Eredi e innovatori. I giovani protagonisti della storia

Domenica 15 aprile si celebra la 94ª “Giornata per l’Università Cattolica”, che da quasi un secolo è uno tra i più significativi appuntamenti del calendario dei cattolici italiani. Una celebrazione che è sguardo di attenzione, stima profonda, sostegno reale. La Giornata Universitaria, promossa dall’Istituto Toniolo, è una occasione di approfondimento circa la natura e lo scopo dell’Università, i valori originali che guidano le scelte di ogni giorno.
La Giornata è un atto di fiducia nei giovani: da tempo il Toniolo e la Cattolica sostengono con numerose e articolate iniziative la formazione, il diritto allo studio, i percorsi di eccellenza, le esperienze internazionali di migliaia di studenti. Al centro vi è quindi il desiderio positivo dei giovani a diventare protagonisti della vita pubblica, a farsi carico del proprio futuro e con esso del futuro del Paese, a vivere la formazione lo studio come l’inizio di una responsabilità da esercitare per il bene comune. Riconoscendo e incoraggiando la spinta ideale delle nuove generazioni, troppo spesso infondatamente dipinte come rassegnate e pigre, l’Università rinnova l’impegno che è alla base della sua stessa ragione d’essere.
Il tema della giornata “Eredi e innovatori. I giovani protagonisti della storia” può essere esplicato con un verso di Goethe, nel quale è concentrata tutta l’appassionante tensione dell’esistenza umana: “Quello che hai ereditato dai tuoi padri riguadagnalo per possederlo”. Infatti nel momento stesso in cui veniamo al mondo ciascuno di noi già si trova uno zaino sulle spalle: lingua, patria, cultura e tutto ciò che viene dalle radici da cui siamo spuntati. A un certo punto della vita lo zaino va aperto ed esplorato. Cosa vale la pena conservare? Cosa scartare? Cosa aggiungere? Ogni persona è chiamata a questo compito nel corso dei cruciali anni della giovinezza. Non basta ricevere, ma occorre buttarsi nella mischia e verificare e aggiungere le proprie scoperte, contaminare con le proprie domande, trovare le proprie risposte.
Quale grandioso orizzonte per una università: accompagnare i giovani – senza sostituirsi ad essi! – nella mobilitazione di tutte le energie per azionare “il software che aiuta a discernere il programma divino e a rispondere nella libertà” (Papa Francesco). Così il tema scelto per la Giornata Universitaria numero 94 costituisce una tappa essenziale del cammino della nostra comunità diocesana e per l’Ateneo verso il prossimo Sinodo dedicato ai giovani. “Protagonisti della storia”, come li vuole Papa Francesco.
La Delegazione Diocesana dell’Associazione Amici dell’Università Cattolica al fine di favorire la piena condivisione dello spirito della 94ª Giornata propone i seguenti appuntamenti:

Sabato 14 aprile alle ore 18,00 a Novafeltria
nella chiesa parrocchiale
Celebrazione S. Messa con gli studenti e laureati dell’Un. Cattolica della Diocesi

Domenica 15 aprile
in tutte le S. Messe parrocchiali della Diocesi
Celebrazione della 94ª Giornata dell’Un. Cattolica

Sabato 21 aprile alle ore 9.15 a Pennabilli
incontro con la D.ssa Paola Bignardi presso il Monastero delle Agostiniane
I giovani: una “generazione di mezzo” da comprendere ed accompagnare

Sabato 28 aprile ore 16,30 a San Marino
Michele Stacchini, studente ad un Master presso l’Un. Cattolica, presenta il project work:
“Gli scarti faranno rinascere il Titano”

Istanza d’Arengo per vietare la pratica dell’utero in affitto e della maternità surrogata

Con riferimento al progetto di iniziativa popolare sulle Unioni Civili depositato lo scorso 19 dicembre 2017 e portato in prima lettura nella seduta del 7 marzo 2018 dell’On.le Consiglio Grande e Generale e a seguito di un esame approfondito del progetto di legge si è ritenuto necessario presentare agli Ecc.mi Capitani Reggenti una Istanza d’Arengo per chiedere di sancire il divieto per due pratiche mediche cosiddette “dell’utero in affitto” e “della fecondazione eterologa”, inserendo nell’ordinamento sammarinese un provvedimento di legge che lo disponga.
Questa istanza è dovuta anzitutto al fatto che è assente una norma di legge che regoli tale materia e altresì ad aver constatato che la legge di iniziativa popolare presentata apre a questa possibilità.
Purtroppo il recente progresso scientifico, medico e tecnologico permette interventi e manipolazioni che, a nostro avviso, sono e devono restare inaccettabili in quanto offensive per la dignità della persona umana. Si sottolinea che la Comunità internazionale ha da tempo provveduto a limitare tali interventi e nell’istanza d’Arengo sono stati citati alcuni dei pronunciamenti e delle sentenze che trattano di questo delicato ambito. Pur tuttavia si considera che l’uso dell’utero di una donna terza o di gameti, ovuli, spermatozoi estranei ai genitori naturali sia di immediata comprensione che comporti la mercificazione del corpo umano per fini procreativi e tutte le conseguenze che questo può comportare. Infatti non sono da trascurare varie problematiche che interessano in seguito i soggetti coinvolti in tali pratiche, che non sono più teoriche ma oggetto di varie sentenze civili e penali.
In linea di principio si ritiene che non ci possa essere giustificazione alcuna per svilire la dignità della persona umana a merce, neppure il desiderio di un figlio che non può essere considerato un diritto da ottenere a qualunque costo. La genitorialità è un atto responsabile che può essere supportato dall’assistenza medica avvocata da sempre a difendere la vita e non a realizzare o praticare scorciatoie per fornire risposte innaturali e immorali. Quando per soddisfare un desiderio o una ideologia non viene nemmeno considerata la responsabilità di verificare ciò che è bene e ciò che è male, perché tutto quanto è considerato possibile, significa che si è già intrapresa una china pericolosa per la dignità e per la libertà delle persone. L’assurdità in tutto questo sta nel constatare che sono strade già percorse nella storia recente dell’umanità purtroppo con esiti tragici.

