Omelia nella XXIII domenica del Tempo Ordinario

Monte Cerignone, 9 settembre 2018

S. Cresime

Is 35,4-7
Sal 145
Gc 2,1-5
Mc 7,31-37

(da registrazione)

Si narra nella Bibbia che un grande re – forse il più grande re d’Israele – la notte precedente la sua incoronazione si mise in preghiera. Sentì un’ispirazione interiore, un suggerimento dell’anima, proveniente da Dio, che diceva: «Che regalo vorresti per la tua incoronazione?». Il re rispose: «Signore, donami la sapienza, donami un cuore che sa ascoltare». Il Signore Dio lo apprezzò molto e gli disse: «Siccome non hai chiesto né oro, né ricchezze, né fama… ti farò dono della sapienza» (cfr. 1Re 3,5-15). Quel re era Salomone. Venne addirittura dall’Africa la famosa regina di Saba a rendergli omaggio, tanto era celebre la sua sapienza. Salomone dimostrava la sua sapienza elargendo pareri e sentenze colme di saggezza. Da dove gli veniva un parlare così sapiente? Gli veniva da un cuore che sa ascoltare.
Accade così anche nella struttura delle nostre persone: chi è sordo non riesce a parlare; emette suoni, fonemi, farfuglia, ma non può pronunciare parole. Come metafora, ciò vale per la nostra vita, per i rapporti tra noi. Sai ascoltare veramente? Allora ti verranno parole adeguate o silenzi veri, cioè pieni di verità, sapienti.
I primi anni che ero parroco, una sera dopocena, mi telefonò una persona in lacrime per darmi una notizia terribile: suo figlio aveva perso la vita in un incidente stradale. Quando le dissi che sarei andato subito a trovarla, si arrabbiò con me e mi disse che l’indomani avrei dovuto spiegarle perché era successo. Quella sera andai a dormire molto turbato, mentre provavo continuamente a mettere in fila i pensieri che avrei dovuto dirle. La mattina successiva chiesi al Signore di rendermi capace di ascoltare profondamente e di accettare come rivolte a me le parole che, eventualmente, avesse detto contro di lui. Lasciai da parte pensieri, concetti, parole e andai da lei solo per ascoltare il suo dolore. Quando la signora mi venne incontro l’abbracciai e lei mi raccontò quanto era successo e cosa provava. Se si ascolta profondamente, ci si coinvolge. Penso ai figli: ascoltano veramente i loro genitori? Anche al di là delle parole? E i genitori, ascoltano veramente? In qualche famiglia si parla tra sordi… un piccolo corridoio di tre metri sembra un labirinto. Quanti figli perduti nelle nostre case! Si possono perdere i figli anche in un piccolo appartamento, se non si ascoltano. Così insufficiente sono tante volte il nostro ascoltare e le nostre comunicazioni.
Dalla metafora passiamo al racconto evangelico. Ecco un uomo – racconta il Vangelo –prigioniero del silenzio. Una vita chiusa, accartocciata su se stessa, come la sua lingua. Però, è un uomo fortunato, perché ha degli amici che lo portano da Gesù e gli dicono: «Trova un rimedio, perché vivere senza relazioni, senza poter sentire, senza poter parlare, è un non vivere. Ci vuole qualcosa di straordinario… Signore, fa qualcosa!». È bellissimo vedere il procedimento col quale Gesù restituisce quell’uomo alla relazione, al rapporto, che è vitale. Gesù lo porta fuori dalla folla e dalla confusione. Stabilisce un rapporto “a tu per tu” con lui, intimo. Poi, gli accarezza orecchi e bocca: c’è un contatto corporeo, quasi indiscreto. In bocca abbiamo solo tre cose: il respiro, la parola, la saliva. Ebbene, in questo contatto corporeo, il Signore Gesù mette la sua saliva sulle labbra del sordomuto. C’è, inoltre, un coinvolgimento empatico di Gesù: Gesù alza gli occhi al cielo, sospira, si coinvolge; ha di fronte un uomo che è privato della cosa più necessaria, il rapporto, e pronuncia la parola aramaica, «Effatà», che vuol dire: «Apriti!» (Mc 7,34). «Apriti!», come una finestra che riceve il sole, come uno scrigno dentro al quale c’è un tesoro, come una conchiglia che mostra una perla. Questo è il nostro cammino per diventare credenti.
Dico a voi ragazzi: «Ascoltate le parole dei vostri genitori, dei catechisti, del parroco, dei vostri insegnanti, affinchè possiate incontrare Gesù, che vi renderà persone capaci di ascolto. Allora saprete dire parole sapienti, come il grande re Salomone». Questa è la Cresima: verrete qui davanti, anch’io compirò un gesto con un contatto fisico (traccerò un segno sulla vostra fronte), sentirete il profumo del sacro crisma (segno del bacio dato dal Signore sulla vostra fronte). Dopo mezz’ora non si sentirà più niente, ma quel bacio rimarrà per sempre. In qualsiasi posto andrete, qualsiasi cosa farete nella vita, quel bacio sarà indelebile. Auguri, per il vostro cammino e per il vostro incontro con Gesù.

Omelia nella festa della Natività della Beata Vergine Maria

Santuario Madonna del Faggio, 8 settembre 2018

Mi 5,1-4
Sal 12
Mt 1,1-16.18-23
(da registrazione)

Il Vangelo propone un lungo elenco di nomi che è la genealogia di Gesù per indicare il suo radicamento nella nostra umanità. Su ogni personaggio si potrebbero dire molte cose e non tutte edificanti; dell’elenco fanno parte, infatti, personaggi molto discutibili. Nelle origini di Gesù, e prima ancora di Maria, incontriamo persone di tutti i tipi.
Ognuno di noi, se osserva la propria storia, la storia della propria famiglia, può cogliere le “macchie” e le ferite dal punto di vista morale, o politico, o di salute, ecc.
Come hanno fatto Gesù e Maria, ognuno di noi deve fare in modo, con l’impegno, con il desiderio di santità, con la vita, ma soprattutto con l’onnipotenza della grazia, di risanare la propria razza.

