Omelia nella XXVIII domenica del Tempo Ordinario

#FlashdiVangelo

Is 25,6-10a
Sal 22
Fil 4,12-14.19-20
Mt 22,1-14

Con la parabola dell’invito alle nozze si conclude l’insieme delle parabole dette “del giudizio”. E il “giudizio” è questo: tragicamente Gesù viene rifiutato dal suo popolo, ma nasce un popolo nuovo, tale non per l’appartenenza etnica, ma per l’adesione di fede. Ecco il significato profondo di questa parabola. Sottolineo altri due aspetti.
Il primo. L’invito del re è “ad una festa”: spesso viviamo la fede cristiana, come qualcosa di pesante e frustrante, che tarpa le ali. No, è l’invito ad una festa, ad una festa di nozze. Il Signore non tollera che, nella sua casa, ci siano posti vuoti. Si direbbe quasi – consentitemi – che è un inguaribile ostinato: vuole a tutti i costi riempire la sala. Dopo il primo round di inviti, passa al secondo: «Andate nei crocicchi delle strade, fate venire…».  La chiamata è per tutti. Nella libertà. Ma succede che non tutti aderiscono. Gesù non ha mai pensato, mai promesso, che la sua Chiesa avrebbe goduto di chissà quali folle. Dovrà vivere sempre nella logica del lievito.
A proposito di crocicchi delle strade e di persone chiamate, racconto un’esperienza di qualche settimana fa. Avevo dato appuntamento ad un amico che doveva passare a prendermi a San Marino. Mi trovavo ad un incontro in centro storico, dove le auto non possono entrare. Sono sceso alle porte della città per aspettare il passaggio. Quell’attesa si è fatta più lunga del previsto e mi sono messo ad osservare la gente che passava: coppie di fidanzati, mamme con il bimbo nella carrozzella, vigili urbani, ragazzi che portavano le pizze in qualche famiglia con una bicicletta assistita… Vincendo il mio malumore per questa attesa ho iniziato a pensare ad ognuna di quelle persone come amata da Dio. Via via che passavano i minuti, la mia osservazione al crocicchio della strada diventava preghiera. Sentivo che ogni persona era chiamata. Del resto, tutta la Sacra Scrittura la si può leggere sotto la parola “chiamata”, “vocazione”. Non era forse il popolo d’Israele il popolo “eletto”? Gesù, poi, ha promesso il suo Regno agli Ebrei, ai pagani, a tutti… Tutti candidati al suo banchetto!
Concludo con un invito: anche noi abbiamo crocicchi quotidiani dove incontriamo persone e viviamo relazioni. Proviamo ad avere lo sguardo del Padre che veglia, che fa crescere, che accompagna con simpatia, che vuole tutti nella “sala del banchetto”, che non tollera posti vuoti.
Quella sera, tornando a casa, ho scritto sul mio diario alcune frasi che condivido con voi: «Sono anch’io ad un incrocio decisivo per la mia vita: con la mia fretta (non ho mai tempo), con la mia sbadataggine (arrotolato sui miei pensieri non mi accorgo di nulla), con le mie incertezze (libero davanti al bivio delle scelte). Eppure, sono chiamato all’affare più grande: il Regno di Dio! Mi capita di esitare: metto mille scuse, sono troppo impegnato per aver tempo d’ascoltare… Metto perfino il Signore in condizione di non riuscire a combinare un appuntamento con me, perché non trova una data libera sulla mia agenda. Ma è tanto grande il suo desiderio di avermi, anzi, di averci. Neanche Dio può stare solo!».

Omelia nell’Insediamento degli Ecc.mi Capitani Reggenti

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo, 1° ottobre 2020

Gen 4,3-10
Sal 61, 2-6
Mt 25,31-40

Eccellenze, Signore, Signori,
abbiamo implorato: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera. Dai confini della terra io ti invoco» (Sal 61,2-3). La nostra preghiera davvero si fa grido. Raccoglie l’urlo di ogni Abele, fratello oppresso, insidiato e ucciso.
«Dai confini della terra…». Tutti gli uomini sono davvero fratelli; desiderati, pensati, voluti, creati dall’unico Padre. Tutti fratelli: da quello che ci è accanto, a quello lontano, dall’anziano a quello appena concepito nel grembo.
Oggi il grido si fa implorazione per la prova che attraversa il nostro paese e tutta l’umanità: il dramma del contagio e – altrettanto pericoloso – il contagio del dramma che condiziona pesantemente la socialità.

Abbiamo vissuto due estremi. Da una parte il congedo solitario di una generazione di persone anziane, morte, per così dire, due volte, perché decedute in solitudine, private anche della cerimonia funebre e, dall’altra parte, abbiamo constatato come gli esseri umani siano capaci di replicare all’eccesso di male con un eccesso di bene, che si è tradotto in dedizione e cura, spinte fino ad una fedeltà eroica, fino al dono di sé!
Ecco una risorsa di umanità che nessun insulto patologico è riuscito a cancellare: il bene non è un evento solitario, ma è qualcosa che si vive insieme, dove fede e speranza portano alla carità.
La pandemia ha scavalcato tutte le recinzioni artificiali, mostrando – come ci ha ricordato papa Francesco – che siamo davvero «tutti sulla stessa barca» (cfr. Meditazione del Santo Padre, Sagrato della Basilica di San Pietro, 27 marzo 2020) e non possiamo continuare a contenderci qualche centimetro quadrato a poppa o a prua, nella noncuranza per la rotta da tenere in un mare in tempesta. «Siamo membra gli uni degli altri», direbbe san Paolo, che ricordava ai Corinti: «Vos non estis vestri (voi non vi appartenete)» (1Cor 6,19).
Purtroppo, la realtà della interdipendenza e della solidarietà può essere minacciata dal virus dell’individualismo. Non si può essere “globali” nella finanza e non nella fraternità, nella circolazione delle merci e non nel riconoscimento della dignità, nel profitto e non nel welfare, nella libertà e non nella giustizia.
Sì, c’è un’analogia fra il contagio virale della pandemia e il contagio globale dell’individualismo che trasmette l’attaccamento ai propri egoismi, anche negli “alveoli interstiziali” dove avviene lo scambio tra pubblico e privato, tra noi e gli altri.
Se siamo autonomi lo siamo non per essere soli, ma per condividere spiritualmente la fraternità, per ampliare in estensione ed in profondità le nostre capacità relazionali. Per questo, le sofferenze della pandemia non ci lasciano indifferenti. Ci siamo guardati bene dal rispondere all’appello della corresponsabilità con le parole di Caino: «Sono forse il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Tocca a noi liberare le risorse dell’amore fraterno.
«Ho avuto fame, mi avete dato da mangiare; ho avuto sete, mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato…». Verrebbe da rispondere: «Quando mai, Signore?». E Lui: «Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (cfr. Mt 25,35-40).