Si rende doverosa una ultima e importante considerazione in merito ai neonati nati grazie a queste pratiche. Le Associazioni firmatarie dell’istanza d’Arengo non hanno alcun intento discriminatorio nei loro confronti, anzi si ritiene che se dovesse presentarsi un caso simile nel territorio sammarinese, il neonato/a debba essere tutelato/a con tutte le risorse disponibili della comunità civile e affidato alle cure di una famiglia che lo/a accolga, tutelando il futuro dello stesso/a nel modo migliore possibile. L’obiettivo dell’istanza consta nel chiarire che chi si avvale di tali pratiche, in territorio sammarinese o all’estero, non possa trovare alcuna “sponda” all’interno del nostro territorio, in quanto il loro desiderio di ottenere un figlio a qualunque costo non è e non sarà mai riconosciuto come un diritto, perché il diritto sammarinese riconosce queste come procedure incivili e illegali.

Infine ci si augura che le forze di maggioranza e di opposizione che dovranno esaminare nei prossimi mesi il progetto di iniziativa popolare sulle Unioni Civili, come auspicato nell’ordine del giorno approvato in Consiglio Grande e Generale aprano un confronto con tutte le realtà sammarinesi interessate a queste tematiche, prima di esaminare il progetto di legge in seconda lettura, in quanto il tema non pare essere stato oggetto di confronto. Noi siamo disponibili a confrontarci con chiunque.

San Marino, 10 aprile 2018

Il coordinamento delle Associazioni ecclesiali

Omelia nella Celebrazione eucaristica in occasione dell’insediamento dei Capitani Reggenti

Basilica di San Marino, 1 aprile 2018

Signori Capitani Reggenti,
Signori Segretari di Stato,
Eccellenza carissima,
Eccellenze tutte,
Cari fratelli e sorelle,
Buona Pasqua!

1. La prima volta che andai a Gerusalemme insieme ad un gruppo salii, di buon mattino, verso il Santo Sepolcro. Era ancora buio. Con tanti pellegrini si pregava, con tanta emozione. Poi gli occhi mi caddero su una iscrizione che mi sembrò ricacciare tutti noi indietro, lontano. Era una frase che ricacciava indietro non solo noi, ma i milioni di pellegrini, gli antichi crociati, i tantissimi visitatori. Eccola: «Non est hic»! Parole dell’Angelo di Pasqua, parole che proseguono così: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5). Gesù è vivo! Questa è la testimonianza dei cristiani, della Chiesa.

2. La Pasqua celebra la contemporaneità dell’evento della risurrezione di Gesù dai morti. È la sua entrata nella vita, una vita ormai non circoscritta né dal tempo né dallo spazio. Stupore di una vita immortale, meraviglia di una presenza, anzi di una onnipresenza tra gli uomini! Questo è il centro essenziale della fede cristiana.
Della risurrezione fanno fede i primi testimoni che hanno visto, toccato, incontrato Gesù Risorto. Con la forza del suo invio, hanno intrapreso un cammino incredibile fino agli estremi confini della terra, un cammino giunto fino a noi attraverso la Chiesa. A cosa varrebbe tanta fatica, tanto amore, tanta lotta? A cosa varrebbero il martirio, la missione di tanti cristiani, se Cristo fosse cercato tra i morti e illusoriamente creduto vivo?
Ma Cristo è risorto. È veramente risorto. Cristo è vivo, veramente vivo!

3. Cristo non va cercato tra i simboli di una esistenza migliore, cui guardare con desiderio, cui generosamente ispirarsi. Vago presentimento. Cristo non va cercato tra i grandi personaggi benefattori, filosofi, taumaturghi, viventi nel ricordo dei loro pensieri, delle loro imprese, dei loro meriti. Cristo non va cercato – perdonate l’insistenza – e confuso con simboli e miti, buoni ed in sé esemplari, ma astratti, lontani, viventi al pari di un’idea. Semmai va cercato nei luoghi degli affetti che generano vita, la vita della comunità, prossimità fra gli uomini.

4. La liturgia e i santi Padri vedono e cantano la risurrezione di Cristo come una seconda nascita.
Tant’è vero che nella liturgia pasquale, come in quella del Natale, si canta il Salmo 2: «Io l’ho costituito mio Signore sul Sion, mio santo monte… Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini del mondo» (Sal 2,6-8). Come uscì dal grembo di Maria senza violare i segni verginali, così Cristo uscì dalla tomba di Gerusalemme senza toccare i sigilli posti dai soldati. Ma là, nella nascita di Betlemme, il Verbo fatto carne nacque alla vita mortale; qui, nella risurrezione, l’uomo Gesù nasce alla vita che non finisce. La novità è che la risurrezione è entrata nel mondo. Dio ha fatto irruzione nella nostra storia.

