Visitare gli infermi

«Questa malattia non è per la morte» (Gv 11,4).

Con il garbo e la delicatezza sempre indispensabili, la visita fa sentire agli ammalati e agli anziani che sono parte viva e importante della famiglia e della comunità, una risorsa umana e spirituale. Ci aiutano ad andare in profondità. Sono un ammaestramento per la vita.

«Io verrò e lo curerò» (Mt 8,7).

Una società progredita non bada a spese per la salute di tutti.
I miracoli compiuti da Gesù per gli ammalati sono un segno del suo amore per loro.
Si cura l’ammalato con le medicine, ma lo si cura anche con una prossimità affettuosa e partecipe.
Di solito Gesù guarisce con la sua Parola. A volte, però, accompagna la Parola risanatrice col tocco della sua mano, con la saliva della sua bocca, chinandosi e sollevando…

«Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 138,8).

Papa Francesco ci ricorda che il nostro incontro con chi soffre è un “toccare la carne del Signore”. Questo pensiero aiuta a vincere pigrizie e timidezze. Non servono tante parole. A volte basta stringere la mano o fare una carezza. Conosciamo tutti la dedizione eroica di Madre Teresa di Calcutta… ma basta anche meno: esserci.

«Ungevano di olio molti infermi» (Mc 6,13).

Talvolta si esita a chiamare il sacerdote. Si collega l’Unzione degli infermi (sacramento di guarigione) con la fine. Questo è sbagliato! Sarà più facile e normale l’incontro col sacerdote e la proposta del sacramento se l’ammalato viene accompagnato giorno per giorno nel cammino di fede.

 «Spalma il fiele del pesce sui suoi occhi» (Tb 11,8).

Nel racconto biblico di Tobia si narra che il giovane spalmò sugli occhi del  vecchio padre il fiele. Il fiele è il simbolo del nostro passaggio attraverso la sofferenza che ci purifica e ci fa vedere la vita con più maturità. Gli occhi lavati dalle lacrime sono ancora più belli.

PREGHIERA DEL «PERCHÉ?»

Perché? Perché? Perché?
Signore, questo è il grido
della mia preghiera:
la preghiera per il fratello,
per la sorella, che soffrono.
Grido e non rispondi…
Come un bimbo domando infinite volte,
senza fine… perché?
Ma tu sei qui nel calore di due mani,
che si stringono, l’una nell’altra,
nel fruscio di angeli col camice bianco,
nella carezza che asciuga la fronte,
nel Rosario dono di un amico.
“Salus infirmorum, ora pro nobis!”.

ESPERIENZE

IL PROTAGONISTA RESTA SEMPRE IL SIGNORE (p. Francesco M. Acquabona)

Parto da un passo del Vangelo che porto con me da quando a Roma, ancora studente di teologia, prestavo un piccolo servizio presso le Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta. Sono cinque parole con le quali Gesù, interpellandoci, si identifica con ogni sofferente e sulle quali Madre Teresa e le sue consorelle hanno fondato la propria spiritualità: “Lo avete fatto a me”. Dunque non privilegiare la dimensione strettamente spirituale dimenticando l’aspetto umano, ma neanche dimenticare che nel malato si incontra Cristo e lo si serve a suo nome. Una consapevolezza da tenere viva come riferimento personale, come ispirazione della qualità del proprio agire, ma anche quale chiave di lettura delle realtà della sofferenza. La ferita della malattia è anche ferita dell’anima, spesso più dolorosa, che tuttavia costituisce un varco – la mia esperienza di cappellano dell’Ospedale di San Marino me lo conferma – in cui lo Spirito stesso trova spazio per parlare al cuore dell’uomo, per ricordargli l’essenziale e condurlo alla consolazione della fede. A volte l’idea del servizio cristiano al malato si riduce alle azioni concrete da compiere, all’atteggiamento psicologico da assumere, mentre insieme al sacerdote, al malato e al credente che in qualsiasi modo lo assiste, il protagonista è e resta sempre il Signore. Cristo, ci ricorda il Vangelo, si commuove di fronte alle sofferenze dell’uomo. Dimenticare questo nucleo reale e profondo significa prima o poi cadere in un protagonismo frustrante e dimenticare le effettive possibilità di guarigione dell’anima e del corpo aperte dalla fede di ciascuno e affidate alla Chiesa. Il servizio al malato, pertanto, sgravato dal peso delle carenze delle qualità personali, sempre e comunque insufficienti, diventa occasione privilegiata per vedere in atto la misericordia di Dio verso ogni suo figlio.

È DI PIÙ QUELLO CHE SI RICEVE (esperienze dei volontari della parrocchia di Novafeltria)

Sono una ventina le persone della parrocchia che, di giorno in giorno, offrono la loro disponibilità e presenza operosa a chi ha bisogno di assistenza nell’Ospedale Sacra Famiglia, nella Casa di Riposo delle Suore Maestre Pie e nelle famiglie.
Il Volontariato di Novafeltria ha una lunga storia, che risale almeno al tempo della guerra 1940-45 e al dopoguerra, con la Conferenza di San Vincenzo e l’ODA (Opera Diocesana Assistenza). “Con le nostre opere facciamo brillare un pezzo di cielo, quando doniamo l’amore e la carità che abbiamo ricevuto in dono da Cristo. Da oltre venti anni presto servizio nell’Ospedale. Ricordo ancora la grande preoccupazione che mi assaliva quando dovevo affrontare il mio turno. Ma con l’aiuto del Signore e l’amore per il mio prossimo, bisognoso di attenzione, ho cercato di offrire il meglio di me stessa. Mi rendo conto che il tempo dedicato agli altri è stato un insegnamento per affrontare le situazioni difficili che la vita pone. È proprio vero che è maggiore ciò che si riceve, rispetto a quello che si dà. Gesù dice: “Quando avete fatto queste cose ad uno dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!”. Allora, come non adoperarci in un servizio, come quello del Volontariato ospedaliero, dove ci sono tanta sofferenza e tante persone sole? In loro incontriamo il Signore. Farsi prossimo è agire da buon Samaritano. È uscire dall’egoismo e dalle comodità; dare del tempo a chi ha bisogno di aiuto sia materiale che spirituale, testimoniare con la vita ciò che crediamo. Farsi prossimo è donare le nostre mani a Gesù, che si fa pellegrino con noi”. “Far parte dell’UNITALSI e fare volontariato nell’Ospedale e nella Casa di Riposo è per me un dono. Stare vicino a chi è solo e ammalato mi fa riflettere su tante cose. Dare un po’ di tempo e un gesto di gentilezza a questi fratelli significa ricevere il cento per uno. È una gioia profonda! Provare per credere. È stata una scelta bellissima, perché ho imparato che cosa è l’amore, che cosa significa donarsi ai fratelli bisognosi; ho capito che cosa è la vera gioia: sorridere sempre perché ogni malato è Gesù vero. Senza la carità non s’incontra Gesù. Nel tempo della prova, la memoria del Volontariato diventa occasione di ringraziamento per la salute fisica, dono da custodire con cura e da offrire soprattutto ai poveri, ai soli, ai malati. Non ci pentiremo mai di aver amato il prossimo. Stringerci attorno al malato è gratificante, perché allora diventiamo strumenti dell’amore affettivo di Dio, un amore che nessuno ci potrà mai togliere, una fiducia sconfinata nel Signore”.