Omelia nella S.Messa per le Esequie di mons. Elio Ciacci

Sant’Agata Feltria, 13 gennaio 2020

2Cor 5,6-10
Mt 5,2-12

Cari familiari,
Cari sacerdoti, religiose e religiosi,
Signor Sindaco,
Cari fedeli tutti,
con l’offerta di questa liturgia l’anima di mons. Elio Ciacci viene accompagnata al cospetto di Dio, mentre affidiamo la salma alla “nuda terra”, come ha chiesto nel suo testamento, in attesa della risurrezione.
L’impressione che ricevevo nell’incontro con mons. Ciacci era quella di un’anima in pace. In pace con Dio, in pace con se stesso e con gli altri. Una persona serena e rassicurante, padrona di sé, riservata, prudente, paziente, sempre umilmente sorridente. Egli ora è giunto a vedere, fissata e premiata in abbondanza per gli sforzi compiuti per raggiungerla, la Pace, trasformata da provvisoria in eterna, da umana (pur attraversata dalla grazia) a pace in pienezza, per sempre, divina.
Nella Prima Lettura san Paolo ci dice che tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Dio, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute. Ora racconto opere, ma nel far questo non contravvengo al suo desiderio di reticenza. Il mio è un “Magnificat” per quello che il Signore ha fatto nella sua creatura. Penso soprattutto alle opere di mons. Ciacci legate al ministero e ai ministeri a cui il Signore lo ha chiamato. Dunque, lode, riconoscenza, a Colui dal quale viene ogni dono. Il Signore l’ha chiamato ed elevato al ministero sacerdotale, facendolo collaboratore, amico e – per la profondità del suo rapporto con Cristo – sposo. Il Signore l’ha associato alla dignità e alla funzione di presidenza della comunità del popolo di Dio, come maestro, sacerdote, pastore, con poteri immensi. Poteri di perdono, di verità, di santificazione e, per quanto riguarda mons. Ciacci, doni di intimità ineffabili. Una spiritualità forse tradizionale, secondo gli schemi della formazione di allora, ma solidissima, ben radicata e poi coltivata anche attraverso la sua appartenenza all’Istituto Sacerdotale del Sacro Cuore.
Fu chiamato a diverse e successive mansioni: parroco, direttore spirituale del Seminario, vicario generale, cancelliere. Poi, a servizio dalle care suore, le Monache Clarisse e le Suore Dorotee di Sant’Agata Feltria, che dobbiamo ricordare insieme alle Maestre Pie dell’Addolorata.
Fu parroco di una parrocchia piccola, San Donato, parrocchia di quei tempi, quando ogni tabernacolo poteva avere il suo sacerdote. Qui, mons. Elio fondò in pochi anni l’Azione Cattolica in tutte le sue diramazioni; promosse un’intensa pastorale vocazionale; esercitava la direzione spirituale. Ci sono sacerdoti, un missionario laico, suore, che sono frutto della sua preghiera e della sua guida spirituale e lo ricordano con affetto e immensa gratitudine.
Il Signore lo convocò in Seminario come direttore spirituale dei candidati al sacerdozio. Un ministero nascosto, ma delicatissimo, tra i giovani per aiutarli nelle difficoltà del discernimento, della decisione e della formazione. Un ministero importante, tra i più importanti, determinante in foro interno per i ministri della Chiesa. In Seminario mons. Ciacci è rimasto per quasi vent’anni. In quel periodo imitò gli anni oscuri di Nazaret del Signore Gesù ed esercitò l’arte delle arti, cioè moderare e modellare la personalità spirituale delle anime. Poi, il servizio di vicario generale accanto a due vescovi, un incarico preminente della Curia diocesana, in aiuto al vescovo per il governo della Diocesi (come dice il Codice di Diritto Canonico), da affidarsi ad un presbitero dottrinalmente sicuro, degno di fiducia, stimato dal presbiterio e dall’opinione pubblica, saggio, moralmente retto, con esperienza pastorale ed amministrativa, capace di instaurare autentiche relazioni umane. Mons. Ciacci, a causa della malattia e della mutilazione della voce, conscio dei suoi limiti, seppe mettersi da parte, senza risentimenti ma ancora e sempre a servizio, discreto, silenzioso, fedele nell’ufficio di cancelliere vescovile. Ministeri vari, ma tutti dell’unico ministero sacerdotale; ministeri conclusisi con la sofferenza, il nascondimento, il raccoglimento, l’attesa, ministero – anche questo – quanto mai attivo e fecondo soprannaturalmente. «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,10). Non posso tralasciare alcune parole del Signore – lette poco fa nel Vangelo – che sembrano applicarsi alle virtù con le quali mons. Ciacci si dedicò alle sue opere, potremmo dire il suo stile: «Beati i poveri in spirito, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati gli operatori di pace». Queste virtù partono da una beatitudine, una felicità, ma portano alla pienezza della beatitudine, della felicità: «… perché di essi è il regno dei cieli, perché ricevono il possesso della terra, perché hanno il contraccambio della misericordia, perché godono la visione di Dio» (cfr. Mt 5,3-9).
Preghiamo. Che da quella felicità, da quella pace, mons. Ciacci interceda per il nostro lavoro pastorale, per le vocazioni al sacerdozio e la formazione dei candidati, per la comprensione del primato di Dio su tutto e l’intelligenza delle necessità della comunione tra noi e col Signore e per la necessità e la bellezza della lode a lui, Cristo. Così sia.

Omelia nella festa del Battesimo di Gesù

San Marino Città, Basilica di San Marino, 12 gennaio 2020

Is 42,1-4.6-7
Sal 28
At 10,34-38
Mt 3,13-17

Pellegrinaggio della parrocchia di Fiorentino alla Basilica di San Marino

(da registrazione)

