Omelia nella Domenica di Pasqua

San Leo (RN), Cattedrale, 4 aprile 2021

At 10,34a.37-43
Sal 117
Col 3,1-4
Gv 20,1-9

Ieri sera, nel Santo Vangelo, abbiamo letto il più laconico bollettino di vittoria che sia mai stato scritto: Marco riporta lo sconcerto delle donne che vanno, alle prime luci del giorno, alla tomba di Gesù, portando con sé gli aromi. Si chiedono chi può togliere la grossa pietra. Vanno con questa domanda nel cuore e sono le prime a vedere la pietra rotolata via, le prime ad annunciare che Gesù è vivo. Qui è scattata la prima scintilla. Siamo nell’ultima pagina del Vangelo di Marco, ma è la prima pagina del “quinto Vangelo”, quello che dobbiamo scrivere noi. La notizia che Gesù è risorto è affidata a noi, così come la potenza della risurrezione. La risurrezione comincia con Gesù, ma è qualcosa di permanente, di nuovo che riguarda tutti noi. La Chiesa esiste per dare questo annuncio all’umanità, per gridare che c’è un “oltre” la nostra morte: la risurrezione! La Chiesa è molto apprezzata per quello che fa: l’impegno per la promozione umana, per l’educazione…Nelle scuole cattoliche sparse nel mondo ci sono tre milioni di alunni e sono aperte a tutti. Quante istituzioni caritative: ospedali, dispensari, mense… Sono tutte opere preziose, ma non sono lo specifico della Chiesa; ciò che la Chiesa fa, a volte, è una “supplenza”, altre volte è una testimonianza che il Vangelo non è avulso dalla realtà; ma ciò per cui la Chiesa è nel mondo è per gridare questa “buona notizia”.
Considerando come le donne sono state le prime ad andare al sepolcro, stamattina mi è venuto di scrivere d’impulso alle monache e alle suore della nostra Diocesi. Le donne sono sempre coraggiose, sono le prime ad affrontare il dolore. Alle donne non fa paura neppure il sepolcro. In Diocesi abbiamo cinque monasteri di clausura con diverse monache molto giovani. Le monache sono le continuatrici delle donne “mirofore”, portatrici del myron (gli aromi) a Gesù, che per prime l’hanno visto risorto. Ho scritto alle monache che sono preziosissime per la Diocesi. Col loro stile di vita sono le prime missionarie, le avanguardie del futuro, le testimoni coraggiose della risurrezione.
La Diocesi di San Marino-Montefeltro ha puntato, in questi anni, su una rinnovata iniziazione cristiana. Dopo aver dedicato due anni alla realtà del Battesimo, sacerdoti, religiosi e laici si sono ci siamo detti: «Ora tocca a noi, dobbiamo essere missionari, annunciare Gesù Risorto». È stata sdoganata la parola kerygma, parola antica e sempre nuova che significa “primo annuncio”. Molti sono cristiani solo per tradizione, senza mai aver deciso di esserlo, invece c’è bisogno di rifare la scelta. In sede di programmazione (Consiglio presbiterale, Consiglio pastorale e Uffici pastorali) abbiamo steso delle indicazioni di lavoro prevedendo assemblee, iniziative, assembramenti comunitari. Poi, questa pandemia ha bloccato tutto; il Signore ci ha fatto capire che la missione è qualcosa che nasce nel profondo: bisogna tornare all’anima dell’apostolato, altra cosa dall’attivismo. Lì per lì abbiamo faticato ad accogliere questa sterzata, perché avevamo messo in cantiere tante attività per una nuova evangelizzazione. Il Signore ci ha rimandato, come Mosè, al roveto ardente, come gli apostoli al cenacolo per essere ricolmati di Spirito Santo.

Nel Vangelo Giovanni racconta che la prima ad andare al sepolcro è stata Maria di Magdala. Lei ha un amore folle per Gesù e per le sue parole e va al sepolcro di buon mattino. Vede che la tomba è vuota. Non saprebbe distaccarsi da quel luogo, le basta avere nel suo cuore il ricordo del Maestro. Poi, corre ad annunciare agli apostoli quello che ha visto, o meglio quello che non ha visto. Due di loro, Pietro e Giovanni, corrono al sepolcro, corrono forte, c’è una sorta di gara fra i due; il primo che arriva, Giovanni, aspetta e lascia entrare l’altro, Pietro. Pietro guarda attentamente, valuta, scruta. Nota che ci sono il lenzuolo da una parte e le bende dall’altra. Il suo è un guardare ispettivo. Finalmente entra il discepolo che Gesù amava: vede e crede. Le tre “staffette” non si contrastano ma si completano e tracciano il nostro cammino di fede. Il guardare di Maria di Magdala è il guardare del cuore, della nostalgia, della memoria. Lei parlava con Gesù, anche se lui non era lì. Pietro ha un altro guardare, un guardare ufficiale, una constatazione. L’evangelista adopera verbi con sfumature diverse. Per Giovanni usa il verbo “theoreo” che vuol dire contemplare. E’ così anche il nostro cammino. Molti di noi hanno un bel ricordo di Gesù, magari hanno visto un bel film dedicato a lui; qualcun altro vuole mettere delle basi solide e si mette a studiare, ma la fede completa è quella di Giovanni, del discepolo che ama Gesù e che è amato da Gesù. «Vide e credette». Nel quarto Vangelo il verbo vedere coincide con il credere.

Più cresce la fede, più cresce la spinta missionaria. Vi auguro di essere missionari di Gesù. Non abbiate paura di annunciarlo! Ricordo che nella mia città di origine c’era un gruppo di operai al petrolchimico che mi raccontavano la fatica di essere cristiani in fabbrica; venivano presi di mira al bar, in mensa, alle “macchinette”, ma alla fine erano i più stimati per il coraggio della loro fede, per la loro testimonianza. Quando un collega aveva problemi andava a cercare proprio loro.
Non abbiate paura. Siamo testimoni della risurrezione. Verranno anche a noi momenti di paura, del resto sono venuti anche a Gesù, ma possiamo aiutarci tutti insieme, uniti al Santo Padre, uniti al Vescovo, con i nostri sacerdoti. Tutti insieme, la Chiesa di Gesù. Così sia.

Omelia nella Veglia pasquale

Pennabilli (RN), Cattedrale, 3 aprile 2021

Mc 16,1-7

Abbiamo trascorso la Settimana Santa scrutando il cuore di Gesù e i suoi sentimenti, un cuore umano e un cuore divino insieme, un cuore folle d’amore. Gli siamo stati vicini. È stato bello il Venerdì e il Sabato Santo riunirci anche la mattina per cantare le Lodi; è stato bello partecipare alla preghiera della Via Crucis. E poi quanti pensieri, quante giaculatorie, quante invocazioni, quanti atti d’amore, sempre più vicini alle sue ultime giornate terrene, dalla Domenica delle Palme alla Veglia pasquale. Ora siamo pronti a risorgere con lui, ad essere una cosa sola con lui.

