Conferimento della cura pastorale dell’unità pastorale di Pennabilli a don Mirco Cesarini, don Emilio Contreras e don Rousbell Parrado

Pennabilli (RN), Cattedrale, 1° novembre 2022

Solennità di Tutti i Santi

Un saluto particolare al signor Sindaco, che rappresenta la popolazione e l’intero comune di Pennabilli, al Maresciallo e ai Carabinieri che si occupano della nostra sicurezza (i nostri angeli custodi!). Un caro saluto a tutte le parrocchie qui partecipi.
Domenica scorsa a due co-parroci e ad un diacono è stata affidata la cura pastorale di quattro comunità parrocchiali, invitate a loro volta a progettarsi nell’unità pastorale. Si è trattato della prima volta: un inizio. Mi è venuto spontaneo considerare questo inizio come una grazia, non un ripiego, per questi tempi di crisi. Ho proposto ai parrocchiani, ai sacerdoti e al diacono di agganciare quell’inizio a tre pagine della Sacra Scrittura. Le riassumo, perché quello che dirò tra poco è in continuazione di quello che ho detto loro.
Primo brano. Il primo versetto della Genesi: «In principio Dio creò». È Dio che dà ogni inizio, perché Dio è eternamente giovane, creatore di tutte le cose, presente nei nostri giorni con la stessa forza e la stessa fedeltà. Si inizia, dunque, nel nome del Signore.
Secondo brano. Ho ricordato una tappa importante della storia del popolo di Dio e, in particolare, di Gerusalemme. Fu una svolta per Gerusalemme, la città santa, un nuovo inizio, con la riscoperta dei “rotoli dell’Alleanza”, da anni dimenticati nei rispostigli del Tempio: Parola di Dio finita nel dimenticatoio! Ogni nostra ripartenza deve aver inizio dalla Sacra Scrittura. Il Dio fedele e creatore ci parla!
Un terzo brano illumina questo tempo – il nostro – “tempo di crisi”, si dice. Visto alla luce della fede nel Dio fedele può essere un tempo di grazia, di nuova ripartenza per tutti. Alla fede tradizionale, che vacilla e viene meno, ecco un nuovo scatto per una fede più adulta e responsabile. Al calo delle vocazioni sacerdotali, ecco la presa di coscienza del Battesimo e della Cresima da parte di tutti i fedeli. All’eclissi del sentimento religioso, ecco la riscoperta di Gesù, «luce delle genti» (Lc 2,32), e del suo Vangelo. Alla diminuzione delle celebrazioni eucaristiche, ecco la valorizzazione di comunità eucaristiche più ricche di presenze, più fervorose nel canto, più fraterne nelle relazioni. All’indebolirsi dei servizi pastorali, ecco il nascere di nuove forme di ministerialità, maschili e femminili.
Che aggiungere oggi a commento e come augurio per la nascita di un’altra unità pastorale, la vostra, con le comunità di Pennabilli, Maciano, Ponte Messa, Scavolino, Soanne, compreso il territorio di Casteldelci? Dieci parrocchie! Anche qui si tratta di un nuovo inizio: vale anche per oggi, qui, dare il via avendo in cuore il Dio fedele e creatore, che «fa nuove tutte le cose» (cfr. Is 65,17; Ap 21,5); imprescindibile, poi, partire mettendo al centro la Parola di Dio; e ancora – lo ripeto – disponibili a vivere il tempo della crisi come un’occasione, un kairòs, un motivo di nuovo slancio, superando ogni lamentazione, ogni chiusura, ogni tradizionalismo.
Oggi sottolineo il valore aggiunto della fraternità sacerdotale. Molto dipenderà dall’unione dei vostri sacerdoti: don Mirco, don Emilio, don Rousbell, del diacono Antimo e, all’occorrenza, del diacono Gilberto, con la disponibilità della comunità monastica di Maciano e della preghiera delle nostre monache della Rupe e delle persone consacrate.

1.
Vedo nella fraternità sacerdotale anzitutto un “segno dei tempi”, una profezia, una parola da parte di Dio. Non posso non fare riferimento alla Lettera del Santo Padre Fratelli tutti. In una società sempre più individualista, segnata dalle divisioni, dall’arrivismo, ecco tre uomini che si uniscono per servire, non dico per servire di più, ma per servire sicuramente meglio, per mettere in comune i loro talenti e per completarsi, armonizzandosi. Insieme si arriva più lontano e senza affanno, mostrando il volto gioioso del ministero sacerdotale, che sa di famiglia, con un intelligente gioco di squadra. Questa sarà una pietra miliare della nuova pastorale vocazionale.

2.
La fraternità sacerdotale farà bene al popolo di Dio che siete voi. Senza nulla togliere alla sublimità dell’Ordine Sacro, la figura del prete risulterà, in un certo senso, ridimensionata. Perché? Non si va a Messa per simpatia per quel sacerdote o per l’altro, o per altre ragioni troppo umane… si va per il Signore! Il sacerdote è un aiuto, un fratello che il Signore mette sul vostro cammino, con la sua umanità, le sue qualità, i suoi limiti, come tutti. Le comunità saranno invogliate dalla testimonianza dei loro preti ad essere collaborative, specialmente per quanto riguarda il catechismo dell’iniziazione cristiana, la pastorale giovanile, la pastorale familiare, la testimonianza della carità. Vietato sottrarsi, salvo per gravi motivi familiari. Non verrà tolto nulla, ma tutti saranno arricchiti: il Signore Gesù ha «mandato i discepoli due a due ad evangelizzare» (cfr. Lc 10,1), ha unito a sé un gruppo di amici, che chiamerà apostoli. E ha detto: «Chi ascolta voi ascolta me» (Lc 10,16): è Lui, Gesù, il vero sacerdote; noi sacerdoti siamo “più Lui” quando siamo uniti. Guai ai navigatori solitari: geniali forse, ma troppo singolari!

3.
La fraternità sacerdotale fa bene ai sacerdoti. La fraternità nulla toglie all’esercizio della paternità – tutt’e tre sono padri –, allo spirito di iniziativa, al fruttificare dei talenti, diversi e complementari. La fraternità fa bene perché aiuta i sacerdoti a vivere l’amore reciproco, vincolo di perfezione, molla invincibile per l’evangelizzazione: «Da questo sapranno che siete miei discepoli – ha detto Gesù – se avrete amore gli uni per gli altri» (cfr. Gv 13,35). E ancora: «Uniti perché il mondo creda» (Gv 17,21). La fraternità è garanzia della presenza del Signore che ha detto: «Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Il tempo che don Mirco, don Emilio, don Rousbell dedicheranno a pregare insieme – quando sarà possibile –, a programmare, a studiare e a confrontarsi, non sarà sottratto a voi, ma sarà un investimento per voi.
I sacerdoti che fanno famiglia testimoniano lo splendore della vocazione al celibato. Chi l’ha detto che la scelta del celibato è una rinuncia ad amare e una rinuncia ad ogni forma di famiglia? Il celibato è per una libertà più grande nell’amore fraterno. Ho parlato consapevolmente di fraternità e non di amicizia, che è pur sempre un sentimento nobilissimo. Amici ci si sceglie, fratelli si viene affidati gli uni agli altri. Si tratta di una fraternità che si allarga verso tutti i presbiteri della Diocesi: tutti i presbiteri hanno ricevuto, per l’imposizione delle mani, il medesimo sacramento che li conforma a Cristo Buon Pastore.