Rivolgo un saluto speciale alle Autorità presenti e ai miei Confratelli, ma soprattutto ai bambini, ai ragazzi e alle loro famiglie.
Nella nostra splendida Basilica è racchiuso, come in uno scrigno, il nostro Santo Patrono e Fondatore, Marino.
Conoscete bene la sua storia, in particolare quello che si riferisce alla vicenda straordinaria da cui è nata la nostra Nazione, piccola, ma grande nei suoi ideali.
Al termine della Messa – come sapete – verrà consegnata a ciascuna famiglia una statuetta che riproduce la scultura situata sopra l’altare, perché il legame col santo Marino sia sentito in tutte le famiglie. Questa preziosa consegna avviene nel giorno in cui Gesù va al fiume Giordano per ricevere il Battesimo. Il racconto comincia con una disobbedienza: Giovanni Battista non vuole battezzare Gesù. «Tu sei il Signore, non hai bisogno di venire purificato come noi». Ma Gesù insiste: «Devi battezzarmi. Deve compiersi ogni giustizia» (cfr. Mt 3,14-15). Perché vuole essere battezzato? Qual è il significato del Battesimo di Gesù? Si può riassumere in un verbo, il verbo discendere. Dal VI secolo a.C. una delle preghiere più formidabili che facevano gli Ebrei era il Salmo 63 dove si cantava: «Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi». In fondo è il grido di ogni creatura umana: «Signore, fatti conoscere!». Ho riletto in questi giorni, per l’ennesima volta, l’incontro del Cardinal Federigo con l’Innominato nei Promessi Sposi. Quando il Cardinale va incontro all’Innominato, egli sta lottando dentro il suo cuore e si sottrae all’abbraccio. Ma il Cardinale chiede perdono per primo all’Innominato, dicendo che avrebbe dovuto cercarlo prima, per andare a parlargli di Gesù. L’Innominato, nell’atto di ritrarsi, dice: «Dio, Dio, se lo vedessi! Se lo sentissi!». È quello che a volte capita anche a noi di esclamare: «Signore, fatti conoscere! Davvero sei vicino a noi?». Il Cardinale replicò: «Ma chi più di te sente la sua presenza? Questa presenza che ti inquieta, che ti turba, ma che adesso ti abbraccia» (cfr. A. Manzoni, I promessi sposi, cap. 23). E avvenne la bellissima narrazione del Capitolo 23 del romanzo. «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!».
Nel Natale i Cieli si sono squarciati, è sceso il Figlio di Dio, il Verbo, in Gesù di Nazaret. Dopo trent’anni di vita nascosta Gesù si reca sulle rive del fiume Giordano, scende nell’acqua e fa la fila con i peccatori, con le persone che si sentono sbagliate e patiscono della loro condizione. Gesù è solidale con loro e con loro scende in quelle acque risananti. È quello che proclamiamo tutte le domeniche nella preghiera del “Credo”: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo». D’ora in poi, quando pregheremo il “Credo”, ci rimarranno impresse quelle parole che si riferiscono alla discesa nel Santo Natale e alla discesa al fiume Giordano. Ed ecco uno spettacolo grandissimo: si apre il Cielo. È un linguaggio simbolico, ma «si udì una voce». Mentre Gesù saliva dalle acque, il Padre dice tre cose (parla solo due volte nei Vangeli), che ci riguardano, perché le pronuncia su ciascuno di noi: «Tu sei figlio mio, l’amato, sorgente della mia gioia».
«Tu sei figlio mio»: ognuno di noi può dire che Dio è papà. A volte si dice che Dio è come i nostri papà, ma piuttosto è il contrario: i nostri papà devono essere come Dio.
«Tu sei l’amato»: ognuno di noi può dire di essere amato personalmente, di essere il prediletto.
«Tu sei sorgente della mia gioia»: ognuno di noi può dire di essere la gioia per Dio.
In quel momento, con quelle parole, da una parte Dio raccomanda Gesù, lo accredita come Messia, ma nello stesso tempo, dall’altra parte dice: «Ciascuno di voi, unito con Gesù, ha questo destino».
Quando andavo all’università ho approfondito un testo scritto da un certo Joseph Ratzinger intitolato “Un popolo messianico”. Il professor Ratzinger è diventato poi papa Benedetto XVI. Noi siamo il popolo del Messia: dobbiamo avere un sano orgoglio per questo. Oggi parliamo del Battesimo di Gesù, ma non possiamo non accennare al nostro Battesimo. Ci siamo trovati cristiani senza aver mai deciso di esserlo. Bisogna che decidiamo di esserlo! Questo è il nostro più grande impegno. Quello di voi ragazzi è che partecipiate alla catechesi parrocchiale; quello di noi adulti la riscoperta del Battesimo. Il Battesimo, dato quando si è bambini, deve svilupparsi, crescere. Mi viene da paragonare il Battesimo ad un seme, il seme della sequoia. La sequoia è un albero altissimo; può raggiungere 104 metri di altezza e 9 metri di diametro. La sequoia imponente che vediamo oggi è stata un piccolo seme. Se quel seme fosse stato tenuto nel cassetto, sarebbe rimasto così. Invece, piantato nella terra, è diventato un grande albero. Allo stesso modo il seme del Battesimo deve svilupparsi. Oggi, ricordando san Marino, che ad Acquaviva, secondo la tradizione, ha fatto i primi Battesimi, siamo ridiventati cristiani. Ho iniziato la celebrazione ammirando lo splendore della nostra Basilica, ora abbasso gli occhi e ammiro questo popolo, un “popolo messianico”. Che cosa si viene a fare in chiesa alla domenica? Si viene a sentirsi dire che siamo amati immensamente, che siamo la gioia del Signore. Ecco perché non vogliamo mai più mancare. Così sia.

Omelia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

Pennabilli, Santuario Beata Vergine delle Grazie, 1° gennaio 2020

53° Giornata Mondiale della Pace

Nm 6, 22-27
Sal 66
Gal 4,4-7
Lc 2,16-21

Rivolgo il primo saluto e il primo augurio a voi, cari Sindaci, che lavorate per il bene comune, talvolta anche sganciati dalle vostre appartenenze politiche, perché quando rivestite la fascia tricolore siete sindaci di tutti. Che sia davvero – lo dico per tutti – un anno di grazia, cioè della benevolenza del Signore, un anno di comunione e un anno di pace. Parlo non solo di assenza di guerre e conflitti; vorrei che fosse – proprio perchè dono dall’alto – un anno di civiltà, frutto di concordia, collaborazione, solidarietà per rendere sempre più vivibili la nostra società e il nostro territorio, per una gioiosa convivenza nelle nostre valli (Val Marecchia, Val Foglia, Val Conca, Val di Teva, ecc.) e perché si possa sperimentare un’autentica fraternità. Fraternità è una parola che mette d’accordo tutti, anche i laici. Basti pensare alle tre parole della Rivoluzione francese (fraternité, égalité, liberté). E la fraternità è una parola di Gesù.
Nella preghiera – perché questo è un contesto di preghiera – vedo le tante difficoltà del cammino della pace, anche nelle relazioni più prossime. Si fa fatica a camminare insieme. C’è chi corre troppo, chi resta indietro, chi fa storie, chi non ci sta… Ho la fortuna di avere una piccola cappella nella residenza episcopale e talvolta, dette le preghiere canoniche, mi lascio andare alla fantasia; vedo cuori irrorati dalla fraternità, vite liberate dalla schiavitù, sguardi capaci di vincere l’indifferenza e segni di non violenza nei rapporti. Vedo anche mani tese verso chi è solo, chi è svantaggiato, chi è migrante; passi ispiranti buona politica, cammini di dialogo e di riconciliazione.
I Messaggi del Santo Padre illuminano le Giornate della Pace, che abbiamo iniziato a celebrare nel 1967 con san Paolo VI. Questi i titoli delle ultime Giornate della Pace: «La fraternità fondamento della pace», «Non più schiavi ma fratelli», «Vincere l’indifferenza», «La non violenza come stile di una politica per la pace», «La buona politica è al servizio della pace». Quest’anno il tema è: «La pace come cammino di speranza». Permettetemi, prima di accennare brevemente a quello che dice il Papa nel Messaggio di quest’anno, due precisazioni. La prima: si ottiene tanto quanto si spera. È una frase antica, dei Padri della Chiesa. Chi non ha speranza, non arriva da nessuna parte, si rassegna, non prende iniziative, cede, pensa non valga la pena nulla. Pensa come la volpe nella fiaba di Esopo: «Lascio perdere, l’uva non è ancora matura». La seconda: noto che il Papa, ultimamente, usa spesso tradurre il vocabolo della beatitudine, «beati gli operatori di pace», con il termine «artigiani della pace». Si può lavorare in serie, si può lavorare in grande, si possono usare grandi energie. L’artigiano, invece, è una persona che ha un contatto diretto con l’opera che compie; ha a che fare con la materia che plasma, pialla, aggiusta, collega, ecc. Allora, dire che gli operatori di pace sono degli “artigiani” significa anzitutto dire che si possono mettere le mani sulla pace, si può fare un ritocco, si può lasciare un segno. Poi, l’artigiano è colui che cesella, opera con precisione, nel dettaglio. Penso ai rapporti con le persone che conosciamo, con quelle che non conosciamo, con quelle che ci sono care, intime, con le persone verso cui abbiamo dei doveri di vigilanza, di cura, di custodia. Possiamo sentirci «artigiani della pace»: abbiamo noi le mani nella vicenda della pace.
Il Papa – rimando alla lettura del testo – dice che la pace è un cammino. E si fa fatica a camminare, ci sono tappe da compiere. È un cammino di speranza di fronte ad ostacoli e prove. Poi dice che la pace è un cammino di ascolto basato sulla memoria. Probabilmente ha scritto il suo messaggio di rientro dal viaggio in Estremo Oriente. Aveva appena visto le cicatrici, ancora forti, del bombardamento atomico su Nagasaki e su Hiroshima; aveva potuto vedere le grandi ferite, ricevendo alcuni sopravvissuti… Fare memoria significa non solo non dimenticare, ma soprattutto imparare dalla storia.
Inoltre, la pace come cammino di riconciliazione nella comunione fraterna e nel perdono. Parla del «perdonare settanta volte sette» (cfr. Mt 18,22). Aggiungerei – seguendo la lettura dell’evangelista Luca – «settanta volte sette al giorno»: facendo i calcoli, sarebbe un perdono ogni tre minuti. Questo per essere discepoli di Gesù, non per essere monsignori o abbadesse.
Infine, il Santo Padre affronta il capitolo molto importante della conversione ecologica: la salvaguardia del Creato, senza perdere di vista il Creatore. Mi fa piacere che anche la stampa laica usi spesso la parola “creato”: una reminiscenza che indica che noi veniamo da Dio.
Trovo grande pertinenza nel rivolgermi ora alla Madonna delle Grazie, che vediamo in questa antica e santa immagine miracolosa come Regina della Pace. Rileggo con stupore le parole del Vangelo: «Maria conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (cfr. Lc 2,51). Che cos’erano le cose che custodiva in cuore? Che cosa passava per la mente della Madonna? Quali erano i suoi pensieri? Innanzitutto, considerava gli avvenimenti della vita di Gesù. Pe tutta la vita li ha pensati. Non solo i Vangeli dell’infanzia, ma anche i Vangeli della Pasqua. Ma anche gli avvenimenti che l’hanno coinvolta profondamente. Gesù le è stato dato in una maniera singolare: il Cielo ha operato su di lei, starei per dire “di prepotenza”, è entrato “a gamba tesa” nella sua vita. Maria aveva i suoi progetti, i suoi sogni, e il Signore ha cambiato tutto.
Gesù era nel cuore di Maria: era la sua gioia, la sua ricchezza. Ognuno, infatti, ha il cuore dove ha il suo tesoro (cfr. Lc 12,34) e Gesù era il suo tesoro. Ma vorrei dire anche che Maria, a sua volta, era nel cuore di Gesù. Anzi, non vi era che un solo cuore. Questo è il mio annuncio: ciascuno di voi è nel cuore di Gesù. Che ognuno possa iniziare l’anno con questa certezza: «Tu sei nel cuore di Gesù, così come sei, con le tue preoccupazioni, con le tue difficoltà, con i tuoi difetti». È il mio augurio: che Gesù sia nel vostro cuore, sia il vostro tesoro e sia la nostra gioia. Anzi, auguro che non vi sia che un cuore solo, il vostro unito a quello di Gesù. Così sia.

