Omelia nella XXIII domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Monastero Agostiniane, 5 settembre 2021

Celebrazione conclusiva della Summer School
“Il giardino. I giovani, il pianeta, il futuro”

Is 35,4-7
Sal 145
Gc 2,1-5
Mc 7,31-37

Una sorpresa: la pagina evangelica di oggi dà un colpo d’ala al nostro lavoro di questi giorni. È tornata di frequente la consapevolezza che tutto è connesso e che l’uomo è sempre più cosciente di questo. Anche le scienze umane confermano questa radicale vocazione dell’essere.

L’evangelista Marco ci riferisce la guarigione che Gesù opera ad un sordomuto. L’anonimo personaggio evangelico è muto perché non sente. Questo è significativo di come noi umani funzioniamo: elaboriamo tutto ciò che sentiamo, tutto ciò di cui siamo nutriti e tutto ciò che ci accade. Parliamo perché ascoltiamo. Viviamo perché siamo in relazione. Se non siamo capaci di ascoltare come il sordomuto, non riusciamo a “dire bene” o a “dire cose belle” (come lascia intendere l’aggettivo greco). La nostra stessa vita è parola. Ma non è mai perfetta. Il nostro modo di essere, il nostro stile, il nostro stare con gli altri, parla. Siamo su questa terra per parlare (comunicare). Le prime grida di un bambino dicono la sua voglia di esprimersi, una voglia che continua tutta la vita. Noi tutti vorremmo esprimerci al meglio, ma spesso non vi riusciamo. A volte le frustrazioni più grandi derivano dal non essere stati capaci di dire il nostro desiderio più profondo e più vero.
Il sordomuto è metafora dell’uomo “incompleto”, una creatura di Dio che porta una ferita: non riesce ad ascoltare e a parlare, condizione che non lo fa essere in relazione. Di fronte a quest’uomo “incompleto” Gesù si presenta come colui che porta a compimento la creazione.
Non è un caso se il Vangelo di oggi inizia con l’indicazione di un territorio pagano. Marco vuol farci capire che Gesù non è solo il Messia di Israele, ma è Messia per tutta l’umanità: il suo messaggio è per tutti. È appunto in questo territorio che gli conducono il sordomuto. Quel sordomuto è emblema di tutti noi. Anche a noi accade di non riuscire ad ascoltare profondamente. Così viene presentata a Gesù la nostra condizione. Che cosa viene chiesto a Gesù? Di imporre le mani al sordomuto: chiedono un gesto che esprima contatto, contatto fisico. Dopo anni di Covid abbiamo imparato quanto questo sia decisivo e rischioso. Capiamo meglio le usanze in Israele: il contatto fisico diventa contagio; chi tocca un essere impuro, malato, disabile, contrae, in qualche modo, la sua impurità. Gesù, allora, diventa “contagiato”, coinvolto, “sordomuto”. Gesù diventa la malattia di coloro che guarisce, fino a questo punto si spinge la sua empatia. Tra le righe Marco allude al sordomuto per eccellenza: il Crocifisso. La croce è il silenzio di colui che non riesce più a parlare, il silenzio di un Dio, il silenzio di colui che attraversa fino in fondo l’incomunicabilità umana. Gesù muore per rendere di nuovo al sordomuto la capacità di relazione.

Chiedono a Gesù di imporre le mani al sordomuto. Gesù fa molto di più: «Accogliendolo in disparte», lontano dalla folla, gli «caccia le dita negli orecchi». Quell’uomo non parla perché non è stato mai accolto. Il verbo “accogliere” è molto importante: esprime ciò di cui quell’uomo aveva più bisogno. È una necessità che abbiamo tutti…
L’accoglie in disparte: lo toglie dalla folla e dalla rete paralizzante e assordante delle false relazioni. Sono le relazioni sbagliate che ci rendono sordi e poi incapaci di dire, di essere noi stessi; tante volte viviamo relazioni che ci imprigionano.
Tutti abbiamo bisogno di essere presi da parte da Gesù, tolti dal nostro tessuto paralizzante. Questo è la preghiera! Tutti i giorni abbiamo bisogno della preghiera e di questa esperienza: essere accolti nell’intimità da Gesù. «Tu – dice Gesù – sei solo mio; non devi rendere conto agli altri; non devi dimostrare niente a nessuno. Tu sei solo mio e sei prezioso per me, talmente importante che io darò la vita per te, pur di restituirti alla pienezza delle tue relazioni».
Gesù gli cacciò le dita negli orecchi (gesto imbarazzante!). Veramente qualcosa di molto intimo. Ed è questa esperienza di intimità con il Signore che apre la possibilità di ascoltare. La fede non è una teoria, non è una dimostrazione dell’esistenza di Dio, non un elenco di divieti… La fede è questo incontro intimo che guarisce nel profondo.
Con la saliva gli toccò la lingua (così il testo greco: «sputò toccandogli la lingua»). La saliva che cos’è? La saliva è la secrezione dell’intimità ed è ciò che cambia di valore a seconda della relazione che si ha con una persona. Il bacio che cos’è se non uno scambiarsi la saliva? Gli innamorati amano quello scambio di liquido intimo che è il bacio. Ma se invece la saliva è di un estraneo dà fastidio. Fra Gesù e il sordomuto c’è qualcosa come un bacio. Non ha nessuna valenza erotica, ma ha tutto il significato dell’intimità che guarisce. Allora si scioglie la lingua e il sordomuto, col cuore guarito, può parlare.
Effatà è parola in aramaico (la citazione dall’aramaico rende l’evento più vicino, come per dire al lettore: «Sta succedendo adesso a te») che significa «apriti». Prendiamo questo imperativo di Gesù come programma di vita: essere attivi nel costruire relazioni autentiche, dare importanza ad ogni persona, mettersi in ascolto profondo fino a sentirsi coinvolti. I rapporti veri sono il dono più bello che possiamo fare e ricevere.

Omelia nella Festa di San Marino

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 3 settembre 2021

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

Eccellenze, Autorità civili e militari,
carissimi tutti,
ogni anno ci viene riproposta una pagina stupenda del libro del Siracide. Protagonista è l’uomo che cerca la sapienza. Si potrebbe dire che parla del santo Marino e di ciascuno di noi: chi non cerca la sapienza? Questo cercatore viene descritto nell’atto di inseguirla in tutti i modi: come un segugio che si apposta sui sentieri, spia, sta ad ascoltare, tende l’orecchio… Sorpresa! Ad un certo punto, è la sapienza che gli va incontro. La sapienza viene descritta con i tratti di una madre, perché è premurosa, ha la dedizione di una vergine sposa. La cerchiamo davvero ogni giorno come la cerca il protagonista di questa pagina, come l’ha cercata san Marino? Nella preghiera iniziale abbiamo chiesto di crescere nella consapevolezza di essere continuatori della sua opera.

Abbiamo bisogno di sapienza. Le vie che dobbiamo percorrere sono tutte in salita e piuttosto ardue. Emergono fatti che non sono che la punta di un iceberg. Metto davanti al nostro santo Marino e, attraverso lui, al Signore qualcuna delle problematiche che oggi ci mettono alla prova.

