Omelia nella solenne eucaristia di inizio del mio ministero episcopale

“Cor ad cor loquitur”: ecco come sento e vivo il mio venire tra voi. Lo dico con le parole di Paolo appena proclamate: “Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1Cor 4,1). Sono partito, sono arrivato, mi metto prontamente in cammino con voi, dentro la vostra – nostra – storia recente e antica.
Penso al camminare di Gesù: salite, accostamenti, discese, spostamenti e soste per un nuovo cammino; un cammino così premuroso, incalzante e rapido da essere quasi inafferrabile. C’è chi ha studiato, con la perizia dell’esegeta, i passi di Gesù nel Vangelo (particolarmente di Marco): fa impressione il peso teologico che hanno i verbi di moto. Alla fine della ricerca si può affermare che il camminare di Gesù non è altro che il rendersi visibile e il concretizzarsi, nel tempo e nello spazio, del “venire” di Dio accanto a noi. Dio visita il suo popolo, non se ne è dimenticato. “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, – ci ricordava Isaia – io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49, 14). “La via di Dio” – anche se in taluni testi indica il tracciato che il credente è chiamato a percorrere, lo statuto etico – è l’annuncio della condiscendenza di Dio, il suo esodo per farci tornare a Lui. Gesù dirà di sé: “Io sono la via” (Gv 14,6).

Dove va Gesù? Dove i suoi passi si fanno sentiero battuto? Dove va Gesù missionario, divino modello per noi. Sono tre le direzioni preferite da Gesù. Certo, ve ne sono altre importanti e suggestive: Gesù, ad esempio, va a Cana per una festa di nozze; sale sui monti per insegnare e pregare; scende sulle rive del lago per chiamare apostoli; va al tempio come ogni pio israelita, cammina sulla sabbia del deserto per il combattimento.
Ma anzitutto Gesù va verso chi è fragile, malato o tormentato dal demonio. Quante guarigioni narrate nei Vangeli, ma soprattutto quanta prossimità e partecipazione da parte sua. Quanta tenerezza: prende per mano, solleva, improvvisa un farmaco con la saliva, stende la sua ombra, avvicina, non teme il contagio, perfino il suo mantello diviene opportunità di contatto. Guarisce di persona, ma anche a distanza, in incontri che accadono per la via, nella casa, in sinagoga, al bordo della piscina, perfino nel Getzemani, ecc.

Gesù cammina verso i poveri e i piccoli. Li sceglie con preferenza come destinatari della lieta notizia. Nell’infanzia è stato adagiato sulle loro braccia (Simeone, Anna, i pastori: tutti anawim, o poveri di Jahvé). Sul monte delle Beatitudini li dichiara “beati”. Ne ha compassione, li soccorre. Moltiplica per loro pani e pesci. Prende come esempio una vedova povera per dare una lezione di stile. Chiede a chi non è povero un radicale distacco fino alla disponibilità a farsi bambino. Un giorno Simon Pietro potrà dire: “Non ho né oro né argento” (At 3,6).

Gesù va incontro ai peccatori. Li raggiunge e li guarda negli occhi, legge nel cuore: il suo sguardo inquieta, turba, seduce, converte, perdona. Stanco per il cammino fa sosta al pozzo e dialoga con la samaritana. Invita il peccatore risanato a stare con lui e a seguirlo, non ne ha orrore. Per questo riceve critiche: “Mangia e beve coi peccatori” (cfr Mt 9,11). Non lo fermano le mormorazioni: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca” (Lc 7,39). Quando perdona rasenta la bestemmia secondo i suoi detrattori (Mt 9,3). Noi peccatori siamo ovunque e per liberarci tutti dal peccato scala l’erta del Calvario.

Cari amici, l’apostolo di Gesù e ogni suo discepolo mette con fiducia i suoi piedi sulle impronte del Maestro. Il camminare del discepolo sarà allora una continuazione del cammino di Gesù. Vale per il Vescovo. Vale per ognuno. A partire da subito prendiamo coscienza che i passi che facciamo sono “il cammino di Gesù”, i passi di ogni giorno: quelli che ci riportano a casa questa sera o al lavoro o alla scuola domattina, ricordando che siamo suo Corpo, sua presenza: “Con te, per te, Signore, il mio cammino; nel mio andare il tuo andare”. Così per ogni giorno che inizia…

Questi i miei primi pensieri.
Ma dovremo insieme laici e consacrati, giovani e adulti, domandarci dove ci vuole condurre il Signore, che cosa si aspetta da noi e come possiamo rispondere alle sue attese. Lo faremo mettendoci in ascolto della Parola di Dio, parlandone insieme, specialmente attraverso gli organismi di partecipazione e corresponsabilità ecclesiale e soprattutto pregando. Dopo il risveglio di vitalità che ha vissuto la diocesi “una e indivisa” e la forte presa di coscienza di come i cattolici siano chiamati ad essere significativi là dove si fa pensiero e si progetta, prendiamo sempre più famigliarità col Vangelo.