Domenica abbiamo meditato la Passione Secondo Marco, l’evangelista che ci accompagna quest’anno. Marco ha raccolto una testimonianza di prim’ordine: era il segretario dell’apostolo Pietro, quindi ci dà informazioni di prima mano. È il primo degli evangelisti scrittori. Marco vuole accompagnare il lettore ad un coraggioso atto di fede: riconoscere nel Crocifisso il Figlio di Dio; non fa nulla per attenuare il nostro sconcerto di fronte alla crocifissione di Gesù, ci chiede di non fermarci ai miracoli, agli Osanna della folla, ma di avanzare con Gesù e poi, come ha fatto il soldato romano, pagano e straniero, davanti alla croce confessare: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio».
Ci siamo soffermati sugli atteggiamenti umano-divini di Gesù nella sua Passione, rivelatori dei suoi sentimenti. Gesù continuava a soffrire: «Tutto è compiuto» (Gv 19,30); «ho sete» (Gv 19,28). Continuava a pregare: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46); «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34); «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). E continuava ad amare: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43) e, alla sua mamma, ai piedi della croce, affidandola a Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio», e a Giovanni: «Figlio, ecco tua madre» (Gv 19,26-27).

Giovedì Santo siamo andati più in profondità, considerando come Gesù sentiva forte le vicende del suo popolo, con un amore grande all’umanità permanentemente in lotta con la natura e con i propri simili, alle prese con il mistero di Dio. Gesù celebra la Pasqua, ma ha in cuore di valorizzare tutto quello che era la tradizione del suo popolo, il “passaggio” dalla primavera al tempo dei pascoli, la benedizione della transumanza. Il Signore Gesù non ha disdegnato di unirsi a questo culto antico. Poi ha fatto sue le Sacre Scritture che raccontano la vicenda del suo popolo, prima schiavo e implorante e poi finalmente liberato. Ho visto nella vicenda dell’esodo il dramma della più grande liberazione dal peccato. Ha così ristabilito la giustizia, rendendoci persuasi che la condizione umana, a causa del peccato, giace in una profonda ingiustizia. Gesù si fa il prezzo del nostro riscatto, non con oro e argento, non con il sangue di capri e di agnelli, ma con il suo sangue: Dio che per salvare lo schiavo “gioca” suo figlio… Gesù, poi, prende dal linguaggio rituale del suo popolo la parola “sacrificio”. Il culto gradito a Dio viene celebrato nel dono di sé: è lui l’Agnello pasquale! Il culto antico era la celebrazione della trascendenza di Dio, il che è pure vero, ma la trascendenza è anche lontananza. Il culto di Gesù, con l’offerta della sua vita, mostra invece la condiscendenza di Dio. Il culto antico procedeva per successivi divisioni e distacchi: il popolo, la tribù, la famiglia del sommo sacerdote, il sommo sacerdote, la vittima sacrificale, una nuvoletta di fumo… Il culto nuovo di Gesù procede in modo opposto, per successivi “abbracci” fino alla realtà più profonda dell’uomo, discesa nel dolore, nel dolore innocente, nel peccato dell’uomo, nella morte: un supremo farsi uno. Non un Dio lontano, ma un Dio vicinissimo. Nella Santa Cena, quell’ultima sera di Gesù con i discepoli, anticipa e concentra in modo sacramentale tutto questo grande mistero di amore: «Prendete, mangiate… Prendete, bevete…» (cfr. Mt 26,26-27). Siamo stati invitati alla Cena dell’Agnello, a mangiare la Pasqua con lui. Noi facciamo la Comunione, ma siamo in Comunione con il Signore? Il Battesimo ci ha resi una cosa sola con Gesù; col Battesimo siamo con lui membra della redenzione. Il mistero che si compie in Gesù si compie in ogni discepolo, in ogni battezzato che vive la vita battesimale. Non dobbiamo avere paura: Gesù ci ha parlato della logica del chicco di grano che, se non muore nella terra, rimane solo, ma se accetta di morire porta frutto (cfr. Gv 12,24). Nella predicazione a volte si usano queste parole in modo eccessivamente disinvolto, ma in rilievo non viene tanto il morire – saremmo i più sventurati di tutti se finisse così – ma il frutto: la vita, la vita piena. Il rischio dell’esodo significa liberazione, il sangue dell’agnello significa sacrificio gradito a Dio. È l’amore che dà al patire un valore redentivo. L’amore è la forza motrice della redenzione.
Da studente avevo concluso la tesi affermando che la più alta meditazione era quella del teologo, ma il professore replicò: in verità la più alta meditazione è quella del mistico! Allora cedo la parola alla Beata Angela da Foligno. Gesù le disse: «Guarda se in me vedi altro che amore», oppure a Caterina da Siena a cui disse: «Non i chiodi mi tengono fisso al legno della croce, ma il mio amore per te».
Ecco, i sentimenti di Gesù. Diciamo: «Signore, vogliamo essere uniti a te e fare della nostra vita un sacrificio: un dono, “nella tua messa, la nostra messa”». Spalanchiamo gli occhi, vediamo tanta sofferenza, tanto peccato: vogliamo con te essere membra della redenzione». Ci sono esodi di popoli interi in questo momento. Ci sono popoli che non mangiano e non hanno neppure la manna, se non le briciole di carità che ogni tanto mandiamo loro. Ci sono le preoccupazioni per questa pandemia. C’è il nostro quotidiano travaglio. «Signore, siamo una cosa sola con te. Ti diciamo il nostro “sì” perché vogliamo il bene dell’umanità, vogliamo la redenzione di tutti e la nostra per essere sempre con te». Così sia.

Omelia nella Liturgia della Passione del Signore

Pennabilli (RN), Cattedrale, 2 aprile 2021

Is 52,13- 53,12
Sal 30
Eb 4,14-16; 5,7-9
Gv 18,1- 19,42

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5).
Gesù non ha staccato per un istante il suo cuore da noi: nel suo cuore tutto è amore. Insieme all’amore ci sono anche i sentimenti di timore e di angoscia. Non si possono togliere dal Vangelo i momenti di turbamento del Signore. Gesù è veramente uomo e ha provato quello che può sentire un condannato a morte per crocifissione. Proviamo ad andare in profondità al sentimento dominante che è l’amore.
Gesù stesso, quando ha anticipato l’annuncio della sua passione, morte e risurrezione, ha interpretato il suo morire come sacrificio di redenzione e riscatto. I discepoli, i primissimi che l’hanno seguito e hanno assistito al suo supplizio, sono ricorsi ad alcuni modelli linguistici per esprimere quel mistero. Il primo “modello linguistico-teologico” per parlare di questo amore che si dona totalmente fu il termine “redenzione”. Redimere significa comprare, sborsare un certo prezzo per riscattare uno schiavo. Qui Gesù non sborsa un prezzo al Padre, altrimenti sembrerebbe un padre molto cattivo. In quel Gesù che si offre sulla croce è presente e coinvolta tutta la Trinità. “Redenzione” sta a significare il prezzo, smisurato del nostro peccato. Chi poteva pagarlo? Anche il più grande degli uomini, il più santo, non avrebbe potuto. «Ecco, Signore, io vengo – dice Gesù secondo l’autore della Lettera agli Ebrei – per compiere ciò che è scritto nel libro» (Ebr 10,7). Gesù paga, per così dire, un prezzo altissimo per riscattarci, perché siamo figli, figli come lui è figlio. Prende Gesù lo schiaffo, si mette davanti a noi, che siamo suoi fratelli; prende il nostro posto. Nella Prima Lettura si parlava dell’innocente che si carica tutto il peso ed espia il nostro male fino al punto da farsi peccato. In Gesù, nel momento della passione e della croce, viene concentrato e stipato tutto il male del mondo. Lui lo porta.

