Omelia nella Solennità del Corpus Domini

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 16 giugno 2022

Gn 14,18-20
Sal 109
1Cor 11,23-26
Lc 9,11b-17

Eccellenze,
Carissimi,
in questa pagina di Vangelo i discepoli sono letteralmente spiazzati da quello che accade, e noi con loro. La gente è là ad ascoltare Gesù, senza neppure rendersi conto che il giorno ormai tramonta. I Dodici dicono a Gesù: «Congeda la folla». «Date voi stessi loro da mangiare», replica pari pari Gesù. Allora rovistano nei loro tascapani e gli offrono quel poco che hanno. Secondo il racconto di Giovanni, uno degli apostoli soggiunge: «Ma che cos’è questo per tanta gente?» (cfr. Gv 6,9). L’apostolo era Andrea. È davvero sproporzionata la risorsa rispetto alle esigenze del momento: cinque pani e due pesci! Gesù accoglie questo poco, alza gli occhi al cielo, lo benedice, lo spezza e lo restituisce ai discepoli perché lo distribuiscano alla gente.
Dopo la risurrezione, quando questi stessi apostoli saranno riuniti in comunità a Gerusalemme, diventerà loro stile di vita la condivisione dei beni. Allora constateranno con i loro occhi che la condivisione è un miracolo a nostra portata. Se siamo attenti ai bisogni, sia spirituali che materiali, dei nostri fratelli, guardando il Signore Gesù, donatore di ogni bene, la nostra carità sarà veramente utile e necessaria.
Uno dei messaggi che ci viene dalla celebrazione del Corpus Domini e da questa pagina di Vangelo in particolare è una fraternità che ci impegna. Ora siamo come quelli che si trovano a risalire per un’erta piuttosto ripida; per farcela bisogna essere in cordata. «Nessuno si salva da solo!»: molti lo stanno capendo, ma c’è anche chi rimane chiuso nel suo individualismo. Questo vale per il mondo produttivo (proprio ieri sono uscite le statistiche dell’ISTAT sulla povertà in Italia), per l’organizzazione sociale, la scuola, la Chiesa, vale per la nostra Repubblica di San Marino, per tutti noi e per le nostre famiglie. È una sfida veramente dura, ma anche bella come tutte le prove che hanno un orizzonte. E noi abbiamo un orizzonte: siamo qui per questo. Dobbiamo, allora, mantenerlo fisso questo orizzonte, anche se succede di fare fatica. Prendiamo, ad esempio, il conflitto in atto, che tutti preoccupa. Pessima cosa abituarsi all’idea che l’unico modo per risolvere le questioni sia quello della violenza, con armi e altri mezzi di questo tipo. Purtroppo, c’è una logica diabolica… È una menzogna che la guerra sia lo strumento per la risoluzione dei conflitti. Lo affermano i principi, le istituzioni del nostro Paese – San Marino –, lo afferma anche la Costituzione della vicina Italia, che «ripudia la guerra per risolvere le questioni internazionali». Questo vuol dire non rassegnarsi all’idea che i più potenti abbiano ragione, significa pensare che c’è un altro modo per resistere. I cristiani lo sanno da sempre. Eppure… quando si fa la guerra in Europa, quando si muore di fame in Africa, nel vicino Oriente, si dice – di fatto – che la morte è inevitabilmente la soluzione. Allora si decide anche di non far nascere i bambini con l’aborto. Santa Teresa di Calcutta ci ha spiegato il legame strettissimo che c’è in tutte le ideologie di morte. La mia è una esile voce, ma è resa forte, sicura, persuasiva, insieme a quella di tanti altri, che contestano queste logiche di morte, con argomenti di ragione e con argomenti di fede.
La proposta costruttiva è ancora quella che ci viene da questo Pane di Vita, Corpus Domini. L’attenzione ai più piccoli, ai più poveri, ai più deboli è una priorità. L’accoglienza e l’assicurazione di un posto per tutti attorno alla mensa, un imperativo. Il Vangelo insiste nell’osservare che la distribuzione del pane, allora, fu a favore di tutti. Non ci possono essere disuguaglianze e disunità alla tavola del Signore. Impossibile defilarsi dalle responsabilità col pretesto che non si può rimediare a tutta la miseria che c’è nel mondo. «Date loro voi stessi da mangiare»… Affida anche a me, a ciascuno di voi, attraverso la Fractio Panis sacramentale, questo impegno, questa distribuzione. Nel testo parallelo di Marco Gesù domanda: «Quanti pani avete? Andate a vedere» (Mc 6,38). Nel nostro servizio non pensiamo d’aver fatto abbastanza: che Gesù Cristo ci usi misericordia! E nel nostro impegno non pensiamo d’aver faticato invano. Il Signore sa la sincerità del nostro proposito.

Omelia nella Liturgia della Passione del Signore

Pennabilli (RN), Cattedrale, 15 aprile 2022

Is 52,13- 53,12
Sal 30
Eb 4,14-16; 5,7-9
Gv 18,1- 19,42

Il diacono ha appena chiuso il Libro della Passione del Signore secondo Giovanni. Ma resta permanentemente aperto davanti ai nostri occhi e al nostro cuore Lui, il Crocifisso, libro vivente sul quale è stato scritto col sangue l’amore di un Dio che si è fatto uomo e ha dato la vita per noi: Gesù. In Lui Dio ha detto tutto.
Mi soffermo su qualche “fotogramma” della Passione per andare più in profondità.
«Presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Golgota, dove lo crocifissero». Il Golgota è un leggero rialzamento nel terreno appena fuori Gerusalemme, con la forma curiosa di un cranio. Nella tradizione giudaico-cristiana sarebbe il luogo della sepoltura di Adamo, un luogo importante, simbolico. Il sangue di Gesù, colando a terra, ne bagna gli strati, purifica il primo peccatore e tutti gli altri dopo di lui. Questa antica tradizione del Golgota recepisce questo luogo come il centro di tutta la storia e della redenzione dell’umanità.
Gesù viene crocifisso «con altri due, uno da una parte e uno dall’altra e lui in mezzo». Questa circostanza mette in forte relazione la croce di Gesù con gli uomini peccatori: «Chi è senza peccato?» (cfr. Gv 8,7).  Di per sé il problema non è l’essere peccatori o il non esserlo, ma quale sia la risoluzione da prendere quando se ne è consapevoli. Due sono le risoluzioni possibili. La prima risposta è quella dettata dall’orgoglio: «Io? Ma quando mai? Non sono peccatore, non ho bisogno di essere salvato, basto a me stesso…»: l’orgoglio di Adamo riemerge. Chi dice questo pensa, in fondo, che l’opposto del peccato sia la virtù: aumento l’impegno, faccio da me, non ho bisogno di un altro che mi salvi!
L’altra risoluzione: cadere tra le braccia della misericordia perdonante del Signore. Riconoscere il proprio male. Consegnarlo. Se la terra è insanguinata e cattiva, dipende anche da me, dipendono anche dalla mia umiltà il suo riscatto e la sua redenzione.
Nella liturgia del Venerdì Santo, come avete notato, ricorrono con insistenza due testi dell’Antico Testamento. Tutto il racconto della Passione ne è, per così dire: Isaia 53, il carme del Servo sofferente, e il Salmo 21.
Isaia 53. Si parla di un misterioso personaggio, un servo di Dio che soffre, accetta di soffrire. Isaia e la fede di Israele avevano elaborato una teologia secondo la quale la redenzione verrebbe da qualcuno che prenderà su di sé tutte le malattie, tutti i peccati, tutte le piaghe. «Dalle sue piaghe saremo guariti» (Is 53,5 ripreso in 1Pt 2,24). Israele sapeva tutto questo. I primi cristiani hanno ricompreso la crocifissione del loro Signore grazie a questo testo. Non sarebbe stato comprensibile che il loro Maestro, il Signore, facesse questa fine terribile; il testo di Isaia permetteva loro di capire il senso di ciò che umanamente senso non aveva: l’innocente messo a morte ingiustamente.
Veniamo all’altro testo, il Salmo 21. Anche questo ha molto aiutato i primi cristiani ad interpretare ed elaborare la crocifissione di Gesù. Giovanni non riporta l’incipit di questa preghiera sulle labbra di Gesù morente, a differenza di Marco e Matteo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal 21,1). Ci sono versetti successivi. In questo Salmo, l’orante, un sofferente misterioso – i cristiani vedono in lui Gesù – butta fuori tutta la disperazione; si sente perfino dimenticato da Dio, per questo esterna in un grido prolungato la sua paura, la sua tristezza, la sua angoscia. Tuttavia, in questo Salmo, qua e là emergono delle luci, dei ricordi di come Dio aveva soccorso i suoi padri. Ad un certo punto il Salmo parla addirittura di un banchetto: è il preannuncio della risurrezione. Ricaviamo subito un insegnamento: quando andiamo in preghiera esprimiamo al Signore quello che realmente sentiamo. Non abbiamo bisogno di mettere maschere e proclamare che “tutto va bene, mentre bene non va” (cfr. Ger 6,14). Occorre buttar fuori tutto il male per poi renderci conto che Dio è entrato proprio in questa angoscia. Tanti di noi possono dire che ci sono stati dei momenti terribili nella propria vita e che, tuttavia, hanno incontrato il Signore proprio in quei momenti come Salvatore. Così ha pregato Giacobbe nel suo esilio: «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo» (Gen 28,16). Il Salmo 21, alla fine, diventa una preghiera di ringraziamento.
Così Gesù è entrato nella morte ed è così che è veramente re, il Nazareno, re dei Giudei. Unico trono la croce, luogo nel quale si manifesta la signoria di Dio, realtà che capovolge la nostra immagine di Dio. Dio non è quel personaggio potente che risolve i problemi con le sue magie; Dio è colui che fa un tutt’uno con noi, ci incontra nel nostro male, nel punto più basso dei nostri fallimenti, dei nostri limiti, nel nostro essere incapaci di salvarci da soli. In questo lui è Dio! Nessun altro è così potente da fare comunione con chi è perduto. Nessuno di noi saprebbe diventare una cosa sola col più disgraziato. Lui sì! Egli è colui che trasforma il nostro fallimento in comunione con lui. In virtù dell’incarnazione, possiamo dire che siamo noi pure membra della redenzione. Quando si dice “offrire il nostro dolore” non è una pia pratica, ma riconoscere e la comunione profonda che c’è fra noi e il Signore, per cui completiamo nella nostra carne ciò che manca in noi dei patimenti di Cristo (cfr. Col 1,24). Davvero, Signore Gesù, il tuo amore sorprende, turba, disarma, converte, conquista, abbraccia, fa crescere. Accogli il nostro bacio.