San Marino, fondatore della nostra Repubblica, ha iniziato una tradizione di fraternità e di amore alla vita, di cui siamo fieri. La Repubblica ha saputo accogliere con generosità donne, uomini e famiglie in pericolo per la guerra e per forme di persecuzione. Ha una tradizione di rispetto per la vita e la libertà di ogni fratello, valori fondanti che non si vuole perdere. C’è a San Marino un popolo cristiano che ama e difende ogni vita, un popolo responsabile e intraprendente, che chiede alla politica, nella differenza dei ruoli e nel rispetto del dibattito istituzionale, di essere protagonista nella difesa del bene comune, certo che il primo bene è la vita del più debole e indifeso.
«Sono forse il custode di mio fratello?». Noi tutti diciamo “sì”: «Sono custode di mio fratello, disposto ad allargare gli spazi della fraternità».

Omelia nella XXIV domenica del Tempo Ordinario

Monte Cerignone (PU), 13 settembre 2020

Festa del Beato Domenico Spadafora
Apertura del V Centenario della morte del Beato Domenico Spadafora

Sir 27,33-28,9
Sal 102
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35

In questa celebrazione che apre il centenario del Beato Domenico festeggiamo il perdono e la tenerezza del Signore.
L’anno centenario del beato Domenico Spadafora è anche anno giubilare, anno nel quale viene dispensato con abbondanza il perdono di Dio con l’indulgenza concessa dalla Penitenzieria Apostolica.
Dal brano di Vangelo di questa domenica ricavo alcuni punti per la meditazione.
Noi non abbiamo idea della gravità del peccato. Dicevano i padri: «Quanti ponderis sit peccatum (che peso che ha il peccato)». Il peccato contiene ingratitudine, menzogna, cattiveria verso il Signore. Spesso non ce ne rendiamo conto. Ecco perché, se volete sapere che cos’è il peccato, bisogna chiederlo ai santi. Molto spesso vengono raffigurati con in mano il crocifisso, oppure inginocchiati davanti a Gesù Crocifisso. Ma non è per dolorismo: Gesù è risorto, è vivo, e ci ha ottenuto il perdono.
Alla luce di queste considerazioni capisco di più la parabola che Gesù ci racconta… C’era un uomo che aveva un debito enorme (equivaleva al bilancio dello stato di Erode Antipa!). Aveva chiesto al creditore di pagare un poco alla volta. La cifra è iperbolica, per dire quanto grave è il nostro peccato. Dopo esser stato perdonato, quell’uomo incontra un collega che gli deve una piccola somma. La parabola è sempre paradossale, contiene un contrasto perché deve far pensare, è performativa, costringe a prendere posizione. Viene da chiedersi come sia possibile questa esagerazione, questa divaricazione fra i due debiti e le due reazioni. Perché quell’uomo a cui tanto è stato perdonato non ha perdonato a sua volta? Mi sono dato una risposta: colui che aveva quel debito infinito non si è reso conto del perdono ricevuto ed è rimasto nel suo senso di colpa. Una cosa è il senso del peccato, un’altra è il senso di colpa. Chi non crede che è stato perdonato, non perdona. Il debito che contraiamo col nostro peccato è troppo grande, non possiamo restituirlo. Ma il cuore di Dio è capace di questa impresa: il perdono totale!
Entreremo presto in un anno giubilare, un anno in cui il perdono, l’indulgenza, viene largheggiata. Viviamo il perdono, accogliamo questo grande dono e facciamoci convinti che davvero siamo perdonati. Abbiamo bisogno del perdono. Solo allora riusciremo, a nostra volta, ad essere magnanimi, a saper perdonare.
Quand’ero parroco mi capitava spesso di invitare i fedeli alla Confessione. Un parrocchiano mi bloccò dicendo: «Ma siamo così peccatori? Per chi ci ha preso?». Rispondevo che li incoraggiavo perché ricevere il perdono del Signore è un’esperienza dolcissima, di grande tenerezza, anche se non avevano compiuto peccati gravi. La carezza del Signore rincuora e fa sentire la bellezza del suo amore per noi. Allora è meno difficile perdonare: il perdono è una cosa divina, non umana.
Gesù cita indirettamente il canto di Lamec: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma settanta volte sette Lamec» (Gen 4,24), così cambia la cifra della vendetta nella cifra del perdono: perdonare sempre!
In internet ho letto di una tecnica giapponese di restauro dei vasi, si chiama kintsugi. In realtà, è una filosofia: quando si rompe un vaso, esso viene aggiustato con una pasta mescolata con l’oro. Viene fuori un vaso ancora più bello, venato d’oro, con le crepe luccicanti. Il perdono, quando lo offri, fa più autentico e forte il rapporto. Perdonare non è “mettere una pietra sopra”, o dare un colpo di spugna – la chiarezza è necessaria – ma è dire: «So che tu non sei il tuo errore, il tuo peccato. Il Signore ti vede come capolavoro, come figlio». Se tutti perdoniamo, miglioriamo il mondo.
C’è il caso – a me è capitato a volte – in cui tra lo sbaglio e il perdono c’è un tempo di mezzo, un tempo di sofferenza. Può essere che si avverta l’imbarazzo di chiedere perdono, anche se lo si desidera con tutto il cuore: c’è qualcosa dentro che frena. A volte si teme perfino di peggiorare la situazione e si è intimiditi, forse anche l’altra persona vive la stessa difficoltà. Il tempo frammezzo fra l’offesa e il perdono non va sprecato: è il tempo dell’espiazione in cui si offre il proprio dispiacere per aver fatto quell’errore e matura la conversione. Quel tempo di sofferenza è anche una richiesta al Signore perché la persona offesa riesca a perdonare e possa nascere un nuovo rapporto. D’altronde, anche le perle nascono dal dolore, dalla sofferenza di un’ostrica ferita da un predatore: altro non è, una perla, che una ferita cicatrizzata, una lacrima che diventa rubino!