Vorrei farvi notare la bellissima antifona al Benedictus nella liturgia delle Lodi, che dà un’intonazione gioiosa a questa giornata: «La tua nascita, Vergine Madre di Dio, ha annunziato la gioia al mondo intero». Ogni bambino che nasce è un momento di gioia e di festa, per lui che viene al mondo, per la sua famiglia e per l’umanità. La nascita di Maria è un annuncio di gioia per il mondo intero: «Da te è nato il sole di giustizia, Cristo Nostro Signore». Quindi, Maria è il cielo sul quale il sole di giustizia, che è Gesù, è venuto in questo mondo. Questa è la missione di Gesù: «Ha tolto la condanna e ha portato la grazia, ha vinto la morte e ci ha donato la vita». Dunque, Maria è collocata al centro del mistero cristiano.
All’epoca del Concilio Vaticano II ero troppo giovane per capire la portata del dibattito che, dentro e fuori il Concilio, andava infiammando i teologi. Eravamo agli inizi degli anni ’60. Qualcosa arrivò anche a noi studenti di Liceo. Questo il dibattito: scrivere un documento intero del Concilio sulla Madonna, o dedicarle un capitolo alla fine del documento fondamentale, la costituzione dogmatica sulla Chiesa? A chi ascolta parrà una questione solo tecnica e secondaria. In realtà, la decisione avrebbe orientato la fede della Chiesa sul “posto” di Maria nella vita e nel culto della Chiesa stessa. A partire dal XVII secolo ci fu tutto un movimento mariano che ha fatto devotamente a gara a chi inventava un titolo inedito in onore della Madonna, o lanciava una nuova festa (Madonna del Faggio, Madonna della Consolazione, Madonna delle Grazie, Madre della Misericordia… un Padre della Chiesa è arrivato a dire: «De Maria numquam satis», cioè «di Maria non puoi mai dire abbastanza»), o ne affermava un privilegio in più. Ma c’era bisogno, e questo è stato lo sforzo del Concilio, di incanalare la devozione mariana non su quella che è la devozione o addirittura il devozionismo, ma all’interno della storia della salvezza e quindi all’interno della Chiesa: la Madonna è il membro più eccelso, il modello più perfetto, ma non al di fuori, né al di sopra della Chiesa. Maria è dentro la Chiesa, anche se la chiamiamo Madre della Chiesa, in quanto è «figlia del suo Figlio» (cfr. Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, Canto XXXIII). È il mistero cristiano di Dio che si è fatto uomo. Il Concilio ha tenuto in gran conto l’esigenza di un ritorno alla sobrietà delle Scritture. Così facendo, ha reso la figura della Madonna più grande e più vicina nello stesso tempo. È avvenuto come quando si restaura un quadro. Penso ad esempio alla Madonna della Misericordia di Montegiardino, dipinto della scuola del Tiepolo: colori bellissimi, delicatissimi, ogni pennellata è un capolavoro; vedendo che si screpolava e si anneriva per il fumo delle candele, gli veniva data una mano di colore; dopo che anche quello strato sovrapposto sbiadiva, lo ricoprivano con uno smalto. Si creava così una crosta, che aveva snaturato la sua bellezza. I restauratori hanno tolto la crosta e sono riemersi colori splendidi. Il Concilio ha fatto un’operazione simile a quella che si è fatta con il quadro della Madonna della Misericordia di Montegiardino: ha tolto la crosta perché l’immagine riapparisse nello splendore dei suoi colori originali, voluti dall’artista, che è il Signore. Paolo VI, che tra un mese verrà proclamato santo, ha scritto: «È la prima volta che un Concilio ecumenico presenta una sintesi così vasta della dottrina cattolica circa il posto che Maria Santissima occupa nel mistero di Cristo e della Chiesa» (cfr. Paolo VI, Omelia, Chiusura terza sessione, Concilio Vaticano II). È questo il motivo per cui, sacerdoti, catechisti, educatori, quando parlano di Maria, partono da quanto di lei dice il Nuovo Testamento. È un nuovo modo di parlare di Maria, più essenziale nella dottrina, meno indulgente al sentimentalismo.
Si potrebbe dire che il Nuovo Testamento abbia percorso tre tappe successive. Provo a sintetizzarle. La nascita delle Sacre Scritture è un’operazione complessa, perché è un’opera umana e divina; le Scritture sono sacre, perché di ispirazione divina, ma è intervenuto anche uno strumento umano: l’evangelista Matteo, Luca, Marco, Giovanni… Se apriamo il Nuovo Testamento, dal Vangelo di Matteo all’Apocalisse, troviamo che c’è un primo strato, che gli studiosi riescono ad isolare, in cui tutta l’attenzione è concentrata su Gesù, il Cristo. La Madonna è annunciata come colei che genera: «Quando venne la pienezza del tempo Dio mandò suo Figlio, nato da una donna» (Gal 4,4). Il primo strato si ferma qui. Colui che adoriamo come Cristo è nato da una donna: è vero uomo. La donna, Maria, non viene neanche nominata: è il segno che esprime l’incarnazione.
Nel secondo strato si mette in luce Gesù nel suo ambiente. Abbiamo letto la sua genealogia. La sua prima predicazione, quando a trent’anni lascia la casa di Nazaret, registra da una parte chi crede (gli apostoli, i discepoli, i seguaci) e dall’altra anche chi non crede; anzi, i parenti – dice il Vangelo di Marco – vengono a prenderlo perché dicono che «è fuori di sè» (Mc 3,21). In questo contesto, gli autori dei Vangeli, sono preoccupati di dire quali sono i veri legami con Gesù. Gesù arriverà a dire a proposito dei compaesani scettici: «Nessuno è profeta in patria» (Lc 4,24). I veri legami non sono quelli della carne, ma quelli della fede, di chi ascolta la Parola e la mette in pratica. In questo contesto è posta la Madre di Gesù, la prima discepola.
Poi c’è un terzo momento, un terzo strato. A partire dalla comunità di Gerusalemme si è sentita l’esigenza di incorporare all’annuncio di Gesù morto e risorto anche il racconto delle sue origini umane. Sono i cosiddetti Vangeli dell’infanzia (cfr. Mt 1-2; Lc 1-2.). Nel Vangelo di Luca la Madre di Gesù ha un’enorme importanza. Forse, proprio per questo, la tradizione identifica questo evangelista come primo iconografo della Vergine.
Poi, gli scritti di San Giovanni – Vangelo ed Apocalisse – collocano la Madre di Gesù nel mistero della “sua ora”, quella della morte e risurrezione. In questo mistero, con un procedimento di inclusione, Maria è posta all’inizio e alla fine. All’inizio, alle nozze di Cana, quando Maria dice: «Non hanno più vino», allusione al mistero della nostra umanità senza vino, cioè senza forza, senza grazia, senza luce e Gesù: «Donna, non è giunta la mia ora» (cfr. Gv 2,3-4). Quando sarà la sua ora? Quando sarà innalzato da terra. Poi, troviamo Maria alla fine della vita pubblica di Gesù, sul Calvario (Gv 19,25-27), ai piedi della croce, quando è giunta l’ora della redenzione.
Dunque, il nostro amore alla Madonna non è sentimentalismo, ma è radicato nelle Sacre Scritture. Aiutaci, Signore, ad andare sempre più in profondità in questo amore. Così sia.

Discorso al termine della processione nella solennità di San Marino

Cari amici,
siamo reduci da un’estate segnata da tante disgrazie. Basti pensare all’esplosione in autostrada a Borgo Panigale (BO), al terribile crollo del ponte autostradale di Genova e, in questi giorni, al crollo, del tutto imprevedibile, del tetto di una chiesa nel centro di Roma. Pensiamo anche alle vittime di eventi naturali. Esprimiamo la nostra solidarietà ai famigliari delle vittime e sostegno a chi deve ricostruire. Preghiamo!
Un’estate segnata anche da tanti abusi. Gravi sempre, gravissimi quando vengono da chi è ministro del Signore. Pensiamo alle vittime, soprattutto bambini e adolescenti. Come membra di un solo corpo facciamo preghiere e penitenze per la conversione di tutti. Esprimiamo solidarietà e comunione piena al Santo Padre, papa Francesco; sentimenti che gli ho espresso in un telegramma a nome mio e della diocesi. Papa Francesco è per tutti noi il riferimento per purificare e rinnovare la Chiesa.

Omelia nella Solennità di San Marino

San Marino Città (RSM), 3 settembre 2018

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

(da registrazione)

Saluto gli Ecc.mi Capitani Reggenti e tutte le autorità civili e militari. Rivolgo un saluto particolarissimo alla Delegazione della città di Arbe qui convenuta per onorare san Marino, antico loro concittadino, e per ricordare i cinquant’anni del gemellaggio fra Arbe e la Repubblica di San Marino: benvenuti!

Avrete notato che il diacono, prima di aprire il libro delle Sacre Scritture, ha dovuto slegare i lacci che lo tengono chiuso. Slegare, aprire i sigilli è un’azione simbolica per indicare la preziosità della Parola di Dio: nessuna parola dovrebbe andare sprecata.
Mi limito a meditare insieme a voi appena una riga, quella che ha aperto la liturgia della Parola: «Beato l’uomo che medita sulla sapienza e ragiona con l’intelligenza e considera con il cuore» (Sir 14,20-21).