Omelia nella S. Messa in Coena Domini

Pennabilli (RN), Cattedrale, 14 aprile 2022

Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

Con la presenza dei bambini della Prima Comunione

1.
L’altare è il luogo dove Gesù rinnova quello che ha fatto durante l’Ultima Cena.
Nella mitologia antica erano state inventate storie di divinità potenti e capricciose, una storia più fantasiosa dell’altra, ma non è mai venuto in mente che un Dio si facesse pane, come poi farà Gesù, Figlio di Dio, nostro amico e fratello, che, volendo restare sempre accanto a noi, venisse addirittura dentro di noi, facendosi pane per essere mangiato. Una cosa inaudita! Una cosa che non può che suscitare ammirazione e stupore.

2.
L’amore ha questa caratteristica: vuole essere riamato, suscita reciprocità. Nell’amore c’è un andare e un venire, un donare e un ricevere. Gesù ha un amore verso di noi che è avido e liberale, due aggettivi che di solito non si usano (sembrano quasi un’offesa al Signore). Avido, perché è un amore che vuole tutto. Liberale, perché non forza, non obbliga, non costringe. Gesù dona tutto ciò che ha, tutto ciò che è, e vuole da noi tutto quello che siamo, tutto quello che abbiamo.

3.
Quando i cristiani mangiano il pane consacrato, che è Gesù, lui entra fino alle midolla delle loro ossa. Più il loro amore lo lascia fare, più possono gustare il suo amore infinito. Gesù ha una fame immensa, insaziabile; sa che siamo poveri, piccoli, ma non gli importa, non ci fa sconti!
Permettete questa immagine: Gesù ci “cuoce suo pane” per lui: ci prende come siamo, non gli fa paura se siamo, a volte, pieni di vizi, colpe, peccati. Siamo “cotti” dal suo amore, perché lui consuma tutto quello che c’è in noi di non puro, di non giusto, di non bello. Prende la nostra vita per trasformarla nella sua, trasfigura la nostra vita piena di vizi nella sua piena di grazia. Chi ama capisce questo linguaggio.
Si è fatto pane per nutrirci di sé, vuol fare di noi un pane per lui: che unità fra noi e Gesù! A volte ci dimentichiamo di questo, ci facciamo l’abitudine; addirittura, ci può capitare di riceve la Comunione sovrappensiero… Ci accompagni sempre la volontà di essere una cosa sola con lui, come lui vuole essere una cosa sola con noi. Dico questo soprattutto a voi, cari ragazzi, che fra un mese riceverete per la prima volta l’Eucaristia.
Ci sono persone che volano in aereo in Terra Santa – una terra sempre a rischio di conflitti – per andare sui luoghi di Gesù, per prendere un po’ di polvere del santo sepolcro, o l’olio del Golgota, o qualche sasso del lago di Tiberiade, per ricordare i luoghi dove Gesù è vissuto duemila anni fa. Ma nella Messa c’è Gesù in persona!
Nel Cantico dei Cantici, un libro della Bibbia, si racconta di un principe innamorato della sua bella. Una delle canzoni che compongono questo libro comincia con le parole rivolte dalla fidanzata alle guardie della città: «Avete visto l’amore del mio cuore? Ditemi dov’è!» (cfr. Ct 3,3). Parafrasando verrebbe da dire: «A quei tempi non c’era ancora Gesù sulla terra, ora invece, se una creatura che ama Gesù lo va cercando, lo trova sempre nel Santissimo Sacramento dell’Altare».
Insieme a voi faccio questa preghiera: «Amore infinito di Dio, degno di infinito amore! Come ti sei abbassato per trattenerti con noi, per unirti a noi, come ti sei fatto piccolo sotto le specie del pane! Verbo incarnato, sommo nell’umiliazione perché sommo nell’amore. Come posso non amarti con tutte le mie forze sapendo quanto hai fatto per amor mio? Ti amo, antepongo il tuo amore ad ogni altra cosa. Gesù, mio Dio, mio amore, mio tutto. Accendi in me il desiderio di starti vicino, di riceverti dentro di me». Diciamo queste parole a Gesù quando lo riceveremo sacramentalmente o spiritualmente.
Come abbiamo fatto in tutte le Messe, preghiamo per la pace, mettiamoci nei panni dei fratelli che stanno soffrendo così tanto. Quando ci si immedesima nella sofferenza degli altri la preghiera diviene fervorosa. L’amore agli altri ci aiuta a pregare. Così sia.

Omelia nella S. Messa crismale

Pennabilli (RN), Cattedrale, 14 aprile 2022

Is 61,1-3.6.8-9
Sal 88
Ap 1,5-8
Lc 4,16-21

«Fasciculus myrrhae dilectus meus mihi» (Ct 1,13). Sono parole del Cantico dei Cantici che pongo a dedicazione di un piccolo dono che offro a ciascuno dei miei preti e diaconi. Si tratta di una manciata di incenso profumato da ardere nella Veglia pasquale in onore del nostro Sposo e Signore. Un omaggio a lui. Un omaggio che facciamo insieme nella comunione realizzata dalla liturgia. Un omaggio accompagnato dalle nostre voci che si fondono nel canto dell’Exsultet nella Veglia “madre di tutte le veglie” (Sant’Agostino, Sermo 219).

Non è un ripiegamento intimistico considerare l’incanto e il prodigio della nostra vocazione col suo carattere di innamoramento. Come il profeta Amos, ognuno di noi potrebbe dichiarare che è stato chiamato nel modo più impensato e sorprendente: «Non ero profeta, né figlio di profeta; ero un pastore e raccoglitore di sicomori; il Signore mi ha preso di dietro al bestiame e il Signore mi disse: “Va’, profetizza al mio popolo Israele”» (Am 7,14-15). La nostra vocazione è iniziativa sua, un atto d’amore personale, una parola irrevocabile e creatrice. Per ognuno di noi una storia diversa: forse un’esperienza che ha fatto percepire la bellezza della fede, oppure la possibilità di un’umanità realizzata, spesa per gli altri, oppure la gioia di appartenere a Cristo e la spinta a costruire comunità cristiane. O forse, semplicemente, la spinta di motivazioni molto umane, sublimate poi. Fatto sta che abbiamo lasciato tutto per il Tutto.
Abbiamo sicuramente protestato la nostra inadeguatezza, le nostre fragilità, i nostri timori (cfr. Is 6,5). Il Signore ci ha confermato: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza, infatti, si manifesta nella debolezza» (2Cor 12,9). La Chiesa ha accolto la nostra disponibilità attraverso l’imposizione delle mani del vescovo. Abbiamo messo a disposizione intelligenza, cuore, braccia, mani e piedi.
Non dobbiamo dubitare. Tra poco rifaremo ancora le promesse sacerdotali col fervore della prima volta.
«Fasciculus myrrhae dilectus meus mihi» (Ct 1,13). Anche il cuore del prete ha bisogno di sentirsi amato, ha bisogno di tenerezza: queste parole assicurano quella del Signore. Il Signore, questa mattina, rinnova la sua dichiarazione d’amore e di stima per ciascuno. Non c’è altro motivo che questo per andare avanti in questi giorni difficili.

