Pellegrinaggio in Terra Santa – In viaggio verso San Marino

Aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv: persone di provincia in un aeroporto così grande e moderno non possono che sentirsi in soggezione! Tra gli aeroporti del mondo è sicuramente il più presidiato per motivi di sicurezza. Mentre ci avviamo finalmente al nostro gate, non riusciamo a nascondere un velo di nostalgia. Troppo forte l’esperienza degli otto giorni in Terra Santa.
Eravamo partiti con un’idea: calcare i passi di Gesù, percorrere le strade del suo tempo, accarezzare le pietre del suo passaggio, colmare occhi e cuore degli orizzonti e dei paesaggi che anche Gesù ha guardato.
Torniamo con un’altra convinzione: il cammino sui passi di Gesù è esperienza che riguarda il cuore. Un grande merito di questo progresso dell’anima va ad Alessandra, la guida che ci ha accompagnato con professionalità, competenza e grande umanità. Non è stata il solito “cicerone”, ma un’amica per tutti, a volte maestra, a volte interprete, altre volte catechista.
Il boeing della “El Al” si alza in volo e, benché sia ormai tramontato il sole, vediamo chiaramente dall’oblò il ricamo della costa sul Mediterraneo. Abbiamo tutto il tempo – il volo durerà quasi quattro ore – per riflettere sull’esperienza vissuta e… per dormire, chi riesce. Si affollano ricordi. Ritornano immagini. Banalità: come i pasti al self service (immancabili riso, salse, verdure pasticciate, ma anche qualche tentativo di spaghetti o altra pasta all’italiana), come l’inseguimento di venditori nelle piazze e nelle viuzze, insistenti e petulanti e, alla fine, pure simpatici, come la preoccupazione di portare a casa un ricordo e un pensiero per tutti, magari anche solo un rametto d’ulivo o una carruba trovata per terra ricordando la parabola del figliuol prodigo… Non solo particolari esilaranti: rimane la volontà di tenersi in contatto e di rafforzare l’amicizia tra i partecipanti; rimangono le tante riflessioni ascoltate e, soprattutto, quei “sì” pronunciati a Cana di Galilea e sulle rive del fiume Giordano.
In tutti si è rafforzato l’impegno di pregare ogni giorno per la pace. Si è fatta più forte la convinzione che il Risorto va trovato nelle nostre comunità, dove due o più sono riuniti nel suo nome, va abbracciato in chi soffre, provando a condividere almeno un poco di quella sofferenza.
Nazaret, Betlemme, Gerusalemme… la nostra casa, il nostro borgo, la nostra città.