4.
Non mi rimane, cari don Mirco, don Emilio, don Rousbell, e caro diacono Antimo, che consegnarvi tre parole: fede, maturità, oblatività.
Fede: ritornate costantemente alle motivazioni della vostra scelta. Tutto è comprensibile in un’ottica di fede, anche gli spostamenti, con i relativi distacchi, che fanno soffrire. È nella fede che avete lasciato tutto per il Tutto! Con la fede potrete essere sentinelle nella notte, con la fiaccola accesa, aiutando le comunità ad affrontare ogni avversità, incomprensione e oscurità (cfr. Is 21,11).
Maturità: non si è maturi perché si è “arrivati”, ma per la disponibilità a crescere ancora. Vi trovate all’inizio di un cammino che incontrerà difficoltà, ostacoli e forse critiche. Maturità qui significa perseveranza, tensione alla santità, «misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). Marta e Maria insieme (cfr. Lc 10,38-42).
Oblatività: vivere fuori di sé, nella ricerca di relazioni autentiche. La vita insieme è una grande scuola, una palestra. Valgono anche per voi sacerdoti, nella vostra casa (la canonica), le tre parole che papa Francesco ha affidato alle famiglie cristiane: scusa, per favore, grazie. E continuare a donarsi, a spendersi, senza riserve, senza protagonismi, senza calcoli. La misura del dono di voi stessi, come per ogni sacerdote, è niente di meno che l’Eucaristia. Ci vorranno anni perché si realizzi questo squarcio di futuro in una Chiesa secondo il Vaticano II: una comunità governata non in modo monocratico, ma guidata da una famiglia di presbiteri insieme ai diaconi.
Cari fedeli, nei primi sei mesi di quest’anno ci hanno lasciato ben quattro sacerdoti, tutti del vostro vicariato: don Orazio, don Luigi, don Maurizio, don Lazzaro. È pensando a loro, alla loro vita spesa per il Signore e per voi, che rileggo il Vangelo di oggi, festa di tutti i santi. Felici voi, cari sacerdoti, che vi siete privati di qualcosa per donare agli altri, specialmente ai più poveri. Felici voi che vi siete serviti della tenerezza per trasformare la terra. Felici voi che avete offerto la vostra vicinanza per sostenere chi piangeva. Felici voi che avete lavorato senza sosta per la giustizia, per sfamare chi cercava dignità. Felici voi che avete aperto il vostro cuore per accogliere la sofferenza del mondo. Felici voi che avete dimorato nella verità per lasciar trasparire in voi la luce di Dio. Felici voi che vi siete opposti alla violenza per lasciare alla pace di edificare la città. Felici voi che siete rimasti saldi nella confidenza in Gesù, malgrado le incertezze e i cambiamenti di questo tempo. Con Cristo e il suo Vangelo avete fatto nascere la felicità sulla terra! Amen.

Discorso nel conferimento della cura pastorale dell’unità pastorale di Novafeltria a don Simone Tintoni e a don Jean-Florent Angolafale

Novafeltria (RN), 30 ottobre 2022

1.

Un inizio. Come ad ogni inizio c’è curiosità, trepidazione e gioia (come quando si apre un regalo: cosa ci sarà dentro?). Inizia un nuovo assetto pastorale. A don Simone Tintoni, don Jean-Florent Angolafale e al diacono Vittorio Fiumana sono affidate le parrocchie di Novafeltria, Talamello, Torricella e Sartiano. Don Simone e don Jean-Florent sono parroci insieme. A don Simone viene dato l’incarico di moderatore dell’unità pastorale. A Vittorio è chiesta la disponibilità alla diaconia. Si tratta di un primo passo verso quella conversione pastorale tanto auspicata da papa Francesco e segnalata anche nei nostri dialoghi sinodali; realtà che non riguarda solamente rapporti fra i presbiteri – rapporti di fraternità, di lavoro insieme, di complementarità –, ma anche fra i presbiteri e i laici e dei laici fra loro, di una comunità e dell’altra, tutti fratelli, tutti discepoli di Gesù, tutti desiderosi di essere missionari. Viene chiesta apertura di cuore e di mente per impegnarsi con viva corresponsabilità. A tutti viene chiesto di superare attaccamenti alle proprie abitudini (non oso immaginare ci siano campanilismi; nel caso ci fossero bisogna che ci educhiamo gli uni gli altri). Ho usato la parola “apertura” almeno in tre sensi. 1. Apertura reale e sincera a ciò che lo Spirito Santo vuol dire oggi alla Chiesa. Siamo tutti scolari, alunni, discepoli, tutti bisognosi di imparare. 2. Apertura delle realtà ecclesiali le une verso le altre e ciascuna verso l’intera Chiesa, sotto la guida del Pietro di oggi, che è il Santo Padre papa Francesco e, nella nostra Diocesi, del Vescovo. 3. Apertura a nuove forme di ministerialità che riguardano i fratelli, gli uomini, e le sorelle, le donne. A partire dal prossimo anno, potranno accedere ai ministeri istituiti anche le donne. Oltre al ministero del lettorato, dell’accolitato e del catechista, il Signore susciterà certamente altri ministeri in una Chiesa che vuole essere comunione e missione.
Nel nuovo inizio c’è una certa continuità: non si parte da zero! Abbiamo una tradizione ricchissima; spesso non ci rendiamo conto di cosa vuol dire avere alle spalle duemila anni di cristianesimo: chi viene da paesi in cui la Chiesa è giovane se ne accorge maggiormente. Non immaginate chissà quale terremoto con questo nuovo assetto. Però c’è anche una discontinuità: ci troviamo davanti ad una pagina bianca da scrivere, disegnare, colorare; cose forse già vissute, ma da adesso in poi da vedere e da considerare con occhi nuovi.

2.

L’inizio è anzitutto una grazia, perché sollecita creatività e mobilita nuove energie. Per il credente è sempre accompagnata da un collegamento alle parole che aprono la Sacra Scrittura: «Bereshît bara’ Elohîm (All’inizio Dio creò)» (Gn 1,1). Il verbo bara’ dice l’iniziativa salvifica di Dio che continua nella storia. Dio è fuori dal tempo. Quando Dio decide, fa, pensa, crea, permane in quell’atteggiamento; non ci sono passato, presente, futuro: è tutto presente. C’è il medesimo progetto d’amore, sotteso a tutto l’arco dell’azione divina, dall’inizio alla fine. Quel verbo, bara’, non indica soltanto l’azione potente del Creatore sul cosmo, ma l’intera sua presenza che abbraccia la storia, quella grande e quella piccola, quella personale e quella di ciascuno di noi. Ci sarà una lunga serie di avvenimenti, di creazione, di liberazione, di nuovi inizi che la Bibbia ci fa conoscere e lo fa per educarci a vedere come Dio sia sempre all’opera nelle nostre esistenze e come ogni inizio sia sotto la sua volontà di benedizione. Di per sé ogni giorno, ogni ora, ogni iniziativa partecipa di quell’inizio. «All’inizio» devi pensare al per sempre, il per sempre dell’amore di Dio e della sua fedeltà.

3.

Mi sono riferito al primo versetto della Genesi; ora, per parlare dell’inizio, consentitemi di fare una breve incursione nel Secondo Libro dei Re. Gerusalemme era diventata infedele verso il Signore, aveva abbandonato il suo Dio, aveva amoreggiato con gli idoli dei pagani e col loro stile di vita; anche il tempio era andato in decadenza. Il Signore Dio suscita un santo re, di nome Giosia. Siamo nel VII secolo a.C. Il re Giosia pensa sia il momento di rimettere le cose a posto. Da dove partire? Dal tempio. Allora, chiama un’impresa edile, un’azienda di pulizie, degli artisti, affinché il tempio torni al suo primitivo splendore. Quella che sto raccontando, in fondo, è un’allegoria di oggi. Alcuni fervorosi nel fare le pulizie (come le signore che rendono così bella questa chiesa) trovano nei ripostigli del tempio dei rotoli, un po’ malmessi. Svolgendoli si accorgono che vi sono scritte le parole di Dio e che forse si tratta dei rotoli dell’Alleanza, che narrano il patto che il Signore ha stipulato con Mosè sul monte Sinai. Vanno da un esperto, lo scriba Safan. Egli riscontra che si tratta del libro della Legge… dimenticato per anni nel Tempio! Vanno a dirlo al re Giosia, che dopo averlo fatto leggere dalla profetessa Culda, si straccia le vesti, chiede perdono a Dio e proclama una grande convocazione di popolo. Non basterà la giornata perché vengano letti ad alta voce i libri dell’Alleanza. Quella liturgia solenne si trasforma in una grande festa che dura giorni interi: la riscoperta della Parola di Dio (cfr. 2Re 22, 8-11). Non sarà per caso che al fondo della crisi di oggi nelle parrocchie ci sia il fatto che la Parola di Dio è caduta nel dimenticatoio? Guai! Se è così, abbiamo bisogno di un nuovo inizio.

4.

