Omelia nella VI domenica del Tempo di Pasqua

San Marino Città (RSM), chiesa di San Francesco, 17 maggio 2020

At 8,5-8.14-17
Sal 65
1Pt 3,15-18
Gv 14,15-21

Come ci è stato ricordato all’inizio della celebrazione eucaristica, oggi il Vangelo ci mette nell’atmosfera dell’Ultima Cena. Gesù è consapevole di quello che sta per succedere, gli Apostoli un po’ meno… ma sono gravati da un certo clima di mestizia. Gesù conforta, consola gli Apostoli. Qualcuno potrebbe farsi una domanda: «Come si fa a consolare mettendo avanti la necessità di osservare i comandamenti?». Non si consola segnalando i doveri, semmai offrendo compagnia. In verità, Gesù non raccomanda l’osservanza di comandamenti; inizia questa parte del discorso semplicemente con una constatazione: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti» (cfr. Gv 14,15). Nel contesto è tutt’altro che una ingiunzione o un ricatto, è un’affermazione: «Se mi amate, entrate in questa dinamica che io vi propongo… ». La parola “amore” è un po’ consumata, a volte abusata. Fino a questo punto del Vangelo Gesù non ha chiesto amore verso di sé; anzi, ha chiesto ai discepoli che si amino tra loro come lui ama. Ha chiesto e ha indicato l’amore del Padre, ma non per sé. Adesso lo chiede. «Se farete questo passo, se entrerete in questa logica – dice – vi troverete dentro ad un “ambiente divino”, ad una esperienza nuova». A tutti noi è capitato, quando ci siamo messi ad amare, di far risplendere il sole nelle nostre anime; tutto si è caricato di luce, di calore, di gioia. È un’esperienza possibile a tutti, perché chi ama è in Dio. Penso alle nostre giornate; ci capita di vivere momenti di buio, di oscurità, per tanti motivi. Se riusciamo ad uscire da noi stessi, dal guscio del nostro ripiegamento, troviamo la via d’uscita, quella che non pensavamo. Altre volte siamo sotto il peso della nostra inadeguatezza; ad esempio sei una mamma o un papà, un insegnante o un sacerdote e ti senti impari rispetto a quello che ti è chiesto. Ama. Su questo puoi contare, di amare sei capace, siamo fatti per amare. Così anche quando sentiamo le conseguenze di un errore, di uno sbaglio che abbiamo fatto, in quel momento se ci mettiamo subito fuori da noi stessi per amare, possiamo ricominciare. Ricominciare sempre. Quando Gesù parla dei comandamenti non si riferisce tanto ai comandamenti di Mosè; quelli sono universali e sono sempre da osservare. Gesù parla della sua logica, della sua mentalità. Parla di sé in fondo. In un altro punto dirà: il comandamento “mio” e “nuovo” (cfr. Gv 13,33). Il comandamento è lui, la sua persona: «Io sono la via, la verità e la vita. Se mi amate, vivrete come me, vivete in me, vivete me» (cfr. Gv 14,6). Possiamo vivere Gesù. Una frase di sant’Agostino che spesso viene citata è: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Va capita bene, mettendola nel contesto. Sant’Agostino, in quella pagina, riferisce delle nostre incertezze, delle nostre scelte, dei bivi davanti ai quali tante volte ci troviamo: «Devo parlare o è meglio tacere? Devo andare o è meglio restare?». Sant’Agostino dice: «Tu hai il criterio fondamentale del discernimento. Se ami, se veramente nella tua coscienza senti che sei “fuori di te”… fa’ quello che vuoi, perché se ami veramente non puoi fare del male».
Poi, Gesù parla di un intrecciarsi di relazioni, quasi un “avvitamento”. Sembra un gioco di specchi: noi in lui, lui in noi, il Padre in lui e in noi, noi e Gesù nel Padre. C’è una spirale e tutti siamo dentro, immersi, uniti: un circuito d’amore. Gesù sta per fare una grande rivelazione: osa l’avventura dell’amicizia. L’amico dice tutto. Molti ammirano Gesù come Maestro, molti ne hanno una grande considerazione per il patrimonio che ha lasciato all’umanità. C’è chi lo adora ed è giusto. Ma tanti restano al di qua. Guardano Gesù come si guarda un esempio, ma non si lasciano catturare dalle sue parole, che invitano ad entrare nella relazione trinitaria. Qui Gesù rivela che Dio è Trinità d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo. Tante volte pronunciamo questi nomi: ogni volta in cui facciamo “il segno della croce”, il segno che ci unisce come cristiani. Nominiamo il Padre toccando la fronte, nominiamo il Figlio quando la mano scende sul petto e lo Spirito Santo quando tocchiamo le spalle. Gesù rivela la presenza dello Spirito Santo, lo chiama Paraclito, avvocato. Talvolta in parrocchia parlavo della Trinità e un amico ogni volta mi diceva: «Sono concetti troppo teologici…» e intendeva astratti. Ma la nostra fede è tutta racchiusa qui: essere ammessi a partecipare alla vita di “quei tre” e avere anche un rapporto differenziato con loro. È lo stesso Dio, un solo Dio ma in tre Persone. Le rende una cosa sola l’amore, un amore infinito, un amore “da Dio”. Ognuno è perduto nell’altro. Questa non è pura contemplazione astratta, misticismo, perché ha delle conseguenze formidabili. Anche noi siamo stati pensati, costruiti, creati con questo criterio. Anche per noi la vita è piena quando è vita di relazione, quando ci superiamo per uscire da noi stessi ed amare. Se uno studia un po’ di teologia spirituale si imbatte nella testimonianza dei grandi mistici. I grandi mistici sono stati dei grandi imprenditori, dei grandi costruttori. Teresa d’Avila vede la vita cristiana come un castello meraviglioso. La settima stanza, l’ultima, è quella dell’intimità gioiosa con lo Sposo, il Signore. E conclude dicendo: «È il momento in cui la persona che è arrivata lì compie opere ed opere». Domani ricorderemo i cento anni della nascita di san Giovanni Paolo II. Quando venne nella mia città restammo sorpresi di come pregava e come trascinava tutti noi nella preghiera, ed era un uomo sicuramente non fuori dal mondo, non campato in aria.
Vi auguro una buona settimana. In Italia sarà la prima della fase 2, mentre a San Marino la stiamo già vivendo. Fase rischiosissima, ma noi per la carità e l’amore reciproco cercheremo di osservare tutte le precauzioni. La distanza tra noi è per essere più uniti, è un atto d’amore concreto, un servizio che facciamo alla nostra comunità.