1.
San Marino, uomo di preghiera, ha saputo stare di fronte alla Sapienza; per lui la Sapienza era una persona, Gesù Cristo, e il suo Vangelo. Come Mosè sul monte fu tutto illuminato da quell’incontro (cfr. Es 33,34) e ne emanava il chiarore, così san Marino continua ad irradiare la grande luce del Vangelo: Dio è Padre, ci ama immensamente, ogni uomo mi è fratello!
Dalla tradizione sappiamo che Marino tradusse questa contemplazione in progetti di convivenza sociale concreti, intelligenti e saggi, fondamenti di quella che sarà la nostra amata Repubblica: fraternità, libertà, ospitalità.
I padri hanno visto in lui anche le “ragioni del cuore” realizzate: l’amicizia sociale, la ricerca del bene comune, la preziosità del sacrificio, la benevolenza.

2.
Noi amiamo la nostra Repubblica. Ed è l’amore che ci spinge a conoscerla più profondamente e a interpretare le diverse realtà in essa presenti e – se necessario – denunciarne le debolezze. Tutti siamo responsabilmente coinvolti e consapevoli che diritti e doveri sono i mattoni della comune cittadinanza.
Abbiamo problemi, ma possiamo affrontarli con azione concorde, coraggio e lungimiranza. Possiamo rendere l’animo dei sammarinesi sempre più fiducioso e dialogante. Ma non possiamo rinchiuderci nella nostra piccola realtà. Abbiamo presenti le questioni più delicate della nostra epoca, quelle legate alle migrazioni, al diritto per tutti ai beni della terra, alla subordinazione della finanza alla dignità della persona, alla permanente minaccia della guerra… Questioni che investono chi svolge l’alto servizio della politica, ma che toccano le nostre coscienze, questioni da affrontare guardando al domani con generosità e spirito di collaborazione.

3.
Ho parlato di qualche fragilità che ci caratterizza, fragilità che riguardano tutti, a partire da colui che vi sta parlando. Uno dei mali che mi sembra di ravvisare è l’invidia. La denuncio – senza accusare nessuno – come inevitabile tentazione in una comunità piccola, dove ci si conosce e si fanno confronti. L’invidia è un sentimento che può portare alla chiusura del cuore. Tutto nasce dal bene altrui visto come una minaccia o come una limitazione a se stessi e viene vissuto come timore per la propria presunta superiorità.
L’invidioso soffre terribilmente quando sente parlar bene del proprio “concorrente”. Altre volte l’invidia prende la forma di una strana contentezza: soddisfazione di vedere il prossimo in difficoltà. L’invidia, se non viene ridimensionata per tempo, può diventare sorgente di decisioni cattive. Spesso è sorgente di critica, di una irrefrenabile voglia di screditare l’altro (pensando di ricavarne vantaggio o per lo meno di consolarsi per la propria insufficienza). Oggi ci sono mezzi di comunicazione che possono diventare feroci tanto sono incontrollabili.
Molto simile all’invidia è la gelosia. Si differenzia in questo: l’invidia è il disagio di fronte al bene altrui, la gelosia è l’eccessiva preoccupazione per il proprio.
Nella vita, nella politica, nello sport può esserci una sana competizione, che può diventare una risorsa per impegnare nel bene ogni energia. San Paolo scriveva: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10), invitando ad una possibile competizione nel bene.
Come curare l’invidia? Non basta dire la difficoltà, ci sono possibilità di sconfiggere nel cuore questo sentimento. È un lavoro personale, ma anche un lavoro da fare insieme: convincersi che formiamo insieme un solo corpo e siamo membra gli uni degli altri. Ognuno ha doni, talenti e pensieri utili per il bene comune. Se un membro del corpo “fa bene”, ha buoni pensieri, è un vantaggio per tutti e per la causa che ci vede tutti schierati. In qualche modo posso dire che il bene altrui è “mio”: l’altro, infatti, è parte di me! Si cura, poi, l’invidia contemplando la benevolenza di Gesù che «da ricco che era si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà» (cfr. 2Cor 8,9). Come san Marino, meditiamo sulla sapienza, la sapienza del cuore, ragioniamo con l’intelligenza, consideriamo con il cuore: apriamoci alla sapienza. Così sia.

Omelia in occasione della Veglia dei giovani per la festa di San Marino

San Marino Città, 2 settembre 2018

1Gv 2,12-15
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

(da registrazione)

Cari ragazzi,
per me è una grandissima gioia questa sera essere con voi. Provo una grande commozione a rivedervi dopo un’estate che, almeno in Italia, è stata molto tribolata. Penso all’incidente sull’autostrada di Bologna che ha creato una voragine a Borgo Panigale; penso al ponte di Genova e al crollo del tetto di una chiesa nel centro storico di Roma. Il nostro pensiero va a tutte le persone che hanno sofferto. In tutte quelle circostanze ho mandato un telegramma a nome mio e di tutta la comunità. A Genova vivono molti sammarinesi e molte persone originarie della Val Marecchia, che negli anni dell’emigrazione hanno trovato nella città casa e lavoro.
L’estate è stata anche stagione di campi scuola, di ritiri, di incontri. Sono stato in molti di questi, almeno per qualche ora.

1.
Come in una famiglia voglio mettervi a parte del cammino che la nostra Chiesa di San Marino-Montefeltro intende percorrere quest’anno. È un cammino iniziato da tanti anni (oggi la Repubblica ha compiuto 1718 anni!), ma mi riferisco soprattutto al cammino di questi ultimi anni.
Ed è un cammino che vogliamo fare ancora più uniti a papa Francesco. Oltre al suo ministero di vescovo di Roma e di Pontefice, penso abbia anche una personalità capace di rinnovare la Chiesa, capace di purificarla coraggiosamente. Al Papa ho scritto alcuni giorni fa per dire che i sammarinesi-feretrani sono in comunione con lui e lo ringraziano per quello che ha detto e ha fatto a Dublino, all’Incontro mondiale delle famiglie.

2.
Il Papa usa spesso una parola, che sentite sicuramente dire anche dai vostri parroci, antichissima e dal significato molto semplice: la parola sinodalità, cioè l’arte di camminare insieme (dal greco syn odos: fare cammino insieme): parrocchie e associazioni, laici e consacrati, adulti e giovani, tutti insieme! Per camminare insieme occorre un minimo di disponibilità, poi l’amicizia e l’amore crescono cammin facendo. Se ci si tira fuori dal cammino non si farà mai amicizia vera. Perché camminare tutti insieme?
Insieme, perché si è più incisivi sulla realtà.
Insieme, perché siamo un solo popolo che ha per legge il comandamento dell’amore, per statuto la libertà e la dignità dei figli di Dio, per fine il Regno di Dio e, pur nell’apparenza di un piccolo gregge, è un germe di unità, di speranza e di salvezza per tutti (cfr. LG 9).
Insieme, perché è più bello: ci si aiuta, se si cade c’è chi ci rialza, se si è infreddoliti ci si scalda… Come si fa a scaldarsi da soli? Guai a chi è solo! (cfr. Qo 4,9-12).
Insieme – e qui occorre la fede! –, perché Gesù in persona ha assicurato di essere presente fra due o più uniti nel suo nome (cfr. Mt 18,20).
Papa Francesco è un vostro grande amico. L’abbiamo sentito nello spezzone di catechesi che è stato proiettato all’inizio della Veglia. Ho meditato anch’io le domande che alcuni giovani, a nome vostro, gli hanno rivolto nel raduno dell’11-12 agosto a Roma. Domande molto forti, imbarazzanti, senza peli sulla lingua (come è accaduto anche a me nell’incontro con i giovani di Novafeltria durante la Visita Pastorale). Ho ascoltato le meravigliose risposte del Papa: non ha alzato barriere e ha detto ai giovani di continuare a sognare, di aiutare la Chiesa a convertirsi, a rinnovarsi. Ad un recente incontro una persona, sbagliandosi, ha detto che ad ottobre ci sarà il Sinodo dei giovani, anziché il Sinodo sui giovani. Se anche l’espressione non era esatta, era vera: è il Sinodo dei giovani, perché tanti pastori si sono messi in ascolto e quando si riuniranno a ottobre porteranno le istanze, i desideri, le voci dei giovani.