Pellegrinaggio in Terra Santa – ottavo giorno

1 ottobre 2019

Ultimo giorno. A molti succede di svegliarsi prima del tempo. È ancora buio. Il gallo canta. Dai minareti si leva la melodia della preghiera del Muezzin. Alcuni di noi sono in terrazza a contemplare l’alba su Betlemme. Radiosa. Le valige sono la prima preoccupazione: come trovarvi un posticino per i piccoli doni da portare a casa? L’ordine è di essere ancor più puntuali del solito. In autobus fa la sua comparsa la nuova parola di vita. Ogni giorno, immancabilmente, accompagna il gruppo sui passi di Gesù: dalla ricerca delle tracce storiche al fare proprio il suo programma. Questa mattina la parola ci consegna il testamento di Gesù: «Vi do un comandamento nuovo…».
Lasciamo Betlemme con un po’ di nostalgia. Destinazione Gerusalemme, precisamente San Pietro in Gallicantu e attigua “scaletta” dove Gesù, la sera del Giovedì Santo – secondo la tradizione – è passato due volte: una da libero, l’altra da prigioniero.
La chiesa di San Pietro in Gallicantu include importanti scavi archeologici. Si presume fosse qui la residenza di Caifa con annessa la cisterna dove temporaneamente è stato rinchiuso Gesù nella concitata notte del processo. Nel cortile della casa di Caifa il “principe degli apostoli” per tre volte rinnega Gesù, messo in buca dalle insinuazioni di una servetta e di qualche passante. L’episodio è raccontato da tutti i Vangeli, senza risparmiargli la figuraccia. Meditiamo sul testo di Luca. Ci riferisce lo sguardo che Gesù, incatenato, rivolge all’apostolo. Ognuno di noi sente rivolto a sé quello sguardo. Prolunghiamo la sosta. Inevitabile il confronto con l’apostolo Giuda, il traditore. A differenza di Pietro, Giuda, preso dal rimorso, si fa orgogliosamente giustizia da sé. Il suo pentimento è sterile, mentre quello di Pietro è fecondo, perchè lo trascina fuori da sé e lo pone davanti alla misericordia di Gesù. Pietro piange. Di dolore? Di commozione? In ogni caso per amore.
La scaletta è di epoca romana. Gesù ha calcato i piedi su quelle pietre, ma ci interessa rileggere la sua preghiera per l’unità riferita al capitolo 17 di Giovanni: «Padre, che tutti siano una cosa sola come io e te…». È il sogno di Gesù, è il segno distintivo dei discepoli: «Perché il mondo creda».
C’è un terreno attorno alla scaletta. È stato acquistato dal Movimento dei Focolari per custodirla e per creare attorno uno spazio a servizio della pace e dell’unità. Da una parte quel fazzoletto di terra confina con le proprietà di un ebreo ultraortodosso, dall’altra con abitazioni palestinesi. Nella parte alta è in prossimità del Sion ebraico, in discesa si affaccia sulla valle del Cedron. «Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli». Preghiamo per l’unità. Ci incuriosisce il carisma del Movimento dei Focolari.
Tempo libero. Destinazioni a scelta. Nessuno resta in pullman. C’è chi torna alla Gerusalemme vecchia per una veloce attraversata del mercato ed un ultimo saluto al Santo Sepolcro (da fuori, perché impossibile entrare, tanta è la calca). C’è chi preferisce una puntata agli scavi che hanno dato alla luce quel che resta della piscina di Siloe. Qui Gesù ha sanato il paralitico che da trent’otto anni aspettava l’aiuto di qualcuno per essere tuffato in quelle acque salutifere (probabilmente l’acqua vi scorreva con un flusso intermittente; la gente attribuiva il “moto dell’acqua” ad un intervento angelico). «Vuoi guarire?», chiese Gesù. La risposta del paralitico: «Come posso se nessuno mi aiuta ad immergermi nell’acqua?». Qualcuno ha letto in questo episodio la propria esperienza e il proprio bisogno di essere soccorso. Per verità l’aiuto è venuto.
Lì accanto, la tradizione indica il luogo dove sorgeva la casa di Gioacchino e Anna, i genitori della Madonna. Entriamo nella chiesa eretta in epoca crociata, l’unica rimasta intatta. Inconfondibile lo stile, austero ed elegante. È celebre per la sua acustica. Ha provato a cantarvi anche Andrea Bocelli… Non rinunciamo anche noi ad eseguire un canto a due voci. Prima ha cantato un coro di coreani; tra loro un tenore con una voce con notevolissima estensione. Qui non si canta per esibirsi, ma per dare lode a Dio e fare omaggio alla Madonna. Finisce così il nostro cammino in Gerusalemme.
Sulla via del ritorno facciamo tappa ad Emmaus Nicopolis (diversi i siti che rivendicano di conservare la memoria della cittadina “distante 11 chilometri da Gerusalemme”), dove due discepoli vengono raggiunti da Gesù mentre sono in uscita dalla città santa.
La raccomandazione che ci facciamo è di terminare il pellegrinaggio “in salita”. Quello che ci aspetta è tutt’altro che un’appendice del viaggio. Proviamo insieme e da soli a rispondere alla domanda: che cosa è cambiato in noi dopo questi giorni di cammino in terra di Gesù? C’è il tempo per uno scambio e una comunione d’anima.
È l’ascolto della parola che fa riconoscere la presenza di Gesù Risorto. Così è stato per i due viandanti di Emmaus: il loro cuore ardeva nell’ascolto delle sue parole e i loro occhi si sono aperti mentre spezzava il pane. È stato così per i pescatori sul lago. È stato così per Maria di Magdala: aveva scambiato Gesù per il custode del giardino. Quando Gesù la chiama per nome, lo riconosce.
Lasciamo Emmaus Nicopolis con questa risoluzione: ascoltare e vivere la parola, partecipare alla “frazione del pane”, per fare ogni volta la scoperta che Gesù è vivo ed è vicino.