Le migrazioni: non sono un fatto emergenziale, ma un fenomeno di strutturale mobilità umana legata a vari fattori che ostacolano il diritto di vivere nella propria terra; un fenomeno destinato a ridefinire l’aspetto politico, identitario, culturale. Quale soluzione? La si può trovare solamente insieme, facendo appello alla coscienza internazionale. L’interdipendenza – ci ricorda papa Francesco – ci obbliga a vedere il pianeta come patria e casa comune e l’umanità come un popolo. Ce lo ricorda il Vangelo appena proclamato: siamo chiamati ad essere luce per sconfiggere le ombre di un mondo che tende a chiudersi. Preghiamo per le sofferenze e il dolore del popolo afghano; siamo col fiato sospeso in attesa dei prossimi sviluppi: situazione complessa per l’intreccio di tribù ed etnie diverse, condizionata dalla nuova ricchezza delle terre rare e dalla coltivazione e i traffici di droga.

Un’altra emergenza: siamo ancora coinvolti nella pandemia da Covid-19. 4 milioni di decessi, 200 milioni di contagi. I numeri sono approssimativi… se pensiamo a tanti paesi dove i calcoli sono impossibili. In Africa solo l’1% della popolazione è vaccinato. Non è che un esempio. Siamo sulla stessa barca. C’è una cultura da conquistare giorno per giorno per arrivare al “noi”.

Ci sono, poi, problematiche che affiorano nella società – a San Marino, in Italia e nel mondo – gravi interrogativi di carattere etico-antropologico, quali aborto, eutanasia e nuove frontiere sperimentali sull’uomo. È l’essere umano che è in gioco e il rapporto-alleanza che Dio ha stabilito con lui.
Ci sono cattolici impegnati sul fronte sociale, sui diritti umani e sui grandi temi dell’ecologia. Alcuni cattolici accentuano l’attenzione alla salvaguardia dei valori etici non negoziabili; talvolta sembra che tra le due prospettive affiori un solco. Agli uni e agli altri sento il dovere di ribadire come il Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo. Non ci si può considerare cattolici e non riconoscere che la vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l’azione creatrice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita, dal suo inizio alla sua fine naturale. «Prima di formarti – dice la Sacra Scrittura – nel grembo materno ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato» (Ger 1,5): l’esistenza di ogni individuo, fin dalle sue origini, è nel disegno di Dio e non ne uscirà mai, perché la vita va oltre, è per sempre.
Sono davanti ad un’assemblea del santo popolo di Dio che deve essere rassicurato su questi temi alla luce della Parola del Signore. Per il credente, come per il non credente, ci sono altrettanti argomenti di ragione che portano a non ammettere che anche un solo momento del meraviglioso processo della vita possa essere lasciato in balia dell’arbitrio dell’uomo.

Considerare, discernere e agire su questi temi di società è parte essenziale della fede cristiana e nostra “identità umana”. Si tratta di dare un’anima al sociale. Il nostro impegno non può essere ridotto a pratiche formalmente funzionali. L’indice di sviluppo oggi non si valuta solo dall’economia, ma soprattutto dal rispetto dei diritti umani, dal rispetto dell’altro: il diverso, il fragile, il nascituro…
Permettetemi di riprendere l’appello che ho pronunciato alla città di San Leo nella festa del Patrono. Mi riferisco all’attuale situazione pastorale delle nostre comunità: «Dobbiamo riprendere con rinnovato entusiasmo le attività pastorali dopo le chiusure e le restrizioni. Le nostre chiese, pur con le necessarie precauzioni, ora sono spalancate. Altrettanto le sale di comunità per gli incontri e la catechesi. Invito tutti, ragazzi, giovani e adulti, a riaccostarsi alla vita pastorale ordinaria. Ora è il tempo di riprendere la vita consueta, senza buttare via quello che c’è stato di bello, nonostante tutto, come i collegamenti online, le liturgie domestiche in famiglia e tra famiglie… L’incontro e la relazione sono sostanza dell’esperienza cristiana, non sono un dettaglio. Vedo l’esitazione di alcuni e la dispersione di tanti. Metto in conto anche la pigrizia e il disamore. Qualcuno si aspettava uno slancio di fede e un accrescimento di fervore in tempo di pandemia. Un’ingenuità? La pandemia, invece, ha evidenziato i segni profondi della secolarizzazione, ha smascherato l’abitudine e l’andazzo. Ebbene, ritorniamo. Dalla dispersione all’unità: essere popolo di Dio. Chi ha fede più solida aiuti i più deboli, i genitori accompagnino i figli al rientro, le associazioni mostrino la vitalità e l’audacia del loro carisma. Questo momento storico assomiglia al ritorno del popolo di Israele dopo l’esilio. L’invito al ritorno fu descritto con accenti lirici dal secondo Isaia (cfr. Is 40). Ma i profeti post-esilici, molto realisticamente, non hanno risparmiato parole severe a chi si è attardato, o peggio, adattato nel contesto dell’esilio. Il profeta Aggeo se la prende per quanti, pur rientrati nei confini, pensano ai loro affari o trascurano la casa di Dio (cfr. Ag 1,2-7). Ripartiamo. Riprendiamo. Ricominciamo. Non è questione di numeri, ma di qualità, di fervore!
A tutti rilancio le parole evangeliche: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato? […] Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte».
La Repubblica di San Marino, che ha una tradizione millenaria, può essere «casa costruita sulla roccia», sui valori del Vangelo: cura dei più deboli, amore-amicizia nella reciprocità, visione dell’uomo come realtà capace di amare, di ricominciare, di perdonare, di accogliere i più deboli, con l’apertura ai valori dello Spirito: onestà, verità, fiducia…
Marino, uomo santo, che vuoi l’uguaglianza, la libertà, nello spirito della fraternità per tutti: prega per noi.

Omelia alla Veglia dei giovani per San Marino

San Marino Città (RSM), chiesa dei Santi Pietro, Marino e Leone, 2 settembre 2021

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

Se dico: “vocazione”, a voi che cosa viene in mente?
Molti penseranno subito alla vocazione religiosa: fare la suora o il sacerdote. Altri penseranno alla vocazione al matrimonio e alla famiglia. In certi casi è una vocazione anche essere single. Si dice vocazione anche quando una persona ha un talento artistico o musicale.
Stasera vorrei dirvi che c’è una vocazione, cioè una chiamata, che viene prima, prima di ogni altra, prima che sia riconosciuto il talento, prima che sia deciso lo stato di vita: una vocazione basilare, talmente importante che la si dà per scontata, quasi non ci si pensa, non se ne parla, eppure è la più bella delle vocazioni, la più imprevedibile delle chiamate e la più bella. Spesso comincia in un modo e poi va a finire in un altro, un po’ come le figure di un caleidoscopio; un movimento brusco distrugge il disegno che appariva prima, ma ne forma subito un altro, ancora più fantasioso. Se dovessi dirla in termini scolastici: non è una chiamata a fare il dettato, semmai a fare il tema.

