Omelia nella solennità di San Leone

San Leo, 1° agosto 2019

Gn 12,1-4
Fil 4,4-9
Mt 7,21-27

1.
Dio disse ad Abramo: «Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa di tuo padre, e va’ nel paese che io ti mostrerò; io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (cfr. Gn 12,1-4).
Appena quattro righe ed è già vertigine!
Nelle parole del Signore ad Abram sta la vicenda storica e credente di san Leone, nostro padre nella fede.
Nelle stesse parole nasce quell’embrione di popolo che poi è cresciuto nella storia facendo incontrare la propria fede con le circostanze della vita. Quel popolo siamo noi! Un popolo che «non da sangue né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio è stato generato» (cfr. Gv 1,13).
Se oggi facciamo festa a san Leone è perché ci sentiamo forti di una predilezione che il Signore ha avuto facendo iniziare qui, per l’opera di un silente e misterioso apostolo, la grande avventura della vita di fede del nostro popolo.
Chiediamo d’essere fedeli alla nostra vocazione; di aggiungere un’altra pagina a questa storia di fede. «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò». Di quella obbedienza noi siamo i figli. Il “sì” obbediente e fiducioso al Signore è sempre generativo!

2.
Uscire. In questo verbo si può riassumere non solo la vicenda biblica di Abramo e quella storica di Leone (partito da Arbe, in Dalmazia, e giunto quassù sul monte Feretrum), ma l’esistenza dell’uomo e la sua vicenda credente.
Nascere è uscire dal grembo materno. Fra il punto di partenza e quello di arrivo la nostra vita è un continuo lasciare, un continuo uscire da situazioni per assumerne di nuove. Bambino, giovane, adulto; a poco a poco è tutta una vita che ci lasciamo alle spalle… Ma l’uomo di fede può vedere in ogni cambiamento un’occasione di crescita, un’occasione di avvicinamento a Dio, per camminare sempre più alla sua presenza, una possibilità di conversione, una introduzione a novità di vita.
«Affida a me – sussurra il Signore – tutto quel mondo di cose che vai mendicando qua e là. Io sono il tuo Dio! Te lo giuro!». Il Signore non permette all’Abramo che è in noi di andare dietro ad altri dei (per Abramo fu il monoteismo). Se Abramo accetta di seguire il Signore, deve tenere il passo che lui vuole (fu l’aspetto etico della religione rivelata) e il suo futuro sarà garantito dalla fedeltà e dalla potenza di questo Dio. All’invito segue la promessa.
Uscire: obbedienti e coraggiosi; coraggiosi perché pieni di fiducia e per questo anche intraprendenti. C’è tutta una Chiesa che vuole essere “in uscita”. Ce lo ricorda spesso papa Francesco. Che questa espressione non diventi “frase fatta”, slogan, o peggio ancora, retorica.
Perché una Chiesa sia “in uscita” occorre che io per primo (ognuno lo dica a se stesso) vada oltre me verso l’altro. Dipende da me: prendere coraggio, superare timidezze, gettare ponti (fosse anche solo un saluto, un sorriso, un sms, due righe per cominciare… ). Occorre superare chiusure, intimismi e guardarsi attorno, saper cogliere i punti critici, attenti agli avvenimenti; prepararsi a dare un contributo in questi giorni di dibattito sui grandi temi di società, temi sui quali, un tempo, il pensiero di tutti era convergente. Guardo all’Italia, ma soprattutto alla Repubblica di San Marino: al dibattito sull’aborto, sulla famiglia, sul fine vita. Non crociate, ma presenza testimoniante. In Italia il superamento tra una sorta di contrapposizione fra cattolici; semplificando un po’, tra “cattolici pro immigrati” da una parte e “cattolici contro l’aborto” dall’altra. Ripeto: una semplificazione, una deriva politica, quando non è addirittura strumentalizzazione. Non dobbiamo permettere questa separazione, ma realizzare un’unica fedeltà.
Occorre una Chiesa che non cerca privilegi per sé, ma che desidera solo la libertà di annunciare il Vangelo. Si sente a suo agio in ogni luogo, in ogni situazione, in ogni ambiente, per servire.

3.
Uscire: perché Dio è così! Non è “Signore di recinti”. Il Padre manda il Figlio a cercare chi è perduto, effonde il suo Spirito per rinnovare la terra. Dio è tutto comunicazione, dono, uscita da sé!
Uscire: un verbo che fa riferimento ad un’ascesi e ad una mistica.
Ascesi: superare la tentazione della chiusura, del farsi il proprio nido, del serrare le fila con chi ci sta, «con chi è dei nostri» (cfr. Lc 9,49); vincere la pigrizia dell’aspettare stando al coperto… Ribadire continuamente il nostro pensiero, senza tener conto del pensiero altrui (senza far trasparire l’accettazione di un pensiero diverso dal nostro); andare con equipaggiamento adeguato, cioè leggero, anzitutto con la Parola di Dio, senza lagnarci della nostra povertà, con un reale distacco dai soldi, dal desiderio di apparire, da ogni tipo di maschera (essendo noi stessi, con le nostre fragilità), con la castità del cuore (il distacco che non strumentalizza l’altro).
Mistica: la mistica della fraternità, lo stupore di sentirci figli dell’unico Padre. La mistica dello sguardo: non fermarsi ad uno sguardo orizzontale sugli avvenimenti (così come sembrano accadere), ma alzare lo sguardo verticalmente e chiedersi, secondo lo sguardo di Dio, che cosa lui ci stia dicendo o chiedendo. La mistica della croce. Gesù, in uscita da sé, perde tutto: gli amici, il posto in sinagoga, gli “Osanna” della folla, fino a sentirsi un «verme e non uomo» (Sal 22,7); perde perfino il sentimento della prossimità col Padre: «Perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). Secondo la Lettera agli Ebrei, Gesù ha pregato «con forti grida e lacrime» davanti alla sua passione, «ed è stato esaudito» (Ebr 5,7). Non ha chiesto di non soffrire e di non morire… ma di vivere da figlio la croce, per questo è stato esaudito. San Leone ci aiuti ad affrontare con lo spirito di Gesù le grandi prove di oggi… Così sia!