Pellegrinaggio in Terra Santa – settimo giorno

30 settembre 2019

La giornata si apre nella chiesa che custodisce la memoria della tomba della Madonna. Precisiamo, qui non c’è il suo corpo: è stata assunta in Cielo. Facciamo in tempo ad assistere all’ultima parte del rito greco-ortodosso. Siamo scesi per una lunga gradinata, fin quasi all’iconostasi, al di là della quale il sacerdote celebra l’Eucaristia. Ci commuove il gesto di una giovane donna che si avvicina per porgere un frammento del pane benedetto che al termine della Messa viene condiviso tra i presenti. La chiesa è fitta di lampadari appesi alla volta. Nuvole di incenso aleggiano sulla navata. Mettiamo anche noi le candeline votive sul candelabro. Ogni fiamma è una preghiera…
Il resto della mattinata è un susseguirsi incalzante di visite a luoghi santi e cari ai cristiani di tutte le confessioni. Siamo gomito a gomito con pellegrini statunitensi, coreani, tedeschi, con fratelli ortodossi di varie appartenenze e protestanti piuttosto compassati. Per chi legge probabilmente è solo un elenco, per noi è una sequenza di forti emozioni: grotta del Getsemani, orto degli ulivi, terrazza del Dominus Flevit. Quando scendiamo alla chiesa dell’Agonia i pellegrini diventano un fiume straripante. Eppure, è possibile avanzare ascoltando la lettura dei fatti evangelici legati ai luoghi: gli auricolari fanno un ottimo servizio! Siamo trasportati dentro a quegli avvenimenti. Nella Messa ci viene ricordato come Gesù, nella Passione, continua a soffrire, a pregare, ad amare. Si imprimono nella memoria le sette parole di Gesù in croce: «ho sete», «tutto è compiuto», «Padre, perdonali», «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», «Donna ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre».
Nel pomeriggio l’attesissima Via Crucis: da vari giorni sono state distribuite le stazioni. A quindici amici viene chiesto di preparare le meditazioni. Non saranno testi convenzionali, ognuno cercherà di condividere un dolore vissuto e scavalcato alla luce della speranza che viene dalla fede. C’è commozione. Qualche lacrima. Molta preghiera. Eppure, la processione si distende (siamo in cinquanta!) tra le stradine della Gerusalemme vecchia, luogo del mercato: mille bancarelle, negozietti uno addossato all’altro, tanta gente che sale e scende, ragazzini che svicolano tra i pellegrini. Nessuno si meraviglia quando cantiamo. Non disturbiamo il brulichio del bazar, ne facciamo parte: il brulichio attorno non disturba la nostra preghiera. Arriviamo al Santo Sepolcro. La scritta è in greco, ma per chi lo sa leggere è chiara: «Non è qui. È risorto dai morti». Sembra ricacciare tutti ad una più vera ricerca di Gesù: «Cercatelo dove è vivo. Cercatelo altrove!». Anche qui una coda interminabile. Ma siamo preparati. I piedi ci dolgono e ogni passo in avanti ci pare una conquista. La grande basilica costantiniana – lo sappiamo bene – è proprietà musulmana, ma lo spazio sacro è rigorosamente spartito, secondo le regole dello “status quo”, da cinque confessioni cristiane. È paradossale quanto siamo vicini e quanto è difficile l’ecumenismo. Finalmente, a gruppi di cinque o sei, entriamo nel Santo Sepolcro. Non è consentito fermarsi; si resta un attimo, si accarezza la pietra su cui il corpo di Gesù ha sostato per un giorno, prima della risurrezione: questa è la testimonianza dei primi discepoli ed il fondamento della fede cristiana. Visitiamo altri angoli ed altre cappelle interne alla basilica. Ci fermiamo a quella che, secondo la tradizione, racchiude la cima del Calvario. Sotto un altare c’è il buco dove fu piantata la croce. Possiamo allungare la mano dentro a quei trenta centimetri di vuoto, ma in realtà sono una voragine di dolore e di amore. «Avendo amato i suoi, li amò sino in fondo»: fino al dono totale di sé, dal primo all’ultimo, fino al fondo del loro mistero, fino alla profondità del suo amore, “buco nero” che annulla tutto il negativo…
La giornata è stata decisamente piena. A casa, come ogni sera, condivisione: perché nulla vada perduto.