Qual è allora questa chiamata così formidabile, bella, basilare? È la prima chiamata, la chiamata alla vita, ad essere vivi. Domattina provate: spalancate la finestra, guardate fuori, entrate in relazione con le persone che incontrate… È la vita. La vita è molteplicità di relazioni, di rapporti, di connessioni.
Chi ti ha rivolto questa chiamata?
Penserete subito, giustamente: il papà e la mamma. Nella stragrande maggioranza dei casi si nasce perché desiderati, attesi, invocati: si è stati chiamati da un atto d’amore, con tutto quello che ne segue. Ognuno ha tante relazioni, tanti contatti con gli altri, persino con una comunità. Il nostro nome è scritto all’anagrafe: non è ovvio; è bello sapere che facciamo parte di un popolo, di una comunità, che siamo registrati in essa come soggetti con diritti e doveri.
Se andiamo più in profondità possiamo dire: sono nato io, ma avrebbe potuto nascere mio fratello. Perché proprio quello spermatozoo, fra tanti che avrebbero potuto raggiungere il bersaglio, si è unito a quell’ovulo?
Qui emerge un’altra parola importante: la libertà. Ognuno di noi potrebbe pensare di essere vivo “per caso”, ma nella libertà possiamo riconoscere che c’è un progetto su ciascuno, che non può essere il caso a spiegare le vicende della vita.
In qualche viaggio tra le nostre montagne, tra un paese e l’altro, qualche volta mi è capitato di provare un po’ di scoraggiamento: perché ho accettato di fare il vescovo? In qualche momento di turbamento mi ha aiutato pensare a voi, a dei “voi” molto concreti, a persone che non avrei mai incontrato e invece sono diventate “mie”, persone care, uniche per me. Dare una risposta positiva, dire “sì”, è sempre creativo! Ognuno può risolversi e dire: è tutto un caso, oppure affidare la propria vita ad un “tu”. Quando penso ai giovani, a voi in particolare, vedo in voi una manifestazione della bellezza della vita. I giovani hanno il senso dell’avventura (cioè del futuro) fino ad essere spericolati, perché desiderano assaporare ogni cosa della vita; così nell’amore agli sport estremi, alla velocità, alla musica a tutto volume; anche nelle esperienze di droga e alcol, certamente sbagliatissime, vedo il desiderio di andare negli abissi della vita, sperimentando tutto fino in fondo. Come dice un cantante, Irama, nella canzone “Giovani”: «I giovani sono ladri di pelle d’oca». Queste emozioni fortissime, da un certo punto di vista, smascherano un innato desiderio di vita.
Lasciatemi dire che non c’è niente di più “spericolato”, di più emozionante, di più originale che seguire Gesù, nella libertà. Lui che ti ha chiamato ti dice che la vita è ancora più bella se impari a decentrarti, se vivi “fuori” di te, cioè se apri la finestra, come dicevo all’inizio: una metafora per dire il desiderio di “spazi infiniti”. Ci aspettano tante sorprese. Pensate a san Marino, un dalmata che, secondo la tradizione, fugge dalle persecuzioni, sbarca a Rimini, lavora come scalpellino; conoscendo la sua personalità gli chiedono di salire sui monti, dove c’è tanta gente che non ha mai sentito parlare di Gesù e tutta la sua vita è come un caleidoscopio, ma non per caso: c’è un disegno. Oggi, dopo 1700 anni, siamo qui a parlare di lui, ad ispirarci al suo programma. Quando penso che non sono in balia del caso, ma che uno mi ha voluto e mi ha chiamato attraverso i miei genitori, ho la chiave per capire i giorni di nebbia, di buio: so che nulla è “a caso”.
Ho imparato molto da uno dei miei fratelli. Anni fa, il 15 maggio, avrebbe dovuto partire come missionario per il Giappone. Era destinato alla città di Osaka. Quindici giorni prima ha avuto un incidente stradale ed è rimasto paralizzato. Da allora vive su una carrozzella. Potremmo pensare che la sua vita sia un fallimento. No. Lui è convinto che la sua vita è una risposta ad una Persona, il Signore Gesù, e a tante persone che chiedono amicizia, compagnia e aiuto. Ha ripreso a fare il missionario, è andato in Congo con la sua carrozzina. Tantissime volte da solo, senza accompagnatori. Ha vissuto tante esperienze, tanta vita! Non ha mai pensato che la sua vita fosse in balia del caso.
Vivere è rispondere. Immagino la vita come un rotolo sigillato: non sai quello che è scritto dentro. Lo ricevi nelle tue mani con coraggio. Sai in chi poni la tua fiducia (cfr. 2Tm 1,12) e tutto si colora!
Come possiamo vivere bene la nostra vita?
Vi affido tre parole che cominciano per “R”. Prima parola: ritmo. Ci sono tanti passi diversi nella nostra vita, come in una danza. È importante vivere la pluralità, aprirsi a nuove esperienze, senza tirarsi mai indietro. Ritmo vuol dire anche che c’è un giusto tempo per ogni cosa e si può passare da un’azione all’altra con una certa disinvoltura, abbattendo la pigrizia. Papa Francesco invita i giovani a non “balconare”, cioè a non guardare la vita dal balcone, ma a buttarcisi dentro, facendosi coinvolgere. Seconda parola: regola. Per vivere bene occorre anche una misura, che esprime la nostra libertà. Ad esempio, invece di bere una bottiglia intera di birra, potrebbe essere più salutare berne metà, come esercizio di libertà; così come siamo liberi di decidere di conservare il nostro corpo e la nostra fantasia nella purezza: poter dominare le pulsioni, che sono anch’esse vita, ci fa essere veramente liberi. Se ad un ruscello metti argini diventa torrente e fiume. Terza parola: rito. Ogni cosa che facciamo ha una sua sacralità. Tutto è prezioso, perché tutto è vita: apparecchiare la tavola, scrivere un progetto, parlare con un amico, giocare una partita… Tutto è sacro. Tutto è da vivere con solennità. Ogni attimo è prezioso. Non si può vivere di ricordi del passato: il passato non è più. Del futuro non sappiamo niente. Il momento presente è come un’ostrica che contiene una perla.
Chiedo a san Marino, nostro patrono e fondatore della Repubblica che porta il suo nome, che ci aiuti a vivere queste tre “R”: ritmo, regola, rito.

Discorso nel conferimento della cura pastorale della Parrocchia di San Leo a don Giuliano Boschetti

San Leo (RN), Pieve, 29 agosto 2021

Carissimi Leontini,
«ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’Alto e discendono dal Padre» (Gc 1,17). Ecco il dono che oggi vi fa il Signore dandovi un nuovo Parroco. Cosa che non era scontata.
Saluto il signor Sindaco, le Autorità che sono presenti e tutta la comunità.
Un saluto particolare, naturalmente, a don Giuliano.
Davanti alla comunità si compiono – hanno già cominciato a compiersi – gesti simbolici. Alcuni di questi richiamano quello che Gesù ha compiuto con l’apostolo Pietro, fatte salve le debite proporzioni, e precisamente la consegna delle chiavi.

