Omelia del Venerdì Santo

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di Pennabilli, 14 aprile 2017

Is 52,13- 53,12
Sal 30
Eb 4,14-16; 5,7-9
Gv 18,1- 19,42

Domenica delle Palme abbiamo cantato l’Osanna al Re, il Signore mite che cavalca un puledro d’asina: Gesù, il Re.
Ieri sera, Giovedì Santo, Gesù è lo sposo che si dà col suo corpo alla sposa, la Chiesa, e si nasconde per dare a sé la gioia di essere cercato e alla sua sposa la felicità di trovarlo.
Questa sera, Venerdì Santo, il Signore è servo sofferente. Di lui cantano quattro brani del profeta Isaia; ne tracciano il confine. Appare come un personaggio misterioso. Chi è il servo sofferente? Se lo chiedeva l’etiope, ministro della regina Candace, quando scendeva nella sua patria dopo il viaggio a Gerusalemme. Il diacono Filippo, salito sul suo carro, risolve l’enigma e porta la testimonianza di tutta la prima comunità cristiana. Il servo sofferente è Gesù di Nazaret. È lui colui che il Signore Dio ha scelto, chiamandolo per una missione di salvezza. Ma il servo non viene accolto, piuttosto è disprezzato. Come un agnello viene condotto al macello, come una pecora muta davanti ai suoi tosatori. Si è caricato i pesi e i dolori di tutti. Addirittura è considerato maledetto da Dio. In verità per le sue piaghe siamo stati tutti guariti. E non soltanto il popolo d’Israele, ma tutte le genti.
Perché servo? In che senso? È servo perché ha scelto la via della croce fra mille modalità possibili. Il motivo dev’essere un motivo profondo sia verso di noi che verso il Padre. Verso di noi si è fatto servo dimostrando il massimo dell’amore per noi, perché ha voluto che lo sentissimo vicino, uno di noi, nelle nostre situazioni dolorose. E verso il Padre è stato servo obbediente, obbediente nella confidenza, nell’abbandono a lui, nella fiducia, scegliendo, per fare la sua volontà, di percorrere una strada difficile e dolorosa.
E così ha dato il massimo al Padre e a noi.