Omelia nella XXIII domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Cattedrale, 6 settembre 2020

S.Cresime

Ez 33,1.7-9
Sal 94
At 2,1-11
Mt 18,15-20

La Prima Lettura parte con una parola forte. È il profeta Ezechiele che dice: «Io ti ho costituito come sentinella». Un’immagine suggestiva; la stessa che è stata ripresa da san Giovanni Paolo II nel suo incontro con i giovani la sera del 19 agosto del 2000. C’erano ad ascoltarlo circa due milioni di giovani. Il Papa usò queste parole: «Cari amici, vedo in voi le sentinelle del mattino in questa alba del Terzo millennio». Ha fatto poi riferimento alle adunate oceaniche che sono state organizzate tante volte durante il tormentato Novecento, secolo con due Guerre Mondiali. Quale insegnamento veniva dato a queste folle di giovani? Veniva insegnato l’odio, si proclamavano propositi di guerra, di conquiste… Il Papa, invece, vedeva in quei giovani le “sentinelle del mattino”, venute per dire “sì” a Gesù, al suo progetto di amore. È quello che vorrei dire io a voi ragazzi: «Voi siete le sentinelle del mattino, qui nella nostra terra». Forse ritenete queste parole un po’ retoriche, esagerate. «I giovani sono il nostro futuro», si dice spesso. «I giovani sono la speranza del domani». Ma io dico che voi siete la nostra speranza e la nostra gioia già nel presente. Oggi, non domani.
Una confidenza: quasi tutti i parroci della nostra estesa Diocesi dicono che da mesi non hanno la gioia della presenza dei ragazzi in chiesa. Noi tutti ne soffriamo. La vostra presenza, cari ragazzi, ci ricorda che il Signore è anzitutto “giovinezza” (cfr. Sal 43,4; 103,5; 127,4) e dà slancio alla nostra fede che, a volte, è segnata da stanchezze e fiaccata da uno stile abitudinario. Voi siete sempre una sorpresa, siete le sentinelle che annunciano un nuovo mattino anche dopo questa terribile esperienza dell’epidemia. Abbiamo bisogno di voi, bisogna che riprendiate la vita parrocchiale nelle vostre chiese!
Ricevendo la Cresima, fate di questa chiesa un cenacolo, luogo in cui il gruppo dei discepoli, con le donne e gli apostoli, erano chiusi dentro per paura. D’improvviso venne un fragore e con lingue di fuoco scese su loro lo Spirito di Gesù Risorto (cfr. At 2,2). Anche i vostri genitori, i padrini e le madrine che vi accompagnano, avvertiranno la presenza dello Spirito.
Stenderò le mani su di voi: un gesto antico e sempre nuovo per significare la “pioggia di Spirito”, di amore di Dio, che viene su di voi con il suo dono. Un dono che si esplicita in sette rifrazioni diverse. È l’amore che mette sale nella nostra vita, cioè sapore, gusto (sapienza). È l’amore che rende la nostra intelligenza capace di non fermarsi alla superficie, alle apparenze (intelletto). È l’amore che si fa consiglio per aiutarci a percorrere strade giuste, scartando quelle sbagliate. È amore che si fa aiuto per sostenere la fatica di imparare (scienza). Poi, l’amore è fortezza che sostiene, dà coraggio quando è necessario. È l’amore – si chiama pietà – che suggerisce come dichiararsi (si deve capire che vuoi bene!). L’ultimo aspetto dell’amore è quello che chiamiamo timore di perdere Dio.
Passerò davanti ad ognuno di voi, mentre il padrino o la madrina vi assistono, e vi profumerò con il crisma: sarete dei consacrati, apparterrete per sempre al Signore, anche se doveste percorrere strade lontane. Il Signore ha posto in voi il suo sigillo, il suo “tatuaggio”. Dopo un po’ di tempo il crisma con il suo profumo evapora, ma non scomparirà il bacio che il Signore vi dà questa mattina.
Per motivi di igiene, oggi non darò il piccolo schiaffo al volto di ciascuno di voi, ma il significato rimane: «Sentinella, non addormentarti, non distrarti!». Una vera sentinella è sempre all’erta. La sentinella non è uno spaventapasseri: si apposta come un radar.
Che cosa vuol dire il Signore a ciascuno di voi? Si raccomanda di non fare come Caino. Quando il Signore gli disse: «Dov’è tuo fratello Abele?», lui rispose: «Sono forse il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Pessima risposta. Il Signore vuole che ci prendiamo cura degli altri, proprio come fanno le sentinelle. Ci può essere da aiutare, da tenere compagnia, da ascoltare. Gesù fa persino il caso dell’amico che sbaglia. Bisogna prendersi cura anche di lui: dandogli il buon esempio, aiutandolo a cambiare. Quando preghiamo il “Confesso”, chiediamo perdono dei peccati commessi con pensieri, parole, opere e omissioni. “Omettere l’aiuto” è anche un reato, con una sanzione penale nel Codice (omissione di soccorso). Gesù non vuole che noi omettiamo di soccorrere il fratello che sbaglia, chiede il nostro intervento.
Poi, una sentinella non va mai da sola. Invito voi ragazzi a tenervi collegati: la parrocchia vi offre opportunità di incontri, di belle amicizie, di portare piani d’azione insieme ad altri ragazzi.
Mi rivolgo ai vostri genitori e ai vostri famigliari. Vi riporto, cari genitori, l’altra metà di quello che mi dicono i parroci. Non riescono a capire perché insistete affinché i vostri figli ricevano i sacramenti, ma poi non date l’esempio… Capita di far passare anni senza entrare in chiesa, senza fare la Comunione. Un segno di croce fatto dal papà in casa vale come molte catechesi e lezioni di religione. Vi lascio questo pensiero non per rattristare, ma per una ripresa. Ripartiamo tutti, dopo questa serrata che ci ha fatto tanto soffrire, con la nostra vita parrocchiale. Ancora ci viene chiesto di essere prudenti, ma appena sarà possibile dovremmo proprio sentirci come popolo del Signore, un popolo che si riunisce con gioia. Così sia!