3.
L’anno scorso, come diocesi, ci siamo dati questo programma: «Tra la gente con la gioia del Vangelo». Siamo un popolo che vuole essere come sale che dà sapore e come luce che illumina tutti quelli che sono nella casa, così ci dice il Vangelo (cfr. Mt 5,13-16). «Tra la gente», perché sappiamo di essere un popolo non arroccato sulla cittadella, a fare le nostre cose (cattoliche), ma proprio perché siamo cattolici, siamo contenti di immergerci nella realtà, nello sport, nella scuola, negli ambienti di lavoro (durante la Visita Pastorale alla parrocchia di Borgo il parroco mi ha portato una mattina intera al mercato, tra la gente). Sì, vogliamo “metterci dentro”. Stare tra la gente «con la gioia del Vangelo». Non sempre si è allegri: a volte occorre anche un po’ di “divina commedia”, cioè far venir fuori la gioia che sta in fondo al cuore anche quando qualche nube ci rende tristi.
Divideremo il percorso del nuovo anno pastorale – ma non saranno soltanto riunioni, catechesi, istruzione, verranno proposte delle esperienze – in tre “arcate”.

4.
Nella prima “arcata” (da settembre a Natale) proveremo a rispondere a questa domanda: che cosa è successo veramente «alle prime luci dell’alba», in quel primo giorno della settimana?
Alludo alla Pasqua, alla risurrezione di Gesù, il big bang della fede cristiana. In quei primi istanti l’evento della risurrezione ha messo in moto poche persone, ma una quantità smisurata di energia. I primi testimoni hanno capito che era successo qualcosa di incredibile: Gesù è risorto! La comunità cristiana degli inizi non raccontava altro. Le prime parole non erano: «amiamoci gli uni gli altri», «siamo fratelli». Le prime parole erano: «Gesù è vivo!». Poi è venuto tutto il resto: la comunità che si riunisce, «erano un cuor solo e un’anima sola», «tutto era fra loro comune», i cristiani che diventano coraggiosi testimoni (cfr. At 2,42-48), ecc.
Ma cos’è successo veramente? Perché dodici pescatori illetterati e timorosi hanno conquistato il mondo? Perché Stefano ha avuto il coraggio di dare la vita per Gesù, poco dopo averlo conosciuto?

La seconda “arcata” (da Natale a Pasqua) ci chiederemo: che cosa c’entra la risurrezione di Gesù con la nostra vita? La risurrezione riguarda solo Gesù?
Qui sarà molto interessante comprendere come la vita presente, pervasa dalla potenza della risurrezione di Gesù, possa trasformarsi. A volte si è in crisi, giù di morale per qualche fallimento: si può risorgere! Gesù ci dà l’energia, ci libera dai nostri condizionamenti e ci libera dalle nostre paure.
Ma la risurrezione è una bella notizia anche per il nostro futuro. Parlare così a voi giovani sembra impertinente; ma, guardando al futuro, si pensa alla vecchiaia e poi alla morte: come sarà? Gesù Risorto ci comunica una eternità infinita di vita, di amore, di luce. La Chiesa non può tacere questa notizia, si svuoterebbe il messaggio cristiano.

La terza “arcata” (da Pasqua all’estate): come possiamo incontrare Gesù Risorto e la potenza della sua risurrezione (cfr. Fil 3,10)? La potenza della risurrezione è disponibile o è solo per pochi? È chiusa in cassaforte?
Sarà bello rivivere alla luce dei Vangeli le esperienze di incontro col Risorto degli apostoli e dei primi discepoli: Maria di Magdala e le donne; Pietro e Giovanni che corrono al sepolcro; gli apostoli, prima chiusi nel Cenacolo e poi fuggiaschi sulle rive del lago, che diventeranno grandi missionari; i discepoli di Emmaus che corrono a Gerusalemme per raccontare l’incontro; il persecutore Paolo che incontrerà Gesù sulla via di Damasco…
Dico con fierezza che il luogo “normale” dell’incontro con Gesù Risorto è la Chiesa. La Chiesa ha alcuni segni ai quali Gesù ha consegnato la sua forza – li chiamiamo sacramenti – in cui lui opera. Quando vado a confessarmi e il sacerdote dice: «E io ti assolvo dai tuoi peccati… », ho la certezza matematica che sono perdonato e torno a casa contentissimo.
Quando sento le parole pronunciate dal sacerdote sul pane: «Questo è il mio corpo», so che il Signore si dà a me, vivo, nel suo vero corpo.
Pensiamo, soprattutto, al primo sacramento: la risurrezione di Gesù sfocia nelle acque del Battesimo. Nel Battesimo la potenza della risurrezione di Gesù ci avvolge, ci pervade e ci fa nuovi.
«Gesù, noi crediamo che sei vivo e siamo felici questa sera di fare festa con te. Così sia.

Omelia in occasione della 13a Giornata per la Custodia del Creato

1.
“Eucaristia” è una parola greca che significa “ringraziamento”. Il Signore Gesù ringrazia il Padre e lo fa con un atto di offerta piena di gratitudine, di lode.  Gesù celebrò la sua prima Messa sulla croce, sospeso fra cielo e terra, quando disse il suo “sì” alla redenzione. Quel sacrificio fu fatto per amore, con totale abbandono alla volontà salvifica del Padre. Ogni Messa rende presente – in modo incruento – il suo sacrificio di lode, Eucaristia. Noi ci inseriamo in questo suo sacrificio di lode: nella sua offerta, piena di lode, la nostra offerta riconoscente: sia lode a te, o Signore!
Celebre il canto: «Nella tua Messa, la nostra Messa, nella tua vita, la nostra vita».
Questa sera voglio dirti grazie, Signore, per il dono di questa “casa comune” che è la terra. Grazie per gli «uomini di buona volontà», che si impegnano a custodirla, a farla vivere, a promuovere progetti di studio e di tutela degli ecosistemi, che si prodigano per incentivare lo sviluppo di un’agricoltura più sostenibile e per organizzare iniziative educative e spirituali – come questa di oggi – che coinvolgono tante persone nella cura del Creato.
Grazie alla parrocchia, a don Luis, che ha fatto sua fin dall’inizio la proposta di celebrare qui la Giornata diocesana per la Custodia del Creato. Grazie al Capitano di Castello, Giacomo Rinaldi, che ci accoglie a Montegiardino, uno dei territori più suggestivi della Repubblica.