C’è un’altra parola che ci aiuta a capire la portata di questo amore: è la parola “sacrificio” (modello sacrificale): Gesù è quell’agnello di cui ci parlava ieri sera la Scrittura, l’agnello dell’esodo. Il suo sangue ci salva e redime. La crocifissione è la celebrazione della grande Eucaristia, dove Gesù è ad un tempo la vittima, il sacerdote, l’altare. In che modo Gesù è sacerdote? In che modo quella crocifissione è una liturgia sacrificale? Nell’antica legge il popolo ebraico si considerava un popolo interamente sacerdotale, perché separato da tutti gli altri popoli: un popolo unico sulla faccia della terra, dedicato alla gloria di Dio. Dio lo aveva scelto: c’erano leggi molto severe per proteggere questa identità. Di mezzo a questo popolo, era stata scelta una tribù, la tribù di Levi, incaricata del culto a Dio. In mezzo a questa tribù, che non aveva un territorio proprio ma era sfusa in mezzo alle altre tribù, veniva scelta la famiglia sacerdotale, una famiglia, e da questa famiglia veniva scelto un solo sacerdote, sommo sacerdote, per celebrare il sacrificio nel Santuario. Il sommo sacerdote prendeva un agnello, una vittima da immolare. Questa vittima doveva essere consumata fra oli ed incensi, non poteva arrivare a Dio. Saliva dall’altare una nube odorosa, profumata, e null’altro. Tutto il culto era finalizzato a far percepire la trascendenza e l’irraggiungibilità di Dio. Il culto espresso in questa forma, per successivi distacchi, stava anche a dire che quel culto era di tipo formale ed estrinseco.

Che cosa accade con Gesù? Esattamente il contrario. Questa cosa può nutrire la nostra preghiera, la nostra contemplazione e ci fa capire il tesoro della liturgia cristiana. Ecco, il mistero dell’incarnazione: un Dio trascendente che si fa prossimità, si incarna nel grembo di Maria, diventa uno di noi, assume la nostra condizione umana, vive le nostre giornate, fatica come fatichiamo noi, ha mani callose, suda, piange, vive la dimensione umana in pienezza. Per successivi “abbracci” si fa sempre più uno con noi. Comincia la vita pubblica, poi avvengono la cattura, il processo, la crocifissione, il dolore, il dolore innocente, ed entra nell’oscurità della morte. Tutto questo per una condiscendenza sempre più profonda. Ecco il culto gradito a Dio, il sacerdozio di Gesù, il “sì” di Gesù alla volontà del Padre ed il suo farsi carico di ogni dolore. Gesù è la vittima, il sacerdote, l’altare, perché offre se stesso.

A noi che siamo testimoni di queste cose viene detto di partecipare a questo mistero di redenzione, di morire con Gesù per risorgere con Gesù. A nostra volta possiamo effondere lo Spirito. Bisogna capire il nesso fra amore e dolore. Ai piedi della croce ci sono Maria e Giovanni che sono testimoni di quando il centurione romano squarcia il petto di Gesù ed esce l’ultimo zampillo di sangue e di acqua. Giustamente la nuova traduzione non dice: «E Gesù spirò», ma: «E Gesù effuse lo Spirito». Da quell’umanità carica di amore esce il dono dello Spirito. Quando il cristiano soffre unito a Gesù effonde la potenza dello Spirito, diventa una piccola sorgente dalla grande Sorgente. Quando un discepolo di Gesù ama, perde la sua vita per farne dono. Ora capisco quello che dice l’evangelista Giovanni nella sua Prima Lettera, quando ci invita a fare la Pasqua, cioè a fare il passaggio: «Passiamo da morte a vita quando amiamo i fratelli» (cfr. 1Gv 3,14). Buona Pasqua!

Omelia nella Messa in Coena Domini

Pennabilli (RN), Cattedrale, 1° aprile 2021

Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5): è l’invito di Paolo che ci accompagna in questa Settimana Santa. Consideriamo anzitutto i sentimenti del cuore umano di Gesù: un cuore di carne. Ci sono sentimenti di amicizia, voglia di intimità, ma anche un velo di angoscia per quello che sta per succedere e per il tradimento. Il Vangelo sottolinea l’ardente desiderio di Gesù di mangiare la Pasqua con i suoi discepoli (cfr. Lc 22,15). Per capire questo desiderio dobbiamo metterci dal punto di vista di Dio. Egli vede quel fiume di vita che lui ha pensato, amato, creato, trasformarsi in un fiume di “liquami” e di peccato: violenze, seduzioni, prepotenze, ingratitudini e inganni… Dio potrebbe stare sull’argine del fiume – non sarebbe cambiato niente per lui –, ma sceglie di tuffarsi dentro nel suo Verbo: è il mistero dell’incarnazione. Gesù, in questa sera, si sente parte dell’umanità; è a causa dell’umanità peccatrice che si incarna.

Vado ad alcuni concetti che di solito non vengono trattati nella predicazione. Gesù desidera ardentemente mangiare la Pasqua, perché si sente solidale con l’umanità, con i riti dei patriarchi. Viene da un popolo che ha una storia antica: un popolo che praticava la pastorizia e successivamente conosce la vita sedentaria nei villaggi e nelle campagne. E’ un popolo che, con tante sofferenze, affronta la sfida che la natura ogni giorno gli prepara e gode per l’arrivo della primavera: il passaggio (la parola “Pasqua” nella lingua ebraica significa “passaggio”). Un passaggio nella natura, dunque, che accade di per sé. Quel popolo, quelle genti, vogliono vivere questo passaggio in sintonia con il Creatore. Per questo, prima di lasciare gli ovili per intraprendere la transumanza, immolano gli agnelli: per lodare il Signore, per dirgli: «quello che abbiamo viene da te»; per propiziazione: «Signore, fa’ che questa transumanza, questo tempo di pascolo, fino al prossimo inverno sia per noi vantaggioso, aiutaci tu che puoi tutto»; per celebrare la presenza del Signore nella loro vita. Le tribù nomadi immolano l’agnello, le tribù sedentarie lavorano un pane nuovo, senza lievito, perché comincia un anno nuovo. Questo è “il passaggio”, la Pasqua, legata al tempo e alla natura. Gesù è dentro al suo popolo, per questo ha il ricordo di queste celebrazioni.