Omelia nella festa di San Marino

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 3 settembre 2020

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

«Le mie sorgenti sono in te città di Dio»: è il motivo ricorrente del Salmo che abbiamo cantato insieme. Un inno alla santa Gerusalemme di Dio. Misticamente siamo stati invitati a ripercorrerla mentre i nostri piedi sono ben piantati sulle strade e le piazze della nostra San Marino. «Fate e rifate il giro di Sion, contate le sue torri, concentrate la mente sulle sue mura, percorrete le sue fortezze e ai futuri racconterete: questa città è di Dio, il Dio nostro che fu e sarà al di là di ogni morte la nostra guida» (Sal 48,12-14)). È quanto mai opportuno, suggestivo, meditare queste parole proprio oggi: «Dio è sempre, nonostante la morte delle generazioni, la guida per il suo popolo».
Si percorre Gerusalemme – come dice il Salmo – e il premio è, una volta arrivati, la visione della santa Gerusalemme, cioè la visione della grazia, del favore di Dio, sempre in attesa di essere trovato. La città degli uomini, quando non diventa Babele, cioè orgoglio e prepotenza, è città di Dio nella quale il Signore abita.
Saluto l’Eccellentissima Reggenza, le Autorità civili e militari; saluto i miei fratelli sacerdoti, i diaconi, le sorelle consacrate presenti o presenti spiritualmente per onorare santo Marino, missionario del Vangelo e fondatore della nostra Repubblica; saluto tutti, anche quelli che in diretta televisiva assistono a questa santa Liturgia.
Questo giorno costituisce un appuntamento festoso, quasi un trampolino di lancio salutare, prima di riprendere il cammino dopo l’estate. Veniamo da un’esperienza che ancora pesa sul nostro Paese e sul mondo intero, la pandemia. In questi mesi tutti ci siamo chiesti il senso di una esperienza così imprevedibile e tragica. «Tutti sulla stessa barca – come diceva papa Francesco – in ansiosa navigazione» (Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia presieduto dal Santo Padre Francesco, 27.3.2020) o, se preferite con un’altra metafora più moderna, il virus ha, per così dire, alzato il velo su una realtà che ci avvolge sempre, ma della quale spesso, salvo essere toccati personalmente, riusciamo a dimenticarci, distratti e impegnati in molte attività, cioè il disagio, la malattia, la morte, la paura, la precarietà. Non sono salite solo da qualche mese sul treno della nostra vita, ma sono in viaggio da sempre con noi, solo che talvolta, illudendoci di essere al sicuro negli scomparti business, mettendo all’orecchio le cuffie con la musica preferita o visitando il vagone ristorante, fingiamo di non accorgercene. Ora il treno si è fermato, è segnalato un guasto grave, abbiamo dovuto scendere. Adesso siamo tutti insieme sui binari in attesa che riparta e ci rendiamo conto di essere davvero coinvolti in un unico grande viaggio, senza carrozze di prima o seconda classe, senza trattamenti speciali: il mondo è proprio un villaggio globale, la cui salute ora dipende paradossalmente anche dalla distanza che riusciamo a tenere con i vicini. Ci è imposto di purificare le relazioni prossime per guadagnare il senso profondo delle relazioni universali: una lezione severa. Così impariamo ad essere meno superficiali, più consapevoli di ciò che davvero conta nella vita, attenti ai fratelli, soprattutto ai più fragili, aperti alla prospettiva della risurrezione, della vita eterna.
A qualcuno è venuto in mente che l’epidemia sia il castigo di Dio: sbaglia chi legge in questo modo l’avvenimento. Eventualmente sì, è appello alla nostra conversione, realistica considerazione del nostro limite, della nostra fragilità.
L’umanità ha il suo percorso nella storia, come del resto ognuno di noi ha il suo cammino. Anche Gesù ha avuto il suo. L’apostolo Pietro, forse per troppo amore, di fronte a Gesù che preannunciava la passione ha esclamato: «No, Signore, questo non ti accadrà mai!». La replica di Gesù è decisa: «Allontanati da me, mi sei di ostacolo», come a dire: «Non chiedermi esenzioni dalla storia, soluzioni di fuga o miracolistiche, voglio essere fedele alla vita» (Mt 16,22). Questa la sostanza della risposta di Gesù a Pietro. E questo ripete a noi.
Immaginate se Gesù avesse accondisceso alla pretesa di Pietro? Immaginate se non fosse salito a Gerusalemme, che ne sarebbe stato della Redenzione? E come avrebbe potuto Gesù, poi, chiedere a noi fedeltà alla vita?
Durante il tempo del lockdown abbiamo pregato molto, in moltissimi, certi che il Signore era con noi in questa prova. Abbiamo pregato perché fosse data forza d’animo a chi era nella sofferenza, perché fosse concessa resistenza a chi era impegnato in prima linea, come il personale sanitario, i governanti, i volontari; abbiamo pregato per saperci aprire verso gli altri. È lecito e anzi doveroso pregare il Signore per chiedergli di intervenire: è nostro Padre, con la preghiera esercitiamo la nostra dignità di figli, ma nell’obbedienza al suo disegno. Anche Gesù – dice l’autore della Lettera agli Ebrei – «pregò con forti grida e lacrime» (Eb 5,7) nel momento della prova. «E fu esaudito», continua la lettera, non perché gli fu tolta la croce, ma perché ottenne di saperla vivere “da figlio”, nella fiducia, nell’abbandono a colui che gli era accanto. Dunque, nessuna fuga, nessuna pretesa di miracolismo, ma un forte appello alla speranza, anzi ad essere speranza in un pianeta malato. Ma si sono visti miracoli, miracoli di generosa dedizione. Proprio l’emergenza Covid ha messo in luce la parte migliore della sammarinesità: l’attenzione ai malati e ai bisognosi, seguiti amorevolmente nel nostro ospedale e a domicilio in maniera veramente encomiabile, con un impegno speciale, indefesso, da parte di operatori sanitari, Forze di Polizia, Servizio di Protezione civile, volontari della Caritas diocesana, Scout, ecc. Nel mio pensiero abbraccio tutti con gratitudine per quello che è stato fatto.
La Repubblica di San Marino, proprio a tutela della vita e della salute, per il tramite del Comitato di Bioetica ha sancito a livello internazionale – credo sia l’unica nazione al mondo – che le terapie debbano essere garantite in base al quadro clinico presentato dal singolo paziente e non da selezioni arbitrarie, a priori, che possano portare a scelte eugenetiche su chi deve ricevere le cure e chi deve esserne escluso. San Marino, inoltre, ha fin da subito messo in maternità anticipata le donne in stato di gravidanza, tutelando in tal modo la mamma e la vita nascente.
Vorrei che gli Eccellentissimi Capitani Reggenti, che proprio sabato mattina alle ore 10:30 faranno visita a papa Francesco, chiedessero al Santo Padre una benedizione particolare su tutti noi della Diocesi di San Marino-Montefeltro. Sottolineo che San Marino e il Montefeltro sono un’unica Diocesi. Dite al Papa il nostro grazie per come ci ha accompagnato in questi mesi.
«Le mie sorgenti sono in te»: sono parole che ci richiamano anche al rischio, sempre in agguato, di dimenticarci del Signore, della sua grazia, del suo favore. Ci meriteremmo allora l’amara constatazione che il profeta Geremia rivolge a Israele: «Stupitene, o cieli, inorridite come non mai – oracolo del Signore – perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non contengono acqua» (Ger 2,12-13).
Il nostro santo fondatore e patrono Marino torni a richiamarci a quella sorgente. Così sia.

Omelia nella Veglia dei giovani per San Marino

San Marino Città (RSM), chiesa dei Santi Pietro, Marino e Leone, 3 settembre 2020

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

Cari ragazzi,
la trama di quello che vorrei comunicarvi questa sera ruota attorno a tre parole che iniziano con la lettera “C”: camminare, contemplare, costruire. La parola “insieme” fa da avverbio che accompagna tutt’e tre le parole: camminare insieme, contemplare insieme, costruire insieme. Questa sera parlerò poco del santo Marino, perché conosco quello che hanno scritto i divulgatori e quel poco che la storiografia ci può dire: non si può fare un restauro “interpretativo”, oggi il restauro lo si concepisce come “conservativo”.