1.
La prima chiave che il Vescovo consegna al Parroco è quella della chiesa (di per sé avremmo dovuto attendere fuori, ma il segno è comunque abbastanza eloquente).  La vostra chiesa parrocchiale, come la Cattedrale, è un gioiello, motivo più che legittimo della vostra fierezza, casa che accoglie nei giorni dell’iniziazione cristiana (chi riceve il Battesimo, la Cresima, l’Eucaristia), chiesa spalancata per la Messa, speriamo che dopo la fase acuta del Covid-19 diventi nuovamente ricca della presenza dei fedeli, chiesa accogliente per le feste della comunità, delle famiglie, per la celebrazione dei matrimoni. La chiesa tutti raduna per accompagnare i defunti al cospetto di Colui che accoglie misericordioso.
Siete custodi della Cattedrale, qui accanto, ricca non soltanto di storia e di arte, ma anche prima sede episcopale. Nella Cattedrale si celebrano riti importanti. La Cattedrale, la Pieve e tutta la città di San Leo accolgono pellegrini e turisti, un’accoglienza che deve sempre essere cordiale, schietta, bella.
Questa Pieve fatta di pietre, alla fine, è un simbolo, un segno, perché le pietre vive siete voi; con la Parola di Dio e i sacramenti siete edificati in Popolo Santo di Dio, Corpo di Cristo (Lui è il capo, voi le membra), Tempio vivo dello Spirito Santo.
È stato bello, entrando in chiesa, sentire l’invocazione allo Spirito Santo. Quest’anno che stiamo per incominciare sarà tutto dedicato alla consapevolezza del rapporto che la comunità, e ogni singolo, devono avere con la terza Divina Persona, lo Spirito Santo. È un rapporto da riscoprire, per qualcuno forse anche da scoprire per la prima volta.
Caro don Giuliano, abbi cura di questo popolo. Aiutalo e fatti aiutare, soprattutto dal Consiglio Pastorale per il discernimento comunitario ed amministrativo, nella trasparenza. Valorizza i ministeri istituiti; noi sacerdoti passiamo, la comunità rimane, arricchita via via dai carismi e dai doni spirituali e personali di ciascuno. Torno ad esprimere la gratitudine a don Carlo, che in questi anni ha svolto tra noi, con generosità, il ministero sacerdotale. Gratitudine e preghiera per tutti i sacerdoti che hanno guidato la comunità.
Ora, don Giuliano, trova nei tuoi parrocchiani corrispondenza e collaborazione, sì da essere tutti insieme un cuor solo e un’anima sola per vivere quella sfida che si chiama sinodalità e a cui ci invitano papa Francesco e i vescovi italiani.

2.
Consegnerò tra poco un’altra chiave a don Giuliano, quella del Tabernacolo. Il Parroco deve nutrire il suo popolo con la Parola di Dio, perché «non di solo pane vive l’uomo», ma necessariamente ed ugualmente col Pane di vita. Il Parroco custodisce il Tabernacolo come il cuore della chiesa, il cuore della comunità, tesoro di incommensurabile valore.
Con la Parola don Giuliano vi riunisce (spero si consolidi l’esperienza della formazione biblica e l’esercizio della Lectio divina) e con l’Eucaristia vi costruisce. L’Eucaristia è tutto per la Chiesa, tutto per il cristiano! È la presenza di Gesù vivo.
Cari Leontini, amate l’Eucaristia, chiedetela, nutritevene, adoratela. Attingerete così amore dall’Amore. Amore che rende preziosa ogni azione e ogni momento della vita. Amore da diffondere.

3.
Caro don Giuliano, c’è una terza chiave. Non te la posso consegnare io. Possono metterla nelle tue mani soltanto i parrocchiani: è la chiave dei loro cuori. Essi sono consapevoli dell’autorevolezza del sacerdote, ricco e povero ad un tempo; ricco per le parole che pronuncia: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue…», «Io ti assolvo…», povero perché sono parole non sue ma di un Altro, al quale è dovere fare sempre più spazio.
I tuoi parrocchiani, caro don Giuliano, sanno della tua obbedienza alla decisione del Vescovo, sanno della tua preparazione ed esperienza e dei servizi che dovrai svolgere per la Diocesi. Dice la Lettera agli Ebrei che il sacerdote viene assunto «di tra gli uomini», quindi è del nostro stesso legno, ha la sua umanità, ma viene costituito per gli uomini, per voi, riguardo alle cose di Dio (cfr. Ebr 5,1). Per te, don Giuliano, la chiave dei loro cuori sarà la cosa più cara: ti viene data immediatamente, con fiducia, ma dovrai anche, per così dire, guadagnartela, perché dovrai entrare con discrezione nei loro cuori, sentire le loro confidenze, accogliere le loro domande.
Metterò sulle spalle di don Giuliano la sciarpa, cioè la stola, segno della sua potestà di rimettere i peccati, ma anche di consolare, di orientare rispettosamente le coscienze, di sostenere con la direzione spirituale e soprattutto di far incontrare la misericordia del Padre. I parrocchiani non dovranno temere nel confidarti fragilità e dubbi. Darai tanto a loro, ne sono certo. Altrettanto riceverai da loro. Del resto abbiamo tutti nel cuore, consacrati e laici, giovani e adulti, una domanda: «Signore, come posso servirti?». Servire il Signore. Gesù ha detto: «Non vi chiamo più servi, ma amici» (cfr. Gv 15,15). Qui servire significa dare lode, regnare, perché essere a disposizione del Signore è altissima dignità. La vita è vocazione, risposta ad una chiamata, nulla avviene per caso. Invito don Giuliano ad avere a cuore le vocazioni, a farle sbocciare, favorirle, accompagnarle: tutte! E a voi, cari Leontini, chiedo di aver cara la vocazione al sacerdozio. Per questo intensifichiamo la preghiera. State facendo esperienza, avete fatto esperienza anche oggi, di quanto è preziosa e desiderata la figura del prete. E quanta trepidazione è nel cuore del Vescovo a questo motivo. Il Signore non farà mancare ministri per la sua Chiesa e susciterà in ogni membro della comunità la disponibilità alla collaborazione, al servizio e il senso di responsabilità: «La Chiesa è mia, mi appartiene. Signore, in che modo posso servirti, in che modo posso essere sostegno in questa comunità? In che modo posso essere missionario e annunciatore del tuo Vangelo?». In sintesi, essere laici nella Chiesa, cristiani nella società!

4.
Tra poco chiederò a don Giuliano di rinnovare le promesse sacerdotali pronunciate la prima volta nel giorno dell’ordinazione. Seguiranno l’accompagnamento al fonte battesimale e al confessionale con l’invito a benedire ed aspergere tutti voi. Infine, cederò la sede e l’altare al nuovo parroco che presiede la comunità a nome del Vescovo e in comunione con tutti i presbiteri della Diocesi.
Le letture di oggi ci hanno invitato a cogliere l’essenziale e cioè non tanto a compiere atti obbedienti (che faremo comunque), ma ad avere un cuore obbediente: una scelta più radicale, più profonda. È quello che domandiamo per noi e per tutti. Così sia.

Omelia nella XXII domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Santuario B.V. Grazie, 29 agosto 2021