C’è bisogno, con la vicinanza del Signore, di sentire altre vicinanze.
La vicinanza al vescovo. Il vescovo, chiunque egli sia, rimane per ogni presbitero e per ogni Chiesa particolare, un legame che aiuta a discernere la volontà di Dio. Ma anche il vescovo deve mettersi in ascolto della realtà dei suoi presbiteri, dei suoi diaconi e del popolo santo di Dio, che gli sono affidati. Gli sono richiesti umiltà, capacità di ascolto, autocritica e il lasciarsi aiutare (cfr. Papa Francesco).
Ho molto da farmi perdonare. Tuttavia – dirò con san Paolo – «fatemi posto nel vostro cuore» (2Cor 7,2). Vi assicuro che nel mio vi siete già!

A partire dalla comunione sacramentale col vescovo si apre la vicinanza fra i sacerdoti. Le caratteristiche della fraternità sono quelle che san Paolo ci ha lasciato come “mappa” nella Prima Lettera ai Corinti: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4-7).

Impariamo la pazienza, suo contrario è l’indifferenza. Cresciamo nella benevolenza: giovani e anziani, ognuno con le proprie caratteristiche, capaci di gioire del bene che c’è nell’altro, il contrario dell’invidia. Non dobbiamo permettere che si creda che l’amore fraterno sia un’utopia, tanto meno un luogo comune. Tutti sappiamo quanto può essere difficile vivere in comunità o nel presbiterio. Eppure, l’amore fraterno è la grande profezia in questa società. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Consideriamo gli strumenti che abbiamo a disposizione e la creatività suggerita dallo Spirito per crescere nella vicinanza tra noi.
Anche le occasioni istituzionali di incontro vanno rivitalizzate, preparate, curate e partecipate. Ciò che le rende poco significative sono le assenze ingiustificate. Comprensibile, certo, la fatica degli spostamenti e l’attaccamento al proprio particolare con le sue urgenze. Ma talvolta si è assenti per motivi futili: basta poco per esimersi. Danneggia la contrapposizione fra incontri spontanei, a cui si aderisce per affinità o per simpatia e gli incontri più istituzionali. Così viviamo il paradosso di non conoscerci neppure, mentre siamo ingaggiati nella stessa squadra.
La vicinanza al popolo. La relazione con la nostra gente è per ciascuno di noi prima che un dovere, una grazia. «Per comprendere nuovamente l’identità del sacerdozio, oggi è importante vivere in stretto rapporto con la vita reale della gente, accanto ad essa senza nessuna via di fuga. Vicinanza con lo stile del Signore: compassione, tenerezza, come quella del buon samaritano, che riconosce le ferite del suo popolo, la sofferenza vissuta nel silenzio, l’abnegazione e i sacrifici di tanti padri e madri per mandare avanti la famiglia e anche le conseguenze della violenza, della corruzione, dell’indifferenza» (Papa Francesco).
Drammatico nel nostro popolo è lo smarrimento della fede, il distacco della fede dalla vita e l’indifferenza. Tante persone si trovano spaesate e senza speranza nel turbine di questi giorni insanguinati: guerra alle porte, sofferenze inaudite, dolore innocente, bambini e donne violate…
Quando tutto sembra crollare la nostra presenza è motivo di speranza. Dovrà essere comunque una Pasqua piena di luce, perché carica dell’evento che celebra, non un semplice anniversario, un ricordo. La Pasqua è vita nuova che entra in circolo, che ne siamo consapevoli o meno. Lo sente ogni uomo, lo sperimenta nel suo cuore quando ama. Gesù, innocente crocifisso, è risorto ed ha spalancato per tutti una breccia oltre il muro della morte, dell’ignoto, del peccato. Con la risurrezione penetra nella storia, soffia col suo Spirito nelle nostre fragili esistenze, incoraggia cammini di pace, suscita solidarietà, non ammette rese e paure, invita alla sobrietà, perché la vita dell’uomo non dipende dai suoi beni. Il libro della Genesi si chiude con le parole di Giuseppe, il giusto perseguitato: «Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene…» (Gn 50,20). «Un atto di puro amore salva il mondo intero», aveva già scritto san Giovanni della Croce. Molti, in questi giorni difficili, ci stanno provando. Io sto con loro!
Un’esperienza di vicinanza col vescovo, fra i presbiteri e col popolo è il Cammino Sinodale. Si cammina insieme docili allo Spirito. Si offrono esperienze, ispirazioni, propositi e i pastori accoglieranno tutto come un dono, frutto di un lavoro vissuto in spirito di serenità e di libertà. Laici e pastori in dialogo e più vicini: unico Popolo di Dio!
Sin qui è stato un “lavoro orante”: nella preghiera costante allo Spirito Santo abbiamo vivificato il metodo fatto di ascolto, risonanze, raccolta di criticità e… perle. A detta di tutti, possiamo mettere all’attivo l’acquisizione di un metodo partecipativo e di un cammino condiviso.
A questa fase del cammino – detta anche “narrativa” – ne seguirà una successiva di studio e discernimento con l’indicazione di priorità per la vita e la missione della Chiesa. Il cammino continua…

Omelia nella Domenica delle Palme

Pennabilli (RN), Cattedrale, 10 aprile 2022

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Lc 22,14-23,56

  1. Gesù entra nella sua Passione con l’amore

Ecco, è giunta “l’ora” di cui Gesù ha parlato tante volte. È “l’ora” che ha atteso con una mescolanza di terrore e impazienza (cfr. Mc 14,35; Mt 26,45 Gv 2,4; 7,30; 8,20; 13,1; 16,29; 16,32; 17,1). Non l’ha scelta lui, ma è la logica conclusione di tutto quanto ha dovuto accettare per compiere la sua missione. Va incontro alla Passione volentieri? O piuttosto la Passione è qualcosa che gli piomba addosso? Vedi l’esperienza del Getsemani…
La Passione non è una sua scelta. Sua scelta è la volontà del Padre. Volontà che comprende l’accettazione delle scelte degli uomini, comprese quelle ingrate. Gesù va incontro alla sua Passione con questo spirito. Gesù entra nell’ “ora” scelta dagli uomini (le autorità religiose di allora e Giuda) col cuore gravato e l’anima pronta. Vi entra soprattutto con amore: amore per il Padre, amore per i fratelli, uno ad uno, come sono e in quello che fanno. Questo amore perdura e cresce lungo tutte le ore crudeli che la Passione gli riserverà. Gesù continua a soffrire, a pregare, ad amare: qui sta la redenzione!