Omelia nella festa di San Leone a Pennabilli

Pennabilli (Cattedrale), 1° agosto 2019

Gn 12,1-4
Fil 4,4-9
Mt 7,21-27

La prima caratteristica di san Leone, nostro patrono, padre nella fede e fondatore della nostra Chiesa locale, messa in luce dalla liturgia è la provenienza lontana. Leone è un esule, un migrante a causa del Vangelo. Il Signore lo ha fatto uscire – questo è il verbo che approfondirò nell’omelia di oggi pomeriggio a San Leo – dalla sua patria, Arbe in Dalmazia, e dalla casa di suo padre. Il vescovo di Rimini, Gaudenzio, lo invia sui monti dell’entroterra per portare l’annuncio di Gesù Risorto. Non facciamo fatica a vedere nella sua vicenda l’avventura spirituale di Abramo, quattro versetti in tutto (cfr. Gen 12,1-4), ma che fanno venire le vertigini! Tra noi ci sono sacerdoti, sorelle, monache, che vengono da altri continenti e che hanno sperimentato questi versetti con tutta la forza che contengono; ma sono anche versetti che dicono una esigenza radicale: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria, dalla casa di tuo padre e va’ verso il paese che io ti indicherò; farò di te un grande popolo e ti benedirò…» (cfr. Gn 12,1-4). Chissà che cosa provano questi nostri amici, perché, si sa, il cuore è il cuore.
Il comando ad uscire, come vedete, è accompagnato da una promessa. Noi, raggiunti dalla predicazione di Leone, siamo innestati in quel “popolo della benedizione”, che ha ricevuto dai messaggeri del Vangelo la raccomandazione dell’affabilità verso tutti, della letizia che proviene dalla confidenza nel Signore, della preghiera di supplica e di ringraziamento, della ricerca di ciò che è vero, nobile, puro, amabile e onorato, come raccomanda la Seconda Lettura (Fil 4,4-9). Chiediamo a san Leo di ottenerci tanti ministri, annunciatori miti e forti del Vangelo. Preghiamo perché i chiamati sappiano far proprio questo invito del Signore, ma soprattutto sappiano far posto nel loro cuore al suo amore. Diventare pastore, oggi, è tutt’altro che ricercare un posto in vista o carriera, men che meno sistemazione e ricchezza. Davanti a chi risponde all’invito del Signore si apre un apostolato esaltante, ma spesso itinerante, data la situazione; una vita apostolica semplice, tra la gente, con la preferenza per i più piccoli, per gli ammalati, per i giovani. Ogni chiamato dovrà contribuire a creare una famiglia attorno al Pastore, dovrà sentire gli altri chiamati come fratelli più che come colleghi.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato tratteggia la figura del saggio architetto che costruisce la casa sulla roccia. Chi ha scelto questa pagina evangelica per la festa di san Leone ha certamente pensato alla collocazione della nostra Cattedrale, una Cattedrale una ed unica in due spazi; alludo a quella costruita sulla pietra di San Leo, ma soprattutto a quella fondata sulla solida roccia dell’amore di Dio. La storia è maestra di vita, è sacra, perché fra le sue pieghe il Signore si fa presente, accompagna e responsabilizza.
Nella solennità di san Leone, nostro patrono, viene da chiedersi come sia accaduto il prodigio dell’evangelizzazione di questa terra; dalla spora del Vangelo sono usciti incredibilmente i segni che l’hanno resa gravida di tanti credenti: la Chiesa è madre!
Vorrei conoscere – e invito tutti a farlo – la storia della nostra Chiesa locale. Anche il nostro mensile, “Montefeltro”, dedica pagine, puntualmente, su figure e istituzioni che appartengono alla storia della nostra Diocesi. Anzi, nel recente incontro organizzato con i giovani consacrati – giovani della nostra terra che si consacrano a Dio e partono, come Abramo, per destinazioni da loro neppure calcolate, oppure altri che, da fuori, il Signore ha portato tra noi – abbiamo voluto scendere in piazza durante la manifestazione di “Artisti in piazza”, che in corso in quei giorni. Chi è più artista di questi giovani! Nel nostro incontro abbiamo approfondito aspetti della spiritualità delle nostre genti. Siamo arrivati persino a formulare una domanda: c’è una spiritualità tipica del Montefeltro, una spiritualità con un timbro peculiare? Domanda per ora ridimensionata, ma tuttavia motivata non da campanilismo, ma dalla gratitudine per la figura di tanti santi e beati, per la fede, nella sofferenza e nella prova, di tante famiglie, dalle testimonianze non solo di pietra, ma di istituzioni e di persone che hanno affrontato con coraggio le prove. Ho avuto modo di studiare un poco l’origine e il prodigio dell’evangelizzazione nella mia terra di provenienza – anche se ormai considero questa la mia terra – e analogicamente credo di poter rintracciare alcuni fattori che favoriscono la nascita di una Chiesa locale. Il primo è la testimonianza iniziale dei laici; all’inizio fu così anche qui da noi, perché Marino e Leone erano laici missionari che hanno raccontato il loro incontro col Vangelo. Leone successivamente sarà presbitero, Marino diacono, ma la loro partenza è da laici che lavorano le pietre, al porto di Rimini e, prima ancora, in Dalmazia. Laici, cioè cristiani, accompagnati e sorretti dalla forza del Battesimo. Pensate a cosa può fare il Battesimo!
Il secondo fattore è l’implantatio ecclesiae. Con la vita e con la relazione tra le persone si sente la necessità di avere un luogo per la preghiera, un magistero e un collegamento con la Chiesa di origine, per noi quella di Rimini, saldamente connessa con quella di Roma. Non è mai venuto meno questo collegamento.
Il terzo fattore che ha consentito l’evangelizzazione di queste terre sono i sentieri e le strade; non strade particolarmente importanti, tuttavia sentieri che hanno favorito collegamenti attraverso cui pellegrini hanno potuto raccontare la fede, la vita dei santi, mantenere relazioni, mettere in comunicazione esperienze spirituali.
Il quarto è un fattore ancora oggi presente e molto promettente: è la presenza della vita eremitica, monastica e conventuale. A noi, che siamo un po’ come Marta, queste risorse possono apparire poco efficaci. I contemplativi, seduti ai piedi del Maestro, sono i custodi del sacro, presenza che irradia spiritualità. La nostra terra è stata prescelta da tante persone che, come uccelli, hanno nidificato tra noi. Sarà stata l’attrattiva dei nostri luoghi e l’accoglienza che abbiamo saputo e che sappiamo ancora oggi riservare loro… Avere in Diocesi sette monasteri di clausura e tre eremiti è un grande dono di Dio. E che dire poi dei laici che si consacrano, che vivono ogni giorno il loro Battesimo, che si impegnano nel sociale?
Oggi, 1° agosto, comincia una sorta di pellegrinaggio ideale: oggi la festa del fondatore Leone; il 3 settembre la festa dell’altro fondatore, Marino; il 1 settembre la Giornata per la Custodia del Creato, giornata istituita dal Santo Padre Benedetto XVI e che papa Francesco incoraggia, preoccupato per le sorti del nostro pianeta. Il cristiano è custode del Creato, crede nella Creazione, crede che non siamo un agglomerato di elementi primordiali che si sono condensati, ma che ci sia un progetto. Vorrei che questa giornata fosse celebrata con solennità; la celebreremo, come Diocesi, sulle rive del lago di Soanne: fate il possibile per esserci! Il nostro pellegrinaggio continua con l’ordinazione sacerdotale, in Cattedrale, di un figlio della nostra terra, don Luca Bernardi, sammarinese e con la professione solenne di suor Giulia Cenerini, di Pennabilli, che ha compiuto il cammino accompagnata in questi anni dalle sue sorelle. La professione solenne sarà a San Gabriele dell’Addolorata il 24 agosto. Dunque, un mese tutto vocazionale, dai santi fondatori, alla nostra chiamata ad abitare la terra per il progetto di Dio, per arrivare poi ad un fratello e ad una sorella che si donano al Signore. Don Luca, suor Giulia, pensate di aver ricevuto un dono senza alcuna ambizione, grati per essere stati chiamati dal Signore. Sia lodato Gesù Cristo.