Omelia nel Trigesimo della morte di S.E. Mons. Mariano De Nicolò

Pennabilli (RN), Cattedrale di Pennabilli, 14 maggio 2020

At 1,15-17.20-26
Sal 112
Gv 15,9-17

1.

Gesù è nostro amico! Ciascuno di noi è l’amico di Gesù. Abbiamo consapevolezza della enormità di questa affermazione?
La parola “amico” è di una portata unica. Abbiamo centinaia di amici nelle relazioni sociali. Abbiamo colleghi o collaboratori che chiamiamo amici. Ma un vero amico è raro e infinitamente prezioso. Con lui si condivide tutto con la parola e col silenzio. L’amico non giudica. C’è. È fedele. Che tesoro e che fortuna avere un amico (cfr. Sir 6,14)!
E Gesù si rivela proprio come amico. Osa, con l’uomo, osa proprio con me, l’avventura dell’amicizia. Lui arriverà sino a confidare ciò che ha di più intimo del suo essere: la relazione d’amore e di vita col Padre e con lo Spirito, un circuito soprannaturale d’amore al quale ci invita. «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15). «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Si capisce come gli apostoli, mossi dallo slancio missionario, hanno portato la rivelazione di Dio Amore fino agli estremi confini del mondo.

2.

Oggi la Chiesa festeggia uno di loro: l’apostolo Mattia. Non era originariamente del gruppo dei Dodici. Ma è stato chiamato perché divenisse testimone della risurrezione. Era tra i discepoli che avevano seguito Gesù dal Battesimo di Giovanni fino al giorno in cui Gesù fu assunto in Cielo. Fu chiamato dagli apostoli al posto di Giuda il traditore, perché fosse associato fra i Dodici e divenisse partecipe della loro missione e della loro prerogativa. Nella Chiesa questa chiamata ad essere testimone della risurrezione accade ogni volta che un fratello viene chiamato all’episcopato. Una responsabilità per lui, un dono per il popolo di Dio.

3.

Questo, per esempio, è accaduto tra noi con l’invio, da parte di san Giovanni Paolo II, di mons. Mariano De Nicolò a presiedere, guidare e santificare la Diocesi di San Marino-Montefeltro. Il suo nome è inciso nella grande lapide nel protiro del Vescovado. Ma il suo nome è impresso soprattutto nella memoria e nel cuore di tanti di noi. Del suo slancio apostolico, del suo indirizzo pastorale, delle sue cure e della sua preghiera dal Cielo gode ancora la nostra Chiesa. Così raccomanda l’autore della Lettera agli Ebrei: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede» (Ebr 13,7).
Tra le tante mansioni a cui monsignor Mariano si è dedicato nella “casa del Signore” – alcune prestigiose – brilla il suo ministero episcopale a Rimini. Tante le iniziative pastorali. Tanta la creatività. Tante le opere. Noi vogliamo ricordarlo per la più bella: aver frequentato (da vescovo di Rimini) con lo stesso entusiasmo e la stessa intraprendenza la “periferia” del Montefeltro.
Lo ricordiamo per la sua personalità grandemente intelligente e fortemente impegnata, non solo nella cura pastorale, ma anche nelle discipline canoniche. Lo ricordiamo, dicevo, per la sua immancabile presenza a Pennabilli e per la sua dedizione. Sue caratteristiche: temperamento austero e paterno insieme, presenza imponente ma cordiale, deciso ma di grande equilibrio. Comprensivo e incoraggiante, raccoglieva stima e trasmetteva sicurezza.
Gli ho fatto visita più volte ricevendo sempre una ospitalità cortese e persino festosa. Ricordava ogni volta il tempo del suo servizio pastorale in terra di Montefeltro. Più di me dovrebbero scrivere e parlare i sacerdoti e i fedeli che l’hanno conosciuto da vicino.

4.

L’11 aprile ha suonato la campana grande della cattedrale di Pennabilli: suona solo alla elezione e alla morte di un suo vescovo. Annunciava la morte di un “testimone della risurrezione”, di mons. Mariano De Nicolò.
È sorprendente, forse è un privilegio, che il passaggio del vescovo Mariano da questa terra al Cielo sia accaduto il Sabato Santo.
Gli ultimi anni della sua vita possiamo considerarli come il suo Venerdì Santo. Anni di purificazione, ma soprattutto di conformazione, sempre più profonda, al Cristo sacerdote e vittima, sofferenze che impreziosiscono il vivere di ogni cristiano e accomunano pastore e fedeli, eliminando differenze e mettendo in luce l’intimo di ogni cuore nell’amore più autentico e nella cooperazione generosa alla missione redentrice del Signore.
Ai rintocchi della grande campana la Diocesi si è messa in preghiera ringraziando del bene che il Signore ha concesso al vescovo Mariano e ringraziando del bene che gli ha concesso di svolgere nella Chiesa di San Marino-Montefeltro come suo pastore. Non ci fu possibile partecipare al suo funerale. Lo ricordiamo oggi nel Trigesimo. Lo ricorderemo insieme ai nostri cari che non abbiamo potuto salutare come meritava e come desiderava il nostro cuore. Accogli, Signore, la nostra preghiera per tutti i defunti. Aumenta la nostra fede per continuare a spenderci e a donarci per i nostri fratelli. Tutti fratelli. Ce lo ricordava ancora una volta papa Francesco proprio questa mattina aprendo questa Giornata, dedicata con tutti i credenti, al digiuno ed alla preghiera per scongiurare la fine di questa pandemia e dei tanti altri “virus” che affliggono l’umanità. Affidiamo la nostra preghiera all’intercessione di Maria, la Madre di Gesù. Così sia.