Camminare. È metafora del “divenire interiore”: ciascuno di noi diviene, sboccia, cresce, viene fuori. Far questo è fatica. Ho letto un apologo attribuito alla tradizione buddista. Siddharta Gautama si intrattiene con un bruco e gli propone di diventare farfalla; per farlo deve perdere la crisalide. L’apologo racconta che quel bruco non accettò l’avventura di spaccare la crisalide e venir fuori. Così, per il resto della sua vita, non ha fatto altro che passeggiare su e giù dal cavolfiore. Nei Vangeli quando Gesù chiama non dice: «Venite, che sto fondando una nuova scuola di spiritualità, una scuola di filosofia…». No, Gesù chiede un movimento: «Vieni e seguimi» (Mc 10,21). E c’è uno spostamento reale. Chi ha avuto fiducia e ha tenuto dietro a Gesù ha dovuto fare “salti mortali”. Così è stato anche per san Marino: viene dalla Dalmazia (Croazia) e va a Rimini; da Rimini viene sul monte Titano. Un esodo: il coraggio di camminare.

Contemplare. Mi spiego meglio con l’esperienza che ho fatto con un gruppo di giovani. C’era un ritiro; sono venuti con la Bibbia, la matita, il quaderno, la bottiglietta con l’acqua… Dopo esserci seduti ho detto: «Adesso uscite, andate in città; avete due ore di tempo. Dovete liberare la mente e osservare la vita attorno a voi. Quando tornerete ci rimetteremo in cerchio e ognuno racconterà se c’è stato qualcosa che ha suscitato meraviglia, stupore, incanto». Al termine delle due ore i ragazzi sono rincasati; avendo osservato con attenzione la “vita” attorno han trovato cose di sempre che hanno suscitato meraviglia. Un ragazzo ha raccontato di aver visto due fidanzati che stavano insieme su una panchina e attorno a loro si vedeva come un’aura che li avvolgeva: una scena di grande tenerezza. Un altro si era fermato all’angolo delle “4S”, dove c’era la gioventù più squattrinata. Era rimasto incantato a vedere il movimento della città, le auto che si fermavano e ripartivano tutte insieme al semaforo. Si era chiesto dove andassero quelle persone, che cosa pensavano, come le vedeva il Signore… Un altro ancora confidò che fino a pochi minuti prima niente l’aveva colpito, ma mentre rientrava aveva fiancheggiato un orto e aveva notato su una foglia una goccia di rugiada che indugiava ad evaporare; il sole la illuminava, sembrava un rubino. La contemplazione è l’attitudine allo stupore, alla meraviglia. Ricordo il discorso di papa Benedetto XVI ai giovani, nel 2011: parlò dell’attitudine ad aprirsi all’infinito. Siamo come davanti ad una finestra. San Marino era un contemplativo: siete mai stati al Sacello? La tradizione dice che era il luogo privilegiato per la sua preghiera. Però vorrei fossimo contemplativi insieme. Bisogna che torniamo alla Messa, ai nostri momenti di incontro, di spiritualità, perché la contemplazione è un’attitudine che abbiamo tutti, ma va educata.

Costruire. Molti di voi sicuramente hanno cominciato a pensare: fino ad ora sono stato oggetto delle cure. C’è una quantità di persone impegnate alla costruzione della mia persona, del mio avvenire; non sarà arrivato il tempo che mi prenda la responsabilità di costruire io stesso il mio futuro? Vocazione vuol dire chiamata, chi segue la vocazione è uno che risponde. Vivere è rispondere. Ognuno di noi ha dei talenti che può mettere in gioco. Mi guardo intorno e vedo tante cose da costruire. San Marino fu costruttore addirittura di una Repubblica.

È bello snocciolare i 14 verbi contenuti nella pagina del libro del Siracide che abbiamo letto; in essi si descrive l’intraprendenza creativa di colui che è sapiente. È bello anche il quadro programmatico del libro degli Atti degli Apostoli sulla comunità: erano uniti, tenevano ogni cosa in comune, chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti (cfr. At 4,32-35). Ognuno costruttore della comunità.
Le nostre comunità hanno voglia di voi ragazzi, di voi giovani, soffrono della vostra assenza quando non ci siete. Dico questo non perché voi siate il futuro, siate la speranza di domani… siete adesso una profezia per noi adulti.
Vi ricordo le tre “C”: camminare, contemplare, costruire… Sì, ma insieme!
Evviva: siamo insieme questa sera!

Omelia nella Giornata Nazionale per la Custodia del Creato

Valdragone (RSM), Santuario del Cuore Immacolato di Maria, 1° settembre 2020

Rom 8,19-22
Sal 144,1-13
Lc 12,22-31

«Ti lodino, Signore, tutte le tue opere».
Anche noi siamo opera sua.
Da questa sera vorremmo imparare ad avere uno sguardo contemplativo sul creato. Vederlo nel suo insieme, come opera di Dio, e vedere noi chiamati ad una vocazione straordinaria: «Essere suoi collaboratori per custodire il creato».
Nella Prima Lettura c’è un avvio molto realistico: il cosmo è sottoposto alla caducità, «geme e soffre», ma è il gemito ed è la sofferenza di un parto, in prospettiva di futuro, di vita. Nel Vangelo Gesù, dopo aver parlato delle ricchezze, insegna ad avere fiducia in Dio: «Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete, né per il vostro corpo, come lo vestirete». I discepoli, o chi si ritiene tale, devono sperare nella Provvidenza? Certamente, ma senza identificarla in una polizza assicurativa. Se la natura si chiama Provvidenza, la società deve chiamarsi Previdenza. Provvidenza che è, ma che deve essere Previdenza. Il Signore sovviene alle nostre necessità con cuore di Padre, ma anche con libertà, secondo il suo disegno su di noi, non secondo il nostro disegno su di Lui. L’invito a guardare i corvi che «non seminano, non mietono, non hanno dispensa né granaio» o i gigli che «non faticano e non tessono» non costituisce affatto una concessione alla pigrizia o al parassitismo. «Perché vi affannate?», insiste Gesù. Vuol dirci di stare in guardia non dal lavoro, ma dall’esasperare la preoccupazione fino al punto di farne un’inquietudine che toglie il sonno. «Non state con l’animo in ansia – ribadisce Gesù –, il Padre sa bene ciò di cui avete bisogno e proprio per questo vi ha dato capacità, intelligenza, forza per provvedere al necessario, per darvi da fare, ma con serena fiducia, senza – questo lo aggiungo io – annoiarlo con richieste fantasiose». Se c’è una cosa che ci deve preoccupare è cercare il Regno di Dio, cioè vivere gli insegnamenti che Gesù ci dà; le altre cose ci saranno date in aggiunta, con abbondanza, a tempo debito. Gesù conclude rassicurando il piccolo gregge, siamo noi, che il Regno lo si può trovare, non è una chimera, perché – conclude – «al Padre piace darvi il suo Regno».