Pellegrinaggio in Terra Santa – sesto giorno

29 settembre 2019

La spianata delle moschee, il muro del pianto: due mondi che si intersecano nello stesso spazio. Un tempo qui sorgeva l’area sacra degli ebrei. Ora è rimasto solo il muro occidentale. Agli arabi le moschee, agli ebrei il “muro del pianto”. Avvertiamo la tensione, la si respira nell’aria nel susseguirsi dei check point, nei crocicchi di soldati e soldatesse israeliani e di agenti della sicurezza araba. Quello che potrebbe essere un modello di convivenza, in realtà è un campo di battaglia. Facciamo fatica a capire.
Ammiriamo lo splendore delle grandi moschee (di al-Aqsa e di Omar) e l’ampio spazio un tempo sito di una delle meraviglie del mondo antico: il tempio di Salomone. Chissà come l’Altissimo vede le relazioni tra gli uomini… Non possiamo entrare nelle moschee, siamo europei e cristiani. Riusciamo ad arrivare al muro del pianto. Qualcuno di noi ignora il modo di pregare degli ebrei ortodossi. Fatica a trattenere lo stupore. Ne parliamo. Questo un nostro pensiero: saper accogliere le differenze, impossibile eliminarle. La qualità della nostra vita si gioca tutta sulle relazioni: buone relazioni, vita bella; cattive relazioni, vita triste. Ma possiamo fare un passo: guardare le differenze come un valore da accogliere, che ci educa e ci costringe all’apertura. Il resto di questa lunga mattinata lo trascorriamo al Museo Yad Vashem. Sostiamo orgogliosi davanti alla targa che ricorda un sammarinese che ha meritato di essere onorato come un “giusto”: Ezio Giorgetti. A lui è dedicato un albero nel parco della memoria. Entriamo nel Museo. Nella grande sala centrale, quasi un tempio, un soffitto di pietra sovrasta pesante sui visitatori: una pietra tombale. Una lampada arde tra le scritte sul pavimento di marmo nero che ricordano i campi di concentramento nazisti. Entriamo poi in un tunnel che ci porta in un ampio spazio completamente buio, dove brillano migliaia di stelline. Ognuna rappresenta un bambino vittima nei lager. La voce fuori campo ripete i loro nomi, uno dopo l’altro: un’angosciante litania. Quando torniamo alla luce più di uno si sta asciugando le lacrime. Entriamo nel padiglione che raccoglie la documentazione dell’olocausto. Siamo come ingoiati in un dolore immenso. Al rientro rileggiamo una lettera inviata dal Vescovo agli studenti del nostro Liceo in visita ad Auschwitz, nel 2016. Ecco qualche riga: «Nella sinistra oscurità di Auschwitz verranno a mancarvi perfino le parole, resterà solo uno sbigottito silenzio. In questo atteggiamento di silenzio inginocchiatevi profondamente nel vostro intimo davanti alla schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte. Il vostro è un viaggio della memoria, ma il passato non è mai solo passato: ci riguarda e indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Ascoltate le parole che sgorgano dal cuore e trasformatele, se volete, in un grido interiore verso Dio: “Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?”. È preghiera che io chiamo “preghiera del Perché?”, la stessa che ha fatto vibrare le labbra del Cristo Crocifisso: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. È il grido di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e, non vorrei dirlo, domani – soffrono per amore della verità, della libertà e del bene, e di coloro che soffrono anche senza un motivo se non per l’irrazionalità e la prepotenza di uomini malvagi e di poteri iniqui. In questo viaggio proponetevi: di condurre la ragione a riconoscere il male e a rifiutarlo; di suscitare in voi il coraggio del bene, della resistenza contro il male; di fare vostri quei sentimenti che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: “Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare” (cfr. Sofocle, Antigone, v.497-525)».
Nel pomeriggio visitiamo il Cenacolo. Per noi è un cuore pulsante: qui Gesù lava i piedi agli apostoli, dà il comandamento nuovo, istituisce Eucaristia e sacerdozio, promette lo Spirito e prega per l’unità. Nel Cenacolo accadono le apparizioni del Risorto (quella senza Tommaso e quella con Tommaso) e la Pentecoste, inizio della Chiesa. Qui è necessaria una sosta. Entriamo nel giardino accanto. I francescani ci consentono di riposare. Decidiamo di “staccare la spina”, di riflettere sulle emozioni del mattino e di interiorizzare i palpiti del Cenacolo. C’è la possibilità della Confessione: sono con noi don Alessandro e don Flaviano. Il Cenacolo è di proprietà araba, ma è uno spazio spirituale ed un’atmosfera educativa per tutti.

 

