’anni, […] finché furono arrivati ai confini del paese di Canaan» (Es 16, 35).

Il terzo riferimento è alle grandi feste di Israele (Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli), feste dette appunto di “pellegrinaggio” perché si celebravano in un unico luogo o santuario verso il quale ciascuno confluiva provenendo dal proprio paese d’origine. Con l’unificazione delle tribù sotto Davide e con la centralizzazione del culto che ne seguì, fu Gerusalemme a divenire meta dei pellegrinaggi: meta non solo delle tribù israelitiche ma, nella prospettiva del profetismo, anche di tutti i popoli della terra: «Allora i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria» (Is 62,2). Il bellissimo salmo 122 (il salmo dei pellegrini che salgono a Gerusalemme) riecheggia mirabilmente il senso di commozione e di gioia di cui essi erano ripieni all’idea di mettersi in viaggio verso la città santa, luogo della dimora del Dio tre volte santo: «Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”. E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! Gerusalemme è costruita come città salda e compatta. Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, secondo la legge del Signore, per lodare il nome del Signore… (vv. 14). Questi elementi ritornano, dunque, nel pellegrinaggio cristiano e in particolare in quello degli Anni Santi. Evidenzia papa Francesco che la vita è “un pellegrinaggio” e l’essere umano è “un pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio”. Esso “sarà un segno del fatto che anche la misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e sacrificio. Il pellegrinaggio, quindi, vuole essere stimolo alla conversione: come l’attraversare la Porta Santa esprime il desiderio di lasciarci abbracciare dalla misericordia di Dio e la volontà di impegnarci ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi”.
La Porta rimanda al passaggio che ogni cristiano è chiamato a compiere dal peccato alla grazia, guardando a Cristo che di sé dice: «Io sono la porta».

Un aspetto importante di questo Giubileo è che il Papa ha voluto che fosse vissuto a Roma così come nelle Chiese locali. Per la prima volta nella storia dei Giubilei è stata quindi offerta la possibilità di aprire la Porta della Misericordia anche nelle singole diocesi, nelle Cattedrali o nelle chiese particolarmente significative o nei Santuari di maggiore importanza per i pellegrini. Pertanto, anche la nostra Chiesa diocesana, oltre che recarsi in pellegrinaggio sulla tomba di Pietro e degli altri Apostoli, si è organizzata per vivere il Giubileo in Cattedrale, per permettere al maggior numero possibile di persone, compresi coloro che non possono andare a Roma, di beneficiare della misericordia di Dio, attraverso il dono del Giubileo. Nelle tre date 10, 17, 30 aprile i vicariati della Diocesi (rispet-tivamente Val Marecchia, Val Foglia/Val Conca e San Marino), si recheranno in pellegrinaggio alla Cattedrale di Pennabilli, dove celebreranno i riti previsti dal Giubileo per l’acquisto dell’indulgenza e attraverseranno la Porta Santa, aperta dal Vescovo il 13 dicembre scorso. L’invito è, pertanto, a venire a Pennabilli, per approfittare di questo evento di misericordia e di salvezza. È piccola cosa, ma come gli strumenti fondamentali della nostra salvezza (i sacramenti) sono elementi presi dalla vita quotidiana dell’uomo (acqua, pane, vino, olio) per trasmetterci la vita e la salvezza di Dio, così il pellegrinaggio, il passaggio della Porta Santa, la preghiera, diventano strumenti apportatori della misericordia di Dio e della salvezza. Maria, Madre delle Grazie, dal cui Santuario partiremo per arrivare in Cattedrale, ci assista e ci benedica, perché il nostro desiderio di bene diventi stile e novità di vita di risorti con Cristo. (Mons. Elio Ciccioni, Vicario Generale)