La Pasqua che Gesù mangia con i suoi discepoli nell’Ultima Cena – già la parola “ultima” suggerisce un’allusione ai sentimenti del Signore – è quella che Mosè ha chiesto di rinnovare ogni anno in ricordo della liberazione dalla schiavitù. L’ebreo Gesù sente sulle sue spalle tutto il peso della storia del suo popolo. Vi partecipa con tutto se stesso. Nel seder pasquale (nel rito pasquale) rivive la notte dell’esodo. Anche Gesù, come ogni pio israelita, fa la cena di Pasqua, con le erbe amare che ricordano la schiavitù, con i frutti della terra, segno della promessa, e l’agnello che ricorda l’agnello che fu immolato quella notte. Con il sangue dell’agnello fu segnato lo stipite della casa di ogni famiglia ebrea. Il rito pasquale celebra Dio che non sta “sopra”, ma “in mezzo” e “davanti” al suo popolo. Il pane azzimo, senza lievito, acquista un nuovo significato: non è più festeggiare un nuovo ciclo della natura, ma la notte dell’esodo in cui non c’era tempo a disposizione per aspettare che il pane lievitasse prima di mettersi in cammino. Quando Gesù celebra la cena fa memoria di tutto questo. Ecco l’ardente desiderio. Vi partecipa secondo la ritualità e le formalità di ogni famiglia ebraica. In quel momento – ancora oggi gli ebrei celebrano la Pasqua così –, come ogni capofamiglia, Gesù prende la prima coppa di vino e intona la berachà, cioè la lode, la benedizione. La prima coppa ricorda la prima notte, la notte della creazione; in questa berachà si dicono parole di gratitudine. Poi, si fa passare il piatto rituale: da una parte le erbe amare, dall’altra i frutti della terra. La seconda coppa ricorda la notte di Abramo, quando immolò suo figlio Isacco: la mano dell’angelo lo fermò, ma l’atteggiamento del cuore di Abramo era quello della fede totale: un “sì” a quello che il Signore chiedeva. E già vedeva le stelle del cielo, che non si potevano contare tante erano…
Nella cena si mangia l’agnello, servito e diviso tra i commensali, fra canti di gioia. Si pensa a quel viaggio, a quel passaggio dalla schiavitù dell’Egitto alla terra promessa, oltrepassando il mar Rosso. A questo punto Gesù prende la terza coppa che ricorda la notte dell’esodo e pronuncia la benedizione: «Signore ci hai liberato, cammini davanti a noi…». Gesù prende l’ultima azzima, l’ultimo pane, quello che concludeva la cena e che il capofamiglia spezzava.
Nel grande silenzio che regnava a questo punto, dopo il clima di festa, di gioia, di canti, dà ad ognuno un pezzo di quel pane. È lì che Gesù rompe il silenzio e pronuncia con emozione le parole: «Questo è il mio corpo dato per voi». Infine, prende l’ultima coppa – quella che ancora oggi gli ebrei chiamano “la coppa di Elia”, che esprime l’attesa del Messia – la benedice e pronuncia le parole: «Questo è il mio sangue versato per voi, per la nuova alleanza». Qui avviene la nuova Pasqua: il suo corpo dato per noi, il suo sangue sparso per noi. C’è uno – è Gesù – che dona la sua vita in sacrificio. Avviene il passaggio “mistico” di Gesù, la Pasqua sacramentale, dalla morte alla vita, perché si entra nella vita vera, la vita di Dio, solo morendo al peccato.
In sintesi: attraverso la Pasqua antica, Dio educa pian piano il suo popolo alla speranza di un mondo sempre nuovo. Poi, l’evento storico-salvifico, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, in cui Dio si è impegnato a guidare cammini di liberazione. Infine, Gesù celebra la grande Pasqua di redenzione col dono della sua vita per la vita del mondo (cfr. Gv 6,51). Questi erano, quella sera, i sentimenti di Gesù.

Omelia nella Messa per l’Insediamento degli Ecc.mi Capitani Reggenti

San Marino Città (RSM), 1° aprile 2021

L’oracolo del profeta Isaia che abbiamo udito è scritto proprio per noi. Viene messa con le spalle al muro ogni forma di spiritualità che non sa accogliere il grido dei fratelli; ogni espressione religiosa avulsa dalla realtà; ogni amministrazione della giustizia e della cosa pubblica che non metta in cima alle sue preoccupazioni il bene di tutti, a partire da chi è più svantaggiato, da chi è oppresso, da chi manca del necessario, da chi è vittima della calunnia e dei sistemi mafiosi. Il profeta ci assicura che Dio vede al di là delle apparenze e conosce gli atteggiamenti autentici. Dio si lascia conquistare soltanto da un cuore giusto, aperto e generoso. Dio all’amore risponde con l’amore; alla misericordia con la misericordia. Ciò che conta è la realtà, la concretezza della vita quotidiana in cui l’uomo lavora, ama, perdona, rispetta diritti e doveri. Tutti siamo chiamati a collaborare per il bene comune, dando ciascuno il proprio contributo.

Nella Seconda Lettura che è stata proclamata – dalla Prima Lettera di San Giovanni – troviamo una delle provocazioni più forti del Nuovo Testamento: «Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). Chi non ama rimane nella morte, anche se crede di vivere; costui non ha realizzato la sua vocazione più autentica. Chi ama, invece, vive davvero. Quando hai amato ed entri in te stesso puoi esclamare: «Questa sì che è vita!». Ma c’è un esodo da percorre, un passaggio da fare, una conversione a cui disporsi: questa, in ogni caso, è la decisione più importante, la più necessaria, la più utile, la più bella!
Bisogna, però, che l’amore sia reale, e non solo proclamato a parole. Si deve amare col cuore e con le mani, compiendo scelte concrete. Le conseguenze sono chiare. Se amando si possiede la vita e si è figli di Dio, occorre ottenere che anche i fratelli amino a loro volta. Così scatta la reciprocità: un tesoro buone di relazioni.
L’amore autentico non si accontenta di amare l’altro – amore che va – ma cerca che l’altro ami a sua volta – amore che viene –, perché soltanto così io e l’altro siamo figli di Dio, abbiamo in noi la vita e costruiamo la famiglia dei figli di Dio: un sociale fraterno.