Omelia nella I domenica di Avvento

Borgo Maggiore (RSM), 1 dicembre 2019

Giornata dei formatori

Is 2,1-5
Sal 121
Rm 13,11-14
Mt 24,37-44

(da registrazione)

È antichissima la strutturazione del tempo che va da una Pasqua all’altra, l’anno liturgico. Oggi ne celebriamo la prima giornata, l’ingresso nel primo Tempo che è l’Avvento. Lo ripeto spesso, l’anno liturgico è il vero “programma pastorale”, un programma pastorale che ci evangelizza perché, a forma di spirale che va sempre più in alto, ci fa rivivere i misteri della vita del Signore. Quindi, l’anno liturgico è scuola di evangelizzazione. Poi, l’anno liturgico è scuola di spiritualità, perché via via fa assumere quegli atteggiamenti fondamentali, non devozionali, profondamente motivati teologicamente, che vengono suggeriti dai diversi tempi liturgici. È anche scuola di pastorale, perché, seguendo l’anno liturgico, veniamo aiutati a vivere l’atteggiamento che via via è più necessario.
Oggi entriamo nell’Avvento, il tempo meraviglioso dell’attesa del Signore. Non viviamo semplicemente quello che hanno vissuto gli antichi ebrei che attendevano il Messia (sarebbe incompleto dire così); in realtà, aspettiamo il ritorno di Cristo. È una verità della fede che, dopo il II-III secolo, è un po’ sfiorita. È calata, infatti, l’attesa che avevano i primi cristiani: «Alzate lo sguardo – disse Gesù – perché il Signore verrà (i primi cristiani vivevano in situazioni difficili, di persecuzione)» (cfr. Lc 21,28). Non dobbiamo perdere questa tensione. Ma quando il Signore verrà?
Nella storia della spiritualità cristiana abbiamo un campionario interessantissimo delle modalità con cui è stata vissuta l’attesa. Andiamo dal pettegolezzo di chi effettuava complesse elaborazioni per sapere il quando con dei calcoli, dimenticando che il linguaggio apocalittico è un linguaggio profetico; ma i numeri sono cifre che hanno un significato non cronologico, per cui è sbagliatissimo ricorrere alla cabala. Ma è anche sbagliato dire “il Signore tornerà non si sa quando”, adesso mangiamo e beviamo, stiamo bene… Uno degli obiettivi pastorali di sant’Ambrogio di Milano era quello di scuotere i cristiani che preferivano restare catecumeni, perché farsi battezzare comportava una vita coerente. Pensavano di convertirsi verso la fine della loro vita e solo allora farsi battezzare per cancellare tutti i peccati: lo chiamavano il “battesimo clinico”. Non è bello questo modo di attendere il Signore. Che cosa dice Gesù in proposito? Gesù narra tre mini-parabole. La prima fa riferimento all’Antico Testamento; ci porta al tempo di Noè. Noè sapeva che ci sarebbe stato il diluvio e si mette a lavorare con la sua famiglia per preparare l’arca, mentre la gente del suo villaggio pensa a tutt’altro, è affaccendata, ha molti progetti. La seconda ritrae due contadini, anche loro dediti al lavoro, e poi due mugnaie, cioè due donne che lavorano al mulino, che vanno avanti come se il loro lavoro fosse eterno. Nella terza mini-parabola c’è un signorotto che vive tranquillo, perché i suoi granai sono pieni e i suoi tesori ben custoditi. Cos’hanno in comune queste tre mini-parabole? La prima cosa che hanno in comune è che il Regno di Dio accade quando meno se l’aspettano. I contemporanei di Noè vengono sorpresi dalla terribile realtà del diluvio, dei due contadini e delle due mugnaie uno viene preso e uno viene lasciato. L’insegnamento è che occorre stare svegli, stare all’erta, vigilare. Un’altra caratteristica delle tre mini-parabole è che queste tre categorie di persone non vengono giudicate moralmente, non si dice “che oziosi sono i contemporanei di Noè», oppure «che sbadate le donne che lavoravano al mulino», non c’è nessuna critica. Il problema è che non s’accorgono, non colgono l’attimo. Così anche il signorotto che si lascia mettere a soqquadro la casa.
«Allora, Gesù, accogliamo il tuo invito ad essere attenti e vigilanti, pronti al tuo misterioso arrivo».
Accade anche che Gesù ci incontri nella nostra vita di tutti i giorni. Ricordate la celebre poesia di Orazio sul tema del “carpe diem”, quando dice che nel giardino «rosa quo locorum sera moretur»: c’è una rosa che è rimasta in un angolo del giardino. «Valla subito a recidere, portala a casa, perché dopo c’è l’inverno, il buio, il freddo, la morte. Cogli l’attimo!» (Orazio, Ode 38 Elogio della semplicità, Libro 1).
Per noi cristiani l’attimo presente è un’altra cosa; per noi tutto il tempo è di Gesù Risorto. Siamo già nella parusia, nell’escaton, per cui ogni minuto della nostra giornata è incontro con lui. Dice Gesù: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20). Le proposte che vi faccio, cari ragazzi, sono queste: considerando che l’anno liturgico è una scuola e che c’è un grande maestro che è lo Spirito Santo, sceglietevi – se non l’avete già fatto – una guida spirituale che vi accompagni. Inoltre, durante il tempo dell’Avvento, sarebbe bello vi regalaste ogni giorno un quarto d’ora con la Parola di Dio. Infine, vi invito a vivere il momento presente, facendo la volontà di Dio momento per momento. Questa è classe, spiritualità vera; poi, quando verranno i momenti per le scelte difficili, avrete già acquisito l’attitudine a cercare nel momento presente il Signore che viene. «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre… ». Così sia.