Gemellaggio dei Giovani con i Giovani della Diocesi di Imola

Dt 4,1-2.6-8
Sal 14
Giac 1,17-18.21-22.27
Mc 7,1-8.14-15.21-23

Questa pagina del Vangelo è di grande attualità. Anche noi abbiamo norme, come quelle anti-Covid, che osserviamo e con cui giudichiamo gli altri. Al tempo di Gesù c’era una infinità di norme che riguardava l’igiene. Erano norme giuste, assolutamente prudenti, ma presentavano due problemi: diventavano ossessive, esagerate, e venivano legate alla religione, per cui l’osservanza o meno delle norme igieniche aveva una ricaduta nel campo morale, per cui si veniva giudicati puri o impuri. Altro motivo di attualità di questa problematica è la paura generalizzata su ciò che mangiamo e su come mangiamo. Consapevolmente o inconsapevolmente siamo tutti preoccupati di ciò che entra nel nostro corpo. In parte è giusto. Ma Gesù propone un capovolgimento radicale. Gesù dice: «Forse sei troppo preoccupato di te, sei ripiegato su te stesso, ti preme molto come ti senti». E invita ciascuno a pensarsi destinato all’avventura della relazione. Che cos’è, secondo Gesù, ciò che rende puri o impuri? È il modo in cui si vive la relazione. Se la relazione è la cosa più importante allora si è sicuramente in un’ottica di giustizia, di verità, di purezza. In sostanza è come se Gesù dicesse: «Non preoccuparti di quello che mangi, perché devi farti, metaforicamente, cibo per gli altri».
Secondo gli esegeti questa pagina sulla questione del puro e dell’impuro viene ad introdurre una svolta nella vita pubblica di Gesù. Fino ad ora Gesù ha evangelizzato gli ebrei nelle città e nei borghi attorno al lago, ora si appresta ad un’azione evangelizzatrice ad extra, fuori. Tant’è vero che subito dopo, al capitolo 7 del Vangelo di Marco, ci sarà l’incontro con la donna siro-fenicia che chiede la salute per la sua bambina. Fare memoria dell’incontro di Gesù con i non ebrei risultava opportuno per i primi cristiani che leggevano il Vangelo di Marco, perché cominciavano ad accostare quei pagani, che sentivano una grande attrattiva verso Gesù e avevano cominciato a frequentare il Vangelo ed a far parte della comunità. A quel punto non si potevano più osservare tutti quei precetti alimentari che dividevano. «Adesso – potevano dire i primi cristiani – il nostro modo di mangiare è diverso: il Vangelo ci permette di mangiare con tutti, cioè di fare comunione; il pasto che condividiamo non segna più una separazione, ma deve esprimere la relazione con gli altri: non è più escludente, ma inclusivo».
Che cos’è che rende impuro, cattivo, il nostro cuore? Gesù fa un lunghissimo elenco di cose che escono dal cuore dell’uomo: l’impurità, cioè l’uso sbagliato della propria fisicità e della fisicità degli altri; il furto: rubare è togliere all’altro qualcosa che gli è dovuto; l’omicidio: Gesù insegna che omicidio che non è soltanto l’uccisione fisica, si uccide anche con la lingua; l’adulterio, cioè l’ingannare, il violare il patto, il mentire sull’amore; l’avidità, il tenere tutto per sé, anzi il fare degli altri “una cosa” per sé; la malvagità, cioè la strategia per ottenere potere, per essere “di più”; l’inganno, cioè l’incapacità di avere buone relazioni, ecc.
Tutta questa pagina, al fondo, ha per argomento la nostra libertà. La radice delle nostre azioni, buone o cattive, sta nel nostro cuore. Nessuno può costringere. Ma se nessun cibo penetra nel cuore, numerosi condizionamenti esterni vi entrano. Allora si può giungere ad una prima conclusione: dobbiamo custodire con cura il nostro giardino interiore. Far crescere bene i fiori è un’arte: occorre dedicare tempo, dare attenzione, riparare, difendere…
Poi, Gesù si esprime in un modo che ci rende pensosi: «Invano mi rendono culto». Le liturgie dell’Antico Israele erano meravigliose con i sacerdoti, i leviti, i suonatori del corno, delle trombe… Gesù non rivolge tanto un rimprovero al tempio, quanto un grido d’amore, perché vede che il suo popolo sta sovraccaricando la Legge di tanti precetti che lo liberano dalla fatica del discernimento. Durante la “tre giorni” di studio dei presbiteri era stato messo all’ordine del giorno il tema dei padrini e delle madrine dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Qualcuno ha pensato: «Com’era bello quando c’erano le leggi e bastava osservarle! Non c’erano problemi e non c’erano discussioni, bastava fare quello che era scritto». Un altro tema che ci ha coinvolto è l’accompagnamento, il discernimento e l’integrazione delle famiglie ferite. Che fare? Il Signore ci chiede di fare la fatica del discernimento. Ciò non vuol dire buttare all’aria le regole, la Legge di Dio, ma mettere in evidenza il comandamento grande, il comandamento nuovo, il comandamento suo (cfr. Gv 13,34): «Amare Dio con tutto il cuore e amare i nostri fratelli come noi stessi» (cfr. Mc 12,29-31).
Un’altra conclusione: Dio non lo si inganna. Non si può andare davanti a lui esibendo i meriti e le leggi accuratamente osservate. Il Signore chiederà: «Dov’è il tuo cuore?». Non vuole atti obbedienti, vuole un cuore obbediente! Un cuore obbediente è certamente docile, pratica la giustizia e la verità.
La trasgressione si colloca a livello del cuore. Riconosciamo le nostre trasgressioni e diamo a Dio la gioia di purificarci, di lavarci nell’acqua della sua misericordia infinita. È come ricevere il dono di un cuore nuovo: «Togliere un cuore di pietra, mettere un cuore di carne» (cfr. Ez 36,26).
È molto opportuno leggere questa pagina di Vangelo nella settimana nella quale ci prepariamo a celebrare la Giornata per la Custodia del Creato. A Pennabilli ci sarà una Summer School organizzata dalle Monache Agostiniane, dalla Diocesi di San Marino-Montefeltro e dalle realtà culturali del territorio.  L’argomento centrale sarà l’ecologia. Entreremo nella Summer School con il messaggio di Gesù: l’ecologia del cuore.