Omelia XVII domenica del Tempo Ordinario

Valdragone (RSM), 28 luglio 2019

Campo nazionale Azione Cattolica Giovani
e Movimento Studentesco

Gen 18,20-32
Sal 137
Col 2,12-14
Lc 11,1-13

Sant’Agostino, uno dei più autorevoli maestri nella Chiesa, ha scritto: «La preghiera di domanda non serve tanto ad istruire Dio, ma a costruire l’uomo». Insegnando il “Padre Nostro”, Gesù svela il segreto della sua preghiera e dichiara la sorgente della sua dedizione al Padre: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà…». Allora, quando dico il “Padre Nostro” entro nella preghiera di Gesù e mi metto in sintonia col cuore di Dio. Una preghiera così mi stabilisce nella comunione col Padre e testimonia la mia prima vocazione di uomo: essere e vivere da figlio. Chiamando Dio col nome “Padre” (“Abbà”, secondo la lingua ebraica, equivalente all’italiano “papà mio”) metto nella mia preghiera una forte tonalità di fiducia e di abbandono, la stessa che caratterizza l’audacia di Abramo che non demorde nel chiedere. Anche a me capita di fare l’esperienza della preghiera non esaudita (non esaudita quando e come vorrei io): un’esperienza che mette a prova la mia piccola fede. Gesù mi invita a perseverare non perché la richiesta insistente faccia cambiare parere a Dio, ma perché cambia me, dispone il mio cuore ad accogliere i doni che Dio ha preparato per me; mi costruisce nella confidenza e nell’abbandono fiducioso.
Le parole del Padre Nostro sono curative delle nostre pigrizie e della nostra mediocrità. L’amore per il Signore e per i fratelli è quel che possiamo mettere per affrettare la manifestazione del Regno di Dio sulla terra e come in cielo. Il Regno di Dio è un dinamismo simile al germe nascosto nella semente o al lievito che fermenta la pasta.
Nella Messa, o nella preghiera personale, noi esprimiamo al Signore la nostra recettività verso il suo Regno che viene a noi attraverso l’annuncio della sua Parola e attraverso il pane di vita, nutrimento per la nostra vita ed il nostro cammino. Il Regno seminato in noi porta frutti, si espande anche attraverso la nostra presenza nel mondo e le nostre situazioni difficili o scomode.
L’assemblea che tra poco alza le mani in preghiera e dice: «Venga il tuo Regno» fa la sua più alta e più bella professione di fede. Al tempo stesso proclama solennemente il proprio impegno. Le domande della seconda parte del “Padre Nostro” sono al plurale, costituiscono lo slancio di una preghiera filiale ma anche fraterna. Il pane che imploro come “nostro” è il pane che devo spezzare e condividere.
Spero di non scandalizzare: le parole del “Padre Nostro” non sono originali. Gesù le prende dalla preghiera sinagogale, radicata nella più alta esperienza biblica. Alcune espressioni si ispirano direttamente alla preghiera giudaica del “Kaddish”: l’esaltazione, magnificazione e santificazione del nome di Dio. Poi la richiesta del pane per ogni giorno: un rimando esplicito alla manna.
L’originalità allora? Sta tutta in quel “Padre”: senza aggettivi, senza specificazioni, a differenza della versione dell’evangelista Matteo (cfr. Mt 6,5-15). Qui è l’insegnamento nuovo, originale, sorprendente di Gesù. Quando pregate dite: «Padre… ». È questa la mia preghiera: essere sempre rivolto verso il Padre.
“Padre” non è la prima parola di una formula, sia pure la più alta. Essa è Parola di Dio. Una parola di Vangelo. È vero che a volte se ne fa solo una formula o una moneta per avere un beneficio o fare una penitenza (dire un Pater per avere qualcosa…). È una parola che va ascoltata piuttosto che detta. La preghiera è un appuntamento per parlare a Dio, ma soprattutto per ascoltarlo.

Discorso all’Udienza con i Capitani Reggenti dell’Azione Cattolica Giovani e Movimento Studentesco nazionali

San Marino Città (Palazzo Pubblico), 28 luglio 2019

Eccellenze, Signor Segretario, Cari amici,
vorrei che questa solennità e l’austerità di questa aula non togliesse nulla all’affabilità del nostro parlarci.
Sono qui a testimoniare il buon rapporto che la Chiesa locale ha con le istituzioni, nella distinzione di ruoli: tutti a servizio delle persone della Repubblica di San Marino. Uscendo – lo dico per i non sammarinesi – potete vedere incastonata nell’angolo del Palazzo una statua che rappresenta il santo Marino, “pietra viva” su cui è stata costruita questa realtà.  San Marino, il missionario venuto sul monte Titano, non ha pensato di fondare un monastero a cielo aperto, ma ha dato vita ad una realtà assolutamente laica e basata ugualmente sul Vangelo.
Permettetemi di parafrasare un versetto evangelico: «Usque in finem diligere» (cfr. Gv 13,1), amare fino in fondo, sull’esempio di Gesù. Che significato ha «fino in fondo»? Significa amare dal profondo del cuore, dal profondo delle intenzioni, delle azioni, delle professionalità, di tutto quello che è il meglio di noi stessi. Significa dedizione per tutte le persone, dalla prima all’ultima e dalla punta dei capelli alla punta dei piedi, cioè a tutta la persona, nella propria interezza e dignità. Per questo anche i nostri interventi come Chiesa locale sono fondati su un’antropologia trascendente e con argomenti di ragione. Penso, anzitutto, al nostro impegno per la custodia della vita, dal suo nascere fino alla sua fine naturale; all’accoglienza, secondo le possibilità, delle persone in fuga o in ricerca di una migliore sistemazione; e poi – dato che mi rivolgo anche ai rappresentanti del Movimento Studenti (MSAC) – all’impegno per una cultura aperta alla spiritualità, come riconosciuto dall’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di San Marino e poi dall’Intesa tra la Diocesi e la Segreteria di Stato all’Istruzione per quanto riguarda l’Insegnamento della Religione Cattolica. C’è stata una sofferenza che si è volta al meglio, perché ha permesso un riconoscimento della dignità culturale di questo insegnamento. Accanto all’IRC c’è un’ora alternativa, che non è pensata come contrapposizione e non lo deve assolutamente diventare, ma un laboratorio di accoglienza reciproca, inclusione e dialogo.
Ho avvertito come dalla tolleranza siamo arrivati alla stima reciproca; credo stiamo facendo un passo ulteriore: dalla stima all’amicizia. Penso al nostro impegno verso la cittadinanza cercando di smentire l’idea che la politica sia una cosa “sporca”. La politica è una delle forme più grandi della carità, perché è per il bene dell’altro. Da qui la necessità della partecipazione da parte di tutti, con l’invito in modo particolare ai giovani. L’Azione Cattolica non è un partito politico, ha altre finalità, altre ambizioni, ma credo che nei suoi programmi prepari le persone ad assumersi questo impegno e lo faccia con competenza e convinzione.
Saluto tutti cordialmente.