Omelia nella S.Messa con i volontari della Colletta alimentare

Borgo Maggiore (RSM), 28 novembre 2019

Dn 6,12-28
Dn 3
Lc 21,20-28

(da registrazione)

Mi viene, anzitutto, questo pensiero. Ogni anno mi avete invitato con voi qualche sera prima dell’iniziativa della Colletta alimentare. Ricordo che la prima volta si trattò di una conferenza; eravamo a Domagnano, nella “Sala Montelupo”, con tanta gente. Un’altra volta, per la preparazione alla Colletta, si è visto un video insieme: il discorso che papa Francesco aveva rivolto a tutti gli amici della Colletta alimentare. L’anno successivo ho partecipato ad una conferenza stampa. Questa volta vengo coinvolto nel modo più bello di fare la preparazione, che è la preghiera.
Le letture che la liturgia ci propone per la giornata di oggi sono molto belle, ma anche impegnative. La pagina del Vangelo è quella che viene chiamata il “discorso apocalittico sinottico” (presente in tutt’e tre i Vangeli sinottici). La caratteristica dell’apocalisse di Luca parte da questo presupposto importantissimo: viviamo già nel mondo nuovo. Con la risurrezione di Gesù siamo entrati nel tempo nuovo; nel gergo dei biblisti si dice “nell’escaton”, nella pienezza. Noi, attraverso il Battesimo, configurati a Gesù, viviamo dello splendore di questa luce. Ma la vita nuova che viviamo la conosceremo a tappe. La prima è quando Gesù si è incarnato, si è fatto uomo. In seguito, un fatto clamorosissimo: la distruzione del tempio di Gerusalemme. Poi, il tempo della Chiesa: quanto durerà? Non lo sappiamo. Il quarto momento sarà il ritorno del Risorto. Dunque, siamo nell’escaton, siamo già dentro a questa luce, ma, con un procedimento tipico di Luca che ama periodizzare, nel tempo storico in cui siamo viviamo queste tappe.
L’accento viene posto sul tempo della Chiesa che, come avete sentito, non sarà un tempo né facile, né comodo per i cristiani: siamo stati avvertiti! Non c’è niente di assolutamente nuovo. Però, la tentazione di fronte ai fatti storici terribili che accadono (anche gli eventi naturali, come quelli di questi giorni) è quella di correre dietro alle ideologie e alle mistificazioni circolanti, ai “pettegolezzi” sulla fine del mondo, come il fare calcoli cabalistici nella speranza di facili quanto illusorie garanzie di salvezza.  No, ogni momento è un momento decisivo.
L’apocalisse di Luca si conclude con la bella notizia che Cristo veglierà sul suo popolo, non permetterà che venga maltrattato oltre ogni limite. Sapendo questo, i suoi fedeli sanno mantenersi saldi nella difficoltà, fedeli al suo messaggio e alla missione che nel tempo lui affida loro. Certamente una missione che ci è affidata è quella di far sì che la terra somigli sempre di più al Cielo. Deve brillare sulla terra la fraternità, l’aiuto reciproco. Il gesto che ci prepariamo a vivere ci educa alla fraternità. Mi ha colpito una frase che ha detto il Papa la settimana scorsa, in occasione della Giornata dei poveri: «Io, cristiano, ho almeno un povero per amico?». Ma ogni persona può avere bisogno di noi.
Vorrei concludere con l’immagine che è stata ripresa più volte nell’archeologia cristiana dei primi tempi, l’immagine di Daniele nella fossa dei leoni. Qual è la leonessa peggiore che ci sia? La morte. Ecco perché nell’antifona all’offertorio della Messa dei defunti c’è un bellissimo brano musicale, dove si dice che l’anima viene liberata dalla bocca del leone. Penso che la Parola di Dio questa sera ci suggerisca di coltivare questa mentalità vincente. Prenderemo delle batoste, abbiamo davanti agli occhi tutti i nostri peccati, ma «alzate il vostro sguardo», dice il Vangelo. Che ciascuno di noi esca dalla preghiera “dritto” (come la signora anziana del Vangelo, piegata su di sé, che il Signore rialza), con un “di più” di fede. Il Signore ci libererà dalla bocca del leone, ha bisogno di noi, vuole impegnarci nelle opere della carità. Così sia.

Omelia nella XXXIV domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (Santuario B. V. Maria delle Grazie), 24 novembre 2019

2Sam 5,1-3
Sal 121
Col 1,12-20
Lc 23,35-43

(da registrazione)

Dopo la bellissima giornata che avete trascorso a Pennabilli vi chiedo un favore: di contagiarmi con la vostra fede e io farò di tutto per aiutare la vostra. Io e voi, insieme, davanti a Gesù Re, ritratto nel momento supremo che è quello del suo innalzamento dalla terra. Là, Gesù è punto di gravitazione universale. L’ha detto lui: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Dunque, il centro della pericope evangelica di questa domenica ci porta a contemplare Gesù nel momento supremo del suo amore verso tutti. Questi versetti non sono soltanto il centro del racconto della Passione, ma sono il centro di tutto il terzo Vangelo, il Vangelo secondo Luca: la misericordia di Gesù, il modo di morire di Gesù. Vorrei concentrare la mia e la vostra attenzione su quel “ladrone”, potremmo dire un ergastolano, un assassino o un ladro, che entra in scena e ha la faccia di chi ha istituito il processo contro Gesù, sia il processo civile moderato da Ponzio Pilato, sia il processo ecclesiastico moderato da Caifa. A quel malfattore viene affidato di dichiarare l’innocenza di Gesù (da che bocca viene questo pronunciamento!) e di proclamare che Gesù è Re («quando entrerai nel tuo Regno, ricordati di me»). E Gesù è realmente Re, a dispetto di chi lo fa “re per burla”, di chi gli ha messo una corona in testa per prenderlo in giro, di chi l’ha vestito di un mantello rosso e gli ha attaccato il titulus in cima alla croce (il cartello con il motivo della condanna: Jesus Nazarenus Rex Iudeorum). Gesù è veramente re e lo dimostra rispondendo alle provocazioni: «Hai salvato altri, salva te stesso se sei quello che dici di essere» (Lc 23,35). Gesù salva il ladrone, salva un uomo, non tanto dalla morte temporale, ma facendo della morte il passaggio ad una vita piena. Sì, quel ladrone ha individuato qual è la specificità del Messia, chi è il Messia, che ha da fare il Messia, cosa deve dire il Messia, il Salvatore. In questi brevi versetti quattro volte c’è il verbo salvare, perché è proprio qui che si vede la regalità di Gesù. Non regalità politiche, non regalità mondane, tutt’altro. È evidente che l’evangelista Luca da una parte vuol fare della parenesi (esortazione), facendoci osservare i ladroni, facendoci effettuare un confronto (per far risaltare il messaggio in modo più plastico). Il ladrone ha una funzione di esortazione morale perché diventa il prototipo del credente, che spira non solo con Gesù, ma in qualche modo come Gesù, in un atto di affidamento. Dunque, non soltanto parenesi, esortazione, ma anche insegnamento teologico: la fede tutta orientata verso Gesù Cristo. Il futuro dell’uomo è lui.
Vorrei sorvolare su una parola, la parola “paradiso”, che c’è poche volte nella Bibbia ed è mutuata addirittura dall’ambiente religioso persiano (di per sé vuol dire “giardino lussureggiante”). Gesù fa un’azione di riduzione della fantasia che potrebbe avere il ladrone («ricordati di me quando sarai nel tuo regno, in paradiso»). «Oggi sarai con me» non è la traduzione migliore, perché l’evangelista non usa la particella “con” che indica il complemento di compagnia, ma usa una particella che vuol dire “per”. Il paradiso esiste ed è con lui, ma Gesù ci dipinge il paradiso come relazione con lui: «Oggi sarai per me, vivrai per me e io vivrò per te e vivremo sempre così».
A parlare di morte di fronte ad una platea di giovani potrei sembrare poco inculturato, ma questo è il problema dell’umanità. Sette miliardi di persone sulla faccia della terra si interrogano tutte su questo: «Che sarà della nostra vita? Che sarà del nostro futuro?». Tenete presente che la stragrande maggioranza dell’umanità (lasciando stare noi europei) muore molto giovane; ad esempio l’età media nel Kivu è di venticinque anni, quindi chi fra noi ha più di venticinque anni può pensare che ogni anno in più sia regalato… Quando si dice che Gesù ci salva, non vi sembri fuori dalla realtà, non vi sembri una cosa dell’altro mondo, cioè una cosa che non c’entra con questo mondo, perché è la domanda fondamentale che ciascuno di noi ha nel cuore: «Che sarà di me?». A che cosa serve la Chiesa per l’umanità? L’annuncio del Vangelo è che c’è speranza, c’è futuro, c’è domani. Poi dico anche il contrario: questa relazione con Gesù – «oggi sarai con me in paradiso» – significa che c’è salvezza nella morte e nel presente. Quindi, adesso, se siamo in relazione con Gesù, siamo con un piede di qua e con un piede di là… allora siamo in una botte di ferro!
Da stamattina fino ad ora tante volte avete pensato al Signore Gesù con affetto, con riconoscenza; magari dopo avete parlato male e vi sentire carichi di peccati… ma l’importante è che siete in relazione con lui.
La settimana scorsa abbiamo registrato una trasmissione per la San Marino RTV e abbiamo chiamato mons. Mansueto Fabbri. Il tema era questo e ad un certo punto ho dato a lui parola dicendo: «Lei ha 97 anni; come si sente a quest’età, cosa pensa della morte, del paradiso?». Con il sorriso ha detto: «Io parlo già tutti i giorni con Gesù, con la Madonna, con gli angeli custodi…». C’è molto paradiso sulla terra. Anche il nostro incontrarci, il nostro volerci bene, non è paradiso? Queste relazioni che voi andate costruendo, nei vostri incontri, a scuola, all’università, in famiglia, guardando una partita di calcio: è tutto Regno di Dio.
Grazie di questo momento; mi sento molto aiutato da voi nella fede. Non scandalizzatevi di questo… Anche la fede è una relazione, si trasmette per contagio. Sia lodato Gesù Cristo.