Faccio riferimento anche ad un’altra pagina della Sacra Scrittura, presa dal Libro del Profeta Geremia, un profeta a cui è capitato di vivere in un tempo terrificante: Geremia, infatti, deve assistere alla distruzione di Gerusalemme, la città santa. Il Tempio, che era stato in parte recuperato dal santo re Giosia, di nuovo ritorna in macerie. La dinastia davidica viene interrotta; sono deportati a Babilonia il re, la regina, i figli e tutti i notabili del popolo, insieme a tanta gente. I sacerdoti non compiono più liturgie, niente più incensi. Il Signore manda il profeta Geremia a portare una lettera ai deportati, una lettera che sembra scritta oggi da un vescovo nel “tempo della crisi”: secolarizzazione, scandali nella Chiesa, abbandono della pratica religiosa, calo delle vocazioni e poi la pandemia, ora la guerra. La lettera del profeta Geremia dice come vivere il tempo della crisi. La crisi può essere un tempo utile e necessario per il cambiamento. «Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da Gerusalemme a Babilonia…» (Ger 29,4). A deportare non è stato Nabucodonosor? Sì, per le cronache e per i libri di storia, ma quello che è accaduto è accaduto perché il Signore lo ha permesso: l’ha voluto per purificare il suo popolo; infatti, il Signore aggiunge: «Costruite case, abitatele (non vivete da barboni sotto i ponti perché siete a Babilonia in un paese straniero), piantate orti, mangiatene i frutti; prendete mogli, mettete al mondo figli. Lì moltiplicatevi e non diminuite. Cercate il benessere nel paese in cui vi ho fatto deportare e pregate per esso il Signore» (Ger 29,5-7).  Il Signore fa capire che il tempo della crisi può essere un tempo davvero di nuovo inizio. E così accade. È stato abbattuto il Tempio, ma i credenti hanno cominciato ad incontrarsi nelle sinagoghe, in piccoli spazi, quasi un raduno di famiglia, dove si leggono le Scritture (i famosi rotoli). Cominciano a comprendere che Dio non è soltanto il Dio d’Israele, di Gerusalemme, ma il Signore di tutto il mondo: emerge la dimensione universale del monoteismo. È come se Dio dicesse inoltre: «In questo tempo di crisi datevi da fare: famiglia, lavoro, impegno sociale…». Non è un’allusione all’impegno dei laici nel quotidiano? Non ci sono più sacerdoti al Tempio, nascono i rabbini, nuove forme di ministerialità. Poi c’è la parola conclusiva: «Quando saranno compiuti a Babilonia settant’anni, vi visiterò e realizzerò la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. […] Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi» (Ger 29,10.13). Dunque, con l’esperienza dell’“inizio” consideriamo la fedeltà di Dio; partiamo dalla riscoperta del Vangelo; ritroviamo forza per affrontare la crisi, tempo che il Signore vuole per la nostra maturazione. Così sia.

Discorso nel conferimento della cura pastorale della parrocchia di Serravalle a don Pier Luigi Bondioni

Serravalle (RSM), 23 ottobre 2022

C’è gioia e c’è attesa per questo nuovo inizio. Ma soprattutto vince la carità reciproca che è il segno unitivo e distintivo dei discepoli del Signore. «Dove due o più sono uniti nel mio nome – dice Gesù – io sono presente in mezzo a loro» (Mt 18,20). E noi ne godiamo. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). «Come io e il Padre siamo una cosa sola, così anche voi uniti perché il mondo creda» (cfr. Gv 17,21). Questa è la prima e fondamentale testimonianza che evangelizza e ognuno di noi si mette in gioco. Questa è la nostra carta d’identità. Siamo un popolo messianico che ha per capo Cristo, come statuto la dignità e la libertà dei figli di Dio, la sua legge è il comandamento nuovo di amarci, come lui ci ha amato. Il suo fine, il fine di questo popolo, è il regno di Dio, iniziato sulla terra da Dio stesso, ma destinato a dilatarsi sempre di più (cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 9). Questo amore deve essere aperto alle persone che vivono in questo territorio, soprattutto ai più fragili, a chi soffre, a chi non trova ragioni per vivere.
Mi piace rivisitare quello che è il nostro luminoso cammino attraverso le parole di un’altra pagina del Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n.1).
Davanti a me, in questo momento, è riunita una comunità parrocchiale desiderosa di proseguire il suo cammino con nuovo slancio; una comunità che – ripeto – vuole aprirsi al territorio, consapevole di avere una missione da portare a servizio di tutti.
Rivolgo un saluto particolare alla mamma di don Pierluigi e ai suoi familiari, ma soprattutto a don Pierluigi. Viene da Pennabilli, dalla parrocchia della Cattedrale, una realtà significativa, dove ha dato se stesso ed è stato riamato, dove ha imparato le sorprese della relazione umana, caratteristica del pastore. Ora si allargano per lui gli spazi della carità pastorale su una realtà più grande (Serravalle è cinque volte più grande di Pennabilli), sicuramente più impegnativa, ma più giovane, socialmente più ricca, anche se complessa. Caro don Pierluigi, hai davanti un vasto campo di apostolato. D’altra parte, conosci già tanti amici e amiche di questa comunità, guardali con occhi nuovi, ora sicuramente con occhi e cuore più maturi. Don Pierluigi conosce bene la storia di Serravalle, le sue vicende passate e vicine, e riceve un’eredità ricca di passione pastorale – penso a don Peppino – e ricca di spiritualità – penso a don Simone. Con questi sacerdoti tanti laici si sono spesi, e lo faranno ancora, impegnando cuore, volontà, braccia, soprattutto per la gioventù, per l’educazione, per il sociale, per le attività più svariate (centro sociale sant’Andrea, coro, circolo anziani, associazioni, gruppi, realtà sportive, Colonia La Verna, ecc.).
Don Pierluigi sale su un treno ben avviato. Il nuovo inizio è anche una grazia di rinnovamento. Come ci ricorda spesso papa Francesco, bisogna andare oltre il “si è sempre fatto così” e rinnovarsi. Aiuterà sicuramente l’esperienza, ben avviata a Serravalle, del Cammino Sinodale, da riprendere appena possibile; un cammino fatto di ascolto sincero, aperto, senza repliche, di corresponsabilità, lettura della realtà, da cui arrivare alle decisioni da prendere insieme, con laici attivi, consapevoli del loro Battesimo. Qui, don Pierluigi, hai un grande tesoro, un grande dono: la presenza delle suore.
Permettimi qualche indicazione per il tuo ministero. Essere costituito parroco in questa comunità non deve farti perdere di vista la Diocesi come grembo; non deve allentarsi il legame con il presbiterio, di cui fai parte per vincolo sacramentale. Sei a Serravalle perché accompagnato e introdotto dal Vescovo. Il tempo che dedicherai agli incontri con i confratelli e con il Vescovo non è rubato alla parrocchia, ma è un accumulo di grazia: le mattine di spiritualità, l’aggiornamento, gli esercizi spirituali e tutte le altre convocazioni. Ritorna a quell’unico cuore da cui partono i sacerdoti e dal quale sono nutriti per trasmettere la comunione ecclesiale.
Permettimi anche una confidenza, dopo cinquant’anni di sacerdozio. Ho ricevuto categorie teologiche, sempre valide, universali, ma in me hanno avuto una sorta di evoluzione negli anni. Si diceva, con una certa enfasi, sacerdos alter Christus; in cima al regolamento del Seminario leggevo: Tu autem homo Dei. Teologie da capogiro, a ben pensarci! E poi “sacerdote come dispensatore dei divini misteri” e si studiava la teologia dei poteri del presbitero, tria munera. Ma si trattava di una teologia che doveva necessariamente aprirsi ad altri orizzonti. Del resto, non è sacerdote ognuno di voi secondo il Battesimo? Non offrite ogni giorno la vostra vita a Dio? Il matrimonio non è forse una forma sublime di esercizio del sacerdozio regale, perché dono di sé senza misura? Il sacerdozio ministeriale, quello del prete, è a servizio del sacerdozio regale, battesimale. Il sacerdozio è da vivere per il proprio popolo, alla maniera di Gesù che offre la sua vita, mette a disposizione le sue mani, il suo cuore, fa di se stesso un dono. Allora i tre doni – insegnare, guidare, santificare – diventano più comprensibili dentro una comunità. A chi insegno, chi guido, chi santifico, se non una comunità? Quando un presbitero celebra Messa, solo lui può dire le parole: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue», ma alla fine c’è l’Amen dell’assemblea, che conferma con la sua fede. Dopo cinquant’anni di sacerdozio posso dire che sono stato generato dalla mia gente, senza nulla togliere all’imposizione delle mani, al sacramento dell’Ordine Sacro. Le persone mi hanno insegnato come si fa il prete, con le loro domande, a volte provocatorie, con le loro richieste, con le loro proposte. E anche il sacro celibato, custodito gelosamente, l’ho compreso sempre più come misura dell’amore pastorale, affetti ricevuti e affetti ricambiati.
Caro don Pierluigi, ti chiedo un’attenzione speciale per la famiglia, primo nucleo della comunità, come la chiama il Concilio, «piccola chiesa domestica» (cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 11; Apostolicam Actuositatem, n. 11). Vicinanza alla famiglia nel suo nascere, cura dei fidanzati e prima ancora dei giovani e della loro educazione affettiva (ti chiedo la presenza nei percorsi prematrimoniali che si tengono in San Marino). Vicinanza nella celebrazione del sacramento del matrimonio, ricordandone l’efficacia per la vita e per la missione degli sposi; poi nell’accompagnamento di genitori e figli all’iniziazione cristiana. Presenza nei momenti del dolore, quando in famiglia fanno la loro comparsa la malattia, la sofferenza, la solitudine, il lutto. Presenza nelle situazioni di crisi, nell’incontro con le famiglie “ferite” (in questa comunità è stata avviata una bella esperienza di accoglienza, di accompagnamento e di incoraggiamento alla partecipazione alla vita piena della comunità; ti prego di avere un’attenzione specialissima per questa realtà).
Poi una confidenza personale, avendoti conosciuto da vicino: non avere paura di aprire il tuo cuore, non temere neppure per i tuoi limiti; quando saprai accettarli e manifestarli, sarà il momento in cui ti sentirai ancora più accolto, più amato. Crescerai con la comunità che stai sposando e la comunità crescerà con te. Autenticità: mi sembra la parola più adatta e sintetica.
Infine, vorrei potessi esprimere anche qui il tuo amore per la santa liturgia, per l’altare, come maestro di preghiera. Il Vangelo che tra poco il diacono proclamerà si apre e si chiude con due verbi di moto: moto a luogo – si parla di una salita al tempio – e moto da luogo, il ritorno dal tempio; in mezzo lo spazio della preghiera come un dono, non come cerimonia, ma come incontro col Signore. Se umilmente lasciamo fare a Dio, scenderemo giustificati, come dice il Vangelo. Giustificati significa luminosi, come Mosè che scende dal monte col viso raggiante. Lo auguro a te che presiedi l’assemblea, lo auguro ai fedeli che proclamano con l’Amen il loro sacerdozio battesimale. Auguri!