  1. La teologia dell’ evangelista Luca

Ci accompagna Luca, l’evangelista che ha raccolto accuratamente gli avvenimenti come li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni. Ha fatto ricerche meticolose su ogni circostanza per farne un resoconto ordinato (cfr. Lc 1,1-3) a quel Teofilo – amico di Dio – che ci rappresenta tutti.
Il racconto della Passione del Signore è arrivato attraverso quattro diverse redazioni, sostanzialmente concordi; le differenze confermano la storicità dei fatti. Ciascuno degli evangelisti (Matteo, Marco, Luca, Giovanni) ha tuttavia una propria prospettiva teologica ed una propria originalità di stile. Nella Passione secondo Luca balzano evidenti almeno “dieci particolari”, che solo lui riferisce, in linea col suo Vangelo. Luca è lo scriba mansuetudinis Christi (Dante Alighieri) e i “dieci particolari” costituiscono la sua firma (espediente usato da tanti artisti per le loro opere).
Luca ci ha condotto quest’anno facendoci conoscere l’infanzia di Gesù, la dolcezza di Maria e la premura di Giuseppe. È un Vangelo pervaso dalla gioia dei piccoli, dei poveri, dei peccatori e delle donne attorno a Gesù. È il Vangelo delle parabole della misericordia e della parabola capolavoro “Il figliuol prodigo”. Gesù entra nella Passione come prototipo del martire coraggioso e mansueto che muore pregando e perdonando. Rileggiamo il testo gustando interiormente “i dieci particolari”. 1. Nel Getsemani Gesù soffre fino a sanguinare. Un angelo viene a confortarlo. 2. Durante la cattura compie un estremo tentativo di recupero del traditore. Lo chiama per nome e pronuncia le parole che gli altri evangelisti riferiscono col discorso indiretto. 3. Un discepolo troppo zelante colpisce uno sbirro. Gesù fa per lui l’ultimo miracolo: risana il suo orecchio (l’orecchio destro!). 4. Pietro rinnega tre volte il Signore. La prima volta è una donna a metterlo in crisi (una serva), poi due innominati. Un gallo canta, ma è lo sguardo penetrante di Gesù che lo fa piangere. 5. Gesù è un prigioniero scomodo: viene rimbalzato da un potere all’altro. Pilato per tre volte ne riconosce l’innocenza. 6. Sorpresa: da quel momento Pilato ed Erode, notoriamente avversari, diventano amici! 7. Al seguito di Gesù nel momento supremo della prova ci sono ancora le donne. Luca ne riferisce i lamenti e ci tramanda le parole delicatissime di Gesù per loro. 8. Gesù perdona i suoi carnefici e prega per loro. 9. Scena centrale: da una parte ci sono i capi che deridono il condannato, la soldataglia che ironizza, il malfattore che insulta Gesù; dall’altra il centurione che glorifica Dio per come Gesù muore, la folla che si batte il petto, i discepoli che osservano attoniti; e nel mezzo del racconto il dialogo di Gesù col ladrone che prega: «Ricordati di me…». Gesù risponde: «Oggi sarai con me…». Probabilmente qui è il centro di tutto il Vangelo. 10. Luca riferisce la preghiera di fiducioso abbandono pronunciata da Gesù (Salmo 31, 6) con l’aggiunta originalissima: «Padre», e poi: «Nelle tue mani consegno il mio spirito».

  1. Ai piedi del Crocifisso col “buon ladrone”

Entro sempre più profondamente nel racconto della Passione. Prendetemi con voi, cari amici, ai piedi del Crocifisso. Contempliamo insieme quanto accaduto in quel tragico venerdì, in particolare soffermiamoci su uno dei “particolari”: il dialogo di Gesù con il “buon ladrone”. Consideriamo il testo sotto un triplice profilo.

Sotto il profilo letterario il testo è vivacissimo e armoniosamente costruito. Come abbiamo visto, Luca presenta anzitutto un trittico di persone che insultano Gesù: i capi del popolo (v.35), i soldati (vv. 36-37), uno dei malfattori crocifisso (v.39). Segue poi un trittico di persone penitenti: il centurione (v.47), la gente (v.48), gli amici (v.49). Al centro, in piena evidenza, il dialogo di Gesù col malfattore pentito e la morte (vv.36-37). È su questo “pannello” centrale che dovrà focalizzarsi la nostra attenzione.

Sotto il profilo storico si ha la piena vittoria di Caifa e del sinedrio che riescono a consumare il loro complotto contro un innocente. Il sinedrio ha condannato a morte Gesù per bestemmia contro la dignità del Messia, il cuore stesso della religione giudaica. Questa attendeva un Messia che si legittimasse in tutta la sua potenza e il suo splendore. Ora, un Messia prigioniero, abbandonato dagli amici, ridotto all’impotenza, non poteva essere altro che un empio che scherniva la dignità del Messia, la grande promessa di Dio ad Israele. Il sinedrio, però, non aveva il diritto di eseguire condanne a morte, questa era competenza assoluta della prefettura romana che giudicava secondo il diritto romano. Ma qui entra in gioco la scaltrezza di Caifa: riformula l’accusa religiosa ebraica (bestemmia contro il Messia) in termini politici (si è fatto “re dei giudei”). Dunque, Gesù dev’essere condannato per alto tradimento nei confronti di Roma. Ai piedi della croce si intrecciano i due capi d’accusa: insulti al presunto Messia e insulti al re per burla! Che “potere” può rivendicare uno sconfitto che sta per morire sull’infamante patibolo della croce, fra due malviventi, che non sa neppure fare un prodigio a beneficio di se stesso?

Sotto il profilo teologico osserviamo che il “buon ladrone”, nel disegno teologico di Luca, diventa il tipo del vero credente. È rappresentante degli amici con cui Gesù stava più volentieri, perché più aperti alla sua parola di salvezza (la donna silenziosa Lc 7,36ss; i piccoli Lc 10,21-22; Marta e Maria Lc 10,38ss; i peccatori che ascoltano Lc 15, 1ss; Zaccheo Lc 19,1ss; ecc.).
Il “buon ladrone” constata l’innocenza di Gesù per puro dono di fede, “legge” nello scacco della croce l’intronizzazione regale del Messia e, con preghiera umile, chiede a Gesù di ricordarsi di lui allorché ritornerà nella sua regalità, in tutto lo splendore e la potenza (domanda simile a quella della madre di Giacomo e Giovanni, cfr. Mt 20,20). C’è tanta fede nel ladrone, ma Gesù lo aiuterà a fare un passo ulteriore: comprendere che “il paradiso” non è come quello di cui ha sentito parlare. «Oggi sarai con me»: questo è il paradiso: essere con Gesù!
Aggiungo un dettaglio – non per erudizione – ma per andare ancor più in profondità: la preposizione semplice “con” nella lingua in cui è scritto il Vangelo può essere detta mediante due preposizioni diverse. Luca sceglie la preposizione che ha una sfumatura più dinamica: “per” me! Ad indicare una relazione, non una semplice “compagnia”, quasi una compenetrazione. Quel ladrone è il primo che entra in paradiso. Paradiso: essere “con” ed essere “per” Gesù.

Omelia nella S.Messa di Insediamento degli Ecc.mi Capitani Reggenti

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 1° aprile 2022
 

Gn 18,22-32
Sal 120 [119]
Lc 6,27-36

«Me infelice: abito straniero in Mosoch, dimoro fra le tende di Cedar!
Troppo io ho dimorato con chi detesta la pace.
Io sono per la pace, ma quando ne parlo essi vogliono la guerra» (Sal 120 [119],5-7).

In questi giorni qualcuno sussurra: non ci resta che pregare! Ma c’è preghiera e preghiera…
Abramo davanti alla città di Sodoma, violenta e corrotta, prega così: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere?». La risposta di Dio: «Se a Sodoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città».
Eccellenze, Signore e Signori, avete inteso come la preghiera di Abramo sia tenace e sommessamente insistente. Persino impertinente. Quasi un braccio di ferro con Dio, un continuo tentativo di innalzare l’asticella della misericordia di Dio. Avrete notato l’avverbio ripetuto sei volte: “forse”. Quel “forse” apre una fessura di speranza sull’enigma del male che insidia la storia umana. La preghiera di Abramo è l’apertura coraggiosa della fede. In quel “forse” c’è tutta la fiducia di Abramo credente e tutta l’audacia di Abramo amico di Dio. In lui la preghiera si è fatta intercessione, un “andare e venire” tra l’umana avventura, caratterizzata dalla libertà, e Dio datore di quella libertà. L’orante è un lottatore: «Spem contra spem» (Rom 4,18).

La preghiera non è evasione dalla realtà, né fuga irresponsabile o ricerca intimistica di un nido rassicurante. La preghiera è saper stare al cuore stesso della disperazione, certi che Dio è presente, coinvolto nel dramma dell’umanità: non salva dal dolore, ma nel dolore!
Papa Francesco ci sta insegnando come la preghiera abbia un posto fondamentale nel cammino verso la fraternità. Con la preghiera si partecipa, ci si immerge fino a sentire proprio il dramma dei fratelli.