Pellegrinaggio in Terra Santa – quinto giorno

28 settembre 2019

Betlemme. Intoniamo canti natalizi… con 34 gradi e col sole a picco. C’è da fare una lunga coda per scendere alla grotta della Natività: un serpentone multicolore, plurilingue, multireligioso. Nel luogo dell’umiltà incarnata c’è chi fa il furbo: scavalca, urta, sgomita. Nonostante i buoni propositi ci si inquieta. Effettivamente l’arroganza suscita indignazione. Cerchiamo di mantenere la calma. C’è chi sa vedere il positivo: «Guarda quanti sono attirati da Gesù». In verità, tra i pellegrini si sono infiltrati turisti, cristiani per caso e scatenati fotografi. Abbiamo l’auricolare, strumento indispensabile per questi giorni e soprattutto qui per ascoltare le spiegazioni di Alessandra, la nostra guida. Passa più di un’ora quando finalmente si comincia a fare qualche passo. Tentiamo di mantenere il raccoglimento e di fare argine alla superficialità che ci sembra di cogliere attorno. Sussurriamo il Rosario meditando i misteri gaudiosi. Ci riconciliamo con la folla. Ci sembra una metafora della Chiesa di oggi. Ormai siamo a pochi passi dalla grotta. Scendiamo la scaletta. Sotto un altare una grande stella d’argento a quattordici punte incorona il luogo della nascita di Gesù, secondo l’antica tradizione. Stare in fila tanto tempo ci ha aiutato a focalizzare bene quanto ognuno ha da dire e da chiedere al Signore. Il tempo è pochissimo: una genuflessione, un bacio o una carezza sulla stella. Strano: gli uomini della sicurezza ci consentono di fare un altro canto natalizio.
Ripensando al nostro atteggiamento prima e durante la sosta a questo luogo, ci sembra d’aver creato “una bolla di preghiera” contagiosa per chi ci sta attorno. Non usciamo dalla porticina come avevamo fatto all’ingresso. Quella porticina viene chiamata “dell’umiltà”: per oltrepassarla ci si deve piegare e alleggerire dal proprio orgoglio. Solo così si arriva al Signore. Passiamo alla Grotta del Latte, un luogo mariano. A dispetto della confusione di prima, troviamo un’oasi di assoluto silenzio. C’è una comunità di monache che ci offre ospitalità eucaristica: un’ampia cappella con l’Eucaristia esposta per l’adorazione. Molti di noi prolungano il silenzio adorante e su cartoncini scrivono richieste di preghiera da affidare a quelle sante donne. Al campo di pastori, più sotto, si narra un simpatico racconto. I pastori vanno dal Bambino Gesù con i loro doni. Solo uno non ce la fa ad arrivare: è anziano e un po’ sbadato. Giuseppe, avvertito da un angelo, prepara la cavalcatura per la fuga. Maria ha in braccio il bambino. A questo punto – son tutti pronti per partire – il bambino strilla. Che cos’ha? Neppure le carezze della più dolce delle mamme riescono a placarlo. Non si può partire. Il bambino piange. Arriva il ritardatario, l’ultimo dei pastori sotto il carico del suo dono, ma soprattutto dei suoi anni. A quel punto il bambino non piange più. È arrivato l’ultimo. Non c’è più motivo di indugiare.
La giornata si conclude ad Ain Karen, il villaggio dove Maria incontra Elisabetta e dove nascerà Giovanni Battista. Preghiamo il Benedictus e il Magnificat. Il luogo è verdissimo e pieno di fiori. Tutto ci parla di affettuose cronache familiari che assurgono, però, a tappe importanti della storia della salvezza. Si respira la spiritualità degli anawìm, i piccoli che tutto si aspettano, fiduciosi, da Dio. È quell’Israele pronto ormai ad accogliere il Messia: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Giuseppe e Maria di Nazaret.
Fa un certo effetto e rende pensosi la fine tragica del Precursore.
Rientriamo a Betlemme, ancora una volta dobbiamo varcare il grande muro, passare il check point, aspettare in silenzio i controlli dei militari armati di mitra. Preghiamo ancora una volta per la pace.