Omelia nella XXIX domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Santuario B.V. delle Grazie, 16 ottobre 2022

Es 17,8-13
Sal 120
2Tm 3,14-4,2
Lc 18,1-8

Per due settimane avremo come tematica e come proposta di vita la cura della preghiera. Gesù, nel bel mezzo di un discorso escatologico (discorso sulle “cose ultime”, là dove arriva il disegno di Dio), inserisce una catechesi sulla preghiera: «Dovete pregare sempre senza stancarvi». Poi fa un discorso che può essere interpretato secondo due prospettive, una più ampia e una più intima, personale. La prima prospettiva è la seguente. I cristiani dicono: «Il Signore è venuto! È la parusia: con Gesù Risorto tutto è compiuto, ma non ancora completamente manifestato. Il Signore ritornerà». Sono già passati tanti anni – forse cinquant’anni quando Luca scrive – ma il ritorno di Gesù, lo splendore della sua regalità, ancora non si vede. Molti discepoli cominciano a stancarsi, a perdere la tensione verso Gesù. Anche le loro preghiere, un tempo fervorose, si “spengono” pian piano. Sono in difficoltà a causa del “ritardo del Signore”. Allora Luca racconta una parabola di Gesù che viene a proposito. I protagonisti sono due: un giudice di iniquità, che non ascolta, non prende sul serio le cause dei poveri, e una vedova che insiste per ottenere giustizia (Luca parla spesso delle vedove nel suo Vangelo). La bellezza dell’azione della vedova è che non molla, non lascia nulla di intentato, fino al punto che il giudice dice tra sé: «Questa vedova mi sta estenuando; non m’importa nulla di lei, ho già i miei clienti che pagano bene… ma se non le do retta mi fa un occhio nero (questa la traduzione letterale dal greco)». Con questa parabola è come se Gesù dicesse: «Siete una comunità affannata, che subisce le persecuzioni, con tanti problemi, vi potrebbe succedere di perdere l’entusiasmo. Invece, dovete avere fiducia, perché se un giudice di iniquità ha esaudito la povera vedova, figuriamoci se Dio non vi viene incontro e non lo fa prontamente». Il messaggio è per quella situazione, ma anche per noi oggi; anche noi viviamo situazioni di limite e di prova, sia a livello mondiale che nazionale, sia anche nell’esperienza di Chiesa: non dobbiamo perdere l’entusiasmo. Gesù vede, ascolta, sa. Se ascolta il giudice di iniquità, figuriamoci se non ascolta Lui!
Il secondo messaggio, più personale, di Gesù, tiene conto del contesto escatologico, in cui Dio è giudice, ma non un giudice di iniquità. Gesù vuole, se ce ne fosse bisogno, scalzare questa idea di Dio che tante volte abbiamo dentro di noi, l’idea di un Dio-giudice che non ascolta, che è più propenso verso chi è ricco piuttosto che alla povera vedova, un Dio severo, lontano, che si disinteressa al nostro grido. Qualche volta questo è il nostro pensiero su Dio, forse per l’educazione ricevuta. La condizione della vedova è anche la nostra: siamo tutti, in qualche modo, nella vedovanza. La vedova è una che ha perso la ragione della sua vita, la bellezza della sua esistenza. Allora Gesù dice: «Ricordatevi bene che io non sono quel giudice che forse immaginate; al contrario io vado di corsa verso di voi per soccorrervi; vi sono vicino». Torna il grande discorso della preghiera: «Non stancatevi di pregare, pregate sempre senza cessare…». Ciò sembra in contraddizione col Vangelo di Matteo in cui è scritto: «Non sprecate parole quando pregate, non fate come i pagani…» (cfr. Mt 6,7). Gesù intende dire che la preghiera continua è vivere alla sua presenza. Abbiamo la grazia di poter vivere questa dimensione della preghiera praticando “la Parola di vita”. Abbiamo bisogno di alfabetizzarci con la Parola, anche prendendo una frase alla volta: «Ogni scrittura è divinamente ispirata» (2Tm 3,16), è Dio che parla.
Concludo con un racconto dei padri del deserto. Un discepolo va dal maestro di preghiera e gli chiede: «Insegnami a pregare. Come faccio per raggiungere il vero raccoglimento?». Il maestro risponde: «Vedi queste montagne. Dove si raccolgono le acque? Giù in valle, nel profondo. Quindi ti dico di andare in profondità». Il discepolo obietta che ha saputo di un suo compagno che ha posto la stessa domanda e il maestro gli ha risposto che doveva salire sul monte, andare in alto, nella solitudine e negli spazi infiniti. «Allora devo andare in profondità o in alto?», replica il discepolo. Il maestro lo guarda e dice: «C’è un luogo dove la profondità e l’altezza si combinano? È il momento presente». Nel momento presente vai in profondità e c’è il raccoglimento totale; nello stesso tempo il momento presente è la vetta; è proprio lì, nel momento presente, che devi essere una cosa sola col tuo Signore: vivere il Vangelo nel momento presente.