Non è estraneo a questa pagina di Vangelo il tema della sostenibilità. Lo ribadisce la Dottrina Sociale Cristiana, quando prende in considerazione non solo la crescita economica, ma anche tutte le componenti che consentono l’elevazione integrale di ogni essere umano: spiritualità, etica, alfabetizzazione, informazione, ecc.
Ma che cos’è la sostenibilità? Forse per qualcuno di noi è un sostantivo nuovo. La sostenibilità è l’attenzione all’impatto sociale e ambientale da parte del mondo dell’economia. Il mondo dell’economia non può avere la pretesa di essere assoluto. La sostenibilità può essere intesa secondo diverse prospettive:

  1. Sostenibilità come attenzione all’ambiente. Possiamo sostenere, appoggiare, incoraggiare, lavorare per una economia che abbia attenzione a ridurre l’impiego di materie prime nei processi produttivi, che incentivi l’utilizzo di fonti rinnovabili, che ottimizzi i consumi (fare di più con meno).
  2. Sostenibilità come attenzione al sociale, che prevede l’accrescimento del grado di benessere dei dipendenti e, di conseguenza, della produttività aziendale, che dedichi attenzione alla salute e alla sicurezza dei dipendenti, che favorisca la conciliazione tra le esigenze lavorative e gli impegni di famiglia, la formazione permanente e gli incentivi non monetari (come accordi con catene di distribuzione per bonus sui beni di prima necessità, convenzione con centri medici, assistenza sociale, flessibilità oraria nel lavoro).
  3. Sostenibilità come controllo sui fornitori. È necessario un monitoraggio stretto, costante, sulle catene di forniture. La sensibilità dei consumatori – comperare è sempre un atto morale, oltre che un atto economico – sta cambiando in modo significativo. Un’azienda poco sostenibile potrebbe non avere mercato e dunque futuro. Può accadere, purtroppo accade, che la dichiarata sostenibilità – le cosiddette “economie green” – non sia altro che una carta giocata ai fini dell’immagine dell’azienda.

Questa sera, celebrando la 15° Giornata Nazionale per la Custodia del Creato, ci viene rivolto un appello, le cui parole sono prese dalla Lettera di San Paolo Apostolo a Tito: «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt2,12). «Vivere in questo mondo» la Dottrina Sociale Cristiana non è altra cosa rispetto alla spiritualità. So che qualche cattolico è a disagio quando il Papa parla di conversione ecologica, di attenzione al creato, quando dedica ben due Lettere in cinque anni a questi temi. Qualcuno si chiede che cosa c’entra questo con la teologia e con la spiritualità. C’entra moltissimo, riguarda noi, custodi del creato. I grandi cambiamenti – questo è il messaggio – ci sono se cambiamo il nostro personale atteggiamento. «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà», cioè maturare stili di vita conformi alla volontà del Signore e di conversione. La Chiesa ci fa leggere questo testo nella Messa della mezzanotte di Natale. Anche questo è significativo. E in questo testo san Paolo non esprime di per sé una critica alla società del suo tempo, non entra nei dettagli, ma si preoccupa – e ci preoccupiamo anche noi – che ciascuno manifesti con la propria vita la novità dell’amore cristiano: «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà». Così sia.

Discorso nel conferimento della cura pastorale della parrocchia di Acquaviva a padre Costantino Tamagnini

Gualdicciolo (RSM), 30 agosto 2020

Accompagno don Costantino nella vostra e nella sua parrocchia di Acquaviva con trepidazione – perché ogni inizio comporta qualche timore – ma anche con tanta fiducia. Noi pastori cambiamo, ma il Pastore, Gesù Risorto e vivo, resta sempre in mezzo a noi (Mt 18,20). Noi pastori siamo chiamati al vostro servizio con lo spirito del “Buon Pastore”. Chiedo al Signore che non manchino nelle nostre comunità pastori secondo il suo cuore.

È una confidenza, noi vescovi della Romagna abbiamo una preoccupazione comune che ci fa soffrire: la mancanza di vocazioni. Il Signore chiama sicuramente! Preghiamo perché i giovani rispondano “sì” all’invito del Signore. È una vita bellissima quella del pastore. So che in questi ultimi anni, per svariati motivi, la figura del prete ha finito per apparire triste, fragile. Un amico sacerdote mi ha scritto che si sente un “vu’ cumprà” perché nessuno gli dà attenzione, gli pare di portare una mercanzia che non interessa. E invece il sacerdote porta la cosa più bella che ci sia, fa quello che ha fatto la Madonna: genera Gesù sull’altare. A volte anche noi vescovi parliamo delle problematicità della vita sacerdotale, ma dovremmo parlare più spesso della sua bellezza, cominciando dal raccontare la nostra esperienza, di come ci siamo innamorati di Gesù.

Restiamo tutti – noi pastori e voi fedeli – in una dimensione di fede: «Pensare secondo Dio e non secondo gli uomini» (cfr. Mt 16,23). Lo dobbiamo ammettere: spesso prevalgono valutazioni superficiali, esteriori, troppo umane. Il sacerdote è chiamato con una speciale grazia a svolgere il ministero. Lo fa, però, con la sua umanità.

Per l’imposizione delle mani (il sacramento del Sacro Ordine) il prete consacra l’Eucaristia e assolve dai peccati.

Per mandato del Vescovo (il prete non è un battitore libero) guida la comunità, educa alla fede, è vicino soprattutto ai poveri e agli ammalati.

Per la sua unione con il Signore vi porta nel cuore (siete l’oggetto delle sue preghiere!), vi ascolta e si sforza di migliorare ogni giorno; attraverso il ministero si fa santo: per noi sacerdoti il ministero è la via in cui ci facciamo santi.

Forse voi vi chiedete: «Qual è il volto della Chiesa che vuole il Signore? In particolare, quale volto deve avere la nostra parrocchia?». Il Pietro di oggi, papa Francesco, ci dà alcune indicazioni: seguiamole. Il volto della Chiesa è fatto dai nostri volti.

Faccio cinque scatti fotografici di come deve essere la Chiesa oggi.