Nel Vangelo Gesù racconta una parabola, la cosiddetta parabola del “buon samaritano”. È di duemila anni fa, ma chi la legge si sente interpellato personalmente. C’è un estraneo sulla strada. E ci sono altri personaggi che appaiono nella parabola: i briganti, coloro che passano oltre, l’uomo abbandonato e ferito. Di fronte a questa situazione possiamo chiederci: con chi mi identifico? Chi è il mio prossimo? Gesù non ci chiede chi sono i prossimi vicini a noi, ma di farci noi prossimi.
Oggi la vicenda del buon samaritano si ripete: vale per i discepoli di Gesù, ma vale per ogni uomo di buona volontà. Esorta ad essere parte attiva nella riabilitazione delle società ferite. In concreto, la parabola denuncia il determinismo che giustifica l’indifferenza, la tendenza assai diffusa a disinteressarsi degli altri, il chiudere gli occhi davanti all’esclusione, il non prendersi cura della partecipazione. All’amore non importa se il fratello ferito viene da qui o da là: all’amore importa rompere le catene e gettare ponti.
Una domanda quasi sussurrata all’orecchio di ciascuno di noi: passerai oltre o ti fermerai davanti ai feriti lungo la strada? L’unica via di uscita di fronte ad un mondo che soffre è fare come il buon samaritano: essere speranza in un mondo ferito.
Concludo con una preghiera, certo di trovare cuori che la pregano con me:

«Signore,
che io sappia accettare il rischio
di spalancare le braccia:
così creerò spazio in me, ma per l’altro.

Le mie braccia aperte, Signore,
dicono il mio desiderio di non restare solo
ed il mio invito perché l’altro
si senta a casa sua in casa mia.

Nello scambievole abbraccio
nessuno resterà come prima
perché ognuno arricchirà l’altro
e ambedue resteranno se stessi.
Amen».

Omelia nella Messa crismale

Pennabilli (RN), Cattedrale, 31 marzo 2021

Is 61,1-3.6.8-9
Sal 88
Ap 1,5-8
Lc 4,16-21

Cari fratelli sacerdoti,
questa sera siamo qui per stringere nuovamente il legame sacerdotale che ci configura a Cristo buon Pastore e ci unisce sacramentalmente fra noi; siamo qui per rinnovare le promesse della nostra ordinazione con trepidazione e con gioia, certi dell’aiuto del Signore; siamo qui per ripartire nello slancio missionario, che è il tema del nostro Programma pastorale di quest’anno e che si prolungherà nel prossimo, anche se il prossimo anno sarà caratterizzato soprattutto dalla considerazione del protagonista della missione: lo Spirito Santo.

La Lettura presa dall’Apocalisse produce dentro di noi tre effetti: ci rapisce, ci coinvolge e ci conferma. Ci rapisce nell’acclamazione al Cristo per la sua opera redentrice (durante la settimana ognuno di noi si lascerà sempre più emozionare davanti a questo mistero). Ci coinvolge nella professione di fede in Colui che è stato trafitto e tornerà glorioso. Ci conferma nel dono della grazia e della pace da parte di Dio Padre, dello Spirito Santo e del Cristo che è – come canta l’Apocalisse – l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine della storia, Colui che è, che era e che viene, il Signore di tutte le cose.
Siamo ad laudem gloriae: questo è lo specifico della nostra vocazione. Il nostro sacerdozio ci fa voce di lode al Signore per ricordare a tutti il fine per cui siamo stati creati. Siamo educatori che in ogni circostanza insegnano ad alzare lo sguardo.

Nella Prima Lettura il profeta rievoca la sua vocazione e la missione che gli è stata affidata. È stato consacrato con l’unzione, ha ricevuto il dono dello Spirito per vivere una grande avventura: portare la gioia e la liberazione ai fratelli. Una missione che non viene da lui, l’ha ricevuta.
Nella sinagoga di Nazaret Gesù – mosso dallo Spirito – applica a sé le parole del profeta, affermando che definiscono la sua missione. È una dichiarazione forte: spiazza i concittadini che dall’ammirazione passeranno al rifiuto: fanno fatica a riconoscere un Dio così tanto compromesso con i poveri, con gli oppressi e con i sofferenti. Effettivamente quello che sta davanti ai loro occhi è il figlio di Giuseppe, il carpentiere che ben conoscono (cfr. Mt 13,55).
È inevitabile domandarsi perché l’evangelista ometta dal testo di Isaia la frase che parla del giudizio di Dio: «Un giorno di vendetta per il nostro Dio…» (v. 2/b). Luca concluderà, poi, l’episodio del “discorso inaugurale” di Gesù dicendo che egli «passando in mezzo a loro se ne andò» (v.30), ma, nonostante l’incredulità degli uomini, il Cristo non abbandonerà il suo cammino.
È difficile fare il profeta, difficile fare il prete. Ad Amos fu detto con schiettezza: «Vattene, vai a fare il profeta altrove». E lui replica come può: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori; il Signore mi prese di dietro il bestiame e mi disse: “Va’, profetizza al mio popolo”» (cfr. Am 7,12ss).
La nostra missione è davvero impegnativa. Talvolta subiamo la tentazione di entrare nei ranghi… Chi non prova qualche momento di turbamento? Non ci capita di limitarci ad una attesa rassegnata al nostro ministero? Domande necessarie prima di rinnovare le promesse dell’ordinazione.
L’incoraggiamento indispensabile per la nostra missione, quasi un viatico per la missione, viene senza dubbio dalla Parola di Dio e dall’unzione sacramentale. Ma pensando al rito dell’imposizione delle mani del nostro vescovo, vorrei che anche le mie parole fossero un incoraggiamento, una espressione sincera di gratitudine per il vostro ministero. Vorrei portare qui la voce e la testimonianza di tutta la nostra Chiesa che vede in voi dei punti di riferimento, particolarmente importanti in questo tempo. Non alludo soltanto al tempo del Coronavirus, ma al tempo difficile di scelte etiche a cui sono chiamati, in modo particolare, i sammarinesi prossimamente. Qualcuno dice che la voce della Chiesa si sente appena. A mio parere, al di là dei mille decreti, dei protocolli, delle esuberanze degli opinionisti, la vostra presenza è una voce forte: è una presenza significativa, capillare, immancabile nei momenti di sofferenza e di dolore.
Azzardo: mi sono messo a cercare nei nostri discorsi, in questo tempo, “parole nuove” che testimoniano come la fede, quando si misura con la realtà, diventi creativa, inventi “parole nuove”. Permettetemi di riferirne alcune. La prima parola è un avverbio: “Eppure…”. E’ una parola che smarca dallo sconsolato e deludente “ormai…”. “Ormai” la gente non va più in chiesa, “ormai” i nostri ragazzi hanno perso un anno di scuola, “ormai” siamo al disastro economico… Tutto vero. Ma c’è chi si lascia sorprendere e dice: “Eppure” tante famiglie pregano insieme, “eppure” ci sono giovani che si sono messi a disposizione per la solidarietà, “eppure” abbiamo imparato ad esprimere affetto e legami attraverso la tecnologia, “eppure” c’è chi ha riscoperto la forza della preghiera…
Un’altra parola: “Sostare”. Sapevamo che questo anno 2020/21 sarebbe stato l’anno pastorale dedicato alla missione. Si pensava certamente e – aggiungo – generosamente alle molteplici attività, alle mobilitazioni, alle iniziative. Ed ecco la sterzata: il Signore ci sta dicendo di puntare alla radice della missione, all’anima dell’apostolato, al “sostare” davanti al roveto ardente o, se preferite, nel cenacolo per essere colmati del suo Spirito e ricordare che «siamo opera sua» (cfr. Ef 2,10). “Sostare”: andare in profondità, che è ben altra cosa dall’intimismo. Prendo questa “parola nuova” anche nella sua forma scomponibile: “So-stare”. La tentazione della fuga, dell’amarezza, della mormorazione, è sempre in agguato. “So-stare”: con le famiglie, “so-stare” con i ragazzi, “so-stare”, quando è consentito ed è possibile, con gli ammalati, con chi è nel dolore, “so-stare” nel mio presbiterio, nella mia parrocchia, senza vagheggiare: «Immaginatio locorum – dice l’Imitazione di Cristo – multos fefellit» (l’immaginazione di posti particolari ha ingannato molti).
Un’altra parola nuova – ma ve ne sarebbero molte altre – è la parola antica, che è andata ora rivestendosi di nuove armoniche: kairòs. Vi sono note le sfumature della lingua greca per esprimere la parola “tempo”: chronos e kairòs.
Chronos è il tempo in senso quantitativo, quello che si misura con l’orologio. È il tempo che ci incalza (non ce n’è mai abbastanza!). È il tempo che insegue attimo per attimo, che distrugge, che punta al fare, che scivola addosso inesorabile. Non a caso la mitologia greca lo raffigurava come un gigante che divora la sua prole: chronos divora ciò che egli stesso genera.
Kairòs, invece, è il tempo opportuno, propizio, occasione. È “grazia e mistero”: tempo in senso qualitativo. Non serve l’orologio, serve la preghiera, il discernimento, la fraternità. Una parola – kairòs – che abbiamo imparato ad usare per affrontare questo tempo e non subirlo: tempo da valorizzare, tempo opportuno. «Peggio di questa crisi – diceva Papa Francesco l’anno scorso a Pentecoste – c’è solo il dramma di sprecarla».