Omelia nella XXVIII domenica del Tempo Ordinario

Miniera (RN), 9 ottobre 2022

Sante Cresime

2Re 5,14-17
Sal 97
2Tm 2,8-13
Lc 17,11-19

Inizio con alcune premesse che servono alla nostra meditazione. Prima premessa: chi erano i samaritani? I samaritani erano un piccolo popolo all’interno della Palestina, composto di persone “trapiantate”. Durante l’occupazione assira della Palestina – siamo nell’800 a.C. – furono portati via da Gerusalemme il re, i ministri, le persone di cultura e vi furono importati degli stranieri, quasi una colonia. I samaritani erano “meticci”, essendosi uniti con i pochi ebrei rimasti nelle campagne, poi non praticavano il culto a Dio secondo la liturgia del tempio. I samaritani erano ritenuti eretici, pertanto erano disprezzati, odiati…
Seconda premessa. Nel Vangelo di Luca tutti i racconti, le parabole, i miracoli compiuti da Gesù si trovano nei primi otto capitoli; dal capitolo 9 in poi viene raccontato il viaggio che Gesù fa verso Gerusalemme. Gesù non va a Gerusalemme da turista o da pellegrino; è consapevole che là devono compiersi i giorni della sua morte e risurrezione. Alla fine del capitolo 8 si dice che Gesù «indurì la sua faccia» e si incamminò decisamente verso Gerusalemme. Lungo la strada, Gesù ci fa capire, e ha fatto capire ai Dodici e ai discepoli che lo seguivano, che la sua è una strategia di ingresso (anche Gesù aveva una strategia pastorale!). Gesù va per le strade, si ferma nei villaggi e nei piccoli borghi. Non fa come alcuni gruppi spirituali del suo tempo che si ritiravano dalla città e avevano preso dimora nel deserto di Giuda: abitavano nelle grotte, avevano costruito dei monasteri, avevano in programma di fuggire il mondo e aspettavano la Gerusalemme celeste. Si chiamavano Esseni. Al tempo di Gesù c’erano anche gruppi di fervorosi che, in nome di Dio, si armavano per contrastare i pagani, perché l’origine dei mali – dicevano – era la presenza in Palestina dell’Impero Romano. Gesù non apprezza la loro strategia di aggressione.
Il programma di Gesù è un programma di incontro, di vicinanza, di prossimità, dunque di ingresso. Nella pagina evangelica appena proclamata, Gesù, prima di entrare nel villaggio, passa accanto ad un lazzaretto dove vivono dei lebbrosi, emarginati ed esclusi per motivi igienici e religiosi. Da lontano gridano: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi», così come noi preghiamo all’inizio della Messa: «Kyrie, eleison» (sono stati loro i primi a cantare così!). La lebbra era ritenuta una malattia “maledetta”. Un lebbroso è un morto che cammina; la necrosi avanza in tutto il corpo, il volto si sfigura… Gesù li ascolta e si avvicina. Dobbiamo immaginare che quei lebbrosi siamo noi e la nostra umanità di oggi, bisognosi di purificazione. Gesù si ferma, li guarda, li accoglie; fa loro una proposta quasi incomprensibile: «Andate in città e presentatevi ai sacerdoti». Si fidano. Sono ancora ammalati e si mettono in cammino; mentre camminano, succede a loro come ai discepoli di Emmaus: guariscono. Immaginate la loro gioia! Corrono. Cantano. Finalmente possono riabbracciare (un lebbroso non poteva toccare nessuno). Abbiamo provato qualcosa di simile con il Covid… Molti di noi non hanno potuto abbracciare i loro cari ammalati.
Uno dei lebbrosi torna indietro per ringraziare Gesù. Lui che aveva cantato l’atto penitenziale, kyrie eleison, ora intona il Gloria. Il lebbroso interrompe il viaggio verso la città per andare dove lo porta il cuore: da Gesù. Torna sui suoi passi: è il dietrofront dell’amore. Canta per la strada, si butta ai piedi di Gesù, dice grazie per il dono non meritato della guarigione. L’evangelista Luca sottolinea che l’unico che è tornato indietro è un samaritano: emarginato perché lebbroso ed emarginato perché samaritano, però è l’unico che prende questa iniziativa e vuole guardare Gesù negli occhi. Quei nove hanno fede in Gesù – sono guariti! –  ma il decimo ha qualcosa di più: il desiderio di guardare Gesù, di essere in intimità con lui, vuole amarlo.
Dico a ciascuno: «Il Signore aspetta proprio te, perché ti ama immensamente». Vorrei fiorisse nel cuore la preghiera di riconoscenza, anche con parole nostre, anche solo con uno sguardo.
Mettendo in evidenza il samaritano, Luca voleva incoraggiare la missione. Dopo la risurrezione, gli apostoli e i discepoli sono andati in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo di Gesù. Anche ai pagani. Luca dice che i pagani possono dare risposte inimmaginabili. È, dunque, uno sguardo ottimista sulla missione. A volte, in parrocchia, capita di perdersi d’animo e di non voler seminare temendo di non raccogliere. Luca incoraggia a spargere la semente dappertutto. A questo racconto darei questo titolo: «Storia di un samaritano riconoscente». Questa settimana invito a ricordare la parola “grazie”, da rivolgere al Signore e alle persone che vivono accanto a noi. Così sia.

Omelia nella XXVII domenica del Tempo Ordinario

Ponte Cappuccini (PU), 2 ottobre 2022

Sante Cresime

Ab 1,2-3;2,2-4
Sal 94
2Tm 1,6-8.13-14
Lc 17,5-10

Le prime due letture appena proclamate preparano alla lettura del Vangelo: pongono la domanda fondamentale che riguarda il più giovane fra noi fino al più grande: che cos’è la fede? Serve la fede? È necessaria per la vita? Emergono tre pensieri.

  1. Il primo pensiero è una provocazione: cos’ha a che fare la fede con i problemi enormi e le sofferenze grandi che ci troviamo a vivere? La Prima Lettura è di Abacuc, un antico profeta. Da lui parte un grido di dolore, una vera e propria imprecazione verso Dio. È un santo in collera con Dio, in difficoltà con la sua fede perché Gerusalemme è stata distrutta e le popolazioni attorno a Gerusalemme sono annientate. Abacuc dice testualmente: «Signore, imploro aiuto e non mi ascolti; a te alzo il grido “Violenza!” e tu non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?». Che coraggio! Prendere Dio per il collo e dire: «Che fai?». È una provocazione per la fede. Ai ragazzi che stanno per ricevere la Cresima ho confidato, durante un incontro, che ho avuto periodi della vita, uno in particolare, in cui sono stato in difficoltà con la mia fede. «Dove sei Signore? Cosa fai? Signore, resti spettatore?», mi chiedevo. La fede è interpellata dai nostri dubbi. Pensate che dovrei dirvi solo certezze? No, vi dico la domanda perché mobilita la mente e il cuore. Bisognerebbe che andassimo a casa tutti con la domanda (se uno si pone la domanda vuol dire che prende sul serio la fede, e che la fede per lui non è solo una cerimonia…).
  2. Il secondo pensiero: la fede va custodita, perché la si può perdere, oppure la si può tenere talmente sotto la cenere che pian piano si spegne. Allora bisogna soffiare sulle braci e, appena riappare una fiammella, mettere alcuni tizzoni di legna. Racconto un’esperienza. Quando studiavo all’università a Bologna, avevo un professore che era molto apprezzato in Italia (era un opinionista del Corriere della Sera, cattolico). Questo professore venne chiamato dal Presidente del Consiglio per una consulenza; era, infatti, un famoso economista. Al termine della riunione il professore si alzò in piedi, salutò e, mentre era sulla porta, il Presidente lo richiamò e gli disse: «Se lei sapesse come la invidio…». Non era per l’età (il professore era molto giovane) o perché era un grande economista, ma per la fede che avrebbe voluto avere anche lui. Un altro episodio. Nel capitolo XXIII dei Promessi Sposi l’Innominato è sconvolto nel vedere la forza e il coraggio di Lucia Mondella, la ragazzina insidiata da don Rodrigo. È tormentato e si fa tante domande sulla fede. Dopo una notte insonne sente suonare le campane (abitava nel suo castello) e vede tanta gente che arriva alla chiesetta del paese. Quel giorno c’è il Cardinale di Milano; allora va, vorrebbe parlare con lui. Rompe ogni indugio, chiede il colloquio. Il segretario dissuade il Cardinale dall’incontrare l’Innominato, spiegando che è un delinquente. Invece, il Cardinale gli va incontro e lo abbraccia. L’Innominato si ritrae… Il Cardinale gli dice: «Ero io che avrei dovuto venire da te, invece tu sei venuto da me; ero io che avrei dovuto portarti la pace di Dio». Allora l’Innominato sbotta: «Dio, Dio, se lo vedessi, se lo sentissi!». Il Cardinale replica: «Dio è quel tormento che ti lascia inquieto, che ti mette in cammino…». L’Innominato si sente capito e amato e si converte.