Pellegrinaggio in Terra Santa – quarto giorno

27 settembre 2019

Camminiamo sui passi di Gesù dalla Galilea alla Giudea. Attraversiamo la Samaria. Facciamo memoria della donna samaritana che al pozzo di Giacobbe ha la fortuna di incontrare Gesù. Fa parte di coloro «che non adorano a Gerusalemme», ma verso i quali Gesù ha una particolare considerazione. Lungo il viaggio – si attraversano luoghi deserti – c’è il tempo per un excursus sulla storia di Israele. La chiamiamo ormai “storia della salvezza”, perché in essa Dio, non solo scrive dritto su righe storte, ma fa convergere tutto al Messia Salvatore. Arriviamo al luogo dove Giovanni battezzava. Sappiamo che tante esperienze religiose vedono nell’acqua un simbolo di vita e di purificazione. Il Battista ne ha fatto il segno della preparazione necessaria alla venuta del Messia, ma ha annunciato un battesimo di fuoco nello Spirito. Sarà il battesimo di Gesù. Ed è quello che vogliamo rinnovare, memori del giorno in cui, ancora bambini, abbiamo goduto di questo dono. Il luogo in cui ci fermiamo è in prossimità di Gerico, località caldissima. Ci sono mosche che, nonostante il vento che soffia rovente, ci girano sulla faccia, si fermano sul naso e… guai ai calvi! Gli uomini, infatti, si son tolti il cappellino-distintivo perché è iniziato il rito. Con solennità rinnoviamo le promesse battesimali. Non ci viene taciuta la «porta stretta» per cui occorre passare per essere discepoli. È giunto il momento tanto atteso. Lasciamo l’ombra sotto il gazebo e ci incamminiamo giù verso la riva del Giordano. Sorpresa: lo spazio è occupato da un gruppo di entusiasti sudafricani. Uno dopo l’altro scendono nell’acqua fangosa del Giordano per immergersi. Qualcuno vi rimane a lungo in preghiera estatica. Noi ci accontentiamo di attingere un catino e, con una conchiglia, ci lasciamo bagnare il capo. Nel rito ci sentiamo rituffati in Dio Padre, Figlio, Spirito Santo. Ricordiamo le parole che – secondo i Vangeli – sono risuonate qui, fra queste dune, su questo corso d’acqua: «Tu sei figlio mio, l’amato, sorgente della mia gioia». Parole dedicate al Figlio Gesù e a ciascuno di noi, figlio nel Figlio.
Ripartiamo. Destinazione Qumran. Chi legge questa cronaca probabilmente ha sentito parlare di questo sito, dove viveva la comunità degli Esseni, personaggi del III secolo a. C. in fervorosa attesa della battaglia finale fra i figli della luce e i figli delle tenebre. Naturalmente pensavano di essere loro i figli della luce. Conducevano una vita austera, casta, ritirata dal mondo verso il quale nutrivano un certo risentimento. Custodivano e trascrivevano i Sacri Testi. Dopo la loro fine se ne perderà la memoria e il deserto farà il resto. Solo nel 1947 la scoperta: le grotte in cui gli Esseni si rifugiavano custodiscono preziosi e antichissimi rotoli del Sacro Libro. Forse è la più importante scoperta dell’archeologia contemporanea. Si tratta di pergamene risalenti al II-III secolo a. C. La Bibbia, come oggi la leggiamo, è identica a quella ritrovata a Qumran! Guardiamo l’imboccatura di quelle grotte come alle porte dei nostri tabernacoli: lì dentro è stata custodita per oltre duemila anni la Parola che si è fatta inchiostro e scrittura, prima di farsi carne. Dio è giunto a noi anche così!
La località di Qumran è ad appena qualche chilometro dal mar Morto. Acque salatissime, ma benefiche. Molti dei nostri pellegrini si sono attrezzati: dallo zaino estraggono costume, ciabatte e asciugamano e si tuffano. Per le caratteristiche dell’acqua, anche Raffaele, che non sa nuotare, può distendersi beato e galleggiare.
Solo un accenno: a Gerico rileggiamo il racconto evangelico di Zaccheo che sale sul sicomoro per vedere Gesù, essendo piccolo di statura. I macianesi pensano immediatamente a don Lazzaro, il loro amato parroco emerito. Ancora a Gerico l’altro racconto: la guarigione del cieco che, gettato il mantello, si mette a seguire Gesù. È l’ultimo episodio prima della Passione. Il cammino si fa più serrato.
Ci prepariamo ad uno dei momenti più emozionanti. L’autista riesce a penetrare nel deserto di Giuda. Non c’è sabbia, ma dune di arido terriccio e sassi. Ad un certo punto si procede a piedi per un sentiero stretto ed esposto che s’arrampica tra le dune. In un piccolo spazio prospiciente una valle profonda celebriamo la Messa. È un momento altissimo. Riascoltiamo le parole del profeta: «Ti condurrò nel deserto, parlerò al tuo cuore… Ti fidanzerò nell’amore e nella fedeltà… ». Le parole invitano Israele a ripensare il tempo della prova e del fiducioso abbandono: spiritualità dell’esodo, paradigma per la nostra vita di fede.
Comprendiamo il contesto e il significato delle tentazioni subite da Gesù (abbiamo non lontano il monte delle tentazioni). Anche a noi, nella traversata del deserto della vita, come ad Israele siamo in balia della fame e della sete, con i nostri sogni di gloria e le nostre disillusioni: «Se non mi arrangio io, chi altri pensa a me?». Gesù ha superato la tentazione: si è fidato del Padre.
Scendiamo al pullman e non possiamo evitare i beduini che ci assalgono con le loro mercanzie. E via verso Bethleem.