Omelia nella Veglia diocesana per le Vocazioni

Valdragone (RSM), Santuario del Cuore Immacolato, 13 maggio 2020

At 15,1-6
Sal 121
Gv 15,1-8

Mi indispettisco con me stesso quando non riesco a farmi capire sul concetto di “vita di fede”. Evidentemente sono io che non mi spiego bene. Parlo di vita, ma si capisce “pratica religiosa”. È importante la pratica religiosa, ma quando parlo di “vita” intendo qualcosa di molto più coinvolgente e più ampio. Poi, parlo dei “frutti” della vita di fede e si pensa alla “morale”, cioè si pensa ai comportamenti, alle buone azioni. I buoni comportamenti e le buone azioni sono cosa ottima, ma i “frutti” di cui vorrei parlare sono un’altra cosa. Parlo della dimensione “spirituale” della vita, ma l’aggettivo “spirituale” viene equivocato. Lo “Spirituale” sarebbe qualcosa di evanescente, disincarnato e astratto. “Spirituale” è ciò che ha a che fare con lo Spirito Santo. Allora preferisco usare l’espressione “vita di grazia”, intendendo il dono che ci viene dato, che è la vita stessa di Gesù travasata in noi. In ciascuno di noi, in me, piccola creatura, ultimo dei discepoli, viene riversata gratuitamente la vita stessa di Gesù, la vita che Gesù vive con il Padre e con lo Spirito Santo. Allora capisco la bellezza dell’allegoria della vite e dei tralci. Vite e tralci che sono l’uno nell’altro in reciproca immanenza. In questi giorni pasquali ci è stato ripetuto che Gesù vuol vivere con noi e in noi l’infinita sete d’amore che solo il Padre sa colmare. «Le parole che il Padre dice a me, le dico a voi»: parole arcane che sbocciano nelle Sacre Scritture e che d’ora in poi affiorano nella nostra interiorità. «Come il Padre ha mandato me, io mando voi»: così ci consegna il dinamismo, espansione della sua missione. La condizione per il tralcio, se vuol essere fruttifero, è quella di restare unito alla vite. Gesù, commentando questa allegoria, dice: «Rimanete in me e io rimarrò in voi» (Gv 15,4). Ma, a sua volta, la vite ha bisogno dei tralci. Dal momento in cui ha voluto creare il mondo, ha voluto che io fossi un suo discepolo e mi ha unito a sé, Dio ha bisogno di me, di ciascuno di noi. Ci crea e ci fa crescere come sua presenza. Qui è racchiusa la bellezza di ogni vocazione e più ancora la bellezza che ogni vita è vocazione. «Prima che tu nascessi ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (Ger 1,5). Questa sera il Centro Diocesano Vocazioni ci ha convocato per una preghiera corale per le vocazioni, soprattutto per quelle di speciale consacrazione. Preghiamo perché tanti giovani rispondano con generosità a Gesù che li chiama ad essere una sua presenza. Li chiama; li unisce a sé; li manda come il Padre ha mandato lui. Ma questo è vero per ogni cristiano. È necessario abitare in Lui, rimanere in Lui. Lui rimarrà sempre in noi, perché è fedele. C’è solamente una eventualità che può interrompere questa comunicazione vitale: il peccato. Il peccato non toglie il proposito di Dio di farsi dono nella mia vita, ma sono io che posso sottrarmi. I frutti che noi portiamo non sono tanto le preghiere, le opere della virtù di religione, ma siamo noi stessi divenuti «opera sua» (cfr. Ef 2,10). Tutta la nostra vita pervasa dalla vita di Gesù produce frutti. Le azioni più semplici come le più importanti e impegnative diventano – per così dire – azione sua, azione redentrice, frutto della “vite”. Mi sorge a mo’ di esempio un raffronto con il mito antico del re Mida: tutto quello che toccava diventava oro. Tutto quello che un cristiano fa quando è unito a Gesù viene elevato a livello soprannaturale, è un frutto del tralcio unito alla vite, un frutto della linfa divina! Tutta la nostra giornata, tutto quello che la volontà di Dio ci chiede, tutto può essere fatto in Lui, con Lui, per Lui.
«Rimanete in me e io rimarrò in voi». Grazie, Signore, per il dono di questa “rivelazione” siamo “opera tua”, un frutto della tua redenzione.