Ecco, vengo a dirvi che quel tormento che sentiamo dentro è proprio Lui che bussa al nostro cuore.

Quando la Bibbia parla del mare, lo pensa come qualcosa di terribile e terrificante, paragonabile al male. Eppure, Gesù dice: «Se aveste fede come un granello di senape (il più piccolo dei semi), voi potreste dire ad un gelso (una pianta presente in Palestina, famosa per le sue radici, ramificate e profonde) “sradicati e vatti a trapiantare nel mare”». Gesù usa questa immagine che è paradossale per dire: «Se tu hai fede, puoi affrontare anche le cose impossibili». Al profeta Abacuc risponderebbe: «Stai tranquillo, abbi pazienza, io ci sono. Non venirmi a chiedere bacchette magiche, ma sono con te nella prova e ti farò resistere».

  1. Il terzo pensiero: la fede va testimoniata. Mi riferisco alla Seconda Lettura. Cari ragazzi, con la Cresima il Signore vi darà uno spirito di forza, non di timidezza. Un mio alunno aveva fatto il proposito, durante il mese di maggio, di dire il Rosario tutti i giorni; una mattina, a scuola, mentre era alla lavagna, tirando fuori il fazzoletto, gli uscì la corona dalla tasca… I compagni iniziarono a deriderlo, ma lui rispose con tranquillità: «Sì, vado in chiesa, non si può?» Dimostrò a tutti di avere personalità, di essere un ragazzo in gamba. Al posto della derisione si guadagnò la stima di tutti. Ma quello che importa è che è stato testimone coraggioso della fede.

Avere fede. Conservare la fede. Testimoniare la fede.

Omelia nella XXVII domenica del Tempo Ordinario

Macerata Feltria (PU), 2 ottobre 2022

Sante Cresime

Ab 1,2-3;2,2-4
Sal 94
2Tm 1,6-8.13-14
Lc 17,5-10

Il tema delle tre letture è la fede.
Ho avuto un giovane professore che era un celebre economista, cattolico. In quel periodo in Italia c’era un “governo tecnico” guidato da un “laico”. Il professore ci raccontò in classe che era stato chiamato dal Presidente del Consiglio per le sue competenze. Alla fine del colloquio, mentre si congedava, il Presidente gli confidò la sua invidia: non era per la giovane età del professore, ma per la sua fede. Quante persone ci invidiano questo tesoro!
Voi ragazzi pensate di avere tutta la vita davanti, pensate di essere belli, simpatici, forti, intelligenti… Talvolta, inspiegabilmente, può succedere di sentire una grande malinconia. L’adolescenza è il periodo delle grandi domande, anche sulla fede. A me capitò di non avere il coraggio di confidarmi; non erano argomenti che volevo trattare con i miei genitori e non mi sentivo di parlarne neppure con il mio padre spirituale. Man mano che si va avanti nella vita si fa l’incontro con il dubbio, ci si pone in prima persona davanti alle grandi domande dell’esistenza. Se poi in famiglia capita una disgrazia, ci si chiede il perché della sofferenza e del dolore innocente…
La Prima Lettura che è stata proclamata è un testo del 600 a.C. Il profeta Abacuc critica Dio con un certo coraggio: «Ecco il grido “Violenza” e tu non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?» (Ab 1,2-3). Il profeta va giù pesante con Dio. Tante volte nei Salmi c’è la preghiera dell’uomo che protesta davanti a Dio. Abacuc, che scriveva nel 600 a.C., aveva visto la violenza delle potenze mondiali di allora, che avevano distrutto Gerusalemme, la città santa, e avevano sterminato popolazioni intere.
Cosa risponde Dio ad Abacuc? Lo incoraggia a mantenere la fede, a pazientare con fiducia nelle prove della vita. Oltre alle guerre, ci sono tante altre disgrazie che accadono: terremoti e alluvioni, anche dentro i cuori. La fede soccorre in queste difficoltà. La fede è un dono, ma anche una decisione. È qualcosa che viene trasmesso, dai nostri genitori, dai nonni, dagli antenati. Basti pensare a questa chiesa: qualcuno l’ha costruita pietra su pietra, con arte, perché ha creduto.
Viene il momento in cui la fede è una nostra decisione personale. Siamo davanti a Gesù. Il suo Vangelo è cosa concreta. Gesù ci dice: «Credi? Ti fidi di me?». Rispondiamo: «Sì, Signore. Mi fido di te perché ho visto che quando vivo le parole del Vangelo si realizzano». Agli apostoli che, come noi, dicono: «Signore, aumenta la nostra fede!», Gesù dà una risposta che sembrerebbe insensata, paradossale: «Se aveste fede quanto un granello di senape…», cioè non è una questione di quantità, ma di qualità, «… potreste dire a questo gelso, sradicati e trapiantati nel mare e vi ascolterebbe». Il gelso è una pianta palestinese famosa per le sue radici, che sono articolate e vanno molto in profondità, una pianta difficilmente sradicabile (ci sono gelsi che hanno radici di seicento anni!). Gesù afferma che la fede è capace di sradicare un gelso e addirittura di trapiantarlo nel mare. Alberi trapiantati nel mare non se ne vedono… Gesù usa un’iperbole per dire una cosa forte: la fede è capace di compiere l’impossibile.
La Bibbia parla varie volte di alberi o legni nel mare. Ad esempio, l’arca di Noè, la barca di Gesù e degli apostoli durante la tempesta sul lago, l’albero della croce, piantato per terra, ma in verità radicato in un oceano di dolore, di peccato. Nella fede di Gesù quel legno ha trasformato il mare, che per gli antichi è simbolo delle potenze oscure del male. La croce piantata nella fede ha cambiato la situazione.
Ho conosciuto tanti alberi piantati nel mare, persone concrete. Una carissima amica ha lasciato tutto, è diventata una Piccola Sorella di Gesù e ora si trova ad Hong Kong, dove i cristiani sono pochissimi. Vive in un piccolo appartamento e fa la commessa in un supermercato: non fa altro che tessere relazioni per dire che dietro ad ogni rapporto di amore c’è Gesù. Per il resto della giornata prega. Ho conosciuto una mamma della mia parrocchia, che aveva una figlia gravemente disabile (era completamente immobile, respirava artificialmente, muoveva solo i suoi splendidi occhi). La ragazzina si chiamava Fidelia. Quando andavo a trovarla si sentivano le grida gioiose dei ragazzi che giocavano nel cortile della parrocchia. Ho chiesto alla mamma se la infastidivano quelle grida, pensando a sua figlia che invece era immobile nel letto. Mi rispondeva che era felice della presenza dei ragazzi, era felice della loro felicità! A ripensarci mi commuovo ancora. Quella mamma era come un “albero trapiantato nel mare”.
Cari ragazzi, tra poco si compirà su di voi qualcosa di straordinario. Ho parlato di alberi trapiantati nel mare, ma pensiamo agli apostoli, dodici pescatori, impauriti, che quando hanno ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecoste sono diventati inaspettatamente coraggiosi. Il libro degli Atti degli Apostoli dice che erano «plebei illetterati» (At 4,13), ma dopo l’effusione dello Spirito hanno cominciato a testimoniare la loro fede in Gesù e hanno avuto l’audacia di presentarsi all’areopago di Atene…
Nel silenzio dite dentro di voi: «Vieni Spirito Santo. Questa mattina ti dico la mia fiducia, mi affido a te. Ho bisogno di te. È un momento importante della mia vita, devo prendere decisioni, devo fare i conti con i sentimenti che esplodono dentro di me, devo decidere ciò che è male e ciò che è bene. Vieni, Spirito Santo».