2.
Lo sguardo si allarga da questo luogo a problematiche generali e si impongono alcune considerazioni. È necessaria una rinnovata e sana relazione tra l’umanità e la terra. Siamo convinti che solo una visione dell’uomo autentica e integrale ci permetterà di prenderci cura del nostro pianeta, a beneficio soprattutto delle future generazioni. «Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (LS 118). Si parla di una vera e propria «alleanza con la terra», di un patto fra gli umani, così fragili, e la terra, tanto grande ed esigente nei suoi tempi e nei suoi spazi. Bisogna che ci guardiamo negli occhi, noi umani e la terra. Come tra persone oneste, quando si stringe un patto si chiede, anzitutto, fedeltà alla parola data e, prima ancora, una conoscenza adeguata l’uno dell’altro. E perché fare alleanza? Perché si ha bisogno di un sostegno reciproco e della consapevolezza dell’inevitabile interdipendenza. La terra vede nell’umanità l’espressione più alta della vita, che arriva fino alla meraviglia della razionalità. Ho molto rispetto degli animali; a volte, gli animali ci rendono più umani. Ho molta ammirazione per le piante; mio padre era ortolano e mio fratello, che ha continuato il lavoro di nostro padre, dice che parla con le piante, perché sono vive. Ma nulla arriva a quello che l’uomo è con la sua razionalità e spiritualità. Ma l’uomo, che è razionale, che inventa capolavori e crea meraviglie, è fatto di terra. Nella Genesi leggiamo che il Creatore ha tratto l’uomo dalla terra. E alla terra tornerà: «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris». Siamo fatti di terra, di quell’elemento del pianeta che è anche nelle stelle. Gli umani non possono pensarsi staccati dalla terra: non potrebbero vivere!

3.
L’alleanza fra noi e la terra ha tre caratteristiche o conseguenze. La prima caratteristica è l’unità: uomo e terra si appartengono reciprocamente. Questo è il cammino evolutivo della storia. Se l’uomo è il fiore più bello sbocciato sulla terra, la terra è lo stelo sul quale è cresciuto. L’uomo non può ignorare le esigenze della terra, non può sottoporla al suo capriccio o al suo arbitrio, non può recidersi dalla terra, sarebbe l’egoismo e la sciagura più grande. Non può neanche ricoprire la terra di rifiuti; sarebbe come un astronauta che riempisse di scarti la sua nave spaziale… finirebbe per affogare in quel piccolo spazio. È quello che sta accadendo agli uomini.
La terra, dal canto suo, se rispettata nei suoi cicli, nei suoi ritmi e nella sua natura, offrirà ospitalità, nutrimento e bellezza. Per questa unità, la terra seguirà l’uomo (perché l’uomo la migliora sempre di più, incanalandone le forze) e l’uomo seguirà la terra. Sarà una reciproca accoglienza. Diversi, noi e la terra, ma uniti.
C’è una seconda conseguenza dell’alleanza, è l’indissolubilità. I destini della terra e dell’uomo non sono pensabili separatamente. La perdita dell’uomo sarebbe per la terra un ritorno all’indietro, al caos.
L’uomo trae profitto dalla terra, ma sarà attento a non impoverirla, a non manipolarla scriteriatamente, cioè con criteri egoistici e con logiche di potere. Viene da pensare ad un paradosso: non si può pretendere di far crescere l’erba tirandola con le mani; essa ha bisogno di calore, di luce, di umidità, di tempo.
Ancora una conseguenza: l’alleanza terra-umanità è feconda, generativa. Insieme, la terra e l’uomo, hanno la comune vocazione a dare il meglio: pane quotidiano per tutti, acqua assicurata ad ogni uomo (purtroppo oggi oltre seicento milioni di esseri umani non hanno a disposizione acqua potabile). La terra e l’uomo, alleati, possono portare frutti di vita, ma occorre una paziente opera, quasi una gestazione.

4.
Unità, indissolubilità e fecondità sono state pensate dal Creatore, perché l’uomo, coltivando la terra, la indirizzi ad un futuro di risurrezione: compimento della creazione. La creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità. La creazione soffre e geme come nelle doglie del parto e spera di essere liberata dalla schiavitù della corruzione (cfr. Rom 8,19-22).
Il nostro tornare alla terra, quando moriremo, non è un marcire che dice fine, scomparsa, polvere. La fede assicura che l’uomo nella terra prepara la risurrezione, come un seme che porta frutto (cfr. Gv 12,24). L’uomo risorgerà con questa carne fatta di terra. È una visione che è stata tematizzata da un grande pensatore, Pierre Teillard de Chardin. Egli ha riflettuto molto su questa missione dell’uomo: introdurre la terra nel Regno di Dio. Anche ognuno di noi, come Gesù che è sceso nelle viscere della terra ed è risorto per portare in cielo l’umanità, porterà non solo la sua umanità, ma anche grappoli di vita, di terra, di relazioni e di frutti. Custodire il creato, sino alla fine. Così sia.

Omelia XXI domenica del Tempo Ordinario

Val da Camp (Poschiavo – CH), 26 agosto 2018

Gs 24,1-2.15-17.18
Sal 33
Ef 5,21-32
Gv 6,60-69

«Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). Parole che mi risuonano nell’anima con tre inflessioni di “voce” interiore che sollecitano tre risposte spirituali.

Parole con l’inflessione di una certa tristezza e amarezza in Gesù. «Tutti mi abbandonano, anche tu?». Nel Getsemani è evidente il lamento di Gesù quando Pietro, Giacomo e Giovanni si addormentano anziché vegliare con lui. E quanti altri rimproveri ai discepoli perché non lo comprendono (rimprovera la “durezza di cuore”).
Ora Gesù è nella gloria: non ha tristezze! Tuttavia, la spiritualità cristiana insegna a «tenere compagnia a Gesù nelle sue pene». Ad esempio, nella la Via Crucis, nella contemplazione della croce…
La “verità” di questo atteggiamento dell’anima, perché non sia vago sentimento, si verifica nella partecipazione al dolore dei fratelli. A San Paolo Gesù dice: «Perché mi perseguiti?» (At 9,4). Ai discepoli: «L’avete fatto a me…», quando hanno offerto anche solo un bicchier d’acqua (cfr. Mt 10,42).

Parole con l’inflessione del risentimento, quasi un rimprovero. «Vedo che vacillate, non avete fede piena in me». Trovo in questa inflessione anche un velato ricatto. Nell’anima sento che davvero tante volte sono esitante. Ringrazio il Signore che mi aiuta a smascherare la presunzione di essere un discepolo arrivato. Nell’Imitazione di Cristo si dice: «Gesù ha molti amici nell’ultima cena, pochi nell’astinenza; molti amici nell’Osanna, pochi nella salita al Calvario; molti nella consolazione, pochi nella desolazione; molti cercano i suoi miracoli, pochi cercano lui… (cfr. Lib II, c.11)».

Parole con un’inflessione che invita alla scelta. «Dietro a me solo persone libere». Come se Gesù dicesse: «Fate la vostra scelta». Anche noi, come Pietro e i discepoli, pur fra tante esitazioni, dubbi e incertezze, rinnoviamo la nostra totale adesione al Signore Gesù: «Da chi andremo… Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). Abbiamo visto: crediamo. Ti abbiamo incontrato: come lasciarti? Tu, nostro tutto.

Omelia nelle Esequie di don Giorgio Mercatelli

Pietracuta, 21 agosto 2018

Ap 21,1-5a.6b-7
Sal 22
Lc 23,33.39-43

Sarai con me

«È un prete molto buono», sussurro ad una signora che sta assistendo il marito, vicino di letto di don Giorgio. Don Giorgio in quel momento è assopito. La signora replica prontamente: «Lo vedo bene. C’è sempre gente che viene a trovarlo. Anche dei giovani».

1.