Omelia nella XXI domenica del Tempo Ordinario

Eremo di Carpegna (PU), Santuario Madonna del Faggio, 22 agosto 2021

Gs 24,1-2.15-17.18
Sal 33
Ef 5,21-32
Gv 6,60-69

Importanti non siamo noi. L’importante è con Maria essere portati a Gesù. Noi siamo in seconda linea. Questo distingue un pellegrinaggio da un vagabondaggio. Un vagabondo gira senza meta, torna sui suoi passi, va avanti, sale, scende, non si sa dove arriva. Noi, invece, abbiamo fatto un pellegrinaggio sapendo che camminavamo verso Gesù, il Signore, e siamo arrivati. Qui un’altra sorpresa gioiosa: c’è un popolo, ci sono suore, religiosi, sacerdoti, bambini, famiglie, il vescovo. Nel cammino eravamo accompagnati dai grilli, una metafora dei nostri bambini, della loro gioia e della promessa che vediamo in loro.
Anche il cammino è una metafora, non letteraria, ma reale: c’è la fatica, c’è chi corre e chi resta indietro, chi fa da cane pastore e chi segue. Ho chiesto ad un gruppetto: come si fa a sapere il momento esatto in cui si passa dalla notte al giorno? Qual è il confine esatto tra la notte e il giorno? Qualcuno ha risposto: quando si può distinguere una lepre da una volpe; un altro: quando si può distinguere un melo da un pero. Poi abbiamo capito che è giorno quando si riesce a vedere in una persona un fratello. Adesso siamo a mezzogiorno!
Permettete una parola sul Vangelo di questa domenica. Da oltre un mese stiamo leggendo il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni: un discorso fra i più lunghi che Gesù ha pronunciato. Era necessario che Giovanni, riferendo le parole di Gesù, imbastisse questa bellissima meditazione sul Pane di vita, perché nel suo Vangelo è narrato l’inizio dell’Ultima Cena, “i grandi discorsi” e la promessa dello Spirito Santo, ma non l’istituzione dell’Eucaristia. Per questo Giovanni, nel disegno del suo Vangelo, si premura di spiegarci questo dono straordinario che il Signore Gesù fa di se stesso. Qualcuno ritiene che il discorso sul Pane di vita sia ripetitivo. È vero: Giovanni usa un andamento letterario tipico del suo tempo, circolare: dice un concetto, poi ci ritorna e, stimolato dagli ascoltatori, fa un passo ulteriore. Quando Gesù parla è attento alle persone, si mette davvero in relazione con loro e prende sul serio le difficoltà. I “giudei” mormorano perché non comprendono. Non si fidano. Gli apostoli, invece, pur non capendo neanche loro il discorso di Gesù – come vedremo – hanno fiducia in lui. Questa mormorazione ha molto a che fare con i racconti dell’esodo. Gesù sa estrarre parole chiave, concetti che danno un colpo d’ala al discorso e lo rendono ogni volta nuovo.
Ad esempio: «Io sono il pane vivo». Gesù pare dire: «Avete non solo fame di pane (per la fame di pane Gesù è molto scandalizzato e attiva i discepoli affinché provvedano: Gesù non è spiritualista), ma anche fame del cuore, cioè il bisogno di amare e di essere amati, e la fame, che è dentro al vostro spirito, fame di infinito, di assoluto». Gesù dice: «Io sono pane: sono in grado di sfamare la tua fame e le tue fami». Poi, andando avanti nel discorso, c’è ancora la mormorazione e Gesù aggiunge: «… sono “il disceso” dal cielo». È un concetto completamente nuovo. Gli ascoltatori pensano alla manna. Quella mattina, sulla via dell’esodo, dopo aver protestato, gli ebrei si ritrovarono il dono della “manna”. Gesù dichiara la sua identità: è il Verbo di Dio, che scende sulla terra e si incarna. Qui gli ascoltatori sono ancora più smarriti. Ma il discorso avrà un’altra impennata, una sorta di avvitamento. Gesù aggiunge: «Io sono il pane, il disceso dal cielo, chi mangia me (letteralmente chi mastica me) ha la vita eterna». A questo punto gli ascoltatori sono molto in imbarazzo, ma Gesù non si ferma e dice: «E se vi dicessi che questo pane di vita, disceso dal cielo, pane da mangiare per avere la vita, deve tornare al cielo?». Questa parola sconvolge gli ascoltatori. Gesù parla del suo innalzamento sulla croce: l’Innalzato diventerà punto di gravitazione universale: «Innalzato attirerò tutti a me», come un magnete attira la limatura di ferro. Gesù, l’Innalzato, ci unisce a lui, ci fa una cosa sola con lui e ci introduce nella Trinità. Molti sono in difficoltà e non riescono a capire questo discorso. Effettivamente la fede all’inizio può essere imbarazzo, protesta, dubbio. Molti stanno per allontanarsi da Gesù e lui non fa nulla per rendere la pillola più digeribile, più dolce. Ci sono stati altri momenti nei quali i discepoli, davanti a Gesù e alle sue pretese, hanno fatto un passo indietro; erano spaventati dalla proposta esigente del Maestro. Un esempio. Gesù risponde al giovane ricco: «Da’ quello che hai ai poveri, poi vieni e seguimi». «Quel giovane se ne andò triste». C’è chi si è allontanato per la consapevolezza della propria indegnità. Basti pensare a Pietro che dice a Gesù: «Allontanati da me, sono un peccatore». Dunque, una presa di distanza di tipo morale. Ma qui l’abbandonare Gesù riguarda il contenuto della fede.
Gesù si rivolge ai Dodici – ma si rivolge anche a ciascuno di noi – e dice: «Volete andarvene anche voi?». C’è un velo di tristezza nella domanda di Gesù, ma non c’è risentimento, non c’è ricatto. Gesù vuole solo persone libere dietro di lui, persone che lo scelgono.
A questo punto dovrei dare la parola a voi… Sarebbe bello sentire le vostre risposte; le potrete dire al Signore durante la Comunione: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna». «Tu solo». Sbaglieremo infinite volte, verremo meno tante volte a questa consapevolezza, però «tu solo», Gesù, è il centro della nostra vita. Siamo qui da Maria perché lei ci porta Gesù. Non siamo di quelli che cercano solo prodigi (i miracoli li chiediamo per i nostri fratelli). Maria ci dice che lei è al centro del Mistero, non è il centro. «Tu solo» hai parole di vita per la mia intelligenza che ha bisogno di verità, per il mio cuore che ha bisogno di coraggio e per la mia persona nel suo insieme, che ha bisogno di trovare ritmo, regola e ritualità, cioè sacralità per ogni azione.
In fondo, che cosa ci manca? Forse solo la fiducia nelle parole di Gesù, il dialogo interiore con lo Spirito che abita in noi!

Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Perticara (RN), 15 agosto 2021

Ap 11,19; 12,1-6.10
Sal 44
1Cor 15,20-26
Lc 1,39-56

La festa dell’Assunta è la festa del compimento, cioè di ciò che raggiunge la sua pienezza, la perfezione, di ciò che arriva al suo traguardo. È festa del compimento di Maria: con Gesù, nella Pasqua, il suo corpo, la sua fisicità, è entrata definitivamente nello splendore della vita eterna. È così annunciato anche il nostro compimento, il nostro destino, la nostra vocazione. Faccio notare che la nostra lingua – siamo discepoli di Dante Alighieri – ha tante espressioni per dire un concetto, per precisarlo sempre di più.
Ribadiamo la nostra fede nella resurrezione della carne. Molti di noi tentennano. Oggi possiamo dare un guizzo alla nostra fede, perché il destino di Maria è il nostro. Maria, in corpo e anima, è stata presa dal Signore: così sarà anche di noi.
Vi chiederete perché i nostri pastori hanno scelto nel giorno dell’Assunta la lettura evangelica della Visitazione di Maria ad Elisabetta, con il bellissimo canto del Magnificat. Perchè è un brano che parla di compimento e lo dice in vari modi. Anzitutto il nome di “Elisabetta” è parola ebraica composta da due elementi: Eli-sheba, da cui la parola “sabato”, il compimento della settimana, mentre Eli è Dio. Dio è compimento, Dio porta a compimento, cioè ci realizza pienamente. Dunque, Elisabetta porta nel suo nome una professione di fede. Non sempre crediamo che Dio realizza compiutamente la nostra vita; a volte pensiamo che sia nostro “rivale”… Come si fa a superare questo errore? Con la confidenza, avendo fiducia: Dio vuole il mio bene. Non pensate la religione come una contrattazione tra noi e Dio: dobbiamo affidarci.
L’idea del compimento c’è pure nel fatto che Elisabetta – di lei il Vangelo dice che è sterile – ha ricevuto un figlio, Giovanni Battista. Il Vangelo di Luca, nel suo inizio, ha l’idea che Dio porta la fecondità. Nella casa di Zaccaria non solo vi sarà il compimento della maternità di Elisabetta, ma si ospiterà una fecondità ancora più straordinaria: quella di Maria. Il Vangelo della Visitazione è il Vangelo dell’incontro fra due fecondità, fra due compimenti.
Dice il Vangelo che Maria, dopo aver ascoltato l’angelo, andò nella casa di Zaccaria. La parola ebraica “Zaccaria” è composta da due elementi, Zeka-ryàh, e significa: Dio è memoria, Dio si è ricordato, non dimentica: un messaggio fortissimo che Zaccaria porta attaccato al suo nome. Quante volte anche noi, quando siamo in difficoltà, preghiamo così: «Signore, ricordati di me». Fu anche la parola del ladrone in croce: «Signore, ricordati di me…» (Lc 23,42). Il nome “Zaccaria” può anche essere tradotta in italiano come “la tua vita è memoria di Dio”. Qui la sottolineatura è nella testimonianza. Elisabetta e Zaccaria avevano il sogno di formare una famiglia, avere tanti bambini, e si ritrovano soli; quando finalmente arriva il bambino, la fecondità di Dio, anche i vicini si ricordano di Dio. Dio ricorda, ma anche ognuno di noi è chiamato ad essere colui che fa ricordare Dio.
«Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo»: è una delle più importanti catechesi su cosa significa incontrare l’altro. L’incontro fra due esseri umani è sempre un incontro anche con Dio. Elisabetta, che ha in grembo il regalo di Dio, la fecondità di Dio, il compimento di Dio, sa riconoscere che in Maria c’è addirittura Dio stesso, il Bambino Gesù. Questo testo, allora, diventa una preghiera per tutti noi: «Signore, ti chiedo di riuscire a vedere in ogni persona la tua presenza». Ogni persona ha qualcosa di Dio dentro di lei, anche se non lo conosce. In ogni persona c’è una scintilla divina, perché diversamente non sarebbe viva. Nei Miserabili di Victor Hugo c’è un galeotto, prigioniero insieme al protagonista Jean Valjean, che chiamavano Jenedieu (Negodio), senza Dio… Ma non c’è nessuno senza Dio! Ecco perché abbiamo tanta fiducia pur nella difficoltà della situazione attuale.
Nella cultura antica era molto importante andare a far visita a qualcuno, l’incontro: è un’esperienza spirituale. E, nel far visita, riconoscere la presenza del Signore nell’altro. Sarebbe bello che stasera a cena diceste una parola su quello che avete vissuto ora in chiesa per condividere, per far sì che ci sia comunione d’anima. Lo chiedo spesso anche ai miei sacerdoti. È importante dirsi reciprocamente quello che Dio fa in noi. La Visitazione non è altro che due donne che vanno a gara a raccontare quello che il Signore ha fatto in loro. È un quadro bellissimo, pieno di gioia. La Madonna ha aggiunto poesia, ma è anche pittrice, perché descrive, come in un dipinto, come lei vede Dio. Lo descrive come colui che fa grandi cose, l’Onnipotente, l’Eterno, colui che disperde i superbi nella loro vanità e nella loro presunzione, colui che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, colui che ricolma di beni gli affamati e rimanda i ricchi a mani vuote, colui che soccorre Israele e si ricorda – il compimento – della sua misericordia, come aveva detto ai padri. La Madonna ci accompagna con un quadro ritratto di Dio, un Dio che ci è amico, che ci usa misericordia, che sta dalla parte di coloro che sono piccoli e li ama immensamente.