Omelia nell’ordinazione presbiterale di don Larry Johan Jaramillo Londono

Pennabilli (RN), Cattedrale, 1° ottobre 2022

Ab 1,2-3; 2,2-4
Sal 94
2Tm 1,6-8.13-14
Lc 17,5-10

1.
Ecco, oggi un giovane è eletto al ministero presbiterale, in un tempo di grande prova. La liturgia ci ha fatto ascoltare il grido del profeta Abacuc, un grido che viene da lontano, non ancora spento; viene da cuori che soffrono e gridano: «“Violenza!” e non salvi, Signore?».
Abacuc è testimone degli eccessi commessi dagli invasori che hanno devastato Gerusalemme e massacrato popolazioni (siamo intorno al 600 a.C.). Le immagini delle guerre di oggi ci fanno ben comprendere l’imprecazione e il pianto del profeta. Allo stesso modo profeti e Salmi hanno alzato grida di dolore e richieste d’aiuto. Anche Gesù ha gridato al Padre il suo abbandono durante la Passione. L’eco di queste implorazioni ci insegna come anche noi possiamo riversare davanti a Dio l’onda delle nostre angosce, delle nostre paure e persino delle nostre proteste: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti?».
Ma Dio risponde con caratteri indelebili scolpiti sulla pietra. Egli invita ad una fiduciosa e paziente attesa. Manda suoi messaggeri a rincuorare, a fasciare piaghe, ad asciugare lacrime, ad essere accanto ai fratelli nella prova. Questi sono vivi e resistono per la loro fede!
Caro Larry, il Signore ti manda per un ministero di consolazione. Ispirati al “buon samaritano”. Sii uomo di fede.

2.
«Ravviva il dono di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mie mani», sono le parole di Paolo a Timoteo. Tra i riti dell’Ordine sacro il gesto principale è l’imposizione delle mani, accompagnato da una preghiera che ne indica la portata.
Questo gesto sul capo di Larry sarà compiuto dal vescovo e da tutti i presbiteri presenti, i suoi nuovi fratelli. La preghiera consacratoria è costituita da una solenne invocazione allo Spirito Santo – una epiclesi – proprio come nella preghiera eucaristica sul pane e sul vino che diventano Corpo e Sangue di Gesù per la vita del mondo. Allo stesso modo sul nulla di Larry si china la potenza dell’Altissimo e Larry sarà trasfigurato. Ma non verrà allontanato dai suoi fratelli, al contrario, è per loro questa sua santificazione. Ricordate le parole di Gesù: «Io per loro santifico me stesso» (Gv 17,19).
Il neoconsacrato non viene innalzato, ma è il Signore che si abbassa su di lui. La sacralità di cui viene rivestito sta tutta nell’essere dono che genera vita. Gesù gli domanda di renderlo visibile per essere sua parola viva per chi è smarrito, suo cuore perché possa manifestare a tutti il suo amore, per essere i suoi piedi per camminare tra i fratelli e le sorelle a cui dare speranza.
Quando Larry tornerà dalla cattedrale, dallo splendore di questa santa assemblea, ne percepiremo il “cambiamento”. Accadde anche agli ebrei quando videro Mosè scendere dal Sinai, ma non dobbiamo vivere questa percezione come disagio.
Se il Signore trasforma non è per staccare, ma per unire. Se il Signore prende e avvolge una persona è per renderla più vicina, più amica, più… Lui!
Se il Signore chiama qualcuno – è il mistero dell’elezione divina – è per risvegliare in tutti la dimensione vocazionale.
Torno alla Seconda Lettura. Timoteo rappresenta i pastori succeduti agli apostoli. Questa successiva generazione di responsabili di comunità non ha conosciuto Gesù prima della risurrezione. Di conseguenza la loro fede si fonda sulla testimonianza degli apostoli, che è “l’insegnamento solido”, il “deposito del Vangelo”.
Caro Larry, è su questa tradizione di fede che dovrai formulare il tuo insegnamento. Per far ciò non sei scoperto e disarmato, perché lo Spirito Santo abita in te! In ogni incontro – anche casuale – lascia un seme di Vangelo. Non esitare per l’aridità del terreno. Non vergognarti di dare testimonianza al Signore. «Custodisci il bene prezioso che ti è stato affidato».

3.
«Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso sradicati e vai a piantarti nel mare».
Le Scritture ci parlano di legni sul mare che hanno reso un servizio veramente utile grazie alla fede. Lo furono, ad esempio, l’arca di Noè, la barca di Gesù e dei discepoli e, soprattutto, lo fu il legno della croce, sì piantato in terra, ma innalzato su un oceano di odio e di peccato. La fede di Gesù nel Padre ha capovolto la situazione. La fede è la forza che Gesù assicura ai discepoli sbigottiti davanti alla missione e agli ideali che propone loro. Loro ne chiedono “di più”: «Aumenta la nostra fede», ma la fede non si acquista “a pacchi”! È questione di qualità piuttosto che di quantità. Ne basta quanto un granello di senape: un seme piccolissimo che rende capaci di cose grandi. Prova decisiva della fede sono le opere del servizio. Attenzione: per Gesù il servizio non è un titolo di credito davanti a Dio. Il vero discepolo non cerca vantaggi per sé, non ha secondi fini. Le opere che nascono dalla fede sono soltanto amore, amore gratuito. Servire, voce del verbo amare.
Nella conclusione della parabola ci stupisce l’espressione usata da Gesù: «Siamo servi inutili, servi qualunque». In verità, Gesù sa che ciascuno di noi è unico agli occhi di Dio. «Inutili» perché non indispensabili. Dio potrebbe fare a meno degli uomini. Ma non lo fa! Dio ci chiama come suoi collaboratori e messaggeri. Per di più non ci chiama come servi, ma come amici (cfr. Gv 15,15). Fa esattamente al contrario del padrone della parabola perché lui stesso in persona ci fa sedere alla sua mensa, quella dell’Eucaristia, e passa a servirci!
Secondo alcuni autori la traduzione italiana del testo evangelico non rende bene l’idea di Gesù e non fa un buon servizio alla comprensione del testo. Nessuno è inutile per il Signore che ha detto per mezzo del profeta: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno ti stima e io ti amo» (Is 43,4).

Caro Larry, ripeto anche a te: «Quando cominci pensi al “per sempre”». Ho scritto queste parole aprendo le Sacre Scritture alla prima pagina: «Bereshît bara’ Elohîm (All’inzio Dio creò)» (Gn 1,1). Ogni opera di Dio è eterna, fedele, salvifica. La Parola di Dio ci fa conoscere infiniti eventi di creazione, di liberazione, di salvezza. Lo fa per educarci a comprendere come Dio è sempre all’opera nella nostra vita e come ogni inizio è sotto la sua volontà di benedizione. Il “per sempre” è perché lui ha iniziato in te. Ogni chiamata, ogni giorno, ogni ora, partecipa di quell’inizio: «Tu sei fedele, perché lui è fedele!».
La piccola Teresa di Lisieux, di cui oggi facciamo memoria, ti accompagni e ti sia guida nella “piccola via” della confidenza e dell’amore.
Ricordati di tutti noi, in particolare della tua famiglia, e anche di me, all’Altare del Signore.