Carissimi, volete molto bene a don Giorgio e glielo dimostrate. Anche lui ve ne voleva e continuerà a volervene dal Cielo. Ecco il cuore di un prete, un cuore casto che ama senza trattenere, che custodisce gelosamente il segreto del suo Amore. Di quel cuore hanno goduto i parrocchiani di Mercatale per diciannove anni; per diciassette i parrocchiani di Macerata Feltria e poi ne avete goduto voi di Pietracuta e di San Leo; sempre noi, famiglia presbiterio.
Tanti, più di me e meglio di me, compresi i ragazzi del Nodo (centro diurno della Papa Giovanni XXIII), potrebbero condividere testimonianze, episodi, incontri, battute spiritose e persino aneddoti, fatterelli, dai quali, però, si vede la classe di un uomo. Anni di intenso apostolato, di presenza, di vicinanza, di creatività, sulle vie tracciate dal Concilio Vaticano II. Un prete semplice, con una personalità robusta. Un uomo spirituale, ma attento al concreto. Pastore più che “ingegnere della pastorale”; nelle parole del testamento gli obiettivi del suo progetto: «Rispetto della festa e del santo Nome del Signore: che non si bestemmi più!». Nei giorni della recente Visita Pastorale riposavo nella sua stanza. Mi incuriosiva guardare i libri della sua biblioteca: don Giorgio non era un erudito, ma non uno sprovveduto.

Un grazie a don Andrea che l’ha accompagnato in questi anni con affetto, delicatezza e rispetto. Grazie a chi l’ha custodito ultimamente. Si era reso necessario il suo ritiro nella Casa del clero a Rimini prima, e poi a Talamello, anche questa forma di vita sacerdotale, benché diversa nelle sue espressioni. Il cuore sacerdotale non cessa mai di battere e di battere per le anime, con la preghiera, con l’offerta di sé, con la gioia della propria vocazione. Vita nascosta – badate bene – che è forma eucaristica, forma prettamente sacerdotale: «E la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3).

2.

Ha voluto lui stesso indicare la lettura evangelica di questo giorno: otto versetti in tutto (Lc 23,35-43), cuore del terzo vangelo. Consentite un accenno appena per quanto riguarda il contesto. Ecco un trittico di persone (cfr. Lc 23,35-40) che insultano Gesù, il Crocifisso; i capi del popolo «che lo scherniscono: “Ha salvato altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio”»; la soldataglia che lo sbeffeggia: «Se tu sei il re dei Giudei salva te stesso»; e uno dei due malfattori crocifissi con lui: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi».
Poi, un altro trittico (cfr. Lc 23,42-49) di persone penitenti; il centurione: «Visto ciò che era accaduto glorificava Dio: veramente quest’uomo era giusto”»; la gente: «Ripensando a quanto era accaduto se ne tornavano percuotendosi il petto»; gli amici: «Assistevano da lontano».
Fra l’uno e l’altro trittico, al centro, il dialogo fra il malfattore e Gesù. Don Giorgio si vedeva in lui. Voleva certamente che tutti noi, rileggendo questa pagina in un momento tanto solenne, ci sentissimo chiamati da Gesù a stare con lui, per sempre.
Avete sentito: gli avversari di Gesù ridono di lui. Che potere può rivendicare uno sconfitto, uno che non riesce a fare nulla per salvarsi? Ma nel disegno teologico del terzo vangelo «il buon ladrone» diventa il tipo del credente, del discepolo, uno di quelli con i quali Gesù sta più volentieri, perché più disperati, più aperti alla sua parola di salvezza. «Il buon ladrone» non solo constata l’innocenza di Gesù, ma, per fede, sa vedere nello scacco della croce l’intronizzazione regale del Messia. Con preghiera umile domanda il ricordo di Gesù: «Ricordati di me». E «oggi», appena in un attimo, viene rapito il paradiso; per questo la tradizione chiama il condannato «il buon ladrone». Viste le attitudini di prestigiatore, don Giorgio ci svela il trucco di questa “magia”. È il cammino della conversione:

  1. Riconoscere Gesù come Dio;
  2. Riconoscere il proprio peccato;
  3. Chiedere aiuto a colui che ha il potere di salvare.

E Gesù promette al suo compagno di supplizio il dono di una vita eterna insieme a lui, il paradiso. Morte, risurrezione, vita oltre la vita!
Cari fratelli, domandiamoci: non stiamo correndo il rischio di lasciare la considerazione del nostro destino eterno ai margini della predicazione, della catechesi, dei nostri piani pastorali? Così facendo svuotiamo di senso il messaggio cristiano, l’evangelo.

3.

Don Giorgio, in umiltà e verità – di lui si diceva ironicamente che non avesse il peccato originale, per lo spirito d’infanzia che lo caratterizzava – si vedeva nel malfattore crocifisso accanto a Gesù e, come il ladrone, si abbandonava incondizionatamente alla misericordia del Signore. Ascoltiamolo anche noi il sussurro delle parole di Gesù: «In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso».
Il paradiso. La Parola di Dio non descrive i particolari dell’aldilà, non soddisfa le nostre curiosità. Anche la Chiesa è prudente; ci mette in guardia dalle rappresentazioni immaginative e arbitrarie. Tuttavia, parole e immagini possono servire; ma per quanto suggestive sono assolutamente inadeguate rispetto all’indicibile felicità del compimento della promessa.
La rappresentazione del paradiso è ispirata al cap. 2 della Genesi: immagini di un giardino lussureggiante dove tutto ci sarà donato in abbondanza. Ci sono le immagini del banchetto riprese tante volte da Gesù e quelle del Salmo 22: pascoli erbosi, acque tranquille, tavola imbandita sotto gli occhi dei nemici, olio che profuma il capo, calice che trabocca… L’Apocalisse descrive il paradiso come nuova Gerusalemme, dove Dio asciuga ogni lacrima, dove non c’è più la morte né il dolore (Ap 21,4). Attenzione: testi che si esprimono per figure e immagini, ma non sono un reportage! E tuttavia sono importanti, perché hanno in comune promesse di gioia, di pace, ma soprattutto la visione felice di Dio, della comunione con lui. Per sempre. «Sarai con me».

4.

Sant’Agostino descriveva così il paradiso: «Là, vedremo, ameremo, canteremo» (cfr. La città di Dio, XXII, 30).
Don Giorgio, Vedrai, quel volto che hai cercato e desiderato tutta la vita, oggetto della tua implorazione, innalzata insieme al tuo popolo: «Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto» (Sal 4,7).
Amerai, perché sei stato creato per questo. Riconoscerai le relazioni che hai costruito sulla terra – non più intaccate dalle fragilità –, i tuoi cari, il grappolo di vita e di amici, tutti resi capaci di un amore sempre nuovo, perché di amare non si è mai sazi: «Quando dici basta, sei finito» (Sant’Agostino, Sermone 169).
Canterai per la gioia. Non ci sarà più limite di tempo e la gratuità non dovrà più guardarsi dai calcoli meschini di quaggiù. Si realizzerà quanto profetò Ben Sirach: «Nel glorificare il Signore, esaltatelo quanto più potete: ne sopravanza sempre; per esaltarlo raccogliete le vostre forze, non stancatevi, perché non finirete mai» (Sir 43,30). È la liturgia del Cielo (farai invidia a don Andrea).

5.

Sabato scorso, nell’ultima visita nell’ospedale “Sacra Famiglia” di Novafeltria, ho sostato con un piccolo gruppo di persone al suo capezzale. Abbiamo pregato. Ci sembrava la cosa più importante. Don Giorgio era immobile, composto, ad occhi chiusi, con respiro impercettibile… in quel momento mi tornava alla mente un midrash sulla morte di Mosè, amico speciale di Dio.
Era venuto anche per Mosè il momento di lasciare questo mondo. La Morte si rifiutò di obbedire al comando di Dio: «Posso togliere il respiro a un uomo così mite?». Dio, allora, mandò angeli; ma anche questi rifiutarono: «Come spegnere la fiamma in un cuore così ardente per il suo popolo?». Dio stesso, allora, scese sul monte, si avvicinò all’amico Mosè, lo pregò di distendersi, di comporre le mani sul petto, di chiudere dolcemente gli occhi. Si chinò su di lui e con un bacio gli portò via l’anima (cfr. Pino Stancari, Vita di Mosè, 1984).
Essere con lui: ecco il paradiso!