1. Una Chiesa raggiante. Non dobbiamo indulgere ingenuamente a fantasie o a facili fervori, ma è molto bello pensare ad una parrocchia viva, dove i rapporti sono reali e famigliari, ad una parrocchia che parla una sola lingua, che ha entusiasmo; una parrocchia che non cerca privilegi e non considera nessuno nemico, che cerca di essere testimone di Gesù con le sue scelte e con i fatti concreti. La parrocchia lo sarà se ciascuno di noi mette Gesù al centro della sua vita, se lo incontra nell’Eucaristia, se si preoccupa di ricevere il perdono col Sacramento della Riconciliazione, ogni volta che è necessario. La nostra parrocchia deve “dire Gesù” senza annacquare il suo messaggio. Gesù è attrattivo!

 2. Una Chiesa grembo. Vorremmo che la parrocchia potesse essere effettivamente “grembo”, cioè generativa, con queste caratteristiche: accoglienza (nello stile e nella pratica), impegno educativo (prendersi cura dei piccoli), linguaggio rigoroso ma comprensibile, liturgie che danno il senso del mistero (è la liturgia che ci guida, non viceversa), ma capaci di celebrare il Signore nella vita.

 3. Una Chiesa povera. Il vostro parroco proviene dall’esperienza francescana e vi aiuterà a guardare la Chiesa che fa opzione preferenziale per i poveri, per gli ultimi, per i piccoli (cfr. EG 205). Una parrocchia povera sceglie il bagaglio con dentro l’essenziale, invita le persone “a casa sua”, come i servi della parabola evangelica che escono per sollecitare ad andare al banchetto, ma sa anche farsi invitare, come fa Gesù con Zaccheo. Una Chiesa povera è una Chiesa del quotidiano, che mediante gesti concreti sa accorciare le distanze. Penso alle tante iniziative di Castello, dove si può portare la propria collaborazione ed amicizia. Penso al dovere della partecipazione. Sarete sempre più la Chiesa di Gesù quando asciugherete lacrime, quando terrete compagnia, quando scommetterete sulla educazione senza pretesa di avere risultati subito. Chiesa povera, ma con le porte aperte.

 4. Una Chiesa inquieta. Oggi ci appare spesso così! È un volto che, per un verso, dice problematicità. “Inquietudine” fa pensare ad instabilità, ansia: parole che hanno una connotazione di sofferenza e di ricerca. Qualcuno denuncia i cedimenti alla mentalità secolarizzata, altri praticano il “fai da te” in campo disciplinare e pastorale. Stiamo uniti al vescovo, alle direttive della Diocesi, al grande progetto che papa Francesco va tracciando, che ci ha donato lo Spirito Santo.

“Inquietudine” indica anche la situazione, che si protrae da tempo, del passaggio da un cristianesimo sociologico, che coincide con il tessuto sociale, ad un cristianesimo della grazia, perché si decide di rispondere personalmente “sì” al Signore. Ma c’è anche un’accezione positiva nell’aggettivo “inquieto” applicato alla Chiesa: è inquieta una Chiesa protesa verso tutti, nella costante ricerca del dialogo; una Chiesa che è come una madre che non si dà pace per i suoi figli, che cerca senza sosta, si libera da schemi; una Chiesa – come dice papa Francesco – come un “ospedale da campo”, perché è vicina a chi fa fatica, a chi resta indietro, che ricomincia ogni anno, ogni giorno…

 5. Una Chiesa che riscopre i laici alla luce del Battesimo. Un tempo i laici erano passivi nella Chiesa. Oggi si è capito che i laici, in forza del Battesimo, sono consacrati, sono membri del popolo di Dio e in prima linea nel portare Cristo al mondo. Questa nuova visione comporta una grande svolta sul ruolo dei laici anche all’interno della comunità: non solo collaboratori, ma corresponsabili, nei Consigli parrocchiali, nei vari ministeri, nell’Azione Cattolica, nei Movimenti, nella decisione di essere accanto ai pastori.

Questi scatti, se lo vorrete e se il parroco lo vorrà, potrebbero diventare occasione di catechesi, di incontro e di verifica.

Ora mi colloco in un punto strategico del Vangelo: Gesù è sulla croce, ha dato tutto. Gli è rimasta sua madre. Dalla croce Gesù dice a Giovanni: «Ecco tua madre». «E Giovanni la prese nella sua casa» (Gv 19,27). Poi, rivolto a sua mamma, Gesù dice: «Ecco tuo figlio». In Giovanni c’eravamo tutti. A lei siamo stati affidati, siamo stati consacrati a lei da Gesù sulla croce. Questo non è un pensiero devoto… Chiedo alla Madonna, spiritualmente presente fra noi, di avvolgerci con il suo amore materno e in particolare di avvolgere con il suo amore don Costantino. Sia lodato Gesù Cristo.

 

Omelia nella XXII domenica del Tempo Ordinario

30 agosto 2020

Ger 20,7-9
Sal 62
Rm 12,1-2
Mt 16,21-27

Pietro, uomo di acqua, pescatore che ha osato camminare sulle onde del lago in tempesta, è divenuto uomo di roccia con la sua professione di fede messianica: «Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Messia», adesso torna ad essere un terreno scivoloso. A Gesù che ha preannunciato la sua Passione, Pietro,  con parole garbate, quasi con un sussurro cortese, replica: «Signore, questo non ti accadrà mai…». Il punto di partenza del ragionamento di Pietro è questo: «Non è dignitoso un Messia che finisce così, non è opportuno per noi che abbiamo bisogno di sentire qualcuno che ci supporta, di uno che ci dia prova di forza e di potenza». Invece, nella Passione, Gesù sarà calpestato come uno straccio.
C’è un altro motivo che spinge Pietro a parlare così: il suo affetto per Gesù. Non vuole che Gesù soffra.
Gesù interviene e adopera una espressione per la prima e unica volta nel Vangelo: «Tu mi sei di scandalo, mi sei di inciampo». È come se dicesse: «Ho una missione da compiere; la mia vita, come la vita di ogni persona, è una cosa seria e tu vuoi lusingarmi col chiedermi di fare marcia indietro, di rincasare, di tornare tranquillo a Nazaret, di usare la mia intelligenza, la mia forza di persuasione, anche il mio prestigio, e riorganizzare una lotta contro i Romani, liberare la Palestina. Ma dove mi porta questa strada? Non è la strada della Redenzione che il Padre mi ha indicata». Poi continua: «Ti sbagli: non cerco la sofferenza per la sofferenza. Non c’è niente di più estraneo al mio pensiero che il dolorismo. Voglio l’amore e lo voglio con tutte le forze, anche se per amare devo affrontare la lotta, il sacrificio, il rinnegamento di me stesso».
C’è una frase di Gesù che trovo autobiografica: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?». Proviamo ad immaginare se Gesù avesse ascoltato Pietro e avesse smesso di fare il Messia secondo il suo disegno. Che significato avrebbe avuto la sua vita? Noi siamo portati a cercare il miracolo che ci eviti la sofferenza. La vita comprende questi passaggi. Ognuno di noi ha un progetto da vivere, non possiamo togliere dal progetto le difficoltà e gli ostacoli. Nei giorni che precedevano la partenza di mio fratello padre Silvio per il Congo, papà ripeteva: «Silvio stai a casa, cerchiamo per te una parrocchia insieme ad Andrea…». Se Silvio avesse fatto così quel ponte di solidarietà e di amicizia, fra noi e il Congo, non ci sarebbe stato. Con il suo “sì” la nostra famiglia si è aperta alla mondialità e ne ha ricavato il centuplo.
Potremmo iniziare una nuova settimana con questa parola di Gesù: «Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà». Vogliamo dire il nostro “sì”, vogliamo restare fedeli alla vita, senza fughe e senza miracolismi.