Omelia nella S. Messa di Insediamento degli Ecc.mi Capitani Reggenti

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 1° ottobre 2022

Sap 9,1-6.9-11
Sal 126
Mt 7,24-27

Eccellenze,
Signori Ambasciatori, Autorità, e amici che siete presenti a questa celebrazione, un saluto cordiale.
Nel Primo Libro dei Re si legge che il Signore Dio apparve in sogno durante la notte a Salomone, il grande re d’Israele. Gli disse: «Chiedimi ciò che io devo concederti». Salomone non chiese né una lunga vita, né la ricchezza e neppure la morte dei suoi nemici; desiderava e chiedeva la sapienza. Il Signore Dio gli disse: «Ecco, siccome non hai chiesto nessuna di queste cose, ma un cuore docile e che sa ascoltare, ti concedo sapienza e intelligenza» (cfr. 1Re 3,4-14).
“Sapienza” viene da “sapere”, nei due significati: il significato transitivo, “sapere” qualcosa e il significato intransitivo “sapere di” qualcosa, dunque un sapere che ha sapore.
La Prima Lettura che è stata proclamata si basa sulla preghiera di Salomone. L’autore sa che la sapienza è un dono di Dio, per questo diviene l’oggetto della sua supplica. Due sono i motivi per cui invocare con fiducia questo dono: da un lato il Creatore vuole che l’uomo governi il mondo con intraprendenza e con giustizia (sapienza in riferimento alle decisioni) e dall’altra l’uomo non sembra essere in grado, per la sua debolezza, di realizzare un compito così difficile senza l’aiuto della sapienza (qui la sapienza è avvedutezza).
Il Dio della Bibbia vuole l’uomo come suo impresario e collaboratore; ne ha stima, «l’ha fatto poco meno di un dio» (cfr. Sal 8,6), può contare su di lui, gli affida la creazione e la sua famiglia. Questa la responsabilità dell’uomo: da una parte rispondere a chi lo chiama, dall’altra rispondere di quanto gli è stato affidato. Solo con la sapienza è possibile compiere questa missione.
La sapienza è la risorsa più necessaria, più utile e più desiderabile. Ecco alcune caratteristiche della sapienza secondo il testo sacro.
La sapienza siede accanto al trono di Dio: è famigliarità con Dio. Conosce le opere di Dio: sa vedere il suo disegno d’amore e discernere ciò che gli è conforme. Il testo sacro dice che la sapienza era presente e ordinava la sinfonia della creazione: la sapienza dà gusto e sapore, come il sale, a ciò che l’uomo è chiamato a fare. Ahimè, la sapienza è un valore poco apprezzato nel mondo: siamo frettolosi, sbadati e continuamente scavalcati dagli avvenimenti, pertanto in affanno; siamo condizionati da ciò che è più appariscente, che ci conviene e ci gratifica, insomma siamo tentati dall’egoismo.
Non resta che, come Salomone, invocare la sapienza: «Dammi la sapienza, che siede in trono accanto a te. Le parole con cui il testo sacro descrive la sapienza nel Nuovo Testamento sono riprese e rilette come rivelazione di colui che è il Verbo, il Figlio di Dio, Gesù Cristo: Lui è la Sapienza. Allora ascoltiamolo.
Nella pagina evangelica abbiamo ascoltato come Gesù tracci il profilo di due architetti. Ambedue sono abili costruttori. Hanno a disposizione in egual misura progetti e materiali. A nessuno dei due vengono risparmiate verifiche esigenti: nubifragi, alluvioni, tempeste… Non è così anche nella vita? Non è così anche nella società?
La differenza tra i due sta nell’accortezza e nella sapienza del porre fondamenta. Il primo architetto è sapiente perché costruisce sulla roccia dei valori trascendenti della carità e della verità. Il secondo architetto è stolto: costruisce castelli di sabbia, cioè costruisce sull’immanenza senza spiritualità.
La solidità del cantiere si vede nei tempi duri, ad esempio questi. Allora una società costruita e governata sapientemente reggerà l’urto degli eventi. Per quanto riguarda i “castelli di sabbia” è sufficiente una mareggiata per distruggere tutto!
Ben a ragione abbiamo proclamato nel Salmo: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 126,1).
«Nel nostro servizio non contano i risultati – diceva madre Teresa di Calcutta – ma quanto amore metti in ciò che fai». Chi non costruisce le relazioni sull’amore non avrà, per questo, una vita più facile o una società senza problemi: «Strariperanno fiumi, soffieranno venti» per gli uni e per gli altri. Il saggio non avrà una vita semplificata, ma un’esistenza nella consistenza, con più gioia, con radici salde che combaciano con la roccia.
«O Signore, dammi la sapienza che siede in trono accanto a te»!

Omelia nella XXVI domenica del Tempo Ordinario

Secchiano (RN), 24 settembre 2022

Festa degli anniversari di matrimonio

Am 6,1.4-7
Sal 145
1Tm 6,11-16
Lc 16,19-31

Due uomini guardati da Dio. Dio vede, eccome! Sono due uomini agli antipodi della scala sociale: un ricco e un poveraccio. Dio vede il ricco con abiti firmati, «di porpora e di bisso», che banchetta tutti i giorni, anche i giorni feriali; vede anche un uomo povero, ricoperto di piaghe. Appare subito una differenza: del povero viene detto il nome. Nelle parabole i personaggi non vengono mai chiamati con il nome proprio; questo povero, invece, ha un nome davanti a Dio, si chiama Lazzaro, che vuol dire “Dio aiuta”. Tutti noi che viviamo nelle povertà, economiche o psicologiche o di inadeguatezza, siamo dei “Lazzaro”, persone che Dio aiuta. Il ricco viene soprannominato (ma non è il suo nome!) “epulone”, cioè “mangione”. Dio vede l’uno e l’altro.
Di per sé Gesù non vuole parlare dell’aldilà, descrivere come sono l’inferno e il paradiso; non è questa la pagina su cui fondiamo le nostre conoscenze, seppur limitate. Gesù, infatti, non ha mai svelato com’è l’aldilà; parla solo di una gioia infinita presso di lui e di una lontananza da lui, quando quel cuore infiammato d’amore, che è il cuore di Dio, sta davanti a noi e noi, anziché bruciare d’amore per lui a nostra volta, siamo imbarazzati davanti al suo volto. L’inferno è essere dentro al cuore di Dio e non riuscire ad amarlo, non volerlo amare. Gesù non voleva neppure parlarci, con questa parabola, di un programma di lotta di classe o di giustizia sociale, anche se viene da pensare a noi popoli ricchi che diventiamo sempre più ricchi a scapito di popoli poveri che diventano sempre più poveri. Non vale dire che il mondo è fatto così. Dio non ha fatto il mondo così, ha fatto il mondo pensandolo come una casa in cui vivono fratelli e sorelle e ha reso ricco questo mondo di beni, di natura, di intelligenze e di libertà che si prendano a cuore la sorte del fratello. Le doti di ognuno sono state date per vivere la fraternità.
L’insegnamento della parabola si può esprimere attraverso tre immagini: l’immagine del muro, l’immagine del fossato o dell’abisso e l’immagine della solitudine. Il Vangelo ci lascia intendere che c’è come un muro che separa il ricco dal povero. Chi l’ha costruito? Viene da pensare che soltanto Dio possa fare un muro che parte dagli inferi e raggiunge il cielo. Non l’ha costruito Dio, ma il ricco epulone, giorno per giorno, con la sua insensibilità. Non si è accorto che davanti alla porta della sua casa c’era un povero. Se ne sono accorti i cani, che gli andavano a leccare le ferite, ma lui non se n’è mai accorto. Si direbbe quasi che il cuore, a causa dell’indifferenza, muoia a fuoco lento. Il muro invalicabile è la relazione mancata.
L’altra immagine è quella del fossato o dell’abisso. Il ricco dice: «Padre Abramo, chiedi a Lazzaro se può intingere anche soltanto un dito nell’acqua e lasci cadere qualche goccia sulla mia bocca arsa dal fuoco. Mi accontenterei…». Abramo risponde: «C’è un abisso fra te e lui; l’hai creato tu, giorno dopo giorno, senza accorgertene. Non dico che sei stato cattivo, che hai fatto del male a Lazzaro o l’hai scacciato, ma che, semplicemente, non ti sei accorto di lui».
La solitudine. È interessante vedere come questo personaggio, il ricco, non venga mai colto in compagnia di altri. Banchetta, ma si è creata attorno a lui una solitudine, la solitudine della non-relazione. Non si è curato nemmeno di mandare quello che rimaneva del suo pranzo a quel povero che era seduto alla porta della sua reggia. La solitudine: ecco l’inferno. Ribadisco: Gesù ci fa questo racconto non tanto per parlarci dell’aldilà, ma per svegliarci nell’aldiquà. Attenzione a non costruire muri, a non scavare fossati, a non chiuderci nel nostro io egoistico. Nella nostra povertà di meriti, di capacità, è rassicurante sapere che Dio ci aiuta perché ci vede. Stiamo sotto il suo sguardo, uno sguardo che non è inquietante, indagatorio, anzi uno sguardo che «fa crescere» (cfr. Sal 17,36). Un altro bellissimo Salmo inizia così: «Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando mi alzo e quando mi siedo. Penetri da lontano i miei pensieri…» (Sal 138,1-2). Mettiamoci sotto quello sguardo.