È stato un anno missionario. Lo è stato, eccome! Non nella modalità del fare, ma dell’essere. Una luce, benché piccola, si vede da lontano.
Offro a ciascuno di voi un piccolo dono. Si tratta di un corporale di lino da usare nella celebrazione dell’Eucaristia. Idealmente vorrei fosse un lembo della tovaglia di questo altare, l’altare della cattedrale. Nella preparazione ho coinvolto le claustrali, che hanno dato la loro disponibilità. Nel corporale vedo una triplice simbologia. Quel lino bianco rimanda, anzitutto, al sacrificio del Signore, quasi un lembo del suo sudario (Eucaristia: celebrazione del sacrificio che Cristo fa al Padre trascinandoci con lui nel seno della Trinità); poi, è segno della convivialità eucaristica, tovaglia preparata per gli invitati alla cena dell’Agnello; infine, rappresenta lo spazio sul quale viene adagiato il corpo e il sangue del Signore, come fu adagiato nel presepio con infinita tenerezza da Maria e, dopo la Passione, nel candido lenzuolo, ma ora risorto e vivo, che – ad ogni celebrazione eucaristica – sussurra di nuovo: «Resurrexi, et adhuc tecum sum. Alleluia!».

Omelia nella S.Messa in suffragio di suor Maria Raffaella Vincenzi

Valdragone (RSM), Monastero “Santa Chiara”, 30 marzo 2021

Martedì Santo

Is 49,1-6
Sal 70
Gv 13,21-33.36-38

L’evangelista Giovanni ci riferisce gli ultimi momenti della vita di Gesù insieme agli apostoli. Loro intuiscono che Gesù è in pericolo e, in fondo al cuore, provano paura. In questo brano Giovanni riferisce due episodi: un tradimento (affare di soldi) e un rinnegamento (a motivo della paura). I discepoli che stanno con Gesù sono fragili, sono come bambini in ansia. Eppure, proprio in questo momento di tristezza e di turbamento, Gesù proferisce parole di intensa solennità: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato e Dio è stato glorificato in Lui». Gli avvenimenti tristi che ormai stanno per accadere, in realtà, sono un mistero di gloria. La Trasfigurazione è al cuore stesso – permettete il termine – della “sfigurazione” di Gesù. Noi sappiamo che dopo la morte e risurrezione di Gesù ogni dramma umano rivestirà una sorte luminosa nella quale ogni disperazione è vinta.
Ci sono realtà che, perfino tra i cristiani, non vengono mai nominate. Per esempio, normalmente non si nomina la morte e, se si nomina, si cambia presto discorso. Eppure: «Per me il vivere è Cristo – scrive san Paolo ai Filippesi – e il morire un guadagno» (Fil 1,21). Per molti invece la morte è una parola indicibile, è lapide in un cimitero, è tomba per sempre. Eppure, quando un santo muore si dice che è il suo dies natalis, il giorno della nascita, quella vera. Ma ci crediamo veramente? Se siamo persuasi che la morte è veramente il giorno del nostro Natale la nostra vita cambia. Della vita “oltre” si tace, forse con la paura di essere ritenuti sciocchi, ingenui… “Chissà”, dicono alcuni sorridendo come si sorride di oroscopi o di vaghi sogni. Eppure, ci è stato promesso: «Nella casa del Padre mio – dice Gesù – ci sono molti posti, sennò non ve l’avrei detto» (cfr. Gv 14,2). E al buon ladrone: «Oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43), così ad un ladro… E che dirà Gesù alla sua sposa? «L’attirerò a me»! E soggiunge: «Ti farò mia sposa per sempre, nella benevolenza e nell’amore, e tu conoscerai il Signore» (Os 2,21-22). «Alzati, amica mia, mia bella, e vieni, perché ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna» (Cant 2,10-12). Suor Maria Raffaella gioisci col tuo sposo!
Così sia.

Omelia nella Domenica delle Palme

Pennabilli (RN), 28 marzo 2021

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mc 14,1-15,47

Nella Seconda Lettura abbiamo ascoltato l’invito dell’apostolo Paolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù», parole introduttive all’inno cristologico che Paolo incastona come una perla preziosa nella sua Lettera ai Filippesi.
Quali furono i sentimenti, i pensieri di Gesù, in particolare in questa sua ultima settimana? Furono sicuramente sentimenti di amore, ma anche di paura, quando nel Getsemani avvertì tutto il peso di quello che gli stava per succedere: non togliamo dai Vangeli i sentimenti di tristezza, di abbattimento, di spavento provati da Gesù, che mostrano tutta la sua umanità. Anche noi, in questo tempo, proviamo sentimenti di smarrimento, di timore, di sofferenza. Il sentimento più profondo di Gesù è di passare dal desiderio dell’io al desiderio del tu: è quello che Gesù chiama rinnegare se stessi, cioè il rovesciamento dentro di sé che, alla fine, porta vita, porta gioia. È la logica del chicco di grano caduto per terra che, se non accetta di morire, rimane solo; se invece accetta di morire porta molto frutto (cfr. Gv 12,24). Ecco i sentimenti di Gesù: da una parte l’umanissima paura, il timore, il turbamento, dall’altra la determinazione di vivere per, dove in rilievo non viene tanto il patimento, ma il frutto: la gioia di una vita spesa per noi, perché la nostra gioia sia piena.