Omelia nella XX domenica del Tempo Ordinario

Santuario della Madonna del Faggio, 19 agosto

Camminata del Risveglio

Pr 9,1-6
Sal 33
Ef 5,15-20
Gv 6,51-58

(da registrazione)

1.

Qualche giorno fa abbiamo celebrato la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, assunta in Cielo in anima e corpo. Un tributo di onore alla Madre del Signore, un privilegio per la prima dei redenti, ma anche una promessa e un segno di sicura speranza per tutti. Noi non siamo angeli, siamo esseri umani, unità di corpo e anima. Ciò sia detto contro ogni forma di spiritualismo che nega la chiamata del corpo alla santità. Talvolta, anche in certe tradizioni o movimenti di pensiero, il corpo è stato visto come fonte del peccato, del male, dimenticando quello che ha detto Gesù: «Non è quello che entra nel corpo che contamina l’uomo, ma è quello che esce dal suo cuore» (cfr. Mt 15,11). Sono le intenzioni, i pensieri cattivi che portano a usare in modo sbagliato la corporeità. Questo va detto anche per le forme di spiritualità disincarnate che vedono nel corpo e nella corporeità soltanto un accessorio, addirittura un ostacolo. Ma noi andiamo a Dio con il nostro corpo (ricordate la grande lezione di san Giovanni Paolo II, le sue catechesi sul corpo). E andiamo a Dio insieme agli altri umani, corporei come noi, formando un popolo che cammina nel tempo. Ci santifichiamo con il nostro corpo. Attenzione: non dico “nonostante” il nostro corpo, perché il corpo ci consente di vivere la relazione con il dono di noi stessi. Pensate, ad esempio, all’esperienza coniugale, dove l’uomo e la donna vivono l’uno per l’altra e manifestano il loro amore attraverso i segni che lo esprimono. Ma questo vale per tutti. Vale anche per il Vescovo che, quando passa in mezzo a voi recando la benedizione da parte di Dio, lo fa non soltanto col pensiero, ma con i gesti che la liturgia suggerisce. Pensate al significato di un bacio. Il bacio esprime e sintetizza più di tutto quello che potrebbe dire un’enciclopedia intera. Paolo arriva a dire: «Fratelli, offrite i vostri corpi al Signore come sacrificio vivente a lui gradito» (cfr. Rm 12,1).

2.

Nella liturgia di oggi ci viene dato di contemplare un Dio che si è incarnato, si è fatto corpo. Il nostro non è un vago teismo, come quando si dice: «Ma sì, un Dio ci sarà pure…». No, Dio ha preso un volto umano: Gesù di Nazaret. Paolo dice che il Signore, entrando nel mondo, prega con il Salmo 40: «Un corpo mi hai dato e allora io ho detto: “Ecco io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10, 5-7; cf. Sal 40, 7-9). Perché il Signore ha voluto assumere un corpo per redimerci? Perché è venuto a salvare uomini, non angeli; è venuto per amare con cuore umano, ha voluto provare quello che provano gli umani. «È Dio, lo sapeva…», si potrebbe pensare. Ma un conto è sapere, un conto è provare. Il Signore ha voluto soffrire; sapeva cos’era la sofferenza, ma un conto è sapere che cos’è e un conto è soffrire. Gesù ha potuto dire a una grande mistica: «Guarda se in me non vedi altro che amore» (Angela da Foligno, Memoriale, IV, 193), e ha potuto squadernarglielo davanti. «Non i chiodi mi tengono sospeso sulla croce, ma il mio amore per te». Allora le mani, i piedi, il grembo, il volto, tutto diventa il nostro modo di “essere per”. Il dono, l’amore, la dedizione, la cura, si esprimono attraverso le nostre mani, attraverso carezze e baci, attraverso ascolto e veglia…

3.

Dobbiamo fare un terzo passaggio. Il primo è stato considerare la nostra corporeità come un grande dono: onore alla nostra corporeità. Anche il rispetto che abbiamo manifestato alla reliquia di San Pio da Pietrelcina era per sottolineare questa convinzione. Il secondo passaggio è stato considerare che il Signore ha voluto incarnarsi, ha voluto assumere un corpo. Vero Dio, vero uomo. Ma c’è un ultimo passaggio: Gesù fa del suo corpo un cibo. A volte lo diamo per scontato, ma è una consapevolezza da rinnovare sempre: pane che diviene corpo da mangiare, vino che diventa sangue da bere. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue…» (Gv 6,56). Se prima Gesù, fino al versetto 52, parlava di sé come pane – «la mia persona per voi è pane» (cfr. Gv 6,35) – da questo versetto in poi parla dell’Eucaristia. Otto volte viene detto il concetto del «mangiare la carne…». Farsi pane è come un bisogno incontenibile di Dio, un Dio che non domanda ma offre, si offre con il corpo e si offre come nutrimento. Mangiare, bere… Quando si mangia si assimila, ci si trasforma in quello che si mangia, si diventa quello che si mangia. Consentitemi un confronto. Nella cultura greca la parola, la cifra che riassume tutto l’umano e la sapienza è il pensiero. È un dono anche per noi considerare così il pensiero. Nella grande esperienza spirituale dell’Oriente, la cifra sintetica dell’umano è il respiro. Nel cristianesimo la parola sintesi è mangiare, che significa assimilare. «Se tu mi accogli, mi mangi, ti trasformi in me», dice Gesù. Come Gesù, «luce da luce, Dio da Dio, Dio vero da Dio vero»: questa è la nostra vocazione, la nostra chiamata.
Consideriamo allora la bellezza, la centralità dell’Eucaristia nelle nostre comunità. Mi sono commosso più volte alla consacrazione delle monache dell’adorazione eucaristica. Domanda: la ragazza che si consacra “spreca” la sua vita per stare davanti ad un pezzo di pane? Al contrario, aiuta a destarci dall’ignoranza, dal torpore, dall’indifferenza nostra e delle nostre assemblee verso l’Eucaristia.
Qualche tempo fa un giovane mi ha confidato il suo desiderio di fare il prete. «Per Gesù», ha detto. Mi ha sorpreso che abbia detto «per Gesù», perché ho conosciuto molti ragazzi che desiderano impegnarsi nel fare volontariato, nell’aiutare i poveri… Il secondo pensiero che ha attraversato la mia mente nell’accogliere quel desiderio è che grazie a quel ragazzo ci potrà essere ancora l’Eucaristia. Gesù ha dato al sacerdote il potere di “fare” l’Eucaristia: quello è il suo compito ed è un compito dolcissimo. Il prete “mette al mondo Gesù” quando pronuncia le parole della consacrazione: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo» (Mt 26,26); in quel momento accade che, nelle sue mani, quel pane diventa la persona di Gesù. Per farlo accadere varrà la pena che un uomo spenda la sua vita? Secondo me sì!

Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Pennabilli (Santuario della B.V. Maria delle Grazie), 15 agosto 2018

Ap 11,19; 12,1-6.10
Sal 44
1Cor 15,20-26
Lc 1,39-56

(da registrazione)

«Risplende la regina, Signore, alla tua destra» (Sal 44).

Maria è assunta in cielo. Ma oggi vorrei invitarvi ad entrare in punta di piedi nella casa di Nazaret per respirare l’atmosfera familiare e spirituale di quella dimora. Mi dovete perdonare: avrei dovuto parlare del Cielo, dove Maria ci precede, ma preferisco accompagnarvi – una visita guidata! – alla casa di Nazaret. La visita consiste in tre passaggi. Il primo è l’avvicinamento a Nazaret. Poi entreremo in punta di piedi nella casa della santa famiglia e infine proveremo a cogliere qualche tratto dell’indirizzo che Maria e Giuseppe danno alla loro casa. In ogni famiglia ci sono regole, tradizioni, ricordi… C’è uno stile.