Omelia nella XVI domenica del Tempo Ordinario

Passo della Mendola (BZ), 21 luglio 2019

Gn 18,1-10
Sal 14
Col 1,24-28
Lc 10,38-42

Anche a Gesù succede di scappare: ad esempio quando i farisei complottano per arrestarlo perché ha risanato di sabato un uomo dalla mano inaridita. «Gesù, saputolo, si allontanò di là» (Mt 12,15). Se c’è questa “fuga”, ve n’è anche un’altra, quella di Gesù che va a Betania a casa dei suoi amici. Un po’ di riposo! Gesù a casa di Marta, Maria e Lazzaro ci sta bene e volentieri. Gusta l’ospitalità di Marta, l’ascolto attento di Maria e l’amicizia di Lazzaro.

1.
Marta vuole onorare il suo ospite e gli prepara “cose buone”, mentre la sorella ascolta Gesù. Nella richiesta a Gesù di dire a Maria di aiutarla, Marta sembra dire a Gesù: «Adesso taci, così Maria potrà finalmente aiutarmi». Gesù risponde dolcemente, ma anche con una certa risolutezza; prende la difesa di Maria. Maria seduta ai piedi del Signore è alla scuola del Maestro, che vede in lei il tipo del discepolo. E in questo Maria ha scelto «la parte migliore». Straordinaria libertà di Gesù che sfida la cultura dell’epoca e mostra come una donna sia una discepola!

2.
In Abramo, nella Prima Lettura, troviamo il senso orientale dell’ospitalità. Per i tre visitatori che arrivano all’ora della siesta si rende immediatamente disponibile.
A Betania, per l’amico Gesù, Marta manifesta la stessa disponibilità. Si fa in quattro per organizzare il pranzo… Accoglienza dell’amico, accoglienza di un povero, accoglienza di uno straniero, accoglienza di un isolato: è già accogliere Gesù.
Questo servizio “con i muscoli”, “con le mani”, è accoglienza di un Dio che «si è fatto carne» (Gv 1,14). E quando si nutre un membro del corpo di Cristo non si è forse benefattori di Dio?

3.
Abramo ascolta il suo Dio venuto a visitarlo. E per questa accoglienza è di più quello che Abramo riceve di quanto offra. Questa coppia di anziani sposi avrà in Isacco la sua «parte migliore»!
Marta non trova il tempo per ascoltare. Dimentica che la relazione è la prima e fondamentale qualità dell’accoglienza. Si preoccupa troppo!
Gesù, nella parabola del seminatore, ha diagnosticato questo tipo di “soffocamento” per quanto riguarda l’ascolto della Parola nelle ansietà della vita. Capita, in effetti, di trovarsi con persone così indaffarate che dimenticano di conversare tranquillamente con gli invitati. Peggio ancora l’agitazione febbrile per le cose di Dio e del prossimo senza un vero incontro.

4.
Maria assapora questo momento di felicità nel quale gli è dato di ascoltare la parola di Gesù in totale confidenza. Per questo è discepola più che serva. E noi come possiamo scegliere «la parte migliore» nella nostra vita?
Non si devono opporre Marta e Maria…
Paolo, ad esempio, parlerà della sua vocazione in favore dei pagani come della «parte migliore». Aggiunge: «Il Cristo è in mezzo a voi!»: come essere veramente persuasi che è bene per noi gustare la presenza di questo ospite?
Non c’è dubbio che l’efficacia del nostro impegno dipende dalla capacità di stare ai piedi del Maestro. Oggi, che c’è ovunque una frenesia che inquieta; che gioia potersi fermare e stare ai suoi piedi! È «la parte migliore»!

Omelia nella XV Domenica del Tempo Ordinario

Montealtavelio, 14 luglio 2019

Dt 30,10-14
Sal 18
Col 1,15-20
Lc 10,25-37

Tutti conoscete molto bene questa parabola raccontata da Gesù, detta “la parabola del buon samaritano”. Era illustrata perfino nel mio sussidiario di terza elementare. Ho chiesto al Signore di provare stupore come se fosse la prima volta: «Signore, fa che io mi meravigli ancora e che il messaggio di questa parabola non passi come un déjà-vu, come una cosa scontata; che questa parola di Gesù faccia scintille nel cuore e provochi un bagliore nell’anima». Perché ciò avvenga bisogna leggerla nella preghiera, immedesimarsi. Possono essere di grande aiuto, tuttavia, i commentatori.
C’è una domanda iniziale: «Chi è il mio prossimo?». È una domanda posta male: sembra che il prossimo sia qualcuno di fronte a te. «Chi ha diritto del mio amore?». Dunque, si intende il prossimo in senso oggettivo, come fosse un oggetto. Gesù capovolge completamente la domanda: «Sei tu che ti fai prossimo». Dall’oggettività alla soggettività. Non si tratta di sapere chi è la persona che devo amare, ma sono io che mi devo “fare prossimo”: avviene così il passaggio dall’oggetto al soggetto.
Alcuni commentatori sottolineano che si parla di «un uomo che scende da Gerusalemme a Gerico». Siamo in una zona desertica. Gerusalemme è 800 mt sul livello del mare, Gerico è 200 mt sotto. Quell’uomo stava compiendo 1000 mt di dislivello quando incappa nei briganti. Si parla di «un uomo», senza aggettivi. Non si dice se era ebreo o egiziano, giovane o vecchio, alto o basso, buono o cattivo. Semplicemente «un uomo». Questa sottolineatura ci dice che ogni uomo è mio fratello, portandoci nel cuore del messaggio di Gesù. Al tempo di Gesù “prossimi” erano considerati i connazionali, quelli della stessa tribù o famiglia. Gesù smonta questa idea, dice semplicemente: «Un uomo». Ad ogni uomo il percorso della vita riserva sorprese. Quell’uomo incappa nei briganti che lo lasciano mezzo morto lungo la strada. Così è di ogni persona, anche se l’incontro non è con briganti… Ogni persona ha diritto alla mia prossimità.
Accanto all’uomo ferito passa un sacerdote, poi un levita; hanno entrambi fretta, devono andare al tempio e non possono contaminarsi col sangue.
Il terzo personaggio è uno straniero, un samaritano, un eretico per gli ebrei osservanti. Lui si ferma. Gesù non vuole evidenziare la contrapposizione tra il sacerdote e il samaritano, ma vuole farci vedere il lato positivo. Anche quell’uomo, che era eretico e straniero (considerato fuori dall’Alleanza), può fare il bene. E lo fa!
Ci avviliamo quando torniamo a peccare, ma si ha sempre una grande risorsa: amare. Gesù dice: «E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto la sua ricompensa» (Mt 10,42). Il culto gradito a Dio è l’amore.
Mi sono soffermato sui verbi (la parte del discorso che esprime l’azione compiuta dal soggetto). Ci sono undici verbi (uno in più del Decalogo!) che esprimono le azioni che compie il samaritano. Ci si potrebbe soffermare su ogni verbo per imparare qualcosa di nuovo. «Vide», «si mosse a pietà», «si avvicinò», «scese», «versò olio», «fasciò», «caricò sulla cavalcatura», «lo portò», «si prese cura di lui», «pagò» e l’undicesimo verbo: «Al mio ritorno salderò il debito che resta». Undici verbi che esprimono la concretezza dell’amore. Una maestra spirituale diceva: «Bisogna voler bene con i muscoli (non solo pensare di voler bene)». Come la Madonna alle nozze di Cana: si accorge che manca il vino e cerca di risolvere la situazione, rivolgendosi a Gesù. Si potrebbero raggruppare questi verbi: ci sono verbi del caso e del rischio (viaggiare, passare accanto…); altri sono verbi del cuore (vedere e commuoversi); ci sono i verbi delle braccia e delle mani (caricarsi, versare, fasciare). Infine, i verbi della mente, in cui c’è una progettazione: «Lo lascio qui… Al mio ritorno salderò il debito».
Ma chi è il buon samaritano?
Direte: «don Marino», «don Oreste», tutti noi… Sì, ma il miglior buon samaritano è Gesù, che ha fatto così: è sceso dalla Gerusalemme celeste ed è venuto sulla terra, si è avvicinato alle nostre piaghe, le ha fasciate e continuamente ci porta all’albergo che è la Chiesa… Grazie Gesù! Fa’ che anche noi facciamo nostro il tuo programma e il tuo stile. Iniziamo col fare atti d’amore concreti. Così sia.

Omelia nella celebrazione eucaristica per la festa di Santa Veronica Giuliani

Mercatello sul Metauro, 9 luglio 2019

Os 2,16b.17b.21-22
Sal 148
Gal 6,14-18
Gv 15,1-8

Santa Veronica ci introduce, mediante la sua esperienza spirituale, ad una più profonda conoscenza delle Sacre Scritture. Conoscere le Scritture è conoscere Gesù.

1.

«Ecco – dice la prima lettura –la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore». La prima cosa che balza evidente è la richiesta del Signore di una piena confidenza, di un’intima relazione, di un’amicizia con la sua creatura. Siamo nell’ambito dell’interpersonalità. Qui va collocato il nostro essere cristiani; non in una dottrina, non in una serie di precetti e neppure nell’osservanza dei riti. Questo, purtroppo, non è compreso da tutti. L’essere cristiani si gioca in un incontro, un incontro d’amore. E io vorrei dire a tutti: «Lo sai, c’è chi ha stima di te, c’è chi ti conferma che tu sei unico/unica per Lui. Il Signore ti ama immensamente». Mi sovviene una pagina del profeta Isaia: «Così dice il Signore che ti ha creato, che ti ha plasmato: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni! Se dovrai attraversare le acque, io sarò con te. Se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare. […] Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo”» (cfr. Is 43,1-4).
C’è stato sicuramente nella vita di ciascuno di noi un momento in cui questo annuncio ci ha stupito, commosso, forse turbato, anche convertito. È una voce soave, discreta, un’emozione interiore che, purtroppo, forse abbiamo rimosso ed è stata soverchiata da tante altre voci, situazioni, rinvii… L’evangelista Giovanni racconta il suo incontro con Gesù e annota con precisione: «Erano le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39). Dopo tanti anni, Giovanni testimonia di non avere scordato quel momento. Vorrei, nel ricordo di santa Veronica, che in ciascuno di noi si risvegliasse questa intima parola di Gesù: «Tu sei prezioso ai miei occhi. Sei degno di stima. Ti amo». Poi c’è una parola che ritorna: il deserto. Un richiamo alla solitudine, all’essenziale, ma anche un richiamo all’abbandono fiducioso verso Colui che ti propone di seguirlo. L’anima dice: «Tu solo mi basti. Non ho altri che Te». Per il popolo di Israele, che è figura di tutti noi, il deserto fu il luogo della prova, della sete, del cammino forzato, ma fu soprattutto un luogo di amore.
Non sapevo che il diario di santa Veronica fosse di 22.000 pagine! Veronica ha registrato tutto quello che viveva intimamente per incarico dei suoi confessori. Vvoglio leggervi qualche riga: «Sento l’anima mia tutta trasformata in Dio, dappertutto trova Dio, in Dio medesimo cerca Dio». Sembra paradossale cercare Dio in Dio; delle volte l’idea che noi abbiamo di Dio è quella che ci facciamo noi; santa Veronica, invece, non cercava l’idea che lei si era fatta di Dio, ma Dio in Dio. Cercandolo, dove lo trova? Lo trova in sé ed esso la tira fuori da sé, la pone in Lui. Impazzita d’amore cerca Dio nel medesimo Dio. «Sta l’anima sola con il Solo, sola col Tutto, sola col Sommo, sola con l’Amore. Lei inabile a tutto, ma Dio opera in tutto. Lei, senza operazione, ma Dio operante. Lei in silenzio, ma in un istante diventa tutta lingua, tutto fuoco. Il suo Maestro è l’Amore e tanto basta».

2.

La Lettera ai Galati, di cui abbiamo letto l’ultimo tratto, è indirizzata a chi pensa di dover esibire davanti a Dio le proprie virtù, i propri meriti, salvo poi restare traumatizzato e deluso dalle proprie infedeltà, dalle proprie inconsistenze. Paolo in questo testo dice che se c’è una cosa di cui vantarsi è la croce del Signore, cioè il suo amore crocifisso. È un invito – ed è tutta la spiritualità di santa Veronica – ad alzare lo sguardo da sé e a riporlo in Lui. Quante volte inciampiamo su questo punto e viviamo l’esperienza cristiana come qualcosa di deludente, di frustrante: avremmo voluto colmare un vaso di virtù e quel vaso è sempre vuoto. Se uno guarda se stesso si inganna. Veronica invita a guardare Lui. A volte succede perfino di pensare che l’opposto del peccato sia la nostra virtù, raggiunta con uno sforzo di volontà; invece l’opposto del peccato è la fede che fa alzare lo sguardo verso Gesù. In questo consiste l’essere creatura nuova. «Il vanto è seguirti – dice san Paolo – essere con te nell’opera che il Padre ti ha affidato». Santa Veronica è come se dicesse: «Voglio essere amore come Te, Gesù. Appoggio la mia scaletta alla croce, a Te che sei sulla croce, metto la mia guancia sulla tua guancia, il mio cuore sul tuo cuore e guardo il mondo come lo vedi Tu». Come lo vede il Signore il mondo? Lo ha chiamato all’unità; vede l’umanità fatta di legami di fraternità, solidale e interdipendente. Allora Gesù affida alla sua sposa, se vuole, di essere con lui a servizio della Redenzione. E lei dice: «Io sarò le membra della redenzione. Completo nella mia carne ciò che manca dei tuoi patimenti in me, Signore». I patimenti di Gesù sono completi, è in noi che si devono completare.
Vi confido una battuta. In Cattedrale, alla Messa del Giovedì Santo, ho detto ai miei sacerdoti che sulla croce c’è posto per due e stavo per girare la croce dell’altare per far vedere che da un lato c’è Gesù, mentre dietro è vuota, senonché nella croce della Cattedrale c’è Gesù davanti e dietro… Per fortuna mi sono fermato in tempo. Ma il concetto che volevo esprimere era che sulla croce c’è posto per Gesù e per ciascuno di noi.
Come possiamo noi che siamo così imperfetti vivere una spiritualità tanto sublime? Il mio maestro spirituale diceva di non andare in cerca di penitenze, piuttosto di prendere quelle che la vita riserva; imparare a vedere Lui nelle sofferenze quotidiane, a non fermarsi alla piaga che fa male, ma ad andare oltre e farne un incontro con Lui. Penso ai momenti di delusione. Non dico di amare la delusione; la delusione fa male, a volte è cocente, ma si può amare in essa Gesù che è rimasto deluso tante volte. A volte viviamo la derisione; allora pensare a Gesù come “il deriso”. Altre volte sentiamo la persecuzione (quando parlano male di noi), allora pensare che anche Gesù è stato perseguitato. A volte ci sentiamo lasciati soli, abbandonati; possiamo dire: «Sei tu, Gesù, l’Abbandonato». Non si ama il dolore per il dolore, perché non è il dolore che salva, ma l’amore.

3.

La pagina evangelica che abbiamo sentito proclamare ci riporta alla cultura contadina, con l’immagine dell’innesto. Mio papà aveva un ciliegio selvatico. L’ha tagliato e gli ha messo dentro un ramoscello di ciliegio buono. Dopo quell’operazione l’albero ha finito per fare ciliege squisite. Col Battesimo siamo stati innestati in Gesù. Quello che ha vissuto Veronica lo viviamo anche noi; anche noi siamo una cosa sola con Gesù, anche a noi Gesù dice: «Io ti sposo. Non guardarti, guarda me. Ricomincia sempre».
Davanti a noi l’umanità di oggi… Ci sarebbe molto da dire sulla situazione sociale. Abbiamo delle responsabilità. La mia città, il mio paese, la mia nazione mi appartengono. Mi appartiene l’umanità. Sono miei i profughi; sono miei fratelli quanti sono in ricerca o sono delusi e soli… Mi ha fatto piacere sapere che le monache Clarisse Cappuccine di Mercatello sul Metauro hanno aperto un monastero nel Benin. Che bello questo squarcio… L’ha detto Gesù: «Se rimanete uniti a me, porterete molti frutti» (cfr. Gv 15,15). Così sia.

Omelia nella XIV domenica del Tempo Ordinario

Nebbiù di Cadore, 7 luglio 2019

Campo diocesano adulti Azione Cattolica

Is 66,10-14
Sal 65
Gal 6,14-18
Lc 10,1-12.17-20

Gesù, benché inchiodato sulla croce, vede il mondo come un grande campo di grano. A perdita d’occhio vede la messe a differenza di noi che tante volte vediamo solo deserti. Impariamo a guardare l’umanità con gli occhi di Gesù. Se vi succede di andare in spiaggia o di andare in città a far compere o di fermarvi ad un incrocio, guardate la folla con gli occhi di Gesù…
Ai sacerdoti, durante la “Tre giorni del clero”, ho proposto la “mistica della fraternità”: vedere in ogni persona un fratello. La propongo anche a voi. Sembra una contraddizione in termini, perché la mistica fa pensare al “terzo Cielo”, alla contemplazione di cose sublimi. Invece la fraternità dice la concretezza del camminare insieme. Ebbene, queste due cose si combinano tra loro. Signore, spalanca i nostri occhi sulla misura del tuo sguardo!
Una confidenza: quando ero ragazzino venivo rapito dall’affascinante mistero di un Dio che abita in un pezzo di pane, un Dio che potevo persino mangiare. Mi sembrava di appoggiare una scaletta alla croce e di mettere il mio cuore sul cuore di Gesù. Allora chiedevo di guardare il mondo come lo guardava Lui, un mondo da conquistare.

Siamo tutti ingaggiati in questa avventura: ognuno di noi si consideri operaio nella vigna del Signore!
Ad una riunione della Conferenza Episcopale sono intervenuto a proposito del Regolamento del Seminario della Propedeutica. Si parlava dei segni di vocazione: come si fa a dire che un ragazzo ha la vocazione?
Ho proposto di indicare tra i segni di vocazione l’attenzione e l’amore per i poveri, per gli ammalati, per le persone sole, per gli ultimi.

Al termine di questo Campo scuola dedicato all’approfondimento teologico-pastorale del Battesimo mi viene spontaneo porre l’attenzione alle parole della liturgia che richiamano il Battesimo. Abbiamo appena pregato così: «O Dio, che nella vocazione battesimale… » (Domenica XIV, Orazioni facoltative, Anno C). Il Battesimo è una chiamata: chiamata alla vita filiale, chiamata alla vita nuova, chiamata alla comunione. Tutti sono candidati. Per Gesù siamo tutti predestinati alla salvezza e alla vita nuova. Anche per Rascolnikov, il protagonista del romanzo “Delitto e castigo” di F. Dostoevskij, c’è redenzione. Per lui c’è una ragazza, Sonia, la peccatrice, che gli stringe le mani, le bacia e gli dice: «Chissà come soffri…». Non lo giudica, ma non lo giustifica; lo invita a costituirsi, a ricominciare.
Sono vari i punti di collegamento tra Eucaristia e Battesimo. Siamo entrati in chiesa e abbiamo iniziato la celebrazione con il Segno di Croce: è il segno che ci è stato consegnato fuori dalla porta della chiesa come segno unitivo per noi cristiani. Qualcuno di voi ha scritto sulla maglietta: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»: col Battesimo siamo stati rivestiti di lui. I catecumeni, dopo l’ascolto della Parola, vengono invitati ad uscire dalla chiesa. Sembra un atto discriminatorio, ma in realtà è un invito a guardare al Battesimo come ad un compimento.
Entrando nel grande mistero della Messa, capiamo di essere figli riuniti attorno al Padre, proprio come quando, dopo il rito del Battesimo, si sale verso l’altare, ci si dispone in cerchio (i genitori, il neonato, i padrini e le madrine) e si prega il Padre Nostro, la grande preghiera di Gesù. Il Padre Nostro era riservato ai battezzati, per questo era necessario un rito di consegna (traditio).
C’è un momento della Messa in cui viviamo in modo particolare la dimensione battesimale (purtroppo spesso scivola via troppo in fretta): è il momento in cui il celebrante e il popolo di Dio esercitano il sacerdozio regale. Il vero celebrante è Gesù. È Lui che si offre al Padre, non più in modo cruento, ma in una adesione totale e filiale, un’adesione che è l’essenza della risurrezione. Gesù si offre al Padre e noi con Lui, stretti a Lui come limatura di ferro ad un magnete. Il celebrante proclama: «Per Cristo, con Cristo, in Cristo, a te Dio Padre Onnipotente nell’unità dello Spirito Santo ogni onore e gloria nei secoli dei secoli». E il popolo risponde: «Amen». Quell’Amen sarebbe da cantare, non da bisbigliare o da pronunciare in fretta: è il culmine della Messa.
Al termine della celebrazione: «Ite, missa est», siete battezzati, andate! È il tempo della missione e della testimonianza. Ricordo il cap. 5 del Libro dei Giudici, quando Sansone, volendo mettere a ferro e a fuoco i Filistei, cattura delle volpi e lega alle loro code, a due a due (come Gesù manda i discepoli a due a due), una fiaccola accesa. Manda le volpi in mezzo ai campi di grano e di orzo dei Filistei e divampa un grande incendio. Ciascuno di voi è una di quelle volpi. A due a due siete luce per incendiare il mondo, incendiarlo d’amore! Così sia.

Omelia nella Solennità del Corpus Domini a San Marino

San Marino (Basilica del Santo), 20 giugno 2019

Es 24,3-8
Sal 115
Eb 9,11-15
Mc 14,12-16.22-26

Eccellenze,
Cari confratelli,
Carissimi tutti,
permettete che dia un saluto speciale ai bambini della Prima Comunione della parrocchia di Ponte Cappuccini che ho incontrato durante la Visita Pastorale.
Il racconto evangelico è situato ormai all’imbrunire. Come accade ogni volta al calar del giorno è inevitabile tracciare bilanci sulla giornata. Per gli amici di Gesù è stato affascinante stare tutto il giorno con lui, quasi un “bagno” nelle sue parole, nella sua profezia. È stato proprio come calare un vaso in una soluzione d’oro, da cui ne esce splendido e luminoso. Ma è anche il momento della concretezza. Gli apostoli affrontano così la situazione: «Maestro, congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne per alloggiare e trovar cibo. Qui siamo in zona deserta, non siamo attrezzati, non c’è servizio di catering… ». La replica di Gesù è immediata e perentoria. Sentiamola rivolta a noi adesso, adatta alla nostra ricerca: Gesù non parlava solo ai Dodici, parla per noi. È una risposta in due tempi. «Dategli voi stessi da mangiare. Tanto per cominciare fateli sedere a gruppi, poi non sottraetevi alla vostra responsabilità, incuranti dei vostri “cinque pani e due pesci”».
Cari amici, ecco un pane che viene posto sull’altare e poi mostrato solennemente alla città. È una risposta alla nostra inquietudine, alle perplessità di fronte al momento presente. Il pane è dono suo, ma anche nostro, frutto del nostro lavoro, ed è veramente una risposta alla grande preghiera che Gesù ci ha insegnato: «Padre Nostro, dacci oggi il pane quotidiano… » (cfr. Mt 6,9), a ricordarci che «non di solo pane vive l’uomo» (Mt 4,4). Il gesto miracoloso di Gesù, i pani moltiplicati, ci provoca. Non possiamo passar sopra all’ingiunzione di Gesù: «Dategli voi stessi da mangiare. Siate mie mani che sanno spezzare pani, siate mio sguardo che sa giudicare, siate mio cuore che dona misericordia».
Permettete un accenno alla nostra situazione sammarinese. Anni difficili, si dice, segnati da una crisi economica progressiva, da un’esposizione mediatica che imbruttisce il volto del nostro Paese – dal di dentro e dal di fuori – ma, soprattutto, caratterizzata da una litigiosità e conflittualità interna profondamente divisiva sul piano sociale. Corrono tempi in cui, a livello politico e istituzionale, stanno crollando i “ponti” del dialogo e del buon senso e vengono innalzati “muri” di separazione. Parlo a tutti indistintamente; sono il pastore posto in questa Repubblica. Provvidenzialmente, una buona parte del tessuto sociale – quello “vero”, quello delle persone che vivono il quotidiano, quello che ho incontrato nella Visita Pastorale – è ancora vitale, onesto ed orientato verso l’altro. L’elevatissimo numero di associazioni, molte delle quali di volontariato, ne è la prova. Insieme a ciò, la continua richiesta delle imprese, dalle più grandi alle medio-piccole, di poter esercitare la propria attività in maniera trasparente e corretta evidenzia il buono stato di un comparto che offre ancora lavoro alla cittadinanza. L’economia reale sta riprendendo il proprio posto all’interno di un sistema che si era troppo sbilanciato verso il modello di “paradiso fiscale” e di cui oggi stiamo pagando il prezzo.
Inoltre, non si può tralasciare tutto lo sforzo che San Marino, con i suoi «cinque pani e due pesci», ha fatto negli ultimi anni per accreditarsi in Italia e a livello internazionale, attraverso un percorso normativo e relazioni sempre più strette con i piccoli ed i grandi Stati d’Europa.
Una delle peculiarità della Repubblica di San Marino è la presenza di una sinergia tra le istituzioni pubbliche e la realtà ecclesiale, che ne ha permeato profondamente la cultura e le tradizioni fino ad oggi, nella piena riconoscenza della laicità dello Stato. Una presenza che, recentemente, ha visto le associazioni laicali della Diocesi impegnarsi insieme, oltre ai propri ambiti di volontariato, per proporre iniziative pubbliche e progetti di legge a sostegno della famiglia e per la promozione della vita umana, in antitesi a quella che papa Francesco chiama “cultura dello scarto”, che si fa sempre più viva e che sta cercando di portare anche a San Marino la legalizzazione dell’aborto.
Al di là di appartenenze o schieramenti politici la Chiesa è disponibile al confronto, chiara nella sostanza delle cose, a partire dal terreno comune della ragionevolezza e di un umanesimo basato su valori permanenti (perché si fondano sull’uomo, che è sempre il medesimo); non bisogna fare gran conto delle mode culturali del momento – passano –, magari si prendano in considerazione i paradigmi epocali. Non vorrei che si dica che la Chiesa ha taciuto, che è stata timida nella difesa della vita. Siamo di quelli che, non importa se minoranza in Europa e persino in Repubblica, non si rassegnano alle legislazioni contro la vita. Vogliamo essere quelli del “pane di vita”.
La stessa Repubblica ha confermato il proprio legame con la Santa Sede, ratificando l’Accordo per l’Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, confermando il valore di questa disciplina e di chi la insegna per una crescita culturale dei ragazzi e della gioventù, proprio a partire da quella Speranza che ci fa sempre guardare oltre.
È riduttivo presentare l’Accordo Santa Sede-Repubblica di San Marino semplicemente come introduzione di un’ora di lezione alternativa. Tutti, indipendentemente dal Credo professato, o non professato, devono essere messi in condizione di capire ed apprezzare la dimensione religiosa dell’umano, insieme agli splendori delle sue creazioni musicali, artistiche, giuridiche, sociali, comprese le sue fragilità e patologie, sempre possibili. Forse non del tutto congrua è la dizione “ora alternativa”: non esprime appieno lo spirito dell’Accordo firmato dalla Repubblica di San Marino e dalla Santa Sede. Come si fa ad ascoltare Bach, a capire l’arte di Michelangelo  ̶  ma anche l’arte semplice delle nostre chiese ̶ senza una conoscenza? Denuncio l’analfabetismo religioso che c’è non solo nei giovani ma anche in noi adulti.
Siamo il popolo del “pane di vita”, contenti di esserlo. Consapevoli e fieri delle nostre radici siamo aperti al nuovo: profezia e concretezza. Così sia.