Nella narrazione del Vangelo di Marco Gesù appare come un mistero, un enigma. Tutti si chiedono perplessi: «Ma chi è mai costui?» (cfr. Mc 1,27; 4,4; 6,2-3). Anche Gesù, del resto, ha sollecitato la domanda: «Cosa dice la gente di me?» (cfr. Mc 8,27). L’evangelista Marco è di una schiettezza imbarazzante riferendoci il parere della gente. I parenti pensano che sia «fuori di sé» (cfr. Mc 3,21). Vanno per riportarlo a casa (cfr. Mc 6,2-3). Le autorità dicono che è un indemoniato (cfr. Mc 3,22; Gv 10,21; 7,20). Per il popolo è un potente guaritore, uno che fa miracoli, anche se lo fraintendono molto spesso in senso politico (cfr. Mc 1,31-33.37; Gv 6,14). Per questo Gesù impone il segreto messianico: «Non dire a nessuno che sei stato guarito!» (nel Vangelo di Marco il segreto messianico viene imposto da Gesù almeno dieci volte!). Solo al momento della Passione il velo si squarcia, l’enigma viene risolto; alla domanda del sommo sacerdote: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?», Gesù risponde: «Io lo sono» (cfr. Mc 14,61). Quest’uomo sofferente, abbandonato dai suoi amici, deriso dalla folla per la sua impotenza a salvarsi e che grida a Dio la sua angoscia, è il Figlio di Dio. Marco non fa nulla per attenuare lo sconcerto che possiamo provare davanti a Cristo Crocifisso. Alla fede è chiesto un sussulto; con le nostre sole forze non riusciremmo a riconoscere in lui il Signore. Proprio in quest’ora in cui non può più fare miracoli, neppure predicare, né mostrarsi autorevole, Gesù è davvero il Messia. Con l’intero Vangelo, e in particolare con il racconto della Passione, Marco avverte i lettori che finché vedono in Gesù un Messia terreno da cui attendersi fortuna, successo, salute, ne resteranno delusi, finiranno per abbandonarlo, come hanno fatto i Dodici. Ma se, al contrario, accetteranno lo scandalo della croce, allora incontreranno davvero il Salvatore, anche nell’esperienza dura del fallimento, dell’abbandono, della sofferenza, che accompagna la nostra vita. Se ascoltiamo la Passione solo con un sentimento umano proveremo un senso di imbarazzo per una morte così ingiusta, ma se contempliamo il Crocifisso con la fede scopriremo in lui la suprema manifestazione dell’amore di Dio, fino a confessare, come il centurione romano, uno straniero, un pagano: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio». Ecco il velo squarciato. Che cosa ha visto il centurione in quella morte da restare conquistato? Non ci sono miracoli, non si intravvedono neppure risurrezioni. Accadrà la risurrezione, ma lì non c’è nulla di tutto questo. Il centurione, uomo di guerra, che ha insanguinato l’Oriente, “boia” di professione, ha visto un capovolgimento del mondo, un capovolgimento che dobbiamo augurarci avvenga dentro di noi. Ha visto il supremo potere di Dio, il suo disarmato amore, che è quello di dare la vita. Ha visto un Dio che muore d’amore!

Omelia nella V domenica di Quaresima

Pietracuta (RN), 21 marzo 2021

Ger 31,31-34
Sal 50
Eb 5,7-9
Gv 12,20-33

Ci troviamo nel mezzo del Vangelo di Giovanni. Gli esegeti lo dividono in due grandi sezioni: la prima che comprende i sette segni, cioè i sette miracoli attorno a cui viene coagulato quello che Gesù dice e fa; la seconda è il racconto della Passione, morte e risurrezione di Gesù. Nello spartiacque è collocata questa pagina di Vangelo. L’ultimo segno, quello quasi definitivo, è stato compiuto: la risurrezione di Lazzaro, con la conclusione rammaricata dei giudei che dicono: «A costui tutto il mondo va dietro…» (cfr. Gv 12,19), mentre preparano la sua cattura. Proprio in questo momento di crisi si colloca questa pagina nella quale l’evangelista ci fa fare un tuffo nel cuore umano di Gesù. Il cuore umano di Gesù, in quel momento, è turbato (lo dirà lui stesso). Arrivano dei greci. C’erano diversi stranieri affascinati dal culto all’unico Dio: basti pensare all’eunuco che andò a Gerusalemme per il culto (cfr. At 8,26-40), a Cornelio (cfr. At 10) e ad altri personaggi che troviamo negli Atti degli Apostoli; prima di loro anche i magi, i sapienti che venivano dall’Oriente, erano in ricerca del Messia. Gesù si trova di colpo davanti ad una grande responsabilità: sta per scoccare l’ora. Varie volte nei Vangeli (almeno sette) Gesù dice: «Non è giunta la mia ora». Solo la Madonna riuscì a spostare la “lancetta”, ma fu un segno che anticipava quello che sarebbe accaduto poi: le nozze di Gesù con l’umanità. I greci vogliono vedere Gesù, anzi, alla lettera, vogliono il Gesù da vedere. Gli ebrei erano più portati ad ascoltare: erano stati educati a non farsi immagini di Dio. I greci, invece, vogliono Gesù da vedere. È probabile che gli apostoli abbiano pensato: «Che bella occasione! Signore, prendila al volo. I tuoi compaesani non ti vogliono, i giudei stanno per condannarti, ma la tua fama è arrivata anche ai lontani, ai greci. Non hai il diritto di sottrarti!».
Gesù, come gli apostoli, conosceva bene le antiche Scritture che profetavano che la missione del Messia sarebbe stata universale, per tutti i popoli della terra. Gesù, come uomo, sa che questo si compirà non come dicono gli apostoli, con la gloria umana o con i “like”. Su due piedi Gesù inventa la bellissima metafora, una mini-parabola, del chicco di grano che cade in terra; se il chicco accetta di morire nella terra, produce molto frutto, altrimenti rimane solo. Era una metafora ben comprensibile sia nella cultura ebraica che nella cultura ellenistica. Gesù è davanti al suo morire. In questa prospettiva salvifica si incammina verso la sua ora.
Non c’è nessun dolorismo: Gesù chiede a chi lo segue di mettersi nella logica del “dono di sé”. Nell’orazione introduttiva alla Messa, parafrasando abbiamo pregato così: «Signore, aiutaci a imparare da te a spendere la nostra vita, a donarla, perché siamo stati pensati, creati, voluti nella logica del dono di noi stessi e ci realizziamo nella misura in cui ci doniamo». Troviamo la pienezza svuotandoci. Guardiamo Gesù, ascoltiamo Gesù: è questa la Quaresima! Perfino le piccole penitenze che facciamo servono a ricordarci e ad esercitarci a fare della nostra vita un dono.
Quei greci per arrivare a Gesù hanno avuto bisogno della comunità: vanno da Filippo, poi Filippo va da Andrea (guarda caso due apostoli che hanno un nome greco: suppongono che sia più facile parlare con loro). Filippo e Andrea vanno da Gesù e aprono la strada: ecco la mediazione della comunità. Se qualcuno a Pietracuta vuole vedere Gesù dove va? Va ad incontrare la comunità, le famiglie, il parroco. Gesù si incontra nella Chiesa.

