Viaggio nella memoria

28 luglio

Una giornata diversa: meno folla, più interiorità; meno canzoni e più pensieri. Celebriamo la Messa con i giovani della Romagna. Mi chiedono di presiedere. Lo faccio con gioia per i nostri ragazzi (e loro, forse, sono contenti di sentire il loro vescovo). Nell’omelia non faccio altro che commentare la bella metafora del profeta Geremia: «Argilla siamo nelle mani di un artista vasaio». La commento con le esperienze raccolte dalla vita di questi giorni (quanti vasi capolavoro!).
Dedichiamo il resto della giornata alla visita del campo di concentramento di Auschwitz e di Birkenau. Nella sinistra oscurità di Auschwitz ti vengono a mancare persino le parole. Resta soltanto uno sbigottito silenzio. Ho preparato i ragazzi con queste parole: «Inginocchiamoci profondamente nel nostro intimo davanti alla schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte. Il nostro è un pellegrinaggio della memoria, ma il passato non è mai solo passato: ci riguarda e indica le vie da non prendere e quelle da prendere… Ascoltiamo le parole che sgorgano dal cuore e trasformiamole in un grido interiore verso Dio: perché, Signore, hai potuto tollerare tutto questo? È preghiera che io chiamo “preghiera del perché”, la stessa che ha fatto vibrare le labbra del Cristo crocifisso: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”».
È il grido di tutti coloro che nel corso della storia, ieri, oggi e – non vorrei dirlo – domani soffrono per amore della verità, della libertà e del bene, e di coloro che soffrono anche senza un motivo se non per l’irrazionalità e la prepotenza di uomini malvagi e di poteri iniqui. In questo viaggio ci proponiamo: 1. Di condurre la ragione a riconoscere il male e a rifiutarlo. 2. Di suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. 3. Di fare nostri quei sentimenti che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: «Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare».
Scattiamo foto alla celebre scritta che incornicia il portone di ingresso: «Arbeit macht frei». Ironia. Azzardo un accostamento: la grande filosofia tedesca e la deriva delle sue propaggini impazzite. Mi viene in mente Dante: «Lasciate ogni speranza voi ch’entrate». Camilla (è già stata qui con la scuola) ci fa da guida: commossa e commovente, discreta ed efficace. Parla sottovoce. Quasi sussurra. Michele legge in traduzione simultanea le numerose didascalie. L’esibizione di quel tragico concentramento non ha nulla di plateale: lascia al visitatore tutto il peso dell’immaginazione e il turbamento. I blocchi, i luoghi delle esecuzioni capitali, le “cliniche”, etc. Tutto è geometricamente perfetto, in ordine. Tra i blocchi n.12 e n.13 c’è la gigantografia di chi ha messo un lembo di cielo in quest’inferno, di chi ha dettato una lezione di umanità in questa notte della ragione: San Massimiliano Kolbe.
Passiamo al campo di Birkenau. Muoviamo qualche passo sulle rotaie del treno che ha ingoiato un milione e mezzo di creature, persone come noi nelle fauci di un’orca assassina. Birkenau ha una struttura “architettonica” diversa: è un campo schiacciato su uno spazio immenso con file di baracche a perdita d’occhio. Qui si entrava per la soluzione definitiva: per lo più donne, bambini, anziani… Vediamo i ruderi delle camere a gas e dei crematori che invano gli ultimi generali hanno tentato di far sparire dalla storia. Camminiamo in silenzio. Le scarpe si sono inzaccherate di fango. Dico il Rosario insieme a Suor Anna e Suor Angela e a qualcun altro del gruppo, ma c’è un altro Rosario, quello dei “perché”, dei “come fu possibile”. Giulia mi chiede come si fa «in questa circostanza a benedire il Signore»… ma pensa lei alla risposta, l’ha già trovata: «Benedico il Signore per l’amore che ricevo, per la libertà di cui godo, per la vita che mi è data, per gli ideali che non muoiono». Chiara aggiunge: «È importante aver celebrato questa visita nelle giornate della GMG. Sento il grido che sale dalla terra, che implora redenzione». Io penso a Gesù Redentore dell’umanità.
È sera tarda: mi tolgo le scarpe ancora infangate della terra di Birkenau: terra maledetta, terra benedetta. + A.T.