Omelia nelle Esequie di padre Mario Mattei

Secchiano (RN), 25 agosto 2020

Ap 21,1-5a.6b-7
Sal 26 (27)
Gv 11,21-27

1.
Siamo qui per pregare davanti al Signore della vita, il Risorto presente in mezzo a noi. Non dobbiamo mai tralasciare questa consapevolezza, perché il nostro ritrovarci sarebbe – come dice il profeta – una riunione di buontemponi (cfr. Ger 15,17) se non ci fosse la sua presenza tra noi. Veniamo da Lui subito introdotti a pensare al comune destino di risurrezione. «Io – dice Gesù – sono la risurrezione e la vita, chi crede in me non morirà per sempre» (Gv 11,25). Si è sbagliata Marta nel dire: «Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto» (Gv 11,32). Gesù non ha detto che non sarebbe morto, ha detto: «Non sarebbe morto per sempre, in eterno».
Preghiamo per padre Mario, che possa subito abbracciare il suo Signore, e chiediamo a padre Mario di intercedere per noi, per i suoi cari, per la sua mamma. Chiedo la sua intercessione per il dono di tante vocazioni.
La sua vocazione l’ha portato a lasciare presto il suo paese – Secchiano – e la sua Diocesi di San Marino-Montefeltro; era ancora un ragazzo. Come Abramo «partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8).
Appassionato di storia e di cultura, padre Mario è stato un ricercatore, uno storico, un archivista dell’Ordine degli Agostiniani. Ha scritto e pubblicato molto. Apprezzato come educatore a Recanati, ad Ancona e a Bologna. Dal borgo di Secchiano a Roma fino ad essere custode dei “beni sacri” del Pontefice, come sagrista in San Pietro e nelle Cappelle private, tra cui la Cappella Sistina.

2.
Che cosa aveva appreso padre Mario da colui che è stato il suo maestro, sant’Agostino? Meglio di me lo saprebbero dire i suoi confratelli e anche le monache di Pennabilli che l’hanno avuto tante volte ospite e sempre amico. Mi hanno detto di lui: «Padre Mario era una persona mite, disponibile, cordiale e generosa. Ha saputo vivere la sua vita, segnata dalla malattia, senza mai rinunciare ad essere generativo, fino all’ultimo». Mi ha colpito molto l’uso di questo aggettivo – “generativo” – adoperato per un consacrato. E in effetti, il “sì” detto nella fede, davvero, è sempre generativo. È stato così con Abramo, ormai anziano e senza discendenza, è stato così per la fanciulla e vergine Maria di Nazaret. L’uno padre e l’altra madre di tutti noi credenti.

3.
Per parte mia, ho ritrovato il cammino umano e spirituale di padre Mario in questa pagina di sant’Agostino, che anche noi possiamo prendere come programma di vita: «Accade a ciascuno di essere portato là dove ha da portarlo il proprio peso, cioè il proprio amore. Chi poi ama il bene sarà trasportato verso ciò che ama. Desideri essere dov’è il Cristo?». «Ama Cristo – risponde sant’Agostino –, e da questo peso verrai trasportato dove si trova il Cristo. Ciò che ti trascina e ti rapisce verso l’alto non ti permette di cadere in basso. Non cercare nessun altro mezzo per salire in alto: amando fai leva, amando sei trasportato in alto, amando ci arrivi» (Sant’Agostino, Discorsi, 65/A, 1; cfr. Confessioni 13,9). Ecco la grande lezione di Agostino, fulminea come una freccia in questa espressione che tante volte sentiamo: «Ama e fa’ ciò che vuoi».

4.
La Parola di Dio ci ha aperto la visione del Cielo, là dove ci porta e ci attrae il nostro amore: il paradiso. La rappresentazione del paradiso è direttamente ispirata dal secondo capitolo della Genesi con l’immagine di un giardino lussureggiante dove tutto sarà donato in abbondanza. Il libro dell’Apocalisse ne parla come di una nuova Gerusalemme, dove Dio asciugherà ogni lacrima, dove non ci sarà più la morte né il dolore (cfr. Ap 21,4). Questi testi si esprimono con immagini, non sono dei reportages. E tuttavia sono importanti: tutte le raffigurazioni hanno in comune promesse di gioia e di pace e, soprattutto, della visione felice di Dio e della comunione con lui.
Sant’Agostino descriveva così il paradiso: «Vedremo. Ameremo. Canteremo» (cfr. La città di Dio, XXII, 30). Vedremo quel volto che abbiamo cercato e desiderato tutta la vita, oggetto della nostra implorazione: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (Sal 4,7). Ameremo, perché siamo stati creati per questo. Là riconosceremo le relazioni – non più intaccate dall’impurità – che abbiamo costruito sulla terra; ognuno verso i propri cari, verso il grappolo di vita e di amici, tutti resi capaci di un amore sempre nuovo, perché di amare non si è mai sazi: «Quando dici basta, sei finito» (Sant’Agostino, Sermone 169). Canteremo per la gioia. Non ci sarà più limite di tempo e la gratuità non dovrà più guardarsi dai calcoli meschini di quaggiù.

5.
Ho chiesto alle monache di Pennabilli di indicarmi una caratteristica del sacerdozio di un Agostiniano. Mi hanno detto: «Nel presbiterio agostiniano tutti vivono da fratelli; impensabile una vita presbiterale che non sia comunitaria e fraterna. Così torna una frase di sant’Agostino: “Viviamo qui con voi e voi siete lo scopo della nostra vita: è nostro desiderio e impegno vivere insieme a voi costantemente nella Comunione con Cristo” (Discorso 355,1)».
Il presbitero agostiniano sa di essere chiamato ad una vita evangelica e di servizio, non solo attraverso il ministero, ma soprattutto attraverso la testimonianza di una vita tesa all’unità dove risplende «quanto sia bello e dolce che i fratelli vivano insieme» (cfr. Sal 133,1).
Chiedo a padre Mario di ottenere il dono di un presbiterio diocesano davvero risplendente per la fraternità e l’amicizia. Così sia.