Omelia nella V domenica di Pasqua

San Marino Città (RSM), 10 maggio 2020

At 6,1-7
Sal 32
1Pt 2,4-9
Gv 14,1-12

«Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14,1). Esordisce così il Vangelo che abbiamo letto questa domenica. C’era tristezza quella sera; un velo di melanconia aleggiava durante l’Ultima Cena, perché Gesù aveva detto che stava scoccando l’ora della sua partenza. Alludeva esplicitamente alla croce. Un’altra partenza che darà tristezza ai discepoli sarà l’Ascensione. Ma la partenza di Gesù, la sua separazione non deve spaventare i discepoli. È vero, parte per la croce, però quello sarà il momento della massima manifestazione della sua gloria: «Innalzato da terra – aveva detto – attirerò tutti a me» (Gv 12,32). La croce è il momento della gravitazione universale nel Cristo. L’evangelista Giovanni vede nella crocifissione il momento dell’esaltazione e della gloria. Momento dell’Ascensione e, insieme, momento dell’Effusione dello Spirito, che uscirà da quella ferita aperta sul costato da cui si vedono scaturire acqua e sangue (cfr. Gv 19,34). Allora l’Ascensione, in croce e in gloria, sarà la garanzia della piena unione dei discepoli con il Padre, perché anch’essi ascenderanno con lui, Gesù. Importante è imboccare la strada giusta.
Gesù continua raccontando qualcosa del suo rapporto con il Padre, un rapporto intimo, profondo, nel quale lui vive la fiducia, l’abbandono, la tenerezza. Quante volte Gesù si è appartato sul monte per intrattenersi col Padre! I discepoli, vedendolo pregare, gli hanno chiesto di entrare nella sua preghiera, che è rapporto d’amore con il Padre. E del Padre, Gesù parlerà tante volte nei Vangeli. Basti pensare al “discorso della montagna”, in cui dice che è un Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,6), ma non perché è uno spione; «vede nel segreto», perché si interessa di te, perché è piegato su di te, si prende cura di te; si prende cura persino degli uccellini, dei fiori del campo… (cfr. Mt 6,28). Come potrà non prendersi cura di ciascuno dei discepoli?
Mentre Gesù parla – è quasi un monologo – Tommaso l’interrompe dicendo: «Dove vai? Qual è la strada?». Gesù risponde: «Da tanto tempo sono con voi – lo dice in particolare a Filippo – e voi non avete capito che io sono nel Padre e il Padre è in me? Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9). A questo proposito è interessante notare come anche noi cerchiamo la strada per andare a Dio. Molte volte vogliamo essere noi a tracciare la strada, quasi dipendesse da noi fare il programma e fissare la tabella di marcia, salvo poi constatare che non siamo capaci di percorrerla. Abbiamo grandi aspettative su noi stessi; da qui nascono fallimenti, delusioni e soprattutto il sentimento di sentirsi giudicati ed essere trovati insufficienti. Piano piano viene fuori l’idea che ci siamo fatti di Dio in senso peggiorativo. Siamo stati creati ad immagine di Dio, ma a volte siamo noi che ci creiamo una immagine di Dio, che non è la sua. In questi giorni, spiegando il Vangelo in altri contesti, più confidenziali, ho fatto un paragone… Passatemelo. È il racconto di quel giovanotto che aveva bisogno di una bicicletta; gli è venuto in mente che la suocera ne aveva una molto bella. È andato verso casa sua, un centinaio di metri più avanti, ma già durante il viaggio ha cominciato a dire tra sé: «Adesso arrivo là, le chiedo la bicicletta, lei mi dirà di stare attento perché è nuova; poi aggiungerà: “C’è la pedivella che ha un difetto, mi raccomando non calcare troppo”. Poi dirà: “Fai attenzione alle buche che ci sono sulle strade…”». Per il ragazzo quei cento metri sono stati tutti un costruirsi una precisa immagine della suocera e, quando è arrivato davanti a lei, gli è venuto da dire: «Tieniti la tua bicicletta e fatti benedire!».
A volte noi facciamo così: ci costruiamo un’idea di Dio e lo immaginiamo come il nostro “ego” ipertrofico, lo sentiamo come esaminatore e giudice. Allora finiamo per averne paura. Svapora l’immagine così bella del Padre che ha tracciato Gesù.
Ecco perché Gesù dice a Filippo: «Da tanto tempo sono con voi e non avete capito… Chi vede me, vede il Padre. Io sono la manifestazione del Padre». Pensiamo al rapporto che Gesù aveva con le persone: è il rapporto che Gesù vuole avere con ciascuno di noi.
Vorrei concludere con un altro sviluppo di questo pensiero. La prossima settimana – il 18 maggio – sarà il Centenario della nascita di san Giovanni Paolo II. Ricordo – ero ancora studente – che studiavamo con passione la sua prima Enciclica, Redemptor Hominis. Giovanni Paolo II scriveva: «L’uomo è la via della Chiesa». Ogni persona è una via per noi. Santa Teresa di Lisieux parlava della “piccola via”. La via è Gesù, ma Teresa aveva capito che si doveva fare ogni cosa per amore, essere nell’amore in ogni azione, in ogni momento: cose piccole, ma che nell’amore diventavano grandi. Quando era ammalata non riusciva più a fare le scale e ogni respiro diventava un affanno, lo donava, lo viveva in questa prospettiva di amore. «Fare tutto per amore». Gesù dice: «Voi farete cose più grandi di me» (Gv 14,12). Noi possiamo fare le cose di Gesù, perché siamo in Gesù e lui è in noi. Lui opera per mezzo nostro: quando noi agiamo è come se Gesù agisse in noi. Allora ogni cosa si trasforma, ogni azione diventa importante, non ci sono le persone di serie A e di serie B. Siamo davanti a Dio, altri Gesù: «Voi farete cose più grandi di me». Signore Gesù, grazie della fiducia che ci dai, grazie perché la nostra ricerca di Dio non è uno spreco di energie nel vuoto: Tu sei il volto del Padre.

Omelia nella IV domenica di Pasqua

San Marino Città (RSM), chiesa di San Francesco, 3 maggio 2020

At 2,14.36-41
Sal 22
1Pt 2,20-25
Gv 10,1-10

«Eravate erranti come pecore – dice l’apostolo Pietro nella sua Prima Lettera –, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» (1Pt 2,25). Sono parole dolcissime, parole di serenità, pace, tenerezza.
«Eravate erranti come pecore», adesso siete stati ricondotti al pastore, siete tutti sulle sue spalle: tutti siete chiamati dal pastore. Anche nell’omelia della Pentecoste, Pietro dirà: «Per voi, infatti, è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore nostro Dio».
Oggi il tema e l’esperienza dell’essere chiamati è centrale.
Abbiamo letto la bellissima pagina dal capitolo 10 di san Giovanni con l’allegoria del pastore. Non possiamo ignorare il contesto un po’ polemico. Questo scritto è come una bellissima rosa, ma ha le sue “spine”, perché l’allegoria che Gesù adopera è indirizzata ai pastori d’Israele che non compiono la loro missione. Gesù ha in mente il capitolo 34 del profeta Ezechiele, che veniva letto proprio in quel giorno – era la festa della Dedicazione – nella sinagoga e al tempio. Gesù, di fronte ai farisei che non accolgono e non si piegano neppure davanti al prodigio della guarigione del cieco nato, dice: «Siete ciechi. Siete briganti e ladri». La connotazione polemica viene subito temperata da immagini di grande tenerezza, che raccontano la qualità del rapporto che il pastore buono (o bello, come si potrebbe tradurre dal greco) ha con le sue pecorelle, con il suo gregge. La prima immagine che vorrei sottolineare è la voce. Le pecore si sentono chiamare per nome con quella voce riconoscibile fra mille e mille. Torna alla mente quella prima voce, che fu grido, all’inizio della creazione, quando Dio creò l’uomo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26). Soltanto che entriamo nel silenzio della nostra unicità, sentiremo l’eco di quella voce.
Ecco, il pastore chiama le sue pecore per nome. Così l’oracolo del profeta Isaia: «Il Signore dice: ti ho chiamato per nome, tu sei prezioso ai miei occhi» cfr. Is 43,4). Il Salmo 22 che abbiamo sentito cantare poco fa è tutto un inno alla premura che il pastore ha per la sua pecorella: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». Il Signore conosce ciascuna delle sue pecore, se ne prende cura. La vita cristiana si radica nella consapevolezza di essere amati, conosciuti, pensati, voluti dal Signore. Questa mattina il Santo Padre ha esordito dicendo: «Questa è una domenica di serenità, di tenerezza, di pace, proprio nel bel mezzo delle sofferenze che stiamo vivendo». Accanto alla voce del pastore si alzano altre voci che ingannano e seducono. Ulisse si fa legare al palo dei suoi desideri, perché vuol sentire quelle voci.
Il Signore, facendo sentire la sua voce, ci invita a seguirlo. Non posso non ricordare pecore e pastori che venivano, in alcune stagioni, nel mio piccolo paese di campagna. Quando scendevano le greggi c’era tanta festa: era una novità per la cronaca paesana. Noi bambini rimanevamo incantati davanti a questa pacifica invasione. Per gli adulti era anche una benedizione, per il concime che le pecore lasciavano nei campi. Le groppe lanute delle pecore assomigliavano tanto alle onde del Po. Il pastore era inseparabile dalle sue pecore, sempre in piedi, un po’ selvatico, inimitabile nei suoi fischi (che noi tentavamo di imparare). Rovistando tra questi ricordi, mi verrebbe da qualificare l’atteggiamento del pastore con un sentimento che può essere visto negativamente, ma anche positivamente: la gelosia. Il pastore ci appariva così, sempre attento alle sue pecore, sempre all’erta. Anche il buon Pastore ha questo atteggiamento: sa cosa c’è nel nostro cuore e ci sta sempre appresso. Ci conosce, sa il nome di ciascuno di noi, ci tiene uniti. Non c’è sapone che può togliergli di dosso il nostro odore. Non sopporta indiscreti visitatori. Addirittura, finisce per identificarsi con la porta dell’ovile, anzi è l’ovile stesso, nel quale le pecore possono trovare riposo. Le chiama per nome una ad una e «la sua bontà le fa crescere» (Sal 18,36).