In questo passaggio sconvolgente della storia, che fare? Aggiungere odio all’odio? Vendicarsi? Aspettare miracolisticamente che Dio intervenga? C’è un’altra via: la via della responsabilità, altro nome della conversione: ritornare sui propri passi. «Se non vi convertirete – dice Gesù Cristo – perirete tutti allo stesso modo». Traduco con queste parole: «Quando senti una campana suonare a morto non domandarti per chi suona: suona per te!» (H. Hemingway). Quelle di Gesù non sono parole di condanna, ma un accorato appello alla conversione. Nel Vangelo secondo Giovanni Gesù dice: «Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno, lo vide e se ne rallegrò» (Gv 8,56). È con Gesù Cristo, il “grande Martire”, che l’umanità è salvata dalle sue ingiustizie. Il “forse” di Abramo, reinterpretato alla luce della vicenda di Gesù, diventa “certezza”: egli «ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef 2,14). Il perdono annulla il nemico!
La fede cristiana contempla – soprattutto in questi giorni – l’amore del Signore Gesù, spinto sino alla follia che offre la sua vita per la vita del mondo.
È in questo contesto evangelico che dobbiamo interrogarci sulle nostre responsabilità nella ricerca attiva della pace.
Abbiamo provato, insieme allo sconcerto per questa guerra vicina e inattesa, un senso di impotenza. Molti di noi, comuni mortali, si sono chiesti che cosa potessero fare. Informazione, confronto, preghiera, solidarietà…
Abbiamo moltiplicato gesti quotidiani di bontà dentro le normali relazioni: fare la pace a partire dal prossimo più prossimo, essere artigiani della pace all’interno dei nostri ambienti con la cura dei rapporti, essere pace come persone accoglienti e positive. Tutto sommato una prospettiva che resta nel privato o nella cerchia delle proprie relazioni, ma col rammarico di non poter incidere sulle decisioni. Tuttavia, se ognuno facesse la propria parte creeremmo un sociale di pace. Agli occhi dei giovani la grande sconfitta sembra essere la politica. Questo genera sfiducia e chiusura.
Un caro amico ha recentemente pubblicato un volumetto dal titolo provocatorio: «In principio erano fratelli» (Luigi Maria Epicoco). Che ci siano state guerre e conflitti dall’inizio dell’umanità e lungo tutta la storia non smentisce la vocazione universale alla pace. Il dialogo, la cultura, la scienza, l’arte sono grandi risorse insieme alla diplomazia, arte del superare il conflitto. È proprio vero: la guerra ti trova dove sei, dove hai costruito o non hai costruito.
Nel brano evangelico appena proclamato si apre con una raccomandazione vibrante e personale: «A voi che ascoltate io dico…». Seguono otto modulazioni del verbo amare, le prime quattro coniugate con il “voi”: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male; altre quattro sono rivolte col  “tu”, come se Gesù guardasse negli occhi ciascuno di noi: «A chi ti percuote sulla guancia offri anche l’altra, a chi ti strappa il mantello non rifiutare la tunica (cioè dai tutto), dà a chiunque ti chiede e a chi prende le cose tue non chiederle indietro».
Pagina da leggere non in prospettiva moralistica (chi potrebbe metterle in pratica?), ma come “pagina di rivelazione”; sono parole che ci collocano nella logica e nella vita stessa di Gesù: Dio è papà, l’altro è mio fratello!
Preghiamo. La preghiera rafforzi la volontà di pace e ci renda perseveranti in questo cammino di pace.

Omelia nella IV domenica di Quaresima

Mercatino Conca (PU), 27 marzo 2022

Gs 5,9-12
Sal 33
2Cor 5,17-21

1.
Alcune premesse. La prima: leggiamo questo brano del Vangelo come fosse la prima volta. Invochiamo lo Spirito Santo perché ci apra alla meraviglia, allo stupore, alla contemplazione. Un’altra premessa necessaria: consideriamo il titolo della parabola. Ho trovato almeno sei titoli diversi: la parabola del figlioul prodigo (il titolo più comune), la parabola del figlio perduto, la parabola del figlio ritrovato, la parabola dei due figli… Quello che mi piace di più è “la parabola del padre misericordioso”, ma sarebbe più completo dire “la parabola del padre e dei due figli”, perché dà ragione all’insieme narrativo ed inizia proprio così: «Un uomo aveva due figli…».
Vedremo che ci sono due modi diversi di relazionarsi con il padre. Altra premessa: interessante è ciò che precede il racconto della parabola, quando Luca sottolinea: «Poiché molti peccatori, pubblicani, andavano da Gesù, allora lui raccontò questa parabola…». È bello vedere che da Gesù andavano queste persone: come vorrei – parlo a nome di tanti miei fratelli sacerdoti – che anche le persone apparentemente più “lontane” fossero attratte da noi e dalle nostre comunità.
In questa parabola echeggiano sicuramente le parole stesse di Gesù; lo si deduce dalle espressioni tipicamente aramaiche. La stesura è di Luca, è coerente con la sua teologia, ma rivela tutto il modo di essere di Gesù, che avvicina i peccatori, sta con loro, li accoglie, offre perdono e che, per questo, viene criticato. Si può dire che la parabola costituisca il cuore della teologia lucana: amore eccedente del Padre, amore smisuratamente misericordioso verso di noi peccatori e grazia… all’ultimo minuto! (cfr. Lc 23,42-43).

2.
Ci vengono domande prima di addentrarci nei particolari. Prima di tutto, come mai questo padre lascia partire un figlio all’arrembaggio? Perché lo accoglie senza essere sicuro del suo pentimento? Perché lo festeggia se non lo merita? Molti si trovano in difficoltà su questa parabola e pensano: «Non è giusto! Non sono d’accordo!». Le parabole sono state scritte appositamente per far scattare nel lettore un’impennata, un contrasto, una presa di posizione, una meraviglia… La parabola è un genere letterario, didattico, per suscitare domande.

3.
Andiamo ora ad incontrare il fratello minore che, ad un certo punto, ha voluto la parte di eredità che gli spettava ed è partito per un territorio lontanissimo. L’eredità si dà alla fine della vita: per il figlio minore il padre è, in un certo qual modo, cancellato. Nella Palestina ai tempi di Gesù c’erano circa 500 mila abitanti, mentre 4 milioni di ebrei si trovavano fuori. La parabola si collega perfettamente all’ambiente palestinese del tempo di Gesù.

4.
Il figlio più giovane è finito “custode ai maiali”. Si tratta di un dettaglio importante nella parabola: per gli ebrei il maiale è un animale impuro. È evidente che il figlio minore è emigrato, è andato in un posto lontano, fuori dal territorio di Israele perché qui i maiali erano banditi. Aveva trovato un ripiego, ma si ritrova con la sua disillusione. Era partito per cercare la felicità e pensava di trovarla, di gustarla fino in fondo, ma si è accorto che il fondo era vuoto e si è trovato solo. Vorrebbe nutrirsi delle carrube che mangiano i maiali, ma nessuno gliene dà. Il testo dice crudamente: «Voleva riempirsi la pancia delle carrube che mangiavano i maiali». Ma come dice un proverbio rabbinico: «Quando uno mangia carrube, incomincia la conversione». Ebbene, ad un certo punto, quel figlio “prodigo”, cioè spendaccione (che non ha badato a spese quando si è divertito, confondendo la gioia con il divertimento) rientra in se stesso, comincia a considerare la sua situazione e gli viene il desiderio di tornare a casa. Ma non è ancora conversione! Ha mangiato le carrube, che sono il principio della conversione, ma ancora non è convertito, perché lui ha fame e cerca pane; è servo, ma vorrebbe almeno ricevere il trattamento che hanno i servi di suo padre e allora decide di ritornare. In cuor suo prepara il discorso per il ritorno a casa: «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, so che non ho nessun diritto, se mi vuoi riprendere mettimi tra i tuoi servi». E con questi pensieri si incammina verso casa.

5.
La scena si sposta sulla fattoria dove quel padre ha organizzato un’azienda formidabile. Il figlio maggiore è ancora al lavoro nei campi, ma quando torna a casa sente la musica, le danze, la festa, e si chiede che cosa sia accaduto. Quando impara che è tornato il figlio minore, scapestrato, che se n’era voluto andare per i fatti suoi, che si è speso tutta la sua parte di eredità, si rifiuta di entrare. Non è d’accordo. Non riesce ad entrare nella logica del padre. Rimane fermo, bloccato. Il padre deve uscire, lo deve pregare: «Figlio, tutto ciò che è mio è tuo e anche questo fratello consideralo tuo, mettiti con me ad accoglierlo». Il figlio maggiore non aderisce a quell’invito, anzi protesta. Ciò smaschera com’è il suo rapporto con il padre, un rapporto non da figlio, ma da servo: «Ti ho servito per tanti anni, sono stato sempre fedele, non mi sono mai preso tempo per me, non mi hai mai dato nemmeno un capretto per far festa con i miei amici». «E tuo figlio – da notare che non dice “mio fratello” – che ha consumato tutto gozzovigliando e divertendosi… Non è giusto!». Anche noi restiamo, talvolta, nell’atteggiamento del figlio maggiore. Un certo modo di essere cristiani è più distante dallo Spirito di Gesù di quanto lo sia lo spirito di quelli che noi chiamiamo “i lontani”.

6.
Il padre viene rappresentato come un signore entusiasta, vivace, persino giovanile: «Su, presto, facciamo festa» (cfr. v. 23). Da notare come il termine gioia con i suoi derivati appaia per ben nove volte! Il padre organizza una festa con tanta musica, dove si balla e c’è un buon menù; soprattutto lo troviamo “sbilanciato”, totalmente rivolto verso i suoi figli, addirittura li prega. Accoglie il figlio minore, lo fa sentire atteso. L’aveva visto da lontano, evidentemente lo “covava” dentro di lui; gli corre incontro, quando è vicino lo abbraccia, lo bacia, quindi abbandona la sua compostezza orientale e non lascia al figlio recitare le sue scuse; subito lo introduce nella casa e gli fa una triplice consegna: gli dà “il vestito di prima” oppure “il vestito più bello” (si può tradurre nell’uno o nell’altro modo: qui il vestito è simbolo della sua dignità); gli mette l’anello al dito con il sigillo per reintrodurlo nei diritti che aveva perso, secondo i codici di allora; gli mette i sandali ai piedi, perché non deve considerarsi servo, ma figlio (i servi erano scalzi).  Ci piace immensamente questo padre, anche per come parla col figlio maggiore: «Tutto quello che è ho è tuo, vai incontro a questo tuo fratello».
Qualcuno si è chiesto come mai in questa casa non ci sono donne, non c’è l’elemento femminile. La risposta l’ha data Giovanni Paolo II che vede nel verbo che descrive la commozione del padre il movimento tipico delle viscere materne (cfr. Giovanni Paolo II, Dives in misericordia, nota 52).
Se ci fosse stata una donna, una mamma, nella parabola forse quei due figli avrebbero avuto relazioni diverse, ma è proprio nel padre che dobbiamo vedere questo elemento materno (cfr. Is 49,14-15).
La conclusione è che l’autentica esperienza cristiana consiste nel sentirsi amati. È quello che auguro a ciascuno, in prossimità della Pasqua.

Omelia nella S. Messa con la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria della Russia e dell’Ucraina

Pennabilli (RN), Cattedrale, 25 marzo 2022

Is 7,10-14; 8,10
Sal 39
Eb 10,4-10
Lc 1,26-38

Ho ricevuto tempo fa questo messaggio: «Buonasera Eccellenza, sono un parrocchiano di Vicomero. Chiedo, insieme ad alcune persone di Parma, di inviare a Papa Francesco il seguente comunicato: “Oggetto: guerra in Ucraina. Chiediamo al Santo Padre di scomunicare chi vuole la guerra in Ucraina e uccide anche bambini, come Erode”. Ringrazio e porgo distinti saluti», 11 marzo 2022. Di fronte a tale messaggio sono rimasto perplesso, senza parole. Di lì a poco, il Santo Padre, Papa Francesco, lancia tutta la Chiesa in una grande e coraggiosa preghiera di consacrazione della Russia e dell’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria.
La guerra è situazione che tocca tutti, non solo i paesi coinvolti. A quanto sappiamo, si tratta di un paese che invade prepotentemente e ingiustamente un altro e l’invaso fa resistenza con tutte le forze e tutte le armi possibili. Argomento scivoloso: comunque se ne parli si rischia di fare qualche sbaglio…
Mi soffermo sul contrasto, forse è soltanto un dettaglio in questa tragedia immane: da una parte un gruppo di cristiani che chiedono la scomunica e dall’altra il Papa che risponde con l’invito ad un atto di consacrazione e di affidamento per l’uno e per l’altro paese.
In questi giorni si sono sentite parole durissime contro il popolo russo, eppure questo è un grande popolo: un popolo che abita un territorio immenso, di steppe sterminate, con una decina di fusi orari che lo abbracciano; un popolo che ha accolto il cristianesimo da mille anni ed ha avuto e ha grandi santi, grandi maestri spirituali; un popolo che ha molto sofferto lungo i secoli, subendo il totalitarismo e la persecuzione comunista, “un’idea cristiana impazzita”, direbbe don Luigi Giussani; un popolo che ha donato all’umanità grandi artisti, poeti, scienziati.
Chi voleva proporre al Papa la scomunica pensava, in verità, non tanto al popolo russo, ma a chi vuole la guerra e uccide anche i bambini, come Erode.
Il Papa guarda questa guerra come Abramo che, davanti alle due città inique, Sodoma e Gomorra, prega: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?». «Lungi da te – continua il testo biblico – il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lungi da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutta la città». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne trovo quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti».  Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola; forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (Gn 18,23-32). Dentro una storia di dilagante ambiguità, perfino di cruda empietà, la voce sommessa e tenace della preghiera di Abramo apre una fessura carica di futuro sull’enigma del male che insidia la storia umana. “Forse”: l’intercessione di Abramo è l’apertura della fede. Per ben sei volte Abramo adopera l’antifona “forse” e in quel “forse” c’è tutta la fiducia di Abramo credente, ma anche tutta l’audacia di Abramo amico di Dio. In quel “forse” di Abramo, nella tenacia della sua insistente intercessione c’è il sorriso di chi vede il giorno di Gesù, il solo giusto, grazie al quale l’umanità è salvata dalle sue ingiustizie. Ricordate il Vangelo di Giovanni: «Abramo vostro padre esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò» (Gv 8,56). Quel “forse”, reinterpretato alla luce di Gesù, diventa “certezza”: Gesù “Principe della pace”, «colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef 2,14).
Papa Francesco ci sta insegnando che il ruolo fondamentale del camminare verso l’unità fraterna lo esplica la preghiera. Stiamo vivendo un passaggio della storia sconvolgente, frutto di violenza e catene di crudele ingiustizia. Di fronte a tanto male che fare? Odiare, vendicarsi, aspettare miracolosamente che Dio intervenga? C’è un’altra via: la via della responsabilità umana per il male che c’è nel mondo. E responsabilità chiede conversione: conversione è l’altro nome della responsabilità. Del resto, è il tema della meditazione di domenica scorsa, III domenica di Quaresima: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,3). Noi avevamo sintetizzato così: «Quando senti una campana suonare a morto, non domandarti per chi suona: suona per te». Appello personale alla conversione.
La preghiera è essenzialmente intercessione. Intercedere vuol dire “camminare in mezzo”, tra l’umana avventura, caratterizzata dalla libertà, e Dio. Nella preghiera di intercessione sono inseparabilmente congiunti Dio e l’orante, spalla a spalla. Come Mosè sul monte, a braccia alzate, preghiamo per la vittoria del bene, la realizzazione del progetto che Dio ci ha affidato (cfr. Es 17,8-16).
La prima ad interpretare questo ruolo di intercessione è la Madre di Dio, madre dell’umanità, colei che è sorella e madre. Lei, per divino disegno, è collocata fra l’umanità e Dio: intercede. A lei consegniamo la nostra preghiera. Certo, l’unico mediatore fra Dio e gli uomini è Gesù Cristo (cfr. 1Tm 2,5), ma a lei è stato affidato il ministero materno di intercessione. Pregheremo, al termine della celebrazione in questa giornata dell’Annunciazione, l’atto di consacrazione per la Russia e l’Ucraina, ma nel contempo vogliamo consacrare tutta l’umanità, noi stessi. Figli, con la Madre, per i fratelli!
Una piccola precisazione conclusiva. Cosa si intende con la parola consacrazione? Per noi impossibile non fare riferimento al Battesimo: il sacramento che unisce per sempre a Cristo, che rende il cristiano figlio di Dio, dimora dello Spirito Santo e che infonde in ciascuno che lo riceve la grazia santificante. Ogni altra forma di consacrazione non è che un’esplicitazione di questo. Consacrarsi a Maria significa anzitutto affidarsi, riconoscere il rapporto filiale con lei e chiedere con fiducia aiuto e protezione. Consacrarsi a Maria vuol dire rendere esplicito il desiderio dell’imitazione: imitare Maria dal suo “fiat” nell’Annunciazione al suo stare ritta sotto la croce. Consacrarsi a Maria esprime la volontà di appartenere a lei; un’appartenenza che si manifesta attraverso la conversione del cuore. Il “sì” scaturito dal Cuore Immacolato di Maria aprì le porte della storia al principe della pace. Confidiamo che ancora, per mezzo del suo cuore, la pace alla fine vincerà.

Omelia per il Venerdì Bello

Pennabilli (RN), Santuario B.V. delle Grazie, 18 marzo 2022

Prv 8,22-31
Sal 44
Ef 1,3-6.11-12
Lc 1,26-38

Maria, siamo ai tuoi piedi: siamo venuti in pellegrinaggio al tuo Santuario per chiedere la tua intercessione per la pace e per la salute di tante persone. In questo momento sacerdotale anticipiamo l’atto di consacrazione che rinnoveremo come Diocesi il 25 marzo in unità con tutta la Chiesa.

Nel 2006 fra’ Ermes Ronchi dei Servi di Maria ha scritto un bel libro intitolato “Le case di Maria”. Un libro da raccomandare soprattutto alle famiglie e ai gruppi-famiglia.
Ho preso spunto dal titolo per offrire questa meditazione, convinto – non è un’immaginazione – che ciascuno di noi è quel Gesù che Maria fa crescere a Nazaret, che Maria vuole forgiare nel Cenacolo, al quale Maria, accolta dall’apostolo Giovanni, dona una particolare familiarità ad Efeso.
Nazaret, Cenacolo, Efeso!

  1. Nazaret: entriamo!

Siamo immediatamente accolti in una comunità di vergini che, con le loro relazioni, moltiplicano l’amore. Ecco, allora, le premure, la custodia, il servizio di Giuseppe; ecco la disponibilità di Maria a cedere il suo grembo perché il Verbo si faccia carne; ecco Maria che offre la sua maternità per nutrire di sé il bambino Gesù, lo fa crescere, gli dà il suo stesso profilo («tutto sua madre»!).
Maria e Giuseppe, come caldo e luminosissimo arco voltaico, avvolgono Gesù insieme, come coppia: ci sono due annunciazioni, perché Dio vuole il “sì” di Giuseppe e il “sì” di Maria: il “sì” della coppia.
«Non è bene che l’uomo sia solo», è questo che Maria e Giuseppe insegnano a Gesù con la loro testimonianza: la famiglia è benedetta e voluta dal Creatore. «Dal principio…» fu data la grazia per realizzare questo progetto divino. Gesù fa famiglia con i genitori sposi. L’uomo e la donna con le loro caratteristiche coessenziali e complementari costituiscono lo spazio vitale nel quale cresce Gesù. L’episodio dello smarrimento di Gesù al Tempio non smentisce l’esperienza famigliare di Gesù, altro è il significato teologico dell’episodio.
Quel ragazzo dodicenne, a differenza del giovane Samuele (cfr. 1Sam 3), non resta al Tempio. Neppure un giorno di Seminario; il suo Seminario è la casa di Nazaret, con le relazioni che vi crescono attorno. Ci saranno trent’anni di vita nazaretana per Gesù!

Maria e Giuseppe testimoniano a Gesù adolescente il senso profondo della castità nell’amore e della sessualità vissuta in pienezza: per loro Dio è il tutto! Dio riempie il loro cuore, e il cuore, si sa, è il cuore e non palpita senza amore. Maria e Giuseppe appartengono alla corrente spirituale degli anawim, i poveri di Jahvè: i piccoli e i semplici di cui Gesù canterà la beatitudine (cfr. Mt 11,25-27; Mc 3,31-35), i poveri che si lasciano condurre dal volere di Dio.
Una considerazione pratica: oggi più che mai il prete deve crescere in questa atmosfera familiare e spirituale. La sua solitudine – per amore, d’amore – deve costantemente aprirsi alla relazione. Deve imparare a lasciarsi ridimensionare, quando è necessario anche correggere. Quando si è in relazione si fa spazio all’altro, ci si mette in ascolto, ci si dedica, si rinuncia al proprio punto di vista, al proprio puntiglio. È un presupposto indispensabile, questo, per far crescere attorno a sé collaboratori e far sbocciare la parrocchia “famiglia”.
Come sarebbe bello potessero formarsi comunità presbiterali: fosse anche soltanto per ragioni di ménage, meglio ancora per una nuova pastorale e – perché no? – in prospettiva carismatica: «Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20): veri e propri focolari sacerdotali.
Talvolta Nazaret viene dipinta come ideale di vita umile e nascosta, la casa delle virtù (ricordate la meditazione di san Paolo VI quando andò a Nazaret nel 1964). C’è di più: a Nazaret risplende la verità dell’Incarnazione. Nazaret, dove Gesù sta con Maria e Giuseppe, è già missione redentrice in atto. Nazaret proclama, con un silenzio assordante, che il Regno di Dio è presente. Se si togliesse Nazaret dai Vangeli l’enfasi della rivelazione sarebbe tutta e solo sui gesti miracolosi e sui grandi discorsi. Perderemmo parole di Gesù su famiglia, lavoro e relazioni.
Una lezione per il nostro attivismo: tutto il mondo attende il Messia e lui che fa? Scende a Nazaret e vi resta per trent’anni, «subditus illis»!
Lascio a ciascuno la considerazione sullo sviluppo armonico della nostra umanità, di cui Nazaret potrebbe diventare la cifra. Ho più volte constatato come una vita equilibrata, in salute fisica e spirituale, possa rispecchiarsi anche nelle nostre case canoniche.

  1. Il Cenacolo

Il Cenacolo non è propriamente una “casa di Maria”; è un luogo di passaggio, anzi: trampolino di lancio. Tuttavia, la presenza di Maria, insieme con le altre donne, la rende “casa” (cfr. At 1,14). Il presbitero ha familiarità col Cenacolo: vi entra e vi dimora, vi fa, anzitutto, l’esperienza forte della preghiera.
Diciamo tante preghiere, da soli e insieme ad altri fratelli e sorelle, ma da Maria apprendiamo la preghiera che è indispensabile ascolto e poi, dopo l’ascolto, del generoso “fiat”.
Di solito consideriamo il Cenacolo come il luogo della grande manifestazione dello Spirito Santo. «Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa […]. Apparvero loro lingue di fuoco […] ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare…» (cfr. At 2,1-4). Maria era presente, ma è già esperta dell’azione dello Spirito fin dal momento del concepimento verginale. Lo Spirito l’ha santificata. In lei l’Ospite divino ha effuso i suoi doni e la sua fragranza. L’ha resa gravida di Gesù, miracolosamente. In un certo modo Maria è presente al formarsi e al nascere della Chiesa. La tiene, per così dire, a Battesimo.
Nell’Annunciazione e nel canto del Magnificat Maria anticipa l’esperienza della Pentecoste: la nube che l’avvolse, lo Spirito che la possiede e le fa compiere grandi cose, la franchezza e la parresia del suo canto, in cui abbraccia, con uno sguardo semplice ed intero, tutto il mistero, “historia salutis”.
Il presbitero è a suo agio nel Cenacolo, lo conduce Maria, la Vergine delle grazie: lì ha ricevuto la consacrazione, per l’imposizione delle mani.
Come è apparso il nostro desiderio di “fare il prete”? Ognuno sa… Grandi desideri sono balenati all’orizzonte dei cuori. Forse da un’esperienza che ha fatto percepire la bellezza della fede, forse da un’esperienza che ha fatto scoprire la gioia di appartenere a Cristo, che ha fatto intuire la possibilità di una umanità realizzata nel dono di sé agli altri e nella costruzione di una comunità cristiana. “Fare il parroco”: parola molto suggestiva per tanti di noi!
Qualche volta, tuttavia, i timori sono stati più forti dei desideri. Non mancano segnali di vite presbiterali lamentose, insoddisfatte e talvolta persino incoerenti. Fanno soffrire la sensazione di spendersi, in fondo, per delle strutture, la constatazione di come la pastorale tradizionale non tenga più, le sorprese del tempo che scorre veloce comprimendo preghiera e riposo. Giusti timori che pongono interrogativi e persino dubbi sulla qualità del proprio celibato e sulle relazioni superficiali e funzionali nella comunità.
Qualche decennio fa la crisi assumeva il carattere eclatante della nave a sirene spiegate, con il clamore dei media. Oggi la crisi assomiglia alla navigazione nascosta del sommergibile sott’acqua! Non si vede…
Ma la crisi è una parola che può indicare qualcosa di positivo, una presa di coscienza, voglia di cambiamento, superamento di ostacoli.
Oggi Maria ci invita a ripartire dal Cenacolo, a ritrovare lei e la compagnia di coloro che lo abitano: gli apostoli, i discepoli e le donne, ma soprattutto Lui, lo Spirito Creatore, Avvocato e Maestro (oggi diremmo “alleato” e “insegnante di sostegno”), e poi le porte spalancate sulla città degli uomini.
Nel Cenacolo gustiamo «quanto è bello che i fratelli vivano insieme», siamo ricondotti al mistero della Pasqua. È la sala grande e addobbata al piano superiore, in cui si gusta l’Eucaristia, in cui si fa memoria della lavanda dei piedi e dell’istituzione del ministero presbiterale. Nel Cenacolo Gesù ha pronunciato i discorsi di addio, ha rivolto al Padre la preghiera sacerdotale ed ha consegnato il comandamento nuovo, suo testamento.
Nel Cenacolo, apparendo a porte chiuse, supera le titubanze di Tommaso e inaugura la missione con i suoi stessi poteri per la remissione dei peccati: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Gv 20,21).
Se paragoniamo la nostra vita presbiterale al battito del cuore, il Cenacolo rappresenta il primo movimento di raccolta, la missione fuori dal Cenacolo il secondo. Il sangue viene richiamato – per così dire – al suo centro e poi inviato ad irrorare ogni parte del corpo: momenti diversi e successivi, ma inseparabili in un organismo vivo.
Maria ci insegna l’omogeneità tra lo stare con Gesù e l’andare tra gli uomini.

  1. Efeso

Tutto è cominciato quel Venerdì Santo ai piedi della croce: «Gesù, vedendo la madre e lì accanto il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,26-27).
Un’imponente tradizione ci conferma che Giovanni prese con sé la Madre di Gesù, prima a Gerusalemme poi a Efeso, la città dell’Asia Minore a cui Paolo indirizzò una delle sue Lettere. Maria accanto al presbitero apostolo, fa famiglia con lui.
Prendiamo Maria nella nostra casa. Non è solo devozione, ma è la prossimità che arricchisce il presbitero della dimensione mariana. Ciò che fa di Maria “Maria” ci è donato. La prima espressione di tale dimensione è quella materna: essere accanto, far crescere, ascoltare con empatia, dare nutrimento, dare vita e dare la vita e scomparire in punta di piedi quando è ora. Essere mariani, in concreto: imparare a ricollocarsi nella trama delle relazioni ecclesiali: fratello tra fratelli e sorelle, a scendere dal piedistallo che a volte ci allontana (presi tra gli uomini per essere costituiti per le cose che riguardano Dio, ma non “uomini del sacro”), a vivere il ministero come servizio (a servizio del sacerdozio regale) sul modello della lavanda dei piedi raccontataci da Giovanni (cfr. Gv 13,1-17), ad integrare gli atti del ministero nella vita spirituale, dentro non dopo! Davvero l’esercizio mariano del ministero plasma la vita spirituale del prete. Il Concilio Vaticano II ci insegna che il ministero non solo esige la santità, ma la favorisce; il modello non è di per sé quello del prete-monaco, ma del prete-pastore; insegna al presbitero l’inserimento nella comunità cristiana e non sopra (cfr. Papa Francesco, “pastori con l’odore delle pecore”, “pastore, non pecoraio”). Al prete è affidata la più autorevole delle parole di Gesù: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue», ma sono parole che contemplano il timbro corale della comunità, l’Amen. No all’individualismo, ma sempre più in comunione col presbiterio e col vescovo. Triplice il munus – Maria accanto all’apostolo ce lo ricorda –, non sono quello cultuale, ma egualmente quello profetico e quello missionario.
Nazaret, la cura dei rapporti. Il Cenacolo: le ritrovate ragioni della missione. Efeso: il sacerdozio formato mariano. Questo il Signore ci doni per intercessione della Vergine delle Grazie. Così sia.

Omelia nella II domenica di Quaresima

Uffogliano (RN), 12 marzo 2022

10° Anniversario della morte di don Agostino Gasperoni

Gen 15,5-12.17-18
Sal 26
Fil 3,17- 4,1
Lc 9,28-36

Questa sera ricordiamo con affetto e gratitudine il caro don Agostino nel decimo anniversario della sua morte. Portiamo nel cuore, come un testamento, il suo grande desiderio di farci amare le Sacre Scritture. Ci ha insegnato a pensare alla Parola di Dio come qualcosa con cui familiarizzare, perché non è riservata a specialisti, ma è per tutti.
Con questo spirito meditiamo la pagina evangelica di questa seconda domenica di Quaresima.
Il Vangelo della Trasfigurazione – lo dico quasi con uno slogan, ma contiene una verità profonda – è una parola che viene dal futuro, nel senso che ciò che accade sul monte Tabor è un’anticipazione di quella che sarà la “gloria” di Gesù. Gesù ne aveva bisogno, perché siamo nel punto centrale del Vangelo ed è un momento di svolta, di crisi. Le città del lago, la Galilea, non accolgono il suo messaggio e c’è ostilità nei suoi confronti. Gesù prova un momento di perplessità: proseguire il cammino o dire «cari amici, mi sono sbagliato»? Per questo Gesù sente il bisogno della preghiera, di mettersi in ascolto delle Scritture (stare con Mosè ed Elia) e fare discernimento.
Il racconto della Trasfigurazione si trova tra due preannunci della Passione. Gesù aveva ben chiaro qual era il suo cammino. Ed ecco che Gesù viene confortato, sente il Padre vicino a lui, con la conferma di essere nella volontà salvifica del Padre.
La Trasfigurazione è anche un avvenimento necessario ai discepoli, perché devono prepararsi a quello che vivranno a Gerusalemme: la cattura, il processo, la condanna e poi la crocifissione di Gesù. Questa è l’interpretazione che si dà solitamente dell’evento della Trasfigurazione.
Mi soffermo sul fatto che è proprio mentre Gesù è in questa crisi, in questa svolta problematica della sua vita, che accade la Trasfigurazione. È anticipazione e conforto per quello che accadrà: dopo la Passione ci sarà la Risurrezione, ma la gloria del Signore si manifesta già in questo frangente; ciò vale anche per noi, nei passaggi faticosi della nostra esistenza, della nostra vita interiore. Come a dire: non aspettare, non è dopo che, in modo consolatorio, vedrai la luce. Prova a vedere adesso in te la luce che il Signore ti dà e che dà senso anche al tuo quotidiano spenderti, donarti per la missione che il Signore ti ha affidato. Mi piace questa seconda interpretazione; sento che nella mia vita, nel mio cammino, ho bisogno di questa certezza: è la luce che mi guida e mi tiene desto; Dio è all’opera nella mia vita. Sono contento di vedere, negli incontri sinodali a cui partecipo, come le persone raccontano quello che Dio fa nella loro esistenza: la Trasfigurazione è adesso.
Nel mezzo di questo viaggio che stiamo percorrendo – non possiamo non fare un’allusione a quello che vive l’umanità, in particolare l’Europa, in questi giorni – c’è bisogno della manifestazione dell’amore del Signore, che renda bella la vita, anche quando si sente il costo della fedeltà. Nel donarsi c’è già la luce! Accade come nella noce: si vede una corteccia ruvida e dura da schiacciare, ma dentro c’è un frutto buono e salutare.
Andiamo anche noi con Pietro, Giovanni, Giacomo sul monte della preghiera. Che cosa accade? Mentre per l’evangelista Matteo il monte è un’allusione a Gesù nuovo Mosè, nel Vangelo di Luca il monte è il luogo della preghiera.
Innanzitutto, sul monte della preghiera c’è un incontro con Dio Padre. Si avverte la sua presenza per quella “voce”, che è il vertice del racconto. Luca non si dilunga sul fenomeno eclatante della Trasfigurazione, invece cede la parola alla voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!». Mi soffermo sulla raccomandazione: «Ascoltate lui; anche se lo vedrete tra poco crocifisso, è il Messia, colui che rivela il disegno straordinario di Dio, che non solo ha pensato gli uomini creandoli per la sua gloria, ma li salva, li vuole con sé».
La nube luminosa avvolge le persone che assistono alla scena. Tu, Pietro, con Giovanni e Giacomo, vuoi costruire una tenda per il Signore, ma è lui che ti copre con la sua nube: una tessitura tenue, che ti avvolge. Da una parte la nube copre, vela, ma dall’altra svela, fa capire la presenza di Dio. Penso alla nostra preghiera, a volte piena di consolazione, a volte nella prova: «Sto veramente parlando con te, Signore?».

Sul monte si vive l’incontro con se stessi. La preghiera rivela quello che sei, perché non hai bisogno di fingere, di mascherarti: Dio ti vede e tu devi arrenderti e saperti amato. Vi invito, in questa Quaresima, a coltivare la preghiera, a proteggere gli spazi per l’incontro con il Signore.

Nella preghiera c’è l’incontro con gli altri. Gesù ha detto: «Quando entri in preghiera, chiudi la porta della tua stanza e prega il Padre nel segreto» (cfr. Mt 6,6); è una raccomandazione a non pregare per farsi vedere, per esibizionismo. Ma la preghiera vera, autentica, è sempre uno spazio colmo di presenze, di volti, di amicizie. Spalanchiamo le porte e le finestre spirituali, perché, quando si è davanti a Dio, è inevitabile portare tanti fratelli. Chi prega non è solo. Permettiamo l’invadenza dei ricordi e delle persone: renderanno la preghiera più fervorosa; assomiglierà alla preghiera di Gesù, una triangolazione tra lui, il Padre e quelli che il Padre gli ha dato: «Erano tuoi, li hai dati a me e io Padre, prego per loro, anzi per loro io sacrifico me stesso, santifico me stesso» (cfr. Gv 17,6.9.19).
Questa settimana facciamo tornare nella nostra mente le immagini della Trasfigurazione del Signore, pensando che il Signore ci fa dono della sua presenza adesso, lungo il nostro cammino.