Omelia nella Festa di San Lorenzo

Belforte all’Isauro (PU), 10 agosto 2021

At 6,1-7
2Cor 9,6-10
Sal 111
Gv 12,24-26

Abbiamo sentito leggere la pagina degli Atti degli Apostoli che narra l’istituzione dei diaconi. La Seconda Lettura, invece, è ambientata al tempo della raccolta che i cristiani di Corinto organizzano per i cristiani di Gerusalemme che stanno subendo la carestia.  Poi, il Vangelo ci ha riportato un tratto dell’ultimo discorso di Gesù prima della Passione.
L’espressione del Vangelo scelto per la festa di san Lorenzo è a prima vista scioccante. Va capita bene. Potrebbe essere letta così: «Chi ama male la sua vita, la perde». Tradurrei in italiano il verbo “odiare” con “amare male”. E prosegue: «…Chi la dona in questo mondo, la conserva per la vita eterna». Se questo testo è utilizzato per la festa del diacono e martire, Lorenzo, è evidente che la sua vita esplicita questo insegnamento di Gesù. «Amare male la propria vita» è trattenerla egoisticamente. “Amarla bene” è donarla a Cristo, che la utilizzerà per il bene dei fratelli. Penso a Maria di Betania che offre tutto il suo profumo prezioso, che simboleggia la sua vita, e lo sparge su Gesù durante la cena nella sua casa. Così fa Lorenzo: la sua storia, riassunta da queste letture, ci ricorda che il dono di sè non si programma, non lo si può calendarizzare (oggi sì, domani no, oppure solo a ore o a cottimo). Siamo invitati a vivere anche noi questo paradosso cristiano: chi perde, guadagna. Bisogna farsi attenti alle circostanze, alle occasioni: non perderle, perché poi non tornano più. I cristiani di Corinto non avevano pensato alla carestia che metteva i loro fratelli di Gerusalemme alle strette, però, richiamati da Paolo hanno colto l’occasione per la colletta.
Lorenzo, probabilmente, ancora giovane, avrà immaginato di fare del bene ai poveri sino alla fine della sua vita. No, il dono di sé lo si fa nel presente, non è rinviabile, non è segnato sul lunario. Se il dono di sé è generoso, il suo frutto rimane: la generosità di Lorenzo ha lasciato un segno! Nel testo paolino che è stato letto il verbo donare ricorre cinque volte, allude – per così dire – ad una cultura del dare.
Dice Gesù: «Là dove sono io, sarà anche il mio servo». È una delle ultime parole di Gesù prima della Passione. Essere là dove il Signore dona la sua vita come servo, unire la propria vita alla sua, il proprio sangue al suo: questo non si compie solo nel martirio cruento. Se il diacono Lorenzo è arrivato a questo punto, è perché aveva già fatto della sua vita un dono. Come? Vivendo da diacono, cioè da servo, animato dalla carità verso i poveri.
Vorrei dirvi una frase di Christian de Chergè, uno dei martiri di Thibirine, in Algeria: «Prendere il grembiule come Gesù può essere un’azione grave e solenne, come il dono della vita. Viceversa, donare la propria vita può essere semplice come mettersi il grembiule». A volte la preghiera della Colletta nella Messa può sfuggirci, perché è molto articolata e densa. La preghiera di oggi dice di chiedere tre cose: l’ardore della carità: l’amore è come un fuoco da alimentare con il carburante della preghiera; la fedeltà nel ministero: ognuno di noi ha compiti e responsabilità, una diaconia da esercitare; la gloria del martirio: non ci è chiesto il martirio cruento, ma il martirio nella vita quotidiana. Raccogliamo con gioia e gratitudine le parole di Gesù: «Là dove sono io, sarà anche il mio servo». Così sia

Discorso nel conferimento della cura pastorale delle parrocchie di Maiolo e Santa Maria d’Antico a don Luca Bernardi

Maiolo (RN), 8 agosto 2021

1.

Il cambio di un parroco suscita nei cuori delle persone che formano la comunità i più svariati sentimenti: dispiacere per un legame che si interrompe, sorpresa per la novità. Nel contempo c’è la curiosità circa i motivi dell’avvicendamento, curiosità di conoscere il nuovo parroco. E poi la lieta sorpresa di constatare che non si è abbandonati.

2.

Ai sentimenti comprensibili e più che legittimi, si impone l’opportunità per una riflessione su chi è il sacerdote, sul nostro rapporto con lui, sulle attese nei suoi confronti.
A volte guardiamo al prete come ad un animatore sociale. Si dice del prete che è l’uomo che dà consigli, che sa essere vicino, ed è vero. Ma è quel suo salire i gradini dell’altare che costituisce l’essenziale. Il prete è la persona più povera di questo mondo, è del legno di cui tutti siamo fatti, è della stoffa di tutti noi. Quando parla autorevolmente dice parole non sue, parole di un Altro; compie azioni sublimi, ma non sono azioni sue, sono azioni di un Altro. E anche lui, come l’apostolo Pietro, deve pregare: «Signore, allontanati da me, sono un peccatore»; e gridare: «Signore, salvami!». È la persona più povera di questo mondo, ma nel contempo è la persona più straordinariamente ricca, perché pronuncia parole sovrumane: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue…», «Io ti assolvo…».