5. Qual è la prima parola pronunciata dal Risorto? Quella che gli sta più a cuore? Quella più urgente, necessaria, utile e bella? Eccola: «Pace a voi!» (Gv 20,19). Nella liturgia questa parola ritorna almeno una quindicina di volte. Ad un certo punto è previsto che chi è presente alla celebrazione scambi un segno di pace. Il Risorto ci offre la sua pace perché ne diventiamo costruttori. La pace è la somma di tutti i beni possibili, interiori ed esteriori, spirituali e materiali, presenti e futuri. La pace è desiderata, invocata – ahimè – negata a tante genti, ancora oggi in frantumi in tanti posti del mondo. La Repubblica di San Marino, piccola e nobile fra le nazioni, sente come propria questa missione. Nella sua storia quasi bimillenaria ha vissuto nella pace, anche in momenti in cui altre piccole entità politiche andavano alla conquista, cercavano espansioni, pretendevano tributi, esigevano trionfi.
La pace è la sua missione anche oggi. Anzi, vorrebbe considerarsi come artigiana di pace, offrendo spazi di libertà per l’incontro, il dialogo, la mediazione. Non ha ambizioni, né mire, né rivendicazioni, se non quella di fare la pace, fare pace, essere pace. Propositi di una Repubblica consapevole del suo destino. Missione di tanti sammarinesi che professano la fede in Gesù Cristo Risorto. E tutti nel solco tracciato dal fondatore, San Marino. Auguri!

Omelia nella Veglia pasquale

Cattedrale di Pennabilli, 31 marzo 2018

Mc 16,1-7

Carissimi,
buona e santa Pasqua!
Questa notte è la madre di tutte le notti. È da questa notte che si irradia per tutto l’anno liturgico lo splendore della certezza che Gesù è risorto, è vivo. In tutte le chiese della nostra Diocesi si celebra la Veglia pasquale, ma la cattedrale – al di là dello splendore di come tutto viene organizzato, di come tutto viene preparato nei canti e nei fiori – è il luogo dove l’apostolo ci fa certi della risurrezione di Gesù.
Qual è il compito del Vescovo? È annunciare la risurrezione di Gesù. Egli è un successore degli apostoli e, attraverso le sue labbra e il suo cuore, aggiunge a tutti i cristiani la certezza, necessaria perché la risurrezione è il fondamento della nostra fede. È stato bello che in cattedrale, da domenica fino a questa notte (e domani), si sono susseguite proposte di meditazione, temi, appuntamenti: la Domenica delle Palme, le Quarant’ore, il Giovedì santo, il Venerdì santo e questa notte. Parole che sono anche ritornate: accogliere, amare, seguire. I tre verbi ci hanno condotti in questi giorni santi; verbi programmatici per la vita cristiana, per tutti i cristiani. Possiamo veramente dirci cristiani se non accogliamo il Signore nella sua risurrezione? Possiamo dirci cristiani se non gli apriamo il cuore, se non corrispondiamo concretamente al suo amore? Ci invita alla cena, si fa nostro servo, ci lava i piedi. Possiamo dirci cristiani se poi non ci mettiamo a seguirlo? A volte si dice: «Sono credente ma non sono praticante». Vi pare sia un’affermazione plausibile? Il cristiano accoglie, ama, segue Gesù! E Gesù è risorto. Se non fosse così, il nostro riunirci questa notte avrebbe del patetico.
Dove trovare Gesù Risorto? Gesù è vivo nella Chiesa. È la Chiesa che ne conserva la memoria, le parole, i sacramenti, che raccoglie e custodisce i frutti della sua presenza, i segni della sua prova. Cerchiamolo nella Chiesa. Vorrei prevenire, attutire la contestazione che può salire dentro di voi: «Ma la Chiesa, i preti, i cristiani hanno fragilità, incongruenze, limiti umani… si ricordano bene gli errori della storia». Ecco il grande miracolo: la Chiesa, nonostante le sue fragilità dovute agli uomini, è stata fedele al messaggio di Gesù. Allora, accogliamo Gesù, amiamolo, seguiamolo.
Incontriamo Gesù vivo anche quando ci facciamo prossimi a chi è povero, malato, solo, in difficoltà, a chi resta indietro. L’ha detto lui: «Avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero forestiero e mi hai ospitato… Quando mai, Signore? […] Ogni volta che hai fatto questo ad uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’hai fatto a me…» (Mt 25,40).
Incontriamo Gesù vivo nella preghiera che è rapporto con lui (altra cosa il recitar preghiere), da cuore a cuore. La preghiera così intesa «non consiste nel molto pensare o nell’elaborare altissimi concetti, ma nel molto amare» (Santa Teresa d’Avila, Fondazioni, 5.2). «La preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il Cielo, un grido di gratitudine e di amore, nella prova come nella gioia» (Santa Teresa di Lisieux, Manoscritti autobiografici C, 25 R). Il cristiano prega e va alla preghiera comune.
Accogliere, amare, seguire il Signore. Ma c’è un altro verbo che completa l’itinerario. È il verbo vivere ed è il mistero che stiamo celebrando in questa notte: Gesù è risorto e vivo, ha fatto scaturire la luce, ha fatto scaturire l’acqua, ci fa vivere di lui. Noi siamo fatti per la vita, per una vita piena, per sempre. Se la morte ci fa paura (è normale, l’ha temuta anche Gesù), la superiamo con la certezza della risurrezione. Questa vita che viviamo quaggiù prende gusto e sapore, speranza e audacia dalle parole del Risorto e dal Pane spezzato trae alimento per il cammino. Vivere. Nella risurrezione di Gesù tutto in noi riprende vita: corpo e anima, razionalità e sentimento, fragilità e talenti. Il cristiano vive con pienezza, con gioia la sua vita. Non è vero che la religione incupisce, tarpa le ali, inibisce. Anzi, il cristiano impara dalla risurrezione che ne vale sempre la pena, anche quando sperimenta fallimenti e cadute. Ricomincia. Riapre il discorso. Riparte. La risurrezione è il suo stile. L’Alleluia è la sua parola d’ordine. Buona Pasqua!