Pellegrinaggio in Terra Santa – terzo giorno

26 settembre 2019

Tutta la giornata attorno ad un lago (i Vangeli talvolta lo chiamano mare)… Qui Gesù di Nazaret ha trascorso gran parte della vita pubblica. Lo inseguiamo: dal monte delle Beatitudini a Tabgha, luogo della moltiplicazione dei pani e del primato di Pietro; da Cafarnao, base missionaria di Gesù, a Magdala, la città della discepola, la Maddalena.
Per molti di noi è la prima volta e ci diventa più facile collocare gli episodi evangelici nel tempo e nello spazio; appaiono più comprensibili anche le parabole sullo sfondo della collina, della strada o del campo. Apprezziamo il contributo dell’archeologia che ha portato alla luce case, sinagoghe, macine da mulino, pavimenti: strati di altrettanti vissuti. Desta devozione immaginare dove, “probabilmente”, Gesù ha compiuto quel miracolo, ha pronunciato quel discorso, ha incontrato questo o quel personaggio. Fanno da sfondo alla vicenda di Gesù quell’orizzonte con i contorni delle case, le onde del lago, le colline, le sorgenti che dai tempi di Gesù non smettono di zampillare.
Daniela evoca un tema importante: quello del Gesù storico. Più nessuno, oggi, sostiene posizioni ottocentesche sull’argomento. Sono tante e tali le testimonianze che l’interrogativo sull’esistenza storica di Gesù è decisamente superato. La questione, semmai, è ad altre profondità: comprendere lo spessore dell’incarnazione. Davanti a questo mistero si ammutolisce. C’è chi ha pensato potesse bastare il messaggio di Gesù, l’ideale, e fare a meno della sua persona. Gesù della fede è dentro la storia: per questo oggi ci è venuto da accarezzare una pietra, di bere ad una sorgente, di toglierci le scarpe e bagnare i piedi nel lago… Vorremmo sapere tutto di Gesù; ogni dettaglio è uno squarcio sul mistero della sua persona. È vivo! Ci viene ricordato – è una frase che ci sta diventando cara – «tutto ciò che fu visibile del nostro Redentore è passato nei segni sacramentali» (Leone Magno). È un passaggio non subito compreso, ma si fa strada nella celebrazione eucaristica: oggi nella chiesa moderna, eretta accanto agli scavi dell’antica Magdala. L’altare è a forma di barca. Dietro l’altare un’ampia piscina riproduce il lago e la trasparenza della vetrata permette di vedere le alture del Golan, terra contesa. Una grande scritta campeggia sull’altare: «Duc in altum». Sono le parole di Gesù a Pietro: «Prendi il largo». Poco varrebbe lo scenario, poco varrebbe rileggere quella pagina di Vangelo, se Gesù non venisse, fatto pane, sulla barca della nostra vita. Meno male che c’è l’Eucaristia!

Pellegrinaggio in Terra Santa – secondo giorno

25 settembre 2019

Su Nazaret – araba in gran parte – scende il canto-preghiera dai minareti dialoganti tra loro.  Misterioso e suggestivo. Il sole ci accompagnerà con la sua luce accecante per tutta la giornata. Siamo in Oriente, la terra delle grandi religioni. Per noi tutta la giornata è illuminata da un’altra luce: quella di Dio che, “stanco” dei tanti tentativi dell’uomo di raggiungerlo, scende, si fa vicino, si fa bambino nel grembo di una fanciulla di questa cittadina, allora un villaggio di 150 persone, sì o no. Qui si impara immediatamente che la mistica autentica non è fuga dalla realtà. Ce lo ricordano il gallo dei vicini che ci sveglia alle prime luci del giorno, i ragazzi che affrontano allegramente la scuola, correndo e giocando per le stradine, il mercato pieno di odori, di colori, di sapori e di ceste che tracimano di frutti e verdure. Ma soprattutto ci richiama alla concretezza la memoria della vita che qui Maria, Giuseppe e Gesù (bambino, adolescente, giovane) hanno trascorso giorno dopo giorno, come tutta la gente del villaggio. I trenta anni di vita nazaretana del Messia ci raccomandano la preziosità del quotidiano: relazioni, famiglia, lavoro… Sulla casa di Nazaret non c’è svolazzo di angeli, ci fu appena nell’annunciazione e nei sogni di Giuseppe. La Santa Famiglia ha i piedi ben piantati per terra.
Poco distante da Nazaret sorge il villaggio di Cana. Tutti sanno del miracolo che vi accadde e della gioia degli sposini salvati in extremis dall’intervento di Gesù per intercessione di Maria. Qui i nostri pellegrini rinnovano con evidente commozione le promesse del loro matrimonio: rinnovata presa di coscienza del reciproco appartenersi e della missione coniugale. C’è un dipinto alle pareti della cappella; mette in evidenza le sei giare vuote. Sì, perché l’amore è a rischio, ma la Madonna, che vede la situazione, non ci sta che dal “più” si scenda al “meno”: calo di interesse, stanchezze, delusioni, ecc.
Si torna da Cana certi che le giare sono di nuovo strapiene e… di buon vino!
Si sale al Tabor, la montagna identificata come il luogo della trasfigurazione. Dopo la visita e le spiegazioni c’è il tempo per piantare le “tre tende”. Effettivamente, come Pietro, anche noi non riusciamo a trattenere la meraviglia: «E’ bello per noi stare qui», ma la voce perentoriamente invita a scendere a valle, nella concretezza, dove la vita ci dà appuntamento. Torniamo a Nazaret, alla casa della Vergine e alla casa di Giuseppe: rinnoviamo il nostro “sì”.

Pellegrinaggio in Terra Santa – primo giorno

24 settembre 2019

Sono le due di martedì 24 settembre. Uno spicchio di luna fa capolino tra le nubi. Un torpedone nella notte attraversa borghi addormentati; poi l’autostrada verso Milano, destinazione Malpensa. Ci vogliono più ore a raggiungere la capitale della moda che la Terra Santa…
La meta è tanto attesa e desiderata dai cinquanta pellegrini sammarinesi e feretrani che non badano ai disagi di un viaggio estenuante. Del resto, la storia non ci racconta di ben altre avventure affrontate per raggiungere la terra di Gesù? Memorie di antichi pellegrini, di cristiani penitenti, di cavalieri in cerca di avventure, di asceti fervorosi e di crociati alla conquista del Santo Sepolcro… Tra questi pellegrini dovremo familiarizzare con la nobile Egeria (IV secolo), che ha raggiunto la Palestina partendo dalla Galizia (Spagna). Egeria ci ha lasciato il suo diario, importante per la storia, prezioso per le testimonianze e per le informazioni sugli usi e le liturgie di quell’epoca. Ma il pensiero dei “nostri” è decisamente di incamminarsi sui passi di Gesù. Nonostante qualche incontro preparatorio, il gruppo non è ancora “fatto”, ma c’è la volontà di far presto a creare legami. C’è chi offre un dolcetto, c’è chi racconta l’emozione del suo primo volo in aereo e c’è un gruppetto di amici che propone una gara: chi riesce a ricordare i nomi di tutti i partecipanti.
Si sussurra di andare a camminare sui passi di Gesù, ma si intuisce che non si tratta di calcare le sue orme su una terra, per quanto santa, ma di riscoprirlo e di ridiventare discepoli. I passi da fare sono quelli del cuore.
Affrontiamo i controlli con allegria, altrettanto le domande degli agenti della sicurezza e il labirinto che ci porta all’imbarco. Mentre il Segretario agli Esteri sammarinese è all’ONU a sorbirsi le rampogne della piccola Greta Thumberg, il carrello dell’aereo che ci porta in Israele rulla sulla pista di Tel Aviv. Applausi.
Dall’albergo di Nazaret mandiamo agli amici questo messaggio:
«Cinquanta pellegrini di San Marino e del Montefeltro sono arrivati a Nazaret, oggi 24 settembre, dopo un viaggio impegnativo. Forte l’emozione di essere nella terra di Gesù. Accanto a questa emozione spirituale i segni evidenti di una sofferenza che lacera queste terre: i lunghi e meticolosi controlli ai check in, i chilometri di muraglia che separano i territori palestinesi da quelli israeliani come lama che squarcia… Ma anche segni di speranza. Uno per tutti: le tre lingue che coesistono in un unico cartello stradale. Culture e alfabeti diversi alla ricerca di unità: arabo, israeliano, latino. Intanto si pensa e si prega per tutti quelli di casa».

Messaggio del Vescovo al Gala di inaugurazione degli Europei di Calcio Under 21

San Marino (Teatro Titano), 20 giugno 2019

Grazie per l’invito a questo Gala per gli Europei di Calcio Under 21. Mi sento tra amici anzitutto per la mia antica passione per il calcio (mediocre difensore, ahimè!); poi per i valori dello sport ai quali tutti teniamo, valori che mi piace chiamare con il loro nome: lealtà, coraggio, sacrificio, accoglienza dell’altro come concorrente e mai come nemico…
Come uomo di Chiesa – sono vescovo in questa Repubblica di San Marino – mi rivolgo a tutti; mi metto a disposizione per collaborare in campo educativo perché questo da sempre è uno dei contenuti della pratica sportiva. Il mio incoraggiamento va soprattutto verso coloro che fanno lo sport per lo sport (salute, agonismo, amicizia) fuori sia da improbabili sogni di gloria, sia da vantaggi economici.
Penso a chi lo sport – il calcio – lo guarda soltanto… peccato! Ma anche questo può essere cosa buona se diverte, rasserena e soprattutto avvicina nazioni e continenti nel segno della pace. Sport e pace sono un binomio fecondo.
Che dire poi di chi prepara, accompagna ed è a disposizione di chi fa sport? A volte umilissime prestazioni, ma ugualmente importanti.
Sfoglio il Vangelo di Gesù; ci dà una lezione: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda». Vinca il migliore!

+ Andrea Turazzi