Omelia nella Festa del Lavoro

San Marino Città (RSM), sede di San Marino RTV, 1 maggio 2020

Gen 1,26-2,3
Sal 89
Mt 13,54-58

Terremoti, alluvioni, pandemie… Sono eventi che accadono sul nostro pianeta, piuttosto irrequieto. Accadono improvvisamente, rappresentano sempre un momento di crisi, segnano un trapasso nella storia e sono catastrofi per gli uomini.
Che cosa fa l’umanità? Qual è la sua prima reazione? Si fa bambina: si sente piccola, impotente, smarrita. Corre tra le braccia del Creatore. È un atteggiamento spontaneo, immediato, semplice. E il Creatore che fa? L’accoglie, l’ascolta, gli infonde coraggio. Ma soprattutto la educa. Va oltre le coccole e le chiede di affrontare la realtà; va anche lui con lei e la rende convinta dell’enorme potenzialità che ha in sé. Le ha dato intelligenza, volontà, immaginazione, cuore… per dissodare, per costruire, per mettere briglie e domare, per stringere altre mani e altre braccia e fare rete. Permettete una metafora, il cowboy ha un puledro da domare: è difficile restare in sella nel rodeo. Poi, col suo coraggio e soprattutto con la sua caparbietà, riesce a domare quella che diventerà la sua inseparabile cavalcatura.
Oggi ricordiamo san Giuseppe Lavoratore. Ci piace pensare che l’aureola che lo avvolge incoroni il lavoro e i lavoratori. Tutti i lavori, tutti i lavoratori. In questi giorni abbiamo considerato con ammirazione soprattutto l’impegno dei ricercatori, dei medici, degli infermieri, del personale che, a vario titolo, si spendono per gli ammalati, anche con un servizio umile, ma indispensabile, preziosissimo, determinante.
Festa del Lavoro. Sappiamo come è nata questa ricorrenza, da quali sofferenze, da quali tensioni. La Chiesa ha visto nella questione operaia un segno dei tempi (kairòs) ed ha avviato un dialogo importante per lei e per ogni lavoratore. La Chiesa ha ripreso a sfogliare il “Vangelo del lavoro”, segnato dal peccato e poi redento dal Signore, il figlio del carpentiere: così chiamavano Gesù.
Oggi si fa festa al lavoro. In questi giorni lo apprezziamo ancor di più. Il lavoro, benché costi fatica e sudore, ancorché debba misurarsi con la resistenza che gli fa la natura, nonostante l’attrito della materia che non si lascia piegare facilmente, è per l’uomo possibilità di trasformazione del mondo, di modificazione della realtà, di esplorazione in ogni campo. Con l’onesto lavoro l’uomo produce quello che serve alla sua vita, traffica i talenti che ha ricevuto, trasmette cultura, prolunga le possibilità della comunicazione. «Dio disse – così le parole della Genesi – facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla faccia della terra». La Genesi prosegue raccontando come il Creatore affidi all’uomo il giardino da coltivare.
Sì, nel lavoro, nell’iniziativa, nell’impresa l’uomo esprime uno dei profili che lo rendono “a somiglianza di Dio”, gran lavoratore! Come non festeggiare il lavoro? Come non metterne in evidenza, oltre alla necessità e utilità, la bellezza? Perfino i bambini quando giocano fanno mestieri. Conosco bambini ottimi camionisti e… bambini che giocano a fare il prete!
Una delle piaghe più gravi della nostra società è la mancanza del lavoro. La mancanza del lavoro offende la dignità della persona.
Anche nella Repubblica di San Marino siamo all’imminente riapertura di tante attività. Una ripresa da fare con molte precauzioni, purché siano garantite sicurezza, ingressi controllati e dispositivi indispensabili. Le ferite che ha subito la nostra comunità sono profonde. In linguaggio figurato: non basta una convalescenza, un passaggio in clinica, ci vuole “rianimazione”. Si parla di una crisi economica senza precedenti. Economisti, sociologi e politici promettono di fare del loro meglio. Il rischio di tensioni sociali è tutt’altro che remoto. C’è una parola che in questo giorno mi sembra importante. Ci riguarda tutti. È da mettere in luce: solidarietà. Siamo fratelli, i nostri destini sono intrecciati: posso stare bene se anche tu stai bene! C’è interdipendenza nei nostri destini. Penso al piastrellista che da tre mesi non lavora, al piccolo imprenditore che ha acceso un mutuo per pagare un capannone, al negoziante che ha tenuto chiuso ed è nella condizione di lasciare a casa collaboratori, all’operatore turistico in ansia per il futuro… Festa del lavoro, sì. Ma anche di intensa preghiera. L’intensità della preghiera è segno di responsabilità, solidarietà e partecipazione.
«Rendi salda, Signore, l’opera delle nostre mani»: così abbiamo pregato nel Salmo. Così sia.