Omelia nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario

San Leo (Cattedrale), 17 novembre 2019

(da registrazione)

Ml 3,19-20
Sal 97
2Ts 3,7-12
Lc 21,5-19

Un caro saluto a tutti, in particolare alle autorità, civili e militari, ai responsabili della “Coltivatori Diretti” e a tutti quelli che lavorano la terra.
Talvolta si sentono delle critiche rivolte a noi sacerdoti per le nostre omelie. A volte è difficile prendere la parola in pubblico; la disinvoltura viene solo dopo tanti anni. A volte c’è una preparazione non sufficiente o addirittura si improvvisa. Un celebre teologo (protestante), Karl Barth, impiegava una settimana a preparare il suo sermone. Poi, giornate come questa sono complicate, perché dobbiamo ricordare i poveri, la Giornata del Ringraziamento, che quest’anno è incentrata sul tema del pane, e la liturgia domenicale che, di per sé, ha il posto principale.
Per quanto riguarda la Giornata dei poveri faccio una piccola integrazione all’atto penitenziale. La Chiesa, nella sua pedagogia, ogni volta che ci raduna per la Messa chiede anzitutto un atto di umiltà: il riconoscerci peccatori bisognosi di misericordia. A volte, la domenica celebro anche due o tre Messe e ogni volta chiedo perdono… Mi è capitato di pensare che tra una celebrazione e l’altra non fosse trascorso un tempo sufficiente a compiere altri peccati, ma la Chiesa mi educa a sentirmi sempre peccatore davanti alla santità di Dio, davanti alla sua maestà, e di riconoscere umilmente che vivo della sua misericordia.
Volevo fare un piccolo collegamento con l’atto penitenziale. Rubo le parole a papa Francesco il quale ha: «Il pane che chiediamo al Signore nella preghiera è quello stesso che un giorno ci accuserà» (Papa Francesco, Udienza Generale, Piazza San Pietro, 27 marzo 2019). Il pane: a noi viene da dare lode al Signore per i frutti della terra. Il pane: fa venire in mente il sudore. «Signore, dammi salute perché io possa continuare nel mio lavoro». Ma il pane – suggerisce il Santo Padre – è un atto di accusa verso di noi, perché «ci rimprovererà la poca abitudine a spezzarlo con chi ci è vicino, a condividerlo». La parola pane, soprattutto per noi di cultura mediterranea, riassume l’insieme dei beni più grandi; addirittura il pane sta ad indicare anche la vita familiare e di relazione: il pane sulla tavola, il pane spezzato. «Era un pane regalato per l’umanità, e invece è stato mangiato solo da qualcuno». L’amore non può sopportare questo. Non può sopportarlo il nostro amore e neppure l’amore di Dio può sopportare l’egoismo di non saper condividere il pane». «Signore, ti chiediamo perdono perché nell’umanità di oggi sussiste ancora questa sperequazione: c’è chi ha troppo e chi non ha nulla».
Adesso ci immedesimiamo nella lettura evangelica proclamata quest’oggi, una pagina che riecheggia il tema della “fine del mondo”. Senza pensare alla fine totale, molti di noi, nella vita, hanno vissuto episodi che sono come la “fine del mondo”; per questo si usa dire: «Mi è cascato il mondo addosso». Ai discepoli che erano incantati di fronte allo splendore del tempio di Gerusalemme, una delle cose più belle dell’antichità, Gesù dice: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta» (Lc 21,6). Anche Gesù era incantato davanti alla bellezza, e non solo del tempio, anche davanti alla bellezza della natura. Ricordate quando ha esclamato: «Guardate i gigli del campo!». Comunque, Gesù ha amato il tempio, la casa del Padre, alla quale è salito, la prima volta, all’età di dodici anni. Vi è rimasto tre giorni. Ci ha anche dormito. Nel tempio ha pregato, insegnato, pianto, pensando alla sua distruzione. Anche Gesù ha provato la struggente esperienza della “fine”. Venendo alla nostra “fine del mondo”, basti pensare, ad esempio, ai genitori che hanno cercato di fare del loro meglio per dare ai figli una buona educazione e hanno l’impressione di aver fallito o alla condizione di chi rimane solo col suo amore ferito, infranto. Sono confuso di fronte a chi ha appena saputo di una diagnosi infausta che il medico gli ha confermato. Potrei continuare con tanti fatti che rappresentano per ciascuno di noi come “la fine del mondo”. Non dobbiamo aver paura di chiamare per nome le nostre situazioni di crollo o di fragilità, con sano realismo. Gesù, tuttavia – ecco l’annuncio di questa domenica – ci ha insegnato che Dio resta fedele alla sua alleanza e dà compimento alle sue promesse nel modo più corrispondente, addirittura sovrabbondante, che possiamo immaginare. Anche le situazioni più disperate, i crolli più devastanti, per chi crede – dice Gesù – diventano occasione di testimonianza. Fanno apprezzare l’antica sapienza che ammonisce sulla caducità delle cose: tutto passa. Inutile cercare false soluzioni – lasciamo da parte gli oroscopi e le sentenze dei maghi – ma cercare invece una vera solidità, cercare ciò che non crolla. Penso anche alla vostra bellissima cittadina, alla rocca che la sovrasta (speriamo che non crolli mai!), ma tutto il mondo è fragile. In questi giorni abbiamo davanti agli occhi Venezia, le valli del Trentino, la piena del Po che corre verso il mare. Mi viene in mente – è stata anche trasportata in musica – una preghiera di santa Teresa d’Avila che diceva: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, Dio solo basta». Non dico questo per una fuga dalla realtà, perché dobbiamo impegnarci, prevenire i terremoti, costruire argini solidi… Ma come vivere la nostra “fine del mondo”? Scegliendo Gesù come roccia che non crolla mai. Oggi, nonostante i progressi della scienza e della tecnica, stiamo facendo i conti con la precarietà, con i limiti dello sviluppo. Ricordo che un tempo si faceva molto uso di un libro di uno scienziato americano, “I limiti dello sviluppo”. Era il periodo in cui si viveva l’esplosione del benessere e della presunzione di cavarsela da soli. Invece i fatti, anche recenti, smascherano le nostre presunzioni; viviamo con l’ansia per qualche grado in più o in meno della temperatura terrestre, un blackout elettrico mette in ginocchio una metropoli… Così lo smarrimento di tanti giovani fa temere per il futuro della società. Dentro la fragilità e il fallimento, dice il Signore, puoi trovare il valore della fedeltà; anzitutto la fedeltà di Dio, ma anche la fedeltà a se stessi, nel prendere atto che siamo fragili, la fedeltà al nostro lavoro, perché Gesù, verso la fine del discorso – viene chiamato “discorso escatologico sulla fine del mondo” – dice di non lasciarsi prendere dal pettegolezzo di dire: «Quando accadrà? Quali saranno i segni?». Gesù taglia corto e dice: «Siate perseveranti, datevi da fare» (cfr. Lc 21,19).
Nella Seconda Lettura san Paolo parla del lavoro; si potrebbe dire: «Be’, se siamo destinati a finire, perchè stiamo ad impazzire a lavorare?». Guai pensare così! Il Signore Gesù, se da una parte ci fa guardare al traguardo, intanto dice «costruisci, continua l’opera della creazione: il lavoro». Chiudo con una domanda un po’ retorica: «Quando domattina andremo a lavorare quale sarà il primo pensiero che faremo?». Ci sarà chi dice: «Uffa, anche oggi… ». Ci sarà chi dirà: «Non vedo l’ora, per finire quella cosa che avevo cominciato». Qualcun altro andrà con gioia al pensiero di vedere i suoi amici e i suoi colleghi, un insegnante al pensiero di vedere i suoi bambini o i suoi ragazzi a scuola. E io incalzo: «Perché vai a lavorare?». Alla fine, la risposta è: «Ci vado per amore. Vado a lavorare per mantenere la mia famiglia, per crescere e far crescere e metto nel lavoro tutta la mia spiritualità». Pensiamo ai castori, anche loro lavorano, fanno delle dighe degne del miglior ingegnere, o alle rondini che fanno dei nidi perfetti o alle api nella loro armonia. Lo specifico del lavoro umano è che l’uomo nel lavoro mette se stesso, mette la sua capacità di amare. Auguro a tutti una festa bella. Sia lodato Gesù Cristo.