Omelia IV domenica di Quaresima

Novafeltria (RN), 14 marzo 2021

Festa del Ringraziamento RnS

2Cr 36,14-16.19-23
Sal 136
Ef 2,4-10
Gv 3,14-21

Nicodemo è un membro del sinedrio, il consiglio supremo degli Ebrei. È un uomo colto. Ha dedicato molti anni allo studio e alla ricerca sincera della verità. Una notte, furtivamente, va a consultare Gesù. Comincia a parlare, ma non formula nessuna domanda. Lo saluta rispettosamente come Maestro, quindi afferma senza mezzi termini: «Sappiamo che sei venuto da Dio». Ma il discorso viene interrotto da Gesù: la verità che egli porta non è una teoria, ma una vita nuova. Deve nascere un uomo nuovo, con atteggiamenti nuovi. Forse Nicodemo non capisce, o forse si sente troppo vecchio per intraprendere questa avventura. Gesù spiega che ciò che appare impossibile all’uomo non è impossibile a Dio. Nascere è un avvenimento unico, ma è anche un processo. Significa intraprendere un cammino sconosciuto e avanzare in esso. In effetti il dialogo con Nicodemo non poteva più proseguire data la sua evidente difficoltà a capire: «Come può… Può forse… Com’è possibile?». Gesù si stupisce che un insigne teologo d’Israele non conosca queste cose che in fondo sono soltanto terrene. Nicodemo avrebbe dovuto sapere dalle Scritture che nel tempo messianico ci sarebbe stata una “rinascita” ad opera dello Spirito (cfr. Ez 36-37). Comprenderà Nicodemo le cose del Cielo?

In questo dialogo notturno Gesù richiama un episodio dell’esodo (Num 21,4-9) allorché Mosè innalzò il serpente nel deserto. Nel deserto gli Ebrei erano assaliti dai serpenti che li mordevano e li uccidevano. In verità c’era un veleno più potente che li intossicava: l’insoddisfazione e l’amarezza. Invece di essere contenti del cammino di liberazione, si lamentavano continuamente delle dure condizioni del viaggio (mancavano il pane e l’acqua, si soffriva il caldo e l’assalto dei predoni, e poi c’erano i serpenti e gli scorpioni…). Si rivoltarono contro il Signore: «È un Dio crudele e inutile: ci ha fatto uscire dall’Egitto per farci morire nel deserto. L’unica cosa che finora ci ha dato è la manna, un cibo nauseabondo, leggero, senza gusto, sempre quello!».
Allora Mosè fece un serpente di bronzo e lo mise sopra un’asta, in modo che chiunque lo guardasse fosse guarito. Ma Giovanni dà un nuovo significato all’episodio, facendo del serpente innalzato nel deserto un simbolo di Cristo che accetta di essere crocifisso, perché chiunque crede in lui abbia la vita. Il baricentro del brano è il versetto 16 che, come un bengala, illumina la notte di Nicodemo ed ogni altra notte: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». Faccio notare la bellezza di questo verbo al passato – «ha tanto amato il mondo» – per indicare non un’attesa, una speranza futura, ma una sicurezza, un dato certo. Tutta la storia biblica – scrive un autore – comincia con un «sei amato» e termina con un «amerai». La notte di Nicodemo, alla fine, è illuminata: non è un eroe, è un furtivo visitatore notturno di Gesù ma, poiché si è sentito amato e accolto, lo ritroveremo alla fine, a chiedere il corpo del Crocifisso a Pilato e a portare circa 30 kg di una misura di mirra e di aloe (cfr. Gv 19,39).
Gesù sarà innalzato in croce dai giudei, ma nella prospettiva teologica di Giovanni è innalzato nella gloria del Padre. La croce di Gesù diventa il centro di gravitazione universale (cfr. Gv 12,32) e sorgente della vita divina per i credenti. Tutta la vita di Gesù è la rivelazione dell’identità di Dio amore e del suo rapporto con gli uomini. Gesù dirà: «Ho manifestato loro il tuo nome» (Gv 17,6). Nell’Innalzato la comunità credente vede il nome di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,8) e la manifestazione tangibile è nel dono del Figlio. Non un amore a parole, o un vago sentimento, ma fattuale e storico. Notare come il verbo amare viene immediatamente tradotto col verbo donare: il Padre dona il Figlio, il Figlio dona la vita, e noi? Domandiamo al Padre: «Donaci il pane che fa vivere».
Non un amore ristretto fra angusti limiti nazionali, ma universale. L’Innalzato è visibile da tutta l’umanità bisognosa di redenzione. L’Innalzato, a dispetto delle apparenze per cui si scorge solamente il fallimento, è invece la suprema manifestazione dell’amore gratuito, totale e universale di Dio verso le sue creature. Parafrasando parole rivelate da Gesù ai mistici, non resta che “guardarlo” (Teresa d’Avila). La beata Angela da Foligno ha udito questa voce: «Guarda se in me vedi altro che amore» e Caterina da Siena, di rincalzo: «Non i chiodi mi tengono appeso alla croce, ma il mio amore per te». Sarà nostra cura durante la settimana rivolgere di frequente lo sguardo al Crocifisso. Se fino ad ora Dio si manifestava nel tempio e attraverso la parola dei profeti, ora l’Innalzato è il nuovo tempio da cui Giovanni vede scaturire sangue ed acqua (cfr. Gv 19,34), figura della roccia da cui scaturisce l’acqua nel deserto.

Un’ultima osservazione, più vicina alla nostra esperienza. Anche il nostro cammino è irto di difficoltà. Ci lamentiamo. Siamo pieni di amarezza. Non siamo come vorremmo essere. E non è questo il serpente che ci morde? Se alziamo lo sguardo e offriamo le nostre fragilità al Signore, nell’amore ritroviamo il senso del nostro soffrire. Finché non facciamo spazio dentro la nostra esistenza al mistero di un Dio che non ci salva dalla croce, ma per mezzo della croce, non riusciremo ad alzare lo sguardo. Padre Pio diceva: «Tanta gente sale a San Giovanni Rotondo per domandarmi di essere liberati dalla croce, pochi mi chiedono come si fa a portare la croce…». Questo è quello che ci manca: accettare che il Signore ci salvi attraverso ciò che i nostri occhi percepiscono come fallimento. Spero che questo sia di speranza per ciascuno di noi: accogliere la croce dentro la nostra vita, misteriosa strada che il Signore ha costruito per venirci incontro con la sua Pasqua.