Il Vangelo è un dono, parola che viene da oltre, dal Padre “che veste l’erba del campo e sa di che cosa abbiamo bisogno”; dono nelle nostre mani e sulle nostre labbra perché assimilato, sia comunicato come atto di amicizia verso ogni sorella e ogni fratello. Non proselitismo o indottrinamento, ma comunicazione di una gioia a cui tutti sono candidati. Abbiamo sperimentato quello che scrive papa Francesco: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Gesù” (EG 1).

Il Vangelo umanizza: è parola di vita. Svela all’uomo la sua più profonda identità, la sua verità. Il Vangelo è il programma, o la forma secondo la quale siamo stati creati. Ci ha reso audaci, ha convertito le nostre meschinità, ha tirato fuori il meglio, indicandoci mete e progetti coraggiosi. Risponde alla domanda che caratterizza quella “sana e positiva inquietudine sul senso e sul valore della vita”. “L’uomo – ricordava Benedetto XVI ai nostri giovani – non può vivere senza questa ricerca della verità su se stesso – che cosa sono io, per che cosa devo vivere – verità che spinga ad aprire l’orizzonte e ad andare al di là di ciò che è materiale, non per fuggire dalla realtà, ma per viverla in modo ancora più vero, più ricco di senso e di speranza. (…) Il vostro cuore è una finestra aperta sull’infinito” (Discorso ai giovani, 19.6.2011).

Il Vangelo vissuto insieme genera una nuova socialità, nuove relazioni. Ci è capitato talvolta di sentire con stupore il racconto di ciò che il Vangelo ha fatto sbocciare quando lo si è accolto. Il Vangelo chiama a custodire e a fare più bella la “casa” dell’uomo, questo angolo di terra, questa natura bella e forte, aperta al cielo e al mare. Insieme ci sentiamo chiamati a sostenere relazioni che aiutino il pieno sviluppo delle persone, riconoscendo la comune appartenenza alla famiglia umana. Viviamo con gioia il dono del nostro tempo: l’umanità per la prima volta dopo gli sviluppi inauditi della comunicazione è nella condizione di vivere e costruire una storia comune. L’amore che il Vangelo propone apre non solo alla libertà e all’uguaglianza, ma soprattutto alla fraternità. Un anelito e un percorso comune a tutti noi, vera categoria politica che può rispondere ai bisogni di oggi, fondamento di una società per l’uomo a cui tutti aspiriamo. “Sentiamo la sfida- scrive ancora papa Francesco – di vivere insieme, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio” (EG 87).
Il Vangelo è una persona viva: Gesù.

Oggi, Gesù ci ripete: “Non preoccupatevi di quello che mangerete o berrete… di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno”: che la bellezza vera, quella del dono di sé, sia il criterio di scelte di vita e di società.
“Non preoccupatevi”: un invito da estendersi a tutto l’arco dei nostri desideri o delle nostre ambizioni. Da estendersi anche al nostro slancio missionario; perché non meritiamo il dolce rimprovero di Gesù all’attivismo di Marta: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno” (Lc 10,41-42)”. Non è un segno ed un dono incalcolabile per la nostra Chiesa la presenza di varie comunità di contemplative? “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta”(Lc 10,42).
Ma l’invito di Gesù è a stare in guardia dalla schiavitù della ricchezza. Cristo non l’ha mai demonizzata: il danaro serve per vivere, per aiutare gli altri e per sviluppare talenti. Nella nostra società regna sempre più la prepotenza delle multinazionali, al punto che si sostituiscono ai politici nella gestione della cosa pubblica. Invece – come ci ricordava papa Benedetto nella Caritas in Veritate – sarebbe auspicabile introdurre nell’economia l’etica della comunione.

“Guardate i gigli del campo… Guardate gli uccelli del cielo…”: Gesù non invita alla delega e tanto meno al parassitismo; non esige eroismi irraggiungibili. Indica la vera ricchezza che consiste nella libertà di essere se stessi, ossia figli del Padre che vuole attraverso ciascuno, diffondere il bene. Dio ha bisogno di ciascuno per raggiungere l’altro. Non moltiplica il pane ma fa sì che qualcuno pensi a condividere con chi ha fame. “Domandiamoci: di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare altri che sono nel bisogno con la nostra povertà”, così papa Francesco nel suo messaggio per la Quaresima.

Conosciamo la risposta che Gesù ha dato al giovane ricco. Chissà a quanti giovani Gesù, anche ora, propone di seguirlo, di mettergli a disposizione piedi, mani e cuore per essere una sua presenza. Cari ragazzi, ditegli il vostro “sì”. Gesù farà di voi messaggeri del Vangelo e servitori della gioia di tutti.
Il vostro e il nostro “sì” mettiamo in quello di Maria a cui affidiamo il nostro cammino.
Grazie!