Omelia nella III domenica di Pasqua

San Marino Città (RSM), chiesa di San Francesco, 26 aprile 2020

At 2,14.22-33
Sal 15
1Pt 1,17-21
Lc 24,13-35

Quando si leggono i discorsi di Pietro dopo la Pentecoste, sorprende vedere la sua franchezza (parresia), la sua libertà di parola, mentre in tanti passi del Vangelo si è dimostrato timoroso. Dopo la pesca miracolosa Pietro esclama: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8). Un’altra volta, quando Gesù preannuncia il suo destino di Passione e di croce, Pietro dice: «Signore, questo non ti accadrà mai» (Mt 16,22). E Gesù arriverà a dire: «Lungi da me Satana! Tu mi sei di scandalo» (Mt 16,23). Durante la Passione, Pietro è tra quelli che rinnegano Gesù… (cfr. Mt 26, 69-75). Come mai questo cambiamento? L’ha spiegato molto bene il Santo Padre qualche giorno fa nella Messa del mattino in Santa Marta. Il cambiamento è dovuto all’incontro con Gesù Risorto; è stata l’effusione dello Spirito Santo nel Cenacolo; ma il Papa sottolinea un altro motivo: Pietro è stato oggetto della preghiera di Gesù. Gesù l’aveva detto all’inizio dell’Ultima Cena: «Pietro, ho pregato per te; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32). Gesù, davanti al Padre, prega per noi e mostra i gioielli più belli che ha: le ferite delle sue mani, segno imperituro del suo immenso amore per ciascuno di noi.
In una apparizione a santa Caterina, Gesù disse: «Credi siano i chiodi a tenermi attaccato alla croce? È il mio amore per te». Dobbiamo rileggere e meditare la Prima Lettura sotto questa luce di amore e di intercessione: così Pietro è diventato un annunciatore coraggioso, libero, pieno di entusiasmo, di Gesù Risorto.
Il nostro occhio si sposta ora su due viandanti che scendono da Gerusalemme verso Emmaus. Se la strada fosse un nastro magnetico ci riferirebbe i loro lamenti, le loro recriminazioni: sogni infranti e speranze deluse. Quei due hanno lasciato la città, Gerusalemme, per andare in un piccolo villaggio. Abbandonano la grande storia per tornare ad un quotidiano umilissimo e nascosto. Un personaggio si affianca a loro. Non lo riconoscono: è Gesù, che non disdegna di ascoltare le loro lamentele e cerca di farsi uno con loro, di entrare in quello che provano. Qual è la risposta di Gesù? Spiegando le Scritture dice che Dio non ci sta  al loro pessimismo e al loro rimpianto: c’è sempre un dopo. Al termine del dialogo, i “discepoli di Emmaus” intonano la più bella delle preghiere: «Resta con noi, Signore, perché si fa sera» (Lc 24,29). E Gesù rimane, si mette a tavola con loro e benché non sia la Cena pasquale, riprende gesti e parole che facilmente sono riconducibili alla Cena eucaristica. Dopo aver preso il pane e averlo donato, i discepoli lo riconoscono. Ma Gesù scompare. Quando lo vedono non lo riconoscono, quando lo riconoscono scompare, perché a prendere la parola è quel Pane. Quel Pane è Parola concretizzata di Gesù, è la sua vita offerta. Noi diciamo vita “eucaristica”: Gesù abita nel dono del Pane spezzato. Ricordo che un giorno, sfogliando una rivista, lessi una citazione di Gandhi che diceva: «Se mai un Dio dovesse venire sulla terra, prenderebbe la forma del pane, tanto grande è la fame dell’umanità». Senza saperlo Gandhi ha detto una cosa molto vera: Gesù prende la forma del pane. Tra poco sarà qui, su questo altare. Tutti voi che siete collegati attraverso la televisione state soffrendo per non poter ricevere sacramentalmente Gesù e per non poter godere della compagnia di una comunità così bella com’è la Chiesa. Ora facciamo la Comunione nel desiderio, speriamo presto nella realtà.
Concludo nel dare un pensiero che ci accompagni durante la settimana: ripetere di tanto in tanto «rimani con noi, Signore, perché si fa sera». «Si fa sera» perché nel cuore, a volte, ci sono ombre, dispiaceri, delusioni. «Resta con noi, Signore». Gesù non disdegna di camminare con noi.

Omelia nella II domenica di Pasqua

San Marino Città (RSM), chiesa di San Francesco, 19 aprile 2020

At 2,42-47
Sal 117
1Pt 1,3-9
Gv 20,19-31

Come si fa a non essere di buon umore in una domenica come questa?
Per prima cosa, siamo contenti per lo squarcio di Cielo che è il dono della Misericordia, poi per quello che ci dicono le letture. Domenica scorsa si diceva che usiamo il termine “vita eterna” per dire il suo prolungamento, la quantità smisurata di “vita” che oltrepassa e sconfigge la morte. È “vita nuova”, qualità di questa vita risorta. Nel quadro dagli Atti degli Apostoli ci viene raffigurato concretamente com’è la vita pasquale: i fratelli stanno insieme, spezzano il pane, ascoltano gli apostoli; attorno a loro cresce la simpatia e il numero della comunità; una comunità di questo tipo non può che essere attrattiva. Sicuramente c’erano anche le difficoltà… Come nelle nostre vite ci sono tanti motivi che oscurano il buonumore. Ma il buonumore di cui parlo è un dono dello Spirito, un buonumore soprannaturale, la gioia a cui alludeva Pietro nella sua Lettera: «Voi lo amate senza averlo visto e ora senza vederlo credete in lui, perciò esultate di gioia indicibile» (1Pt 1,8).
Questo tema viene ripreso dal Vangelo, dove Gesù dice: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Gv 20,29). Noi di solito diciamo: «Vedere per credere». Gesù dice il contrario: «Fidati, credi: vedrai» (cfr. Gv 11,40).
Se il Santo Padre mi telefonasse e mi chiedesse com’è la Diocesi di San Marino-Montefeltro? Risponderei: «Santo Padre, la mia Diocesi è inginocchiata… ». C’è molta preghiera; pregano i piccoli e gli adulti, pregano i consacrati e i laici, pregano gli affezionati e le persone che non vanno tanto in chiesa. Dovrei anche dirgli che c’è chi chiede: «Prego tanto, ma dov’è il miracolo? Dov’è la fine di questo momento così tribolato?».
Rispondo, anzitutto, che la preghiera ci permette di continuare il cammino dentro al tunnel. Qualcuno dice che si intravvede la fine; io non ho competenze per dirlo, però assicuro che sono stati rinfrancati cuori, braccia e intelligenze.
La preghiera ci ha messo tutti nella verità, nella nostra condizione. Si dice: «Senectus ipsa morbus (la vecchiaia stessa è malattia)». Ma io direi piuttosto: «Humanitas ipsa morbus», la condizione di creature è segnata dal limite, dalla fragilità, per cui siamo malati di umanità. Umanità richiama “umiltà”, dalla parola “humus”, cioè terra: siamo fatti di terra.
La preghiera, soprattutto, ci mette davanti a Dio, al suo grande mistero e ci fa sentire il battito della vita nuova che dischiude l’involucro che la tiene prigioniera. Pensate al significato simbolico dell’uovo, un significato antico, precristiano: la vita nuova che pulsa spacca quell’involucro perché esca il nuovo modo di vivere.
La preghiera ci fa pensare al paradiso, al Cielo. Siamo “terra plasmata” per il dono della “vita nuova”, siamo fatti di Cielo, ma soprattutto siamo fatti per il Cielo. Le partenze sono molto dolorose, ma l’arrivo è sempre pieno di gioia, di abbracci, di festa. Ricordo quando mio fratello missionario partiva per il Congo dopo il periodo di riposo e visita alla famiglia. La mattina della partenza provavamo tanta tristezza; partiva per tre anni di missione. Una volta, all’aeroporto di Milano gli confidai quella tristezza. Mi rispose: «Penso a quando atterrerò con l’aereo a Goma (la città in cui era missionario): ci sarà tanta festa!».
È importante nella preghiera domandarsi: «Preghiamo bene? Quando siamo nella preghiera chiediamo cose buone? Siamo buoni quando entriamo nella preghiera?». Qualche catechista parla delle “tre B” della preghiera: chiedere bene, chiedere cose buone, essere buoni quando si prega. Un maestro di preghiera, che ascoltò il mio sfogo una volta in cui dissi che pregavo ma non succedeva niente, mi rispose: «Gliel’hai detto col Signore? Allora lascia fare a lui!».
In questi giorni la preghiera ci ha messo con le spalle al muro, come se il Signore ci dicesse: «Com’è la tua fede? Cosa pensi di Dio? Cosa pensi di te?». Essere messi con le spalle al muro: questo è accaduto a grandi oranti. Basta pensare ad Abramo, a Giacobbe, che ha lottato con Dio, a Giobbe, a cui è stato tolto tutto. C’erano persone attorno a Giobbe che si arrampicavano sugli specchi per difendere il silenzio di Dio, ma Giobbe fu l’unico ad accettare il rischio di stare di fronte al Mistero di Dio. Alla fine, Giobbe dovrà concludere: «Ti avevo conosciuto per sentito dire, adesso ti conosco veramente, perché sono passato attraverso la notte oscura della fede» (cfr. Gb 42,5). Gesù ci conferma: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». Più o meno è quello che disse a Marta: «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?». La parola di Gesù non è soltanto un invito a credere nonostante tutto, ma è un complimento a chi crede, non solo perché vedrà, ma perché godrà la prossimità con il Signore: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno». Gesù parla a noi e parla di noi. Come facciamo a non essere contenti?

Omelia nella Domenica di Pasqua

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 12 aprile 2020

At 10,34a.37-43
Sal 117
Col 3,1-4
Gv 20,1-9

Quel mattino del primo giorno della settimana è tutta la comunità, rappresentata da Maria, Giovanni e Pietro, che si reca al sepolcro. Quel giorno, attorno a quel sepolcro, c’è tanta agitazione. I personaggi che vanno al sepolcro di Gesù sono alla ricerca di lui, ma ognuno cerca a modo suo e ognuno ha una reazione diversa di fronte a ciò che vede.
Maria Maddalena, più che cercare il Signore, cerca un sepolcro sul quale piangere. Ha un bellissimo ricordo del Maestro, pieno di affetto, di venerazione, ma non spera di incontrarlo vivo. È andata con gli aromi per imbalsamarlo. Vede la pietra ribaltata, ma resta all’esterno, non indaga ulteriormente. Agitata e sconsolata, corre a dire agli altri che qualcuno ha trafugato il corpo di Gesù. Maria rappresenta il tipo del discepolo che si accontenta, si ferma sulla soglia. Per lei Gesù è un caro ricordo; si è chiuso il periodo di vicinanza e di prossimità con lui. Il Vangelo nota che «era ancora buio», di fuori, ma soprattutto nel cuore della discepola.
Poi arriva Pietro. Lui entra nel sepolcro, vede che è vuoto, ispeziona accuratamente; il suo vedere risponde alle motivazioni razionali, controlla tutto: ci sono i teli funebri, le bende… Capisce che Gesù non è stato trafugato e rimane perplesso. Il suo cercare è più profondo. Pietro rappresenta il discepolo razionalista, che ama approfondire personalmente la fede, ma che non comprende che la risurrezione non è la conclusione di un’indagine scientifica e perciò rimane ad arrovellarsi nelle sue ipotesi. In quel momento raffigura il tipo di “estimatore” di Gesù come Maestro, maestro di etica.
Giunge, infine, Giovanni. Entra nel sepolcro con Pietro, gli cede il passo, ma il suo modo di cercare è differente. Dice il Vangelo: «Vide e credette». Egli intuì che lì si era manifestata la potenza di Dio. Giovanni si apre alla fede; pur senza rinnegare le esigenze della ragione, «vide e credette». Si lascia guidare dall’amore, per questo apre i suoi occhi sulla realtà misteriosa della risurrezione. «Questo è il discepolo che Gesù amava». Il Vangelo vuol farci capire che c’è una progressione nella fede. L’evangelista ha a disposizione diversi verbi per significare la parola “vedere”. C’è vedere e vedere… Lo sguardo di Maria di Magdala è la semplice percezione oculare; è un vedere ben diverso dalla fede. Viene adoperato il verbo greco blepo (βλέπω). Nel caso di Pietro, viene usato il verbo tzeorein (θεωρειν) che significa “guardare con fascino”, con grande interesse. Non è ancora fede, ma è sicuramente la manifestazione di un animo ben disposto. Infine, per il verbo che esprime la visione profonda della realtà, la comprensione totale e risolutiva che è la fede, viene usato il verbo orao (οραω). C’è una progressione, una crescita. Vorrei che fosse così per tutti noi. Vorrei che corressimo tutti insieme, come i discepoli e le donne, al luogo dove Gesù era stato posto e lì avere la sorpresa di sentire Gesù che ci ripete: «Io sono con voi sempre».
C’è qualcuno che esita: vorrei prenderlo per mano. C’è qualcuno che è al buio, che attraversa molte prove. C’è chi ha un deficit di speranza e dice: «Adesso basta!». C’è anche chi al sepolcro va e ritorna e piange, vorrei dirgli: «Non è qui il Signore. È risorto, è vivo!». Non era necessaria, di per sé, l’ispezione e la comunicazione del sepolcro vuoto; Gesù l’aveva detto: «Il terzo giorno risorgerò». Giovanni sta a dirci che la fede si basa sulla Parola di Gesù.
Gesù vuol darci la sua vita. La risurrezione non è un fatto che riguarda soltanto lui, ma è il dono di una vita piena, che viene da Dio. Noi di solito parliamo di “vita eterna” intendendola nel suo prolungamento nell’al di là, con una connotazione “quantitativa”. In verità, se stiamo rigorosamente ai testi, soprattutto quelli di Giovanni, si parla di una vita piena, trasformante e trasformata, che comincia adesso. Si sottolinea l’aspetto “qualitativo”. Giovanni aveva a disposizione due verbi per dire “vita”: il termine bios (βίος), la vita fisica, e il termine zoe (ζωή), la vita che ha le qualità di Dio, senza termine di tempo, ma anche una vita piena adesso, ricca di senso e divina, anche quando deve attraversare l’oscurità, la sofferenza, la croce. Il Signore è con noi. Concludo con l’immagine evocata dal Santo Padre il 27 marzo, quando ha collegato il tempo che stiamo vivendo alla tempesta sul mare (cfr. Mc 4,35-41). Siamo tutti sulla stessa barca, tutta l’umanità. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle l’interdipendenza della famiglia umana, di tutti i popoli. E Gesù è qui con noi. Questa è la vita eterna, la vita nella risurrezione che ci avvolge e come un lievito la solleva. Chiamiamola “vita nuova”. Buona Pasqua!