Omelia XXXII domenica del Tempo Ordinario

(da registrazione)

Scavolino, 10 novembre 2019

Giornata del Ringraziamento

2Mac 7,1-2.9-14
Sal 16
2Ts 2,16-3,5
Lc 20,27-38

La pericope evangelica proclamata oggi è tratta dalla parte finale del Vangelo di Luca; in particolare, ci troviamo in una sezione in cui gli avversari di Gesù si fanno avanti e gli rivolgono delle contestazioni. Celebre è la seguente obiezione: «È lecito o no pagare il tributo a Cesare, cioè riconoscere uno straniero occupante, prepotente e pagano? Riconoscergli addirittura il dovere di pagargli le tasse?» (cfr. Mt 22,17). «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (cfr. Mt 22,21).
Un’altra disputa era su quale fosse il comandamento più grande nella scala dei precetti.
Oggi si fanno avanti i Sadducei, un movimento politico-culturale-religioso in gran parte composto da persone addette al culto nel tempio – erano per lo più sacerdoti, ricchi e staccati dal popolo –, che avevano per fondamento il Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia). Erano dei “tradizionalisti” dal punto di vista religioso (anche nell’antichità ci sono sempre state anime che si contrappongono). I Sadducei si introducono nell’interlocuzione col Maestro Gesù mediante una parabola. Sono loro che la raccontano a Gesù. Una parabola, di per sé, è un paradosso. C’è una donna che viene data ad un uomo. L’uomo muore e, secondo la legge del Levirato, bisognava che il cognato sposasse la donna, per assicurare al primo uomo che si era sposato una discendenza. Nella parabola sette fratelli, uno dopo l’altro, sposano la vedova, ma muoiono tutti e sette senza lasciare figli. La domanda pretestuosa dei Sadducei a Gesù – teniamo conto che i Sadducei non credevano nella risurrezione – è: «Quando saremo nell’aldilà questa donna di chi sarà? Chi sarà il suo proprietario? Il primo marito?» (cfr. Lc 20,33). Evidentemente, i Sadducei volevano dimostrare l’incongruenza della fede nella risurrezione. Gesù risponde, come sa fare lui, con due argomenti, anche se la risposta all’obiezione è unica. Uno di essi è rivolto soprattutto ai Sadducei. Secondo il loro pregiudizio, i Sadducei ritenevano che la risurrezione sarebbe stata la continuazione, un po’ migliorata, della condizione terrena. «No – dice Gesù – la vita di risurrezione è una novità nella quale tutto è trasformato, tutto è nuovo, e anche la realtà del matrimonio, in un certo senso, è superata». Essendo gli uomini immortali – il che non significa asessuati –, non hanno più bisogno di contrarre matrimonio per la procreazione.
Detta questa argomentazione, Gesù recupera anche un altro motivo di fede nella risurrezione e lo fa citando un versetto dell’Esodo, un libro che anche i Sadducei riconoscono come un libro ispirato, nel quale si dice che Mosè salì sul monte e vide un roveto che ardeva senza consumarsi mai (cfr. Es 3,2). Era simbolo della fedeltà di Dio, che stava per siglare l’Alleanza con Mosè e l’aveva già siglata con Abramo, con Isacco, con Giacobbe. Gesù spiazza i Sadducei dicendo loro: «Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: “Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui» (Lc 20,37-38). Tutta la forza dell’argomentazione sta nella particella “di” (in italiano): Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… e potremmo continuare fino ad arrivare ai nomi dei nostri genitori. Dunque, la forza dell’argomentazione sta proprio nella prospettiva dell’Alleanza: il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, perché Dio del patto dell’Alleanza, è il protettore e il salvatore dei patriarchi, come di tutto Israele. La fedeltà di Dio cessa di fronte alla morte? Per Gesù la morte non può essere più forte di Dio. Essa perde il suo potere dinanzi all’impegno di fedeltà che Dio ha preso nei confronti dei “suoi”, di coloro che egli ama. Per Gesù ne va di Dio, della sua onnipotenza e fedeltà.
C’è un ulteriore sviluppo. Nella tradizione cristiana, il testo che avete sentito leggere, qualche volta ha provocato una certa svalutazione della sessualità e del matrimonio. Si tendeva infatti ad identificare la vita di risurrezione con uno stato di vita angelico: quando risorgiamo diventiamo angeli, quindi gli esseri umani devono, fin dalla terra, essere angelici. Ma l’essere come angeli non significa che la natura dell’uomo venga trasformata nella natura degli angeli. L’uomo risorto non è disumanizzato: noi risorgeremo maschi e femmine davanti a Dio. Ciò che dice il testo, «non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio» (Lc 20,36), è il superamento del rapporto sessuale nel futuro dove la vita è piena e l’uomo ormai è immortale. Al tempo di Gesù l’unione fra l’uomo e la donna era visto proprio come un braccio di ferro con la morte. La morte è sconfitta dalla vita nuova che nasce.
Mi piace citare alcune frasi di San Giovanni Paolo II a questo proposito: «La parola di Gesù indica che c’è una condizione di vita prima del matrimonio in cui l’uomo, maschio e femmina, trova ad un tempo la pienezza della donazione personale e della soggettiva comunione delle persone grazie alla glorificazione di tutto il suo essere nell’unione perenne con Dio».
Dice Gesù: «Tutti vivono per lui, il Signore. Egli non è un Dio di morti, ma di viventi» (cfr. Lc 20,38). Gesù punta tutto su un Dio capace di vincere la morte, perché egli è tutt’ora Dio dei patriarchi che, anche se morti, vivranno. Per l’evangelista Luca questa deduzione ha ormai valore di certezza. È nella risurrezione di Gesù che il Dio dei patriarchi dimostra di essere veramente il Dio dei viventi.
Vivere per lui: cosa vuol dire questa espressione? Ve la consegno perché questa settimana vi torni alla mente e nel cuore. Primo significato: vivere per mezzo di lui. L’evangelista Luca non fa che confermare quanto appena detto. Dio è colui che dà la vita. Secondo significato: tutti vivono per amore di lui. In questo senso si può leggere la frase alla luce del pensiero di Paolo. L’esistenza del battezzato è una vita per Dio, fin da ora, e in Cristo e per Cristo è garanzia della risurrezione futura. Ma la frase può anche essere situata nella linea del martirio, come abbiamo sentito nella Prima Lettura (cfr. 2Mac 7,1-2.9-14) con la narrazione della storia dei sette fratelli, presi insieme alla madre, e costretti a cibarsi di carni suine proibite. Ogni uomo che vive su questa terra riceverà da Dio la vita di risurrezione, come è accaduto ai patriarchi. Dio non lascerà nella morte chi ha dato la sua vita per lui.
Rileggendo il brano nella lingua in cui è stato scritto (il greco), mi ha colpito un particolare. Quando i Sadducei parlano a Gesù della famigerata donna, che è stata vedova di sette mariti, usano questa espressione: “prendere” la donna, “avere” la donna, “possedere” la donna, “di chi sarà” quella donna. Nella risurrezione non apparteniamo ad altri che a Dio e, fin da questa terra, apparteniamo a lui solo. Nessuno ha diritto di dire “la prendo”, “la voglio”, “la uso”, “la possiedo”. Se c’è un’appartenenza all’altro – è bello appartenere a qualcuno – non è un’appartenenza di dominio e di possesso, ma un’appartenenza per amore, nell’amore, d’amore. Un messaggio che è importante nella nostra società in cui accadono tanti episodi di prepotenza sulle donne, in una società in cui prevale una cultura che tende a dissociare il corpo dalla persona, una cultura in cui la sessualità, talvolta, viene vissuta senza relazioni autentiche.
Grazie Signore, per questa pagina di Vangelo in cui ribadisci con forza che risorgeremo, che c’è una vita oltre la morte; grazie, perché asserisci che nessuno di noi è possesso di qualcuno, ma che siamo tutti tuoi figli. Solo tu sei il Signore.