3.

Chi è don Luca?
È il sacerdote più giovane nella nostra Diocesi: crescerà con voi (il Seminario non fa dei “prodotti finiti”) e voi crescerete con lui.
La comunità sappia trarre profitto dal suo entusiasmo, dalla sua preparazione, dal suo desiderio di dedicarsi a voi.
Da parte sua don Luca è qui a rappresentare il Vescovo, agirà in comunione con lui e col presbiterio, in modo particolare in unità pastorale con i sacerdoti di Novafeltria, insieme ai quali studierà le scelte pastorali. Sarà tra voi come amministratore parrocchiale e dovrà riservare il tempo che gli è necessario per perfezionare gli studi universitari.
Questa decisione, presa insieme con lui, sarà a beneficio del nostro presbiterio diocesano. Il tempo che dovrà dedicare alla frequenza dei corsi e allo studio non consideratelo una sottrazione di attenzione a voi e alla comunità, al contrario, consideratelo un tempo ed una ricchezza per tutti. Occorre saper guardare avanti e progettare il futuro. Occorre essere lungimiranti.

4.

Ad aiutare don Luca – soprattutto nei momenti nei quali dovrà assentarsi – ci sarà il diacono Gilberto Fanfani. La figura del diacono è da riscoprire nel suo vero significato, e lo faremo. Non è semplice supplente, ma lo dobbiamo pensare come una presenza organica, un dono prezioso, sacramento del servizio di Cristo alla sua Chiesa.

5.

Chiedo a don Luca – come farebbe un papà – di impegnarsi nel percorso universitario, parte integrante del suo ministero. Chiedo di agganciare i giovani, di essere a Maiolo “col cuore” e facendolo capire – se necessario – praticando il distacco dalle tante e belle realtà che ha servito e amato.
Auguri a don Luca: possa dedicarsi ai parrocchiani con tanta generosità e trovi tanta gioia nel mettersi al loro servizio.

Omelia nella XIX domenica del Tempo Ordinario

Schigno (RN), 8 agosto 2021

S.Messa con un Reparto Scout di Bologna

1Re 19,4-8
Sal 33
Ef 4,30-5,2
Gv 6,41-51

Ci sono varie esperienze di fame. Mi limito a nominarne tre. La fame di pane. Gesù è scandalizzato che ci sia gente che non può sopperire a questa necessità di base. Tant’è vero che, prima di fare il discorso che la liturgia ci presenta oggi, Gesù ha operato la moltiplicazione dei pani e dei pesci. E non solo: ha attivato i discepoli, incoraggiandoli a darsi da fare per soddisfare la fame della gente. Loro, come facciamo noi tante volte, hanno risposto: «Cosa c’entriamo noi? Avrebbero dovuto pensarci prima di mettersi in cammino…». Poi, uno di loro, Andrea, ha detto: «Qui c’è un ragazzo che ha cinque pani e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?» (Gv 6,9). Eppure, con quei cinque pani e due pesci Gesù ha compiuto la moltiplicazione. Ritorna l’appello di Gesù, preoccupato della fame della gente.
Nella rivista diocesana “Montefeltro” abbiamo deciso di dedicare un inserto mensile ai nuovi stili di vita. Il problema è mondiale, universale. C’è stato recentemente un Congresso della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), l’organismo internazionale che si occupa del problema della fame nel mondo. È importante valutare se il nostro stile di vita potrebbe essere più sobrio (e voi siete specialisti in queste cose).
Quando si dice fame si pensa subito al cibo da mangiare, ma non c’è solo la fame di pane. C’è un’altra fame importante: è la fame del cuore, la fame di amare e di essere amati. Si sta molto male quando non si è voluti bene, quando si ha una delusione nel campo affettivo…  C’è chi si toglie la vita. Sono un appassionato lettore dei Miserabili di Victor Hugo. Il protagonista, Jean Valjean, muore per ingratitudine. Anche Gesù ha avuto questa fame. Ad esempio nel Getsemani, quando era alle prese con lo spavento per quello che lo stava per assalire, la Passione, e ha chiesto agli apostoli di fargli compagnia «almeno per un’ora». E invece dormirono. Non sono riusciti a fargli compagnia (cfr. Mt 26,40). Gesù aveva bisogno di cuori accanto al suo. Gesù ha avuto fame anche quando ha guarito dieci lebbrosi e solo uno è tornato indietro per dire grazie con riconoscenza. Gesù ci ha fatto caso: «Non sono stati guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono?» (cfr. Lc 17,17). Ci teneva.
C’è un’altra fame nell’uomo. Mi è venuta in mente la settimana scorsa, quando ho accompagnato i nostri ammalati in pellegrinaggio a Loreto. Sono andato anche a Recanati, sul colle dell’Infinito, e ho riletto la poesia bellissima, struggente, di Giacomo Leopardi: «Sempre caro mi fu quest’ermo colle…». Leopardi conclude esprimendo la fame profonda che ha il cuore umano, la fame di infinito, di assoluto: fame di Dio. Una fame che è implicita. Dieci anni fa è venuto il Papa nel Montefeltro, a Pennabilli. Era papa Benedetto XVI. Parlando con i giovani ha usato una metafora meravigliosa: ha detto che il cuore è come una finestra spalancata sull’infinito.
Per la fame di pane vi propongo uno stile di vita più essenziale, più responsabile, più fraterno. Per la fame del cuore vi dico di prepararvi ad amare, e ad amare si impara amando. Molti di voi sono chiamati a formare una famiglia, il presidio più formidabile che c’è per la fame di amore. Ci si prepara da adesso, cominciando a fare atti di amore concreti, ad essere aperti, a rifuggire dall’egoismo.
Per la fame di infinito vi propongo di sognare come spendere la vostra vita per gli altri. In questi giorni, al termine di un Convegno delle Superiore di tutte le Congregazioni religiose femminili, è stato detto con forza: «Non vogliamo più che sulla faccia della terra ci sia un bambino che non abbia una mamma». Quando sono andato a trovare mio fratello missionario nel Congo, a Goma, ho incontrato molti bambini “di strada” (ne ho visti anche di lebbrosi). Mi è capitato di pensare alla mia vita di sacerdote; da studente avevo meditato tante volte la figura di Abramo nella Bibbia e la Parola di Dio che diceva: «Offri tuo figlio Isacco, ti farò padre di una moltitudine» (Gn 22,17). Per me è stato proprio così! Ho fatto il responsabile della pastorale dei ragazzi nella mia Diocesi per tanti anni, poi il parroco e ho detto alla Madonna (c’erano solo 17 bambini in parrocchia): «Ti chiedo una grazia: voglio un cortile pieno di bambini, di ragazzi, di giovani». Sono andato a cercarli insieme ad alcuni ragazzi del quartiere. Adesso faccio il vescovo: incontro tanti giovani, tanti ragazzi, come voi questa mattina!
Fame di pane: vi ho suggerito una risposta. Fame di amore: vi ho fatto una proposta: voler bene, a cominciare da adesso, al vostro vicino e alla vostra vicina. Fame di infinito: vi ho invitato a sognare la vostra vita futura aperta ad un amore più grande.