Omelia nella Veglia pasquale

Pennabilli (RN), Cattedrale, 11 aprile 2020

Mt 28,1-10

È risorto! Quanto abbiamo pensato durante quest’anno alla Veglia di Pasqua… Ci aspettavamo fosse il momento clou della vita pastorale della nostra Diocesi. Apparentemente non lo è, ma lo è nel suo significato più profondo. È una Pasqua diversa, celebrata a porte chiuse, senza il concorso dei fedeli e in tono dimesso. E, per la celebrazione più laica, è una Pasqua senza lo scambio di abbracci e strette di mano, senza grigliate sulla spiaggia e gite fuori porta. Si celebra nella propria casa, trincerati a dispetto di una primavera che non si è mai vista così scintillante. Per quasi tutti, una Pasqua senza Messa, senza poter nutrirsi dell’Eucaristia. C’è chi ne patisce per davvero, perché non sente la Messa come una semplice tradizione: gli manca quel “Pane” che dà forza e coraggio per il cammino. Tutti abbiamo bisogno dei riti. I riti uniscono, rinsaldano l’identità, educano il desiderio e l’attesa. Le campane di San Marino e del Montefeltro suoneranno a festa e canteranno “Alleluia” a dispetto del virus che ci ha messo in croce.
Non ci stanchiamo di ripetere la gratitudine per chi è in prima linea: medici e infermieri, gente dell’informazione e gente della speranza (i miei preti e le mie suore), autorità e forze dell’ordine, impiegati e semplici cittadini. Questi ultimi tra i più importanti e decisivi protagonisti, con l’arma totale a disposizione: stare a casa!
Ho un sogno grande: so che nella preghiera può realizzarsi. Vorrei salissimo insieme al luogo in cui Gesù fu deposto dopo il terribile Venerdì Santo per rivivere lo stupore e la gioia delle donne e dei primi discepoli nell’apprendere che è risorto. «Non è qui. È vivo!». Vorrei stringere forte la mano di chi è in cammino ma esita, perché si trova in un momento di buio, di chi non ha speranza ed in cuor suo ha già detto «basta!». Ci sono momenti della vita che ci appaiono oscuri, nei quali non si vedono alternative. C’è chi sulla soglia del sepolcro ha già dovuto affacciarsi e vi ritorna piangendo. Ma, proprio lì, il dono inatteso. Dall’oscurità alla luce: «Io sono con voi – dice il Signore Risorto – tutti i giorni» (Mt 28,20). È davvero grande quello che è successo la mattina di Pasqua. È indispensabile per i cristiani del terzo millennio tornare alle radici della fede e dare solidità ad esse: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».
La risurrezione di Gesù – l’abbiamo detto tante volte con una metafora – è il Big Bang della fede cristiana: nei primi istanti ha messo in moto poche persone, ma una quantità smisurata di energia. I primi cristiani capivano che era successo qualcosa di indicibile. Alla fine del primo secolo tutto il bacino del Mediterraneo era costellato da migliaia di piccole comunità di credenti nel Signore Gesù. San Paolo, per portare l’annuncio percorse quindicimila chilometri (con i mezzi di allora!). Domani, nel racconto del Vangelo di Giovanni, vedremo com’è importante il tema della corsa. Tutti corrono, attorno a quel sepolcro vuoto, gridano che lui è vivo. La risurrezione di Gesù è un messaggio in espansione, una notizia che vuole raggiungere tutti e dare speranza. Particolarmente noi, in questi giorni di “Coronavirus”, dobbiamo portare questo annuncio.
Permettete un’altra sottolineatura: quando si dice “vita eterna” si pensa subito all’aldilà. C’è una restrizione del significato di questa parola che rischia di farne perdere il sapore pasquale, rinviando ai riti funebri, alla morte, a qualcosa che verrà dopo. Invece, la parola “vita eterna” ha molto a che fare col presente. La parola ebraica ‘olam significava l’insieme di tutti i beni possibili che rendono piena, ricca, significativa, l’esistenza. Sarà soprattutto nella teologia di Giovanni che emergerà come la vita sia “eterna” non solo nel prolungamento del tempo, che non finisce, perché Dio è eterno. Giovanni aveva a disposizione due parole della lingua parlata allora: la parola zoe (ζωή) e la parola bios (βίος). Ha scelto la parola zoe che dice la qualità della vita, più che la sua quantità in lunghezza. Noi riceviamo il dono della vita eterna: non pensiamo soltanto al prolungamento nell’aldilà, ma alla grazia del Battesimo che ci avvolge, ci rende figli di Dio. Giovanni puntualizzerà: «E lo siamo realmente» (1Gv 3,1), abbiamo la sua zoe, la sua vita. Preferisco allora parlare di “vita nuova”! La “vita nuova” ha subito la sua ricaduta, qui e ora, la sua espansione che si chiama santità, inseparabile dalla fraternità che unisce ontologicamente i figli di Dio.  Allora la fraternità fra noi non è una convenzione. L’uomo redento diviene dimora dello Spirito e già da adesso gode dei frutti della risurrezione. Auguri, buona vita! Che la vita di Gesù sia sempre con noi. Vi saluto con queste parole: gente di Pasqua! Alleluia!