Discorso sulla piazza davanti al Palazzo Pubblico

Carissimi,
due parole costituiscono il messaggio centrale di questo nostro convenire: profezia e concretezza.
La profezia senza concretezza può diventare illusione; persino la fede senza le opere è vana (cfr. Gc 2,26). La concretezza senza profezia è attivismo. Due parole diverse, ma inscindibili: sono programma. Sono il mio augurio agli impegnati in politica in vista del bene comune.
Sabato prossimo, 22 giugno, nella “Sala Montelupo” di Domagnano, alle ore 20:45, il Presidente dei Vescovi Italiani, il Card. Gualtiero Bassetti, ci presenterà la figura di un cristiano impegnato in politica: Giorgio La Pira. Cristiano e laico. Ha fatto parte dell’Assemblea Costituente italiana ed è stato Sindaco di Firenze. Instancabile artefice del dialogo e della pace. La serata non sarà solo commemorazione di questa nobile figura. Sarà l’opportunità per interrogarci sul nostro impegno di società, portati dalla nostra fede. Profezia e concretezza. Auspico la partecipazione di ciascuno: che tutti si sentano interpellati da questo appuntamento.

Omelia nella S.Messa in Coena Domini

Pennabilli (Cattedrale), 18 aprile 2019

Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

1.
Cari ragazzi,
saluto anzitutto voi che stasera prendete il posto degli apostoli in questa liturgia. Voi conoscete senza dubbio l’arpa: uno strumento musicale costituito da una foresta di corde. L’artista, quando le pizzica, ricava suoni con le sfumature più diverse.
Paragonerei questa liturgia del Giovedì Santo all’arpa, perché in questa atmosfera di preghiera risuoneranno una pluralità di sentimenti, con tutte le tonalità.
Anzitutto la gioia: i fiori, le luci, le musiche, le campane, le tovaglie che splendono di bianco e soprattutto i vostri volti, i volti di voi ragazzi. Grande gioia questa sera.
Ma spunta nel cuore contemporaneamente un altro sentimento, un sentimento di tristezza: è la sera in cui Gesù verrà tradito, catturato e strappato dalla compagnia dei suoi amici. Dopo la cena, nell’orto degli ulivi, detto Getsemani, che vuol dire “frantoio” (il luogo dove si frantumavano le olive per fare l’olio), Gesù è stato “spremuto”.
Ma è una notte in cui prevale un altro sentimento, quello dell’amore: si mangia insieme la Pasqua, si prega cantando, Gesù si china su ogni discepolo, lava i piedi, li asciuga… Gli escono parole piene di tenerezza (sono rivolte a ciascuno): «Non vi chiamo più servi, ma amici» (cfr. Gv 15,15). «Voglio che la mia gioia sia in voi e sia piena» (cfr. Gv 15,11). Si fa sentire cupa anche un’altra vibrazione, quella della delusione. A pizzicare quella corda è l’ingratitudine. A tanto amore di Gesù corrisponde il tradimento. Gioia, tristezza, amore, delusione: ecco i sentimenti che attraversano la nostra preghiera, gli stessi che furono vissuti nel Cenacolo.

2.
Vorrei soffermarmi con voi sulla parola iniziale del Vangelo appena proclamato: «Gesù, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine» (Gv 13,1), cioè “fino in fondo”. Vorrei cogliere tutte le sfumature di questa espressione: “Fino in fondo”.
In questi giorni ha fatto grande scalpore l’essere riusciti a scattare una foto ad un buco nero (di cui sapevamo l’esistenza dagli studi di fisica e di astronomia). Gesù ha amato “fino in fondo”. Immaginiamo una voragine, un abisso, un buco nero per dire la profondità di quell’amore.
Trattandosi di Gesù, il Figlio di Dio, “fino in fondo” significa un amore “da Dio”, un “Infinito”; egli è l’Essere di cui non si può pensare il maggiore (diceva sant’Anselmo). È senza limiti, senza perimetro, senza pentimenti… San Paolo avrebbe voluto che i cristiani arrivassero a comprenderne l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità che sorpassa ogni conoscenza (cfr. Ef 3,18).
«Li amò “fino in fondo”». Il fondale di un oceano è niente in confronto al cuore di Gesù, fornace ardente di amore, in cui abita tutta la pienezza dell’amore (così cantano le litanie del Sacro Cuore).
“Fino in fondo”, cioè fin dove si riesce ad arrivare. Un amore che ha abbracciato e abbraccia tutti gli uomini, fino in fondo alla lista, dal primo uomo all’ultimo che sta nascendo in questo preciso istante in chissà quale continente. Ho trovato scritta una frase che mi ha stupito: «Dio sa contare solo fino a uno!». Per lui ognuno è speciale, ognuno è uno. Ogni bambino, ogni ragazzo, ogni mamma, ogni papà è unico. La lavanda dei piedi non è un bagno collettivo: Gesù si inginocchia davanti a ciascuno.
“Fino in fondo” significa anche dalla punta dei capelli alla punta dei piedi. Più in basso di così non si può andare. Oltre i piedi c’è il pavimento. I piedi sono la parte meno nobile e meno degna. Gesù non esita, non indugia, ama sino ai piedi… per guarire, per salvare. Salva e ama tutta intera la persona, dalla testa ai piedi.
“Fino al fondo”: fino al fondo del nostro desiderio di essere amati. È il desiderio più grande che ha una creatura, il più universale, il più giusto: vogliamo essere amati. Senza amore si muore! A tutti piace essere amati (anche al protagonista dell’antica fiaba “La bella e la bestia”; la bestia avrebbe voluto trovare amore, ha tentato perfino di estorcerlo con la violenza, finché ci fu una fanciulla che riuscì ad innamorarsi di lui e diventò un bellissimo principe). Gesù arriva fino a qui.
E Giuda, il traditore? Non cacciamolo troppo presto all’inferno. I Vangeli (soprattutto quello di Matteo, cfr. Mt 26,24) sono molto severi con lui, ma Giuda sta a ricordarci che l’amore senza limiti può trovarsi – ahimè – di fronte ad una porta chiusa. Vorrei che quest’ultimo pensiero ci preparasse alla Comunione, una Comunione speciale, con il silenzio necessario per un colloquio desideratissimo, a tu per tu, con colui dal quale sappiamo di essere amati, “fino in fondo”. «Ecco – dice Gesù – io sto alla porta e busso… Se qualcuno mi apre, verrò da lui, cenerò con lui e lui con me» (Ap 3,20). Fino in fondo!