1.

Partiamo da Nazaret, un minuscolo villaggio annidato tra i monti della Galilea (nord della Palestina, territorio di confine con popoli e tribù pagane; lì vicino ci sono la Fenicia, Tiro, Sidone). Nazaret non è mai nominata nell’Antico Testamento. Se ne parla solo nei Vangeli e l’archeologia si imbatterà con Nazaret solo nel 1962, col ritrovamento di un frammento marmoreo a Cesarea Marittima in cui compare il nome di questo borgo. Dunque, Nazaret è ai margini della geografia e della storia di Israele: «Può mai venire qualcosa di buono da Nazaret?» (Gv 1,46), sentenzierà un giorno con scetticismo Natanaele, poi chiamato da Gesù a divenire apostolo. Eppure, la vicenda terrena di Gesù, di Maria e di Giuseppe gira attorno a questo villaggio. Ancora oggi, Nazaret, pur essendo diventata una grande città, ci parla di Maria: una fontana antica viene segnalata come “la fontana della Vergine”.
Gesù viene da Nazaret, scende a Nazaret, a Nazaret dimora. Tra le stradine, i cortili e le siepi di quel povero villaggio è racchiusa per trent’anni la vita del Messia. Da Nazaret Gesù prenderà anche il suo secondo nome: Nazareno. Sulla croce, nel cartiglio che dichiara il motivo della condanna sta scritto: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Possiamo immaginare quanto gli fosse caro il suo villaggio, com’è per tanti di voi che tornate a Pennabilli con emozione: volti, vicende, tradizioni, suoni, colori, profumi… tutto quanto si imprime nella fantasia di un fanciullo e nella memoria di un giovane.
Quando Gesù sarà nel pieno della missione, ambienterà le sue parabole sullo sfondo di Nazaret e dintorni: la donna che spazza la casa per cercare una monetina tra le fessure del pavimento, la pecora smarrita del pastore sbadato, la massaia che impasta la farina col lievito, il datore di lavoro che a tutte le ore va in cerca di operai, il figlio scapestrato che, stanco di Nazaret, va verso l’ovest, sulle città delle riviera, a cercare fortuna, ecc.
Quando Gesù dirà ai discepoli che dovranno lasciare tutto per lui, indicherà come la cosa più difficile da fare, il «lasciare la propria casa», il proprio paese. Ne sanno qualcosa i missionari…

2.

Entriamo ora nella casa della Santa Famiglia. Molti di voi sono stati a Loreto: secondo un’antichissima tradizione, assai probabile, le pietre custodite a Loreto sono le pietre della casa dove sono vissuti Maria, Gesù e Giuseppe. La prima cosa che ci colpisce è che è povera. È una casa fra le altre case – non è speciale – si confonde con le altre. Probabilmente è stata costruita approfittando di una grotta, è una casa senza finestre. Vi troviamo una bottega da artigiano; c’erano in casa anche gli attrezzi per cucire e per tessere. Gesù, durante la Passione, viene spogliato di una veste tessuta tutta d’un pezzo, tessuta da Maria.
Osserviamo ora i rapporti fra le persone che abitano nella casa: Giuseppe, Maria, Gesù. Il più grande – Gesù – è obbediente al più piccolo, Giuseppe. Strana dinamica. Maria, la mamma, «osserva e custodisce ogni avvenimento nel cuore», così dice il Vangelo. Giuseppe è premuroso custode di tutti. Va sottolineato che anche le parole non dette pesano, perché le parole dette sono pochissime. Maria e Giuseppe sono sposi a tutti gli effetti. Vorrei pensare Maria non come single, come l’ha dipinta in modo sublime Tiziano nella grande tela dell’Assunta, ma come sposa. Maria e Giuseppe vivono nel rispetto reciproco, nell’amore e nella più piena unità. I loro giorni e i loro destini si intrecciano. L’evangelista Matteo racconta l’annunciazione a Giuseppe, l’evangelista Luca riferisce l’annunciazione a Maria. Non c’è contraddizione tra le due annunciazioni: Dio parla alla coppia, marito e moglie.

3.

L’indirizzo che Maria e Giuseppe danno alla loro famiglia la rende aperta e ricca di relazioni. Partecipano ai pellegrinaggi e alle feste del paese. Salgono al tempio di Gerusalemme con la carovana paesana, con la semplicità e l’intraprendenza dei nostri pellegrinaggi popolari. Condividono le vicende di famiglia con i parenti e i conoscenti: si fidano, al punto che quando si smarrisce Gesù, dodicenne, lo pensano al sicuro tra loro. C’è anche tanto rispetto e considerazione che Maria ha per il ruolo di Giuseppe. Quando, nel vangelo dello smarrimento di Gesù, la Madonna rimprovera il ragazzo dodicenne dice: «Tuo padre ed io addolorati ti cercavamo…» (Lc 2,48). Ha messo davanti a sé Giuseppe. Maria e Giuseppe sanno affrontare le prove con coraggio e determinazione nell’amore e nella stima reciproca: dall’imbarazzante maternità al parto in condizioni precarie, dall’inseguimento della gendarmeria di Erode alla fuga in Egitto, dal rientro nella povertà di Nazaret al lavoro che procura sudore e calli alle mani.
Dagli accenni del Vangelo possiamo ricostruire qualche tratto, come si fa con gli affreschi delle nostre chiese rovinati dal tempo, del profilo umano di Maria. La sua impronta è ben visibile nell’umanità stessa del figlio Gesù, la cui umanità è frutto di una relazione, di uno stile che ha ricevuto in famiglia: Gesù che parla dell’amore al prossimo, Gesù raffinato nei rapporti (gli basta uno sguardo per dire tutto), amico affettuoso. Quel ragazzo dodicenne, a differenza del giovane Samuele, il grande profeta di Israele, non resta nel tempio. Gesù non ha fatto neppure un giorno di seminario; il suo seminario è la casa di Nazaret!
Maria e Giuseppe prendono poco a poco coscienza che il loro figlio ha una paternità misteriosa ed una missione da compiere. Lo accompagnano con discrezione verso la piena autonomia. È proprio dell’amore vero dei genitori fare spazio ai figli perché possano realizzarsi pienamente trafficando i loro talenti e avventurandosi nel loro destino.
Nella casa di Nazaret si prega. E nelle nostre? Maria ha la visione di un angelo, ma sarà per una volta sola in tutta la sua vita. Luca, che ci riferisce l’episodio straordinario dell’annunciazione, conclude così: «E l’angelo partì da lei» (Lc 1,38). Non ci saranno su quella casa svolazzi di angeli, ma tutto trascorrerà nella più grande normalità.
Talvolta Nazaret viene dipinta come ideale di vita umile e nascosta e, per Gesù, come tempo di propedeutica, cioè di preparazione alla missione. In realtà, a Nazaret risplende la verità dell’incarnazione, in tutte le sue tonalità. Nazaret, dove Gesù sta con Maria e Giuseppe, è già missione redentrice in atto. Nazaret proclama, con un silenzio assordante, che il Regno di Dio è già presente. Se si togliesse Nazaret dal Vangelo l’enfasi della rivelazione sarebbe tutta sui gesti miracolosi e sui grandi discorsi. Perderemmo le parole di Gesù su famiglia, lavoro e relazioni. Per noi le parole più importanti. “Nazaret” è ciascuna delle nostre case: luogo di fede, di amore e di intense relazioni. Così sia!