Omelia nella Liturgia della Passione del Signore

Cattedrale di Pennabilli, 30 marzo 2018

Is 52,13- 53,12
Sal 30
Eb 4,14-16; 5,7-9
Gv 18,1- 19,42

Domenica mattina a Pennabilli si sono sentite delle grida: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore»! (Mc 11,9). E tanti pennesi e tanti ospiti che erano qui hanno vissuto la prima tappa della vita spirituale, l’accoglienza: accogliere il Signore.
Ieri sera, memori di quanto sta scritto: «Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20), siamo stati a cena con Gesù. E abbiamo fatto un altro “scatto” nella vita cristiana. Se il primo era accogliere, ieri sera era amare. Ci siamo trovati seduti a tavola, in alto, e Gesù in ginocchio, in basso, a lavarci i piedi. È ancora davanti agli occhi quel fotogramma: lo sguardo di Gesù verso di noi dal basso verso l’alto, e il nostro sguardo dall’alto verso il basso, dov’era lui che si è fatto servo. Comprendiamo che la tappa successiva della vita cristiana è amare. A tanto amore, il nostro amore. A tanto dono, il nostro dono. A tanta offerta, la nostra offerta. E questa sera che cosa stiamo vivendo? Questa sera viviamo una terza tappa della vita cristiana: seguire Gesù. Seguirlo fino in fondo. Non alludo soltanto alla parola: «Venite dietro a me, prendete la vostra croce, camminate sulle mie orme». Seguire Gesù perché? Seguire Gesù dove? Sappiamo la nostra condizione umana com’è… L’eredità del peccato è il male che è entrato nel mondo. Che cosa fa Dio? Manda il suo Verbo. Dio poteva salvare l’umanità in tanti modi diversi: la fantasia di Dio è infinita. Ha scelto la strada di valorizzare l’uomo. Ha fatto diventare uomo il suo Figlio, perché fosse l’uomo a salvare l’uomo. Gesù-uomo è morto per noi. Quel “per noi” ha tanti significati. La morte di Gesù è una possibilità per la nostra morte, per trovare un senso. Quale possibilità? Possibilità di salvezza, di salvare noi e gli altri. Ha un significato di redenzione. Pensiamo alle tante esperienze di morte. Si muore a noi stessi resistendo al peccato, accettando di stare da parte, perdonando, amando (quando si ama si fa spazio all’altro). Tutti questi “morire”, uno dopo l’altro, non sono altro che una possibilità che ci viene offerta di dare un senso alla croce con l’amore. Accogliamo Gesù. Amiamo Gesù. Seguiamo Gesù.

Omelia nella S.Messa in Coena Domini

Cattedrale di Pennabilli, 29 marzo 2018

Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

1. Dopo tanto desiderio, dopo tanta preghiera, domenica scorsa – domenica delle Palme – sono risuonate le grida: «Ecco il re d’Israele: andategli incontro». E noi siamo usciti per andare incontro al Signore, abbiamo udito il lieto annuncio: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Mc 11,10). Abbiamo accolto anche noi, tutti insieme, nel cuore, il nostro Dio.

2. Ma l’accoglienza non è che uno dei movimenti del nostro spirito. Quali altri movimenti ci vengono proposti in questa settimana santa, in particolare in questa sera di ineffabile intimità? Non c’è che una risposta, a mio avviso. Per un Dio che si è fatto uomo, che ha dato tutto, lasciandoci se stesso, la risposta si concretizza nel contraccambiare il dono. E se il dono è amore, la risposta è amore. Egli non fece altro che amare.

3. «Dopo aver amato i suoi, li amò sino alla fine» (Gv 13,1): espressione che indica la natura dell’amore, amore che ama in continuazione («dopo aver amato i suoi»), in forme sempre nuove, inedite, sorprendenti, per concludersi («li amò») con un atto di amore riassuntivo, inaudito, che rinnova e porta all’estrema conseguenza il precedente.
Egli non fece altro che amare. E noi, altro non dobbiamo fare che amare. All’amore, l’amore. Al dono, il dono.

4. Anche il nostro amore dev’essere «sino alla fine». È la prima delle note caratteristiche dell’amore di Gesù. Un amore sempre in sviluppo, dinamico e, quando occorre, anche esternamente travolgente. Un amore che non ha bisogno di parole; si manifesta anche nel silenzio.