Omelia nella S.Messa in suffragio dei Vescovi e dei sacerdoti defunti

Pennabilli (Cattedrale), 8 novembre 2019

Rom 6,3-9
Sal 22
Gv 20,19-29

Quando, ormai sei anni fa, venni per la prima volta a Pennabilli, mi fece impressione vedere il mio nome scolpito sulla lapide che è affissa sotto il portico del Vescovado. Vi confesso che ancora, di tanto in tanto, mi fa pensare alla mia morte. Ma mi viene anche da pensare alla lunga catena di vescovi che si sono succeduti nel tempo. Io sono il 66°. Quattro di questi 66 vescovi sono ancora vivi, gli altri sono defunti.
È commovente pensare al ricordo che i fedeli hanno, anche a distanza di anni, dei loro pastori. Pastori: li chiamo con questo nome rifacendomi al Salmo 22, che è stato cantato durante la liturgia della Parola. È il Salmo che canta Dio, pastore del suo popolo, con i vantaggi che venivano al gregge dalle sue cure. I pastori hanno bisogno del suffragio, della preghiera della Chiesa. Non vorremmo dimenticare nessuno, sia i vescovi sepolti qui in Cattedrale, che quelli che riposano altrove. Vogliamo pregare anche per coloro che dei vescovi sono stati i diretti collaboratori, i sacerdoti.
Ecco l’importanza dei vescovi nella vita della Chiesa: Gesù in persona «chiamò a sé quelli che volle e costituì dodici apostoli» (cfr. Mc 3,13-14). Negli Atti degli Apostoli si parla della loro collocazione nel popolo di Dio ad opera dello Spirito Santo. «Su tutto il gregge lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio» (cfr. Gv 20,28).
Il Concilio Vaticano II – non dobbiamo mai dimenticarci di questa pietra miliare nelle nostre riflessioni, perché è il dono che il Signore ha fatto alla Chiesa moderna –, completando il magistero del Vaticano I, aggiunge al primato del papa la collegialità dei vescovi. Primato e collegialità sono la suprema autorità della Chiesa.
Lasciatemi spigolare qualche frase dal capitolo 3 della Costituzione Dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, dove si parla in modo particolare dei vescovi. Anche qui ricorre continuamente l’immagine del pastore e del gregge. I vescovi – dice il Concilio – agiscono da maestri di dottrina, sono sacerdoti del sacro culto, ministri della guida (LG 20). Nella loro persona, circondata dai sacerdoti, è presente in mezzo ai fedeli Gesù Cristo, di cui sono quasi sacramento del suo sacerdozio. I singoli vescovi – continua il Concilio – sono il visibile principio e fondamento di unità delle loro Chiese (LG 23). E potrei continuare, ma voglio fare una piccola sottolineatura; vi parrà secondaria, ma a me emoziona particolarmente. Ogni vescovo, si potrebbe dire, imprime qualcosa della propria fisionomia alla Chiesa che gli è stata affidata. Il vostro parroco, che è anche studioso della storia, potrebbe dirvi qual è stato il contributo di ciascun vescovo, perché ognuno, in modo più o meno incisivo, ha lasciato un’impronta. Mi viene da applicare ai vescovi, ai 62 vescovi defunti il cui nome è scritto in quella lapide, quello che scrive san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: «A ciascuno è data una particolare manifestazione dello Spirito per l’utilità comune, per la edificazione della comunità» (cfr. 1Cor 12,7).
In questi giorni ricordiamo l’abbattimento del muro che attraversava Berlino e la mente non può non andare a san Giovanni Paolo II. Ebbene, lui nel suo primo viaggio in Polonia, nel 1979, osservava: «Se Dio mi ha chiamato con queste idee, ciò è avvenuto affinché abbiano risonanza nel mio ministero». Come oggi papa Francesco porta la vita, la storia, le fatiche, le singolarità della Chiesa latino-americana. E se il Signore l’ha chiamato con queste idee vuol dire che lui deve avvalersene e noi dobbiamo accoglierle. Ma c’è anche un’altra verità, per la proprietà transitiva: ciascun vescovo riceve tanto dal suo gregge. Potrei raccontare tante testimonianze personali di quanto ho ricevuto in questi anni, quanto amore, quanta luce, quanta affezione, quante idee, quanti propositi, anche quante battaglie… Preghiamo, allora, per i nostri pastori defunti; preghiamo a motivo della loro importanza, come ci ha detto il Vaticano II, ma anche a motivo dei loro limiti. Anche se non sono più tra noi, abbiamo il dovere di ricordare le loro fatiche, il loro amore. Dunque, preghiamo con riconoscenza, con comprensione per i loro limiti e con indulgenza. Essi hanno annunziato la Parola di Dio. Consideriamo apertamente il loro tenore di vita e imitiamone la fede. I vescovi, successori degli apostoli – lo dico in questo ultimo giorno dell’Ottavario dei defunti – sono soprattutto testimoni della risurrezione. Vorrei precisare: di per sé non sono maestri di una dottrina, di una filosofia, ma annunciatori di un fatto, un fatto che diventa, poi, la loro dottrina. Preciso ulteriormente: troppo poco è dire che sono testimoni del fatto della risurrezione, perché non si tratta tanto del fatto quanto del Risuscitato, della persona di Gesù. Ecco, allora, come ci aiuta la lettura evangelica di questa sera: ci ripropone e ci rituffa nella Pasqua di Gesù, o meglio ancora, nell’incontro di Gesù con gli apostoli. Loro sì che erano chiusi in una tomba, la tomba del cenacolo, dove si trovavano a porte chiuse, mentre fuori era buio – ma il buio era soprattutto nel loro cuore –, prigionieri della paura. L’apparizione pasquale non solo dà loro coraggio, ma li invia in missione; infatti, lascia in dono una fortissima premura che li mette in movimento e così la risurrezione di Gesù, il fatto e la persona di Gesù, si diffonde sotto forma di apostolato.
Concludo con una breve sottolineatura per quanto riguarda la Prima Lettura. Il Battesimo fa parte della missione apostolica. Voi direte: «Che cosa c’entra accennare al Battesimo mentre si parla di apostoli, vescovi e sacerdoti?». C’è molta pertinenza in realtà, perché Gesù agli apostoli e ai loro successori ha detto: «Andate e battezzate» (cfr. Mt 28,19). Qui la meditazione, se ci fosse tempo, si allargherebbe, si approfondirebbe, dalla risurrezione di Gesù alla nostra risurrezione, passando attraverso il sacramento del Battesimo che ci fa partecipi del mistero pasquale di Gesù.
Siamo in una liturgia mesta – nel ricordo dei defunti e dell’ultimo dei nostri sacerdoti defunti, don Armando Evangelisti – ma non è una liturgia triste. Vi risuona l’Alleluia, perché ogni liturgia è l’annuncio di Gesù Risorto. Allora continuiamo a seguire i nostri pastori, avendo anche misericordia delle loro fragilità, debolezze e inconsistenze, perché non si va a scuola per “governare”, ci si trova chiamati dal Signore. Seguiamo i nostri vescovi in questa vita nuova. Ci hanno preceduto, seguiamoli.

Omelia nella XXXI domenica del Tempo Ordinario

Montegrimano Terme, 3 novembre 2019

S. Cresime

Sap 11,22-12,2
Sal 144
2Ts 1,11-2,2
Lc 19,1-10

(da registrazione)

Cari ragazzi,
inizio con una esperienza personale che forse vi farà sorridere. Anni fa, con un gruppo di giovani, sono stato in America per la Giornata Mondiale della Gioventù. In quei giorni siamo stati nella valle di San Francisco. Abbiamo potuto contemplare una delle meraviglie dell’America nella visita al Parco delle Sequoie. È difficile descrivere questi alberi giganti, se non con dei numeri. Molte sequoie arrivano a cento metri di altezza e al peso di parecchie tonnellate, paragonabile a quello di cinque grandissimi dinosauri. Pur mettendoci tutti in fila (eravamo quindici o sedici), uno accanto all’altro, non riuscivamo ad abbracciare un albero, tanto era grande. Eppure, quell’albero così grande è nato da un piccolo seme. Quell’altezza, quel peso, quella grandezza erano racchiuse in un piccolo seme. Accade per quell’albero, quello che accade a noi con il Battesimo. Quasi tutti, in questa chiesa, abbiamo ricevuto il seme del Battesimo. Domando a voi, ma per primo a me: in quale cassetto ho racchiuso quel seme? Perché non si sviluppa, non diventa gigantesco come sarebbe il suo destino? Se potessimo intervistare quel piccolo seme, lui ci direbbe che non desidera altro che svettare nel cielo più alto, nella valle di San Francisco, per guardare dall’alto la famosa prigione di Alcatraz.
Il mio augurio, cari ragazzi, è proprio questo: che il piccolo seme che è stato messo in voi il giorno del Battesimo si sviluppi, cresca, diventi quel che deve diventare.
Come possiamo fare?
Per prima cosa bisogna conoscere quel seme. Ecco perché, per molti anni, avete seguito un cammino di formazione. Pensate che ho steso un programma di formazione per i sacerdoti, anche per quelli più anziani. Siamo tutti discepoli (in lat. discipulus è colui che impara, che è nell’atteggiamento di lasciarsi ammaestrare). Dico ai miei sacerdoti: «Non possiamo essere maestri, se non siamo discepoli. Più siamo discepoli, più siamo maestri». Pertanto, la formazione continua. Spero che, dopo la Cresima, anche voi continuiate ad incontrarvi, magari con meno ansia e con metodi meno scolastici e più esperienziali. Durante l’adolescenza si muoveranno in voi non solo gli ormoni della crescita, ma tante domande, persino le più radicali: sull’esistenza di Dio, sul perché ci sono le guerre… e poi sui cambiamenti che avvengono dentro di voi e vi fanno provare sentimenti nuovi, inaspettati. Anche noi adulti abbiamo bisogno di formazione. Ad esempio, per martedì prossimo abbiamo chiesto l’autorizzazione al dirigente scolastico per far arrivare ai genitori delle Scuole Superiori e delle Scuole Medie di Sassocorvaro l’invito ad una serata dedicata al problema educativo, alla quale è invitato non solo chi solitamente frequenta la parrocchia, ma tutti i genitori, per fare con loro un patto educativo. Sarà una serata di riflessione in cui si potranno fare domande e ci si potrà confrontare. Nessuno, in realtà, ha la soluzione, ma è importante parlare della gioventù di oggi, tanto intelligente, con tante risorse e talenti, ma con modalità di espressione e modi di vivere che preoccupano. Il tema dell’incontro che si terrà alle ore 21 nel teatro di Mercatino Conca, sarà l’emulazione come risorsa educativa. Fin da quando si è piccoli si tende ad imitare, prima i genitori, poi il confronto avviene con i coetanei e si guarda ai campioni dello sport, ai personaggi della tv, ai compagni più grandi. L’emulazione da risorsa (imitando s’impara) può diventare pericolo.
Il protagonista dell’episodio narrato dal Vangelo di oggi è Zaccheo, celebre personaggio, pubblicano e capo dei pubblicani (quelli che svolgevano l’attività di riscuotere le tasse, i commercialisti di oggi). Il denaro di per sé non allontana da Dio; se viviamo sulla terra dobbiamo guadagnare, mettere i risparmi in banca, compiendo un atto di fiducia, la banca naturalmente corrisponde, sperando che tutto si mantenga a livello di fiducia reciproca.
Zaccheo sale sull’albero perché vuole vedere Gesù che passa. È piccolo di statura, ma si ingegna per vedere Gesù (si ingegnava molto anche negli affari). Il suo sguardo è curioso. Si tratta di una buona attitudine. C’è la folla, ma Gesù alza lo sguardo, gli interessa la persona, il singolo. Cosa c’è di più efficace di uno sguardo? Cos’è più fulminante di un’occhiata? C’è lo sguardo pieno di sdegno, lo sguardo compassionevole della persona che si china su chi è caduto, lo sguardo romantico di un innamorato, ecc. Chissà come sarà stato lo sguardo di Gesù… Lo sguardo di Zaccheo dall’alto, dalla cima dell’albero, vede passare Gesù e quello di Gesù, che è grandissimo ma si è fatto piccolo, si alza verso Zaccheo. I due sguardi si incrociano e succede una meraviglia: d’ora in poi Zaccheo guarda chi gli sta davanti non come persona di cui approfittare, su cui fare la cresta per arricchire se stesso, ma come fratello. I soldi servono, tant’è vero che Zaccheo dice: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8). Quando cambia lo sguardo – il che vuol dire che cambia il cuore – allora anche il denaro e la ricchezza diventano cose positive. Così il nostro andare a lavorare, il risparmiare, lo facciamo per il bene della nostra famiglia.
Concludo con l’augurio che il nostro cuore sia così caldo, così esposto alla luce dello sguardo di Gesù da farci germinare e diventare “una sequoia” che porta tanti frutti.