Visitare i carcerati

«Il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere» (Ap 2,10)

Per i primi cristiani (come per i cristiani in situazione di persecuzione) il carcere era una possibilità tutt’altro che teorica. Ma c’è oggi una “persecuzione educata” che deride ed emargina il credente, imbavaglia la testimonianza cristiana, censura le parole della fede. L’esempio dei martiri ci infonde coraggio e parresia. San Paolo ha fatto della sua carcerazione una opportunità di evangelizzazione e delle sue catene un vanto: “Io, Paolo, il prigioniero del Signore” (cfr. Ef 3,1; 4,1; Fm 1,9).

«Ricordatevi dei carcerati» (Ebr 13,3)

In Italia ci sono 53.495 carcerati (molti già condannati, alcuni in giudizio). Sono presenti nella nostra preghiera? Sosteniamo iniziative che siano loro d’aiuto ed esprimano misericordia? Si impone una seria riflessione sulla natura del regime detentivo: punizione, difesa, rieducazione? Chi vigila sulle carceri perché sia rispettata la dignità umana?

«Ero carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36)

Le forme di detenzione sono cambiate; ma resta valido l’invito del Signore a soccorrere e visitare chi è in carcere. Anzi, il Signore insegna a vedere lui stesso nel carcerato. Un tempo i carcerati erano più facilmente avvicinabili e l’aiuto delle persone caritatevoli era indispensabile. Non mancano neppure oggi le occasioni e le modalità per far sentire vicinanza. Chi ha sbagliato va aiutato a redimersi: servono anzitutto a questo le prigioni.

«Sciogliere le catene inique» (Is 58,6)

Il secolo appena trascorso ha sulla coscienza la più spaventosa forma di carcerazione di massa: i lager, i gulag e tante altre… Anche in questi giorni assistiamo a violenze d’ogni genere, torture e privazione della libertà. Ci sono poi situazioni di vera e propria prigionia “a cielo aperto”: dipendenze e condizionamenti come l’alcool, la droga, l’abuso sessuale, ecc. L’emergenza educativa ci interpella direttamente!

«Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi» (Gal 5,1)

Sperimentiamo nella vita cristiana momenti nei quali la nostra libertà è minacciata dalle passioni e dagli attaccamenti. A volte non siamo padroni di noi stessi e questo ci impedisce di spenderci per il Signore e per gli altri. Non sempre sono catene pesanti, a volte si tratta di un tenue filo, ma resistente che non ci fa spiccare il volo. Per fare dono di noi stessi, dobbiamo prima “possederci”.

PREGHIERA

Signore Gesù,
affidiamo alla tua misericordia i nostri fratelli carcerati; sostienili nel cammino di redenzione
e di reinserimento nella comunità. Ti preghiamo specialmente per chi è ingiustamente privato della libertà e per chi è impedito a difendersi.
Rendici attenti alle loro condizioni di vita: appartengono alla nostra comunità. Spezza le catene che ci rendono incapaci di uscire da noi stessi e di amare. Fa’ di noi degli operatori di giustizia e di verità. Accompagnaci con la forza del tuo Spirito tra le braccia dell’unico Padre che fa sorgere il suo sole sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Amen.

ESPERIENZE

UN CARCERATO RILEGGE LA SUA STORIA

Ho fiducia nella giustizia, ma ci vuole tanta pazienza e, comunque, i tempi sono lunghissimi (18 anni di detenzione, ndr). Ho i miei difetti, come tutti, però ora cerco di comportarmi bene per poter camminare a testa alta. Continuo ad andare avanti così, anche se ho sbagliato. Per il mio sbaglio sto pagando e cerco ogni giorno di dare me stesso sempre di più, aiutando chi ha bisogno. Ora aiutare gli altri è diventata la mia gioia. Si dice che dagli sbagli si impara. Nella misericordia di Dio i nostri sbagli possono diventare arte. Credo e spero che sia così. Racconto un po’ della mia vita. Tante volte mi è capitato di aiutare i poveri. Quando ero piccolo aiutavo i miei amici; li invitavo a casa mia perché, anche se non ero ricco, mio papà non mi ha mai fatto mancare niente e se c’era un po’ di brodo lo condividevo con loro, donavo quel poco che avevo e che potevo dare. Se vedevo che non avevano le scarpe o che erano rotte, davo loro un paio delle mie. Col tempo ho scoperto che gli stessi amici mi derubavano mentre si trovavano a casa mia perché gli davo da mangiare. Mio padre si è accorto che gli mancavano le fedi nuziali. È venuto a cercarle da me, ma non ho detto nulla. Un’altra volta mi è successo che, mentre uscivo  dalla pizzeria, insieme alla mia ragazza, con una pizza d’asporto – era inverno e c’era la neve – mi è venuto incontro un bambino con addosso una maglietta a maniche corte, pantaloncini corti e ciabatte. Ci ha chiesto se avevamo da dargli qualcosa da mangiare e se potevamo dargli un pezzetto della nostra pizza. Sono rimasto bloccato, senza riuscire a dire nulla. Mi è tanto dispiaciuto vederlo così e gli ho dato tutta la nostra pizza. Il mondo è bellissimo e pieno di sorprese; Dio è grande e sa come ringraziare e aiutare chi ha più bisogno. Tutti sbagliano. Il mio sbaglio è stato un po’ più grave e spero che Dio un giorno mi perdoni. Sono nelle sue mani e mi sento sicuro. (M.C.)

LA PREGHIERA DI UN DETENUTO

La sofferenza, il dolore, l’angoscia riempiono il mio cuore fino a farlo traboccare; già le figure dei miei cari appaiono sbiadite e lontane, irraggiungibili; le piccole manine affusolate dei miei bimbi adorati, protese verso di me nel momento drammatico del distacco, nella angusta cella diventano incubi notturni nelle tetre e interminabili notti di prigionia. Mi sento amareggiato, distrutto, abbandonato da tutti, senza speranza, senza futuro, uomo fallito che non ha saputo dare certezza e sicurezza neppure alle persone che ama più di se stesso.
Mi sveglio, sudato e smarrito, stringendo fra le mani il Crocifisso che, come ogni sera, pongo sotto il mio cuscino; lo guardo alla luce, che dai riflettori esterni penetra tra le inferriate, e resto senza parole, in silenzio: le tante preghiere acclamate con ardore, i lunghi colloqui con Lui che pensavo mi ascoltasse, la gioia degli incontri Eucaristici…, sento tutto molto lontano, quasi come se non lo avessi mai vissuto.
Quel corpo dilaniato dai flagelli, quel capo trapassato dalla corona di spine, quei piedi e quelle mani forate dai chiodi, quel cadavere orrendamente straziato e piagato, svuotato di ogni goccia di sangue, era fra le mie mani ed una voce chiara e potente mi suggeriva nella mente e nel cuore: «Figlio mio, ti amo immensamente, molto più di quello che intelletto umano possa comprendere: per amor tuo ho sacrificato il mio dilettissimo Figlio che tu tieni fra le mani; la Sua Passione è stata unica, universale ed irrepetibile e ha ricoperto di Grazie tutta l’umanità. Figlio mio so che mi ami, ma tu figlio mio meriti di più e Io pretendo da te di più; per questo mio amore infinito per te, ti ho fatto dono di questo periodo di Grazia: sì, proprio qui in carcere, in questo luogo di dolore, Io e te potremo conoscerci meglio, non disturbati da tutti i tuoi impegni di famiglia, di lavoro; dal telefono, dal fax, dalle e-mail».
Il cuore mi batte forte, un nodo alla gola mi blocca il respiro, ma voglio gridare a tutti la mia gioia e le mie scuse per quello sbandamento: Perdonami Padre Mio, mi sono adagiato sulla convinzione che la mia fede fosse perfetta, esemplare, non migliorabile, ma non era così. Grazie Padre mio, grazie per questo tempo speciale che mi hai voluto donare: non ne sprecherò neppure un secondo; lo metterò subito a frutto: quante riflessioni, meditazioni, letture, preghiere, adorazioni, veglie, potrò fare senza interruzioni e disturbi!
Grazie Padre mio, come al solito mi hai dato molto di più di quello che non avrei neppure osato chiedere e  sperato di ottenere. (Livio Bacciocchi)