5. Un’altra nota circa questo amore: è un amore che non dice mai basta. Un amore – a volte non pare – vittorioso, sempre vincitore, sempre stravincente (cfr. Rom 8,37). Un amore fedele; ma, nella sua fedeltà, non monotono, mai arrivato, perché sempre nuovo, sempre bello, sempre più bello. Un amore la cui misura – così dicono gli esperti dell’amore divino (cfr. Gv 3,14) – è quella di essere senza misura. Un amore che ha come meta il più, il meglio, il sempre, il tutto, la libertà. Potessimo davvero amare così! Amare sino alla fine.

6. Ma anche il cammino dell’amore incontra le sue difficoltà. Il Vangelo, ad esempio, ci attesta la ritrosia di Pietro. L’amore è esigente, categorico, definitivo: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8). Un amore che vuole tutto, che vuole subito. Un amore che non vuole incontrare ostacoli, impedimenti, diaframmi. Un amore che domanda di arrendersi. Un amore, allora, il cui corrispettivo è l’abbandono totale, confidente, sicuro. Un amore il cui partner è un altro amore che si concede, si lascia invadere. Se il nostro amore fosse così, ci sarebbe più facile l’adempimento del comandamento di Gesù: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 13,15).

7. Un’altra nota caratteristica di questo amore è l’imitazione. L’amore rende simili. Fossimo, davvero, presi da Cristo, dalla sua verità, dalla sua missione, lo imiteremmo spontaneamente, liberamente, perché allora l’amante diventerebbe l’amato. Contempliamo Gesù nel nostro cuore. Prima di sedere a tavola con gli amici, egli ama concretamente: si toglie la veste, indossa un grembiule, versa acqua, lava i piedi… Fermiamo nel cuore l’immagine di Gesù in ginocchio davanti a ciascuno di noi. Si sta accingendo a lavarci i piedi. Ci guarda con immensa tenerezza. Lui si è abbassato, noi siamo collocati in alto. «Non voi avete scelto me – dice Gesù – io ho scelto voi» (Gv 15,16). Che il suo sguardo e il nostro restino sempre in questa atmosfera di amore, in questa reciprocità. Così sia.

Omelia nella S.Messa crismale

Cattedrale di Pennabilli, 29 marzo 2018

Is 61,1-3.6.8-9
Sal 88
Ap 1,5-8
Lc 4,16-21

Che gioia, cari fratelli, ritrovarci tutti insieme in questo giorno. Sono lieto di dare a ciascuno il mio saluto più cordiale nel giorno che ricorda il “Natale” del nostro sacerdozio; lieto di celebrare con voi la Messa crismale che, attorno agli oli santi dei sacramenti del nostro ministero, richiama ognuno a rinnovare, singolarmente e insieme, gli impegni dell’ordinazione. Sono lieto, in modo speciale, di vederci uniti a formare un solo corpo, un solo presbiterio, e che si attui la preghiera di Gesù: «Perfetti nell’unità perché il mondo sappia, Padre, che tu mi hai mandato» (cfr. Gv 17,21.23).
Rivolgo un saluto carissimo ai fedeli che sono presenti, alle suore, alle monache che sono unite a noi spiritualmente, come gli eremiti della nostra Diocesi. Rivolgo un saluto particolare alle sorelle dell’Istituto “Figlie di Nazareth” che, da una settimana appena, vivono a Sant’Agata Feltria e hanno riportato in questi luoghi, in spirito, padre Agostino da Montefeltro. Saluto in modo speciale i ragazzi che sono qui a rappresentare le centinaia di amici che nel corso dell’anno, dopo la Santa Pasqua, riceveranno il sacramento della Cresima.
In questo clima di gioia e di unità è il caso di anticipare, soprattutto per noi sacerdoti, l’inno che si canterà alla Messa in Coena Domini: «Congregavit nos in unum Christi amor». È Cristo Gesù che ci ha unito con la grazia dell’Ordine Sacro. È Cristo che ci invita ad amarci e a saldare così la nostra fraternità: «Ubi caritas et amor, ubi caritas est vera, Deus ibi est!». Antifona che fa eco alla parola del Signore: «Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20) e che conferma l’affermazione conciliare: «Nella persona dei vescovi, ai quali assistono i sacerdoti, è presente in mezzo ai credenti il Signore Gesù Cristo, Pontefice Sommo» (LG 21).
Gesù, il cui calice noi benediciamo, non è forse colui che opera la comunione con il suo sangue? Gesù, il cui pane noi spezziamo, non è forse colui che opera la nostra comunione con il suo corpo? «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti, infatti, partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10,17).
È con questi presupposti che la Chiesa di San Marino-Montefeltro può crescere «ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,21-22). E in questo momento vogliamo che il nostro augurio e la nostra unità sia significata al nostro papa Francesco, al papa emerito Benedetto XVI verso il quale, noi in particolare, dobbiamo tanta gratitudine.
Non rimane che «accoglierci gli uni gli altri, ospitarci nel cuore gli uni degli altri, come Cristo ha accolto noi» (cfr. Rom 15,7). Non rimane che esortarci alla collaborazione, con un senso di generosità, di prontezza, come quando, nella pesca miracolosa secondo il racconto di Luca, per la quantità del pesce preso i discepoli «fecero cenno ai compagni dell’altra barca che venissero ad aiutarli ed essi vennero… » (Lc 5,6-7). Cerchiamo non i nostri interessi, ma quelli di Gesù (cfr. Fil 2,21), che non ha voluto piacere a se stesso (cfr. Rom 15,3), ma «ha amato la sua Chiesa e ha dato se stessa per lei» (Ef 5,25).
Dunque, unità: fa parte del progetto di Dio, non stiamo parlando di qualcosa di moralistico. È la missione di Gesù: «Riunire i dispersi figli di Dio» (Gv 11,52), è dono della Pentecoste, è frutto dell’Eucaristia, è per noi forma della partecipazione all’unico sacerdozio. Dunque, unità come dono!
Ma l’unità è anche un impegno concreto.
Nella prospettiva secondo Matteo l’impresa dell’evangelizzazione è indicata come una itineranza: «Euntes docete…» («Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato…» Mt 28,19-20); nella prospettiva giovannea la missione viene indicata come unità: «Uniti perché il mondo creda» (Gv 17,21).
Ce lo siamo ripetuti tante volte: perfino il nostro incontrarci con fedeltà per lo studio, per la preghiera, per la riflessione pastorale non è rubato all’apostolato, alla parrocchia. Quando manchiamo a questi appuntamenti senza un serio motivo, non infliggiamo una ferita soltanto al nostro presbiterio, ma togliamo forza allo slancio missionario. C’è una gerarchia nei nostri doveri sacerdotali. Ebbene, quello di trovarci in comunione, in comunità, è tra i primi (prima della benedizione delle case!). Che bello, anche per i fedeli, saperci, il venerdì, riuniti in preghiera, concordi nello studio, solleciti nella programmazione e… a pranzo insieme. Di questo tipo di “assenza” i fedeli non ci rimprovereranno e, se lo facessero, potremo replicare che la nostra unità è per loro. È per la causa del Vangelo che facciamo “Cenacolo”! Del resto, è proprio il Cenacolo la nostra casa-madre: dal Cenacolo si parte e si torna. Come il movimento del cuore.
Ci sono, dunque, momenti in cui l’unità è visibile, momenti come questo, sublime e commovente. Lo sono i momenti a cui accennavo (con severità), ma ci sono anche quelli meno visibili, altrettanto importanti: pregare gli uni per gli altri (tutti preghiamo il breviario, all’incirca alla stessa ora… è come un ricamo sulla Diocesi, come i cori stereofonici di Bach che salgono dalla Val Marecchia, dalla Val Foglia e Val Conca, da San Marino), farci spazio nel cuore per un’autentica simpatia (ricordate il grido di Paolo: «Fatemi posto nel vostro cuore» 2Cor 7,2). Non tutti abbiamo avuto la stessa formazione e gli stessi maestri, non tutti abbiamo le stesse sensibilità… Che testimonianza sarebbe far brillare l’unità in tutti i suoi multiformi colori, giacché l’unità non è uniformità. «Guarda come si amano!», sarebbe il sussurro della Diocesi.
Ci sono poi tanti altri aspetti dell’unità a cui, per ragioni di tempo, accenno appena. Farci visita (quando siamo malati, ma anche in altre circostanze), interessarci delle necessità senza essere invadenti, renderci disponibili nella collaborazione. E poi c’è la correzione fraterna, così difficile da praticare – quanta prudenza esige – perché presuppone un “di più” di amore, la volontà di un bene maggiore per la persona, anzitutto, ma anche per le altre persone, che potrebbero risultare scandalizzate. Comporta anche un “mettersi nei panni del fratello”. La correzione fraterna rifugge dalla condanna, è medicina, è aiuto, ha orrore delle indiscrezioni, non lascia tracce (neppure sui cellulari!).
Ecco come sant’Agostino parla dell’amicizia nelle Confessioni: «E poi c’erano altre cose che avvincevano il mio animo: le conversazioni e le risate insieme, lo scambio di affettuose gentilezze, la lettura in comune di libri piacevoli, fare insieme cose ora insignificanti ora importanti, contrasti passeggeri, senza rancore, come succede ad ogni uomo anche con se stesso, e con quei contrasti peraltro così rari, rendere più gustosa l’abituale concordanza di vedute; insegnarci cose nuove a vicenda, sentire acutamente la nostalgia per gli assenti e accoglierli con gioia al loro ritorno: questi e altri simili segni, sgorganti da cuori che amano e si sentono riamati, ed espressi col contegno, con le parole, con lo sguardo e con mille graditissimi gesti, fondono insieme come fiamma gli animi e di molti ne fanno uno solo».
Per parte mia non devo che ringraziarvi per la vostra benevolenza; a volte ha la forma della pazienza (più che giustificata!), altre volte la forma dell’incoraggiamento (davvero desiderata), altre volte della simpatia. Vorrei dirvi anch’io il mio affetto. Una dichiarazione che un po’ mi imbarazza per il timore sia indiscreta e per il rischio, poi, di essere smentita dalle mie tante mancanze, sviste, superficialità.
Unità tra di voi, unità col vescovo, unità anche con i nostri fedeli, i laici. Già nella prima parte della Visita Pastorale ho toccato con mano – insieme, ahimè, al ridimensionamento della partecipazione alla vita di Chiesa – la ricchezza di laici che vivono un’intensa vita spirituale, di preghiera, di amore al Signore e alla Madre di Dio. Diversi di loro non temono di esprimere la loro fede in situazioni e ambienti difficili (qualche volta ostili): scuola, fabbriche, farmacie e ospedali… Alcuni hanno trovato la via della “rivincita”, cioè «mettere amore dove non c’è amore» (come dice san Giovanni della Croce). E ci sono i laici più vicini, i nostri collaboratori: alcuni sono davvero preparati culturalmente (talvolta più di noi), professionalmente, ma soprattutto in umanità (la vita di famiglia è una grande scuola di umanità). Allora non possiamo trattarli da semplici esecutori (pretendere l’unità in questo senso), sottoposti al nostro arbitrio, ai nostri puntigli, alle intemperanze del nostro cattivo carattere. Come prepariamo, ad esempio, gli incontri del Consiglio Pastorale Parrocchiale e del Consiglio degli Affari Economici?
La parrocchia alla quale siamo stati mandati (io dico la Diocesi per quanto mi riguarda) non ci appartiene, non è il nostro “reame”. C’è l’eredità di chi ci ha preceduto, il rispetto per la sua tradizione, l’equilibrio fra le diverse anime, il comune riferimento all’intero presbiterio, senza punte di singolarità, al vescovo, al magistero del Santo Padre e della Chiesa. Siamo come un’arpa: ricordate l’immagine di sant’Ignazio di Antiochia a proposito dell’unità. San Paolo direbbe: «Non fatela da padroni» (cfr. 2Cor 1,24).
La pratica dell’unità, se per un verso è un dono che appartiene alla mistica, per un altro verso richiede ascetica. C’è un lavoro su noi stessi, una costante vigilanza e – con l’aiuto di Dio – un superamento dell’individualismo. C’è una radicalità, non solo nella povertà, nella castità, nell’obbedienza, ma anche nell’unità: consiste nel morire a noi stessi. Ma non vorrei che l’espressione ci traesse in inganno. In rilievo non è il morire, ma l’amore; in rilievo non è lo scendere, come seme, nell’oscurità della terra, ma il portare frutto, la germinazione. Se l’unità è una realtà così grande, se è stata ottenuta a caro prezzo da Gesù, buttiamoci generosamente in questa impresa. «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). L’Innalzato innalza ciascuno di noi con lui. Ciascuno di noi è innalzato con l’Innalzato. Ognuno dica nella fede, con generosità e con gioia: «Sulla croce c’è un posto vuoto: è il mio. Davanti Gesù, dietro, accanto a lui, il mio posto!». Ci accompagni, ci sia vicina, ci unisca, lei, Maria, la madre dell’unità: la Regina del Cenacolo. Così sia.

Omelia nella Domenica delle Palme

Cattedrale di Pennabilli, 25 marzo 2018

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Mc 14,1-15,47

Chissà che cosa c’è nei vostri cuori… Solo Gesù lo sa. Chiedo di mettere tra parentesi – per un po’ – preoccupazioni, pensieri, afflizioni, distrazioni, per essere uniti a Gesù.
Si prova ogni volta una grande emozione nel leggere la Passione. Ecco, tutti insieme siamo venuti incontro al Signore. C’è chi tra noi ha una fede ardente, c’è chi fa fatica a credere, c’è forse chi è un po’ annoiato (viene per abitudine), c’è chi è qui per tradizione e c’è chi aspettava da tempo questo giorno. C’è chi, come Maria di Magdala, non sa staccare occhi e cuore dal suo Signore. E c’è chi, come Nicodemo, guarda da lontano. Ma siamo un’unica famiglia, un solo popolo. Chi pensa di essere “un po’ più avanti”, tenga per mano chi segue. Chi crede di essere ai margini, si ricordi che il Signore, con il suo sguardo amorevole, lo cerca, lo snida per invitarlo ad un rapporto personale con lui, a tu per tu. «Ecco il tuo re viene – abbiamo sentito leggere –, seduto sopra un puledro d’asina» (Gv 12,15). La gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva, prese i rami di palma e uscì incontro a lui. E noi? Lasceremo passare Gesù invano?
Andiamogli incontro, accogliamolo, perché Gesù viene con tanta bontà. Lui prende l’iniziativa e si avvicina a noi. E vedete con quanta umiltà, perché bussa alla porta del cuore con tanto desiderio. Accogliamolo con affetto e gratitudine, con gioia e speranza. Lasciamolo entrare, lasciamogli prendere possesso del nostro animo.
A tutti penso sia accaduto di vivere l’attesa, forse nascosta e intima, di venire a contatto con lui ed eventualmente di essere pronti ad abbracciarlo. Ecco, è giunto il momento! Il Signore è qui, la sua grazia è tutta per noi. Lui è tutto per noi. Accogliamolo.
Che cos’è la vita cristiana se non un accogliere, giorno per giorno, colui di cui abbiamo bisogno, colui che è la nostra vita, la nostra pienezza. Sappiamo discernere la sua venuta? Sappiamo riconoscere il suo passo? Sappiamo distinguere la sua voce? Gesù viene a noi spesso in modo discreto, quasi nascosto. Ricordate l’incontro del giardiniere con la Maddalena? Ricordate i due discepoli di Emmaus? Il viandante che si affiancò a loro era Gesù. Ricordate la pesca miracolosa dopo la Risurrezione? I discepoli non l’avevano riconosciuto sulla spiaggia. Gesù è nascosto nei tratti e nei panni dei poveri, dei piccoli, dei profughi, dei malati, di chi è sconfitto, di chi non ce la fa. Nulla fa intuire la sua identità. Soltanto la fede la svela. Solo la sua parola ci istruisce: «Chi accoglie anche uno solo di questi piccoli nel mio nome accoglie me» (Mt 18,5). La vita cristiana si fa grande quando incomincia dagli ultimi, quando si china sui piccoli. Ma c’è un altro modo della venuta di Gesù in noi: è il silenzio. Quel silenzio da cui oggi si tende a sfuggire, specialmente il silenzio che portiamo in noi stessi, che volentieri scansiamo, di cui abbiamo paura. Il Signore viene nel silenzio. E noi abbiamo paura che egli ci scopra a noi stessi, abbiamo timore che lui cambi i nostri programmi, abbiamo paura che ci strappi a noi stessi. Ci apre davanti strade nuove, strade non facili, ma che portano sicuramente alla felicità.
Ecco, andiamogli incontro, domandiamogli di vincere le nostre paure. Domandiamo di saper accogliere, di saper aprire le porte dei nostri cuori a lui, giorno per giorno, momento per momento. Dice il Salmo: «Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono, ne ricolmi chi in te si rifugia» (Sal 30,20). E il Signore ripete: «Ecco sto alla porta e busso, se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Accogliamo il Signore, eccolo. Oggi viene, è alla porta del nostro cuore, bussa: apriamogli! E chi non vorrà cenare con lui il Giovedì Santo, amandolo, e chi non vorrà tenergli compagnia il Venerdì Santo, seguendolo. E chi non vorrà celebrarlo risorto, il Sabato Santo, nella Veglia pasquale, vivendo con lui. Poi, domenica, annunciandolo. Eccolo: «Osanna, benedetto colui che viene, il Re» (Gv 12,13).

Omelia V domenica di Quaresima

Belforte, 18 marzo 2018

S.Cresime

Ger 31,31-34
Sal 50
Eb 5,7-9
Gv 12,20-33

In un teatro ha colpito la mia attenzione un cartellone con l’invito a partecipare ad una conferenza per i genitori. Il titolo era: «Che cosa farò da grande». Qualcuno, provocatoriamente, ha corretto il titolo in: «Che cosa farò di grande». Questa semplice correzione mi fa pensare con gioia ai dieci ragazzi che stanno per ricevere la Santa Cresima. Che cosa faranno di grande?

Ci troviamo di fronte ad un brano di Vangelo di autorivelazione di Gesù come Messia Salvatore. Farò soltanto tre sottolineature.

1. «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21).

Un gruppo di Greci – i Greci, insieme ai Romani, facevano parte delle forze che colonizzavano la Palestina – si è interessato al maestro Gesù. Essi si avvicinano a due apostoli che portano un nome greco, Andrea e Filippo, e dicono: «Vogliamo vedere Gesù». Un desiderio che anche noi abbiamo provato o proviamo. Qualcuno potrebbe dire di aver visto film bellissimi su Gesù; qualcun altro inviterebbe a guardare il volto di Gesù come l’hanno dipinto i primi artisti o quelli del Medioevo o del primo Rinascimento (Giotto, Masaccio, ecc.). Con tutto il rispetto per i grandi artisti, sappiamo bene che Gesù non è una figurina, ma una persona viva. Come si fa ad incontrare Gesù, come si può vederlo, sentirlo, toccarlo? Dov’è Gesù?
È qui! Voi, uniti insieme, meritate la presenza di Gesù. Lui ha detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Dunque, Gesù è qui, in mezzo a noi. Vuoi vedere il suo volto? Con gli occhi non lo vedrai, ma sentirai il suo calore, il battito del suo cuore, la forza della sua parola.
Gesù si fa presente anche in sette segni carichi di mistero: i sacramenti. Voi potrete dirmi: «Quando, durante la Santa Messa, alzi in alto l’ostia e noi guardiamo, vediamo soltanto il pane». Quand’ero un giovane sacerdote mi capitava di osservare attentamente il pane mentre spezzavo l’ostia e dicevo: «Signore, perché non riesco a vederti tra le briciole del pane… Però so che sei presente». Nella mia città, Ferrara, si conserva la memoria di un miracolo eucaristico emozionante. Nel 1171 un sacerdote di nome Pietro, mentre era in viaggio da Verona a Roma, si fermò a Ferrara e, quando spezzò l’ostia durante la celebrazione della Messa, da essa sprizzò sangue. Ancora oggi nella piccola volta, trasformata poi in una bellissima basilica, possiamo vedere le macchie lasciate dal sangue sprizzato da quell’ostia.
«Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21).
Sapete come hanno fatto i Greci, i Romani, i Galli, i Celti a vedere Gesù? Hanno visto come i cristiani si volevano bene. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

2. «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

Gesù dice che la sua vita è come quella di un chicco di frumento destinato a cadere per terra nel buio di un solco, nell’umidità della terra, ma che porterà molto frutto.
Per i ragazzi. Ho scritto una volta per i miei alunni una piccola drammatizzazione. Avevo immaginato che tre chicchi di grano erano usciti dal sacco dov’erano imprigionati, sacco che il contadino portava sulle spalle. Perché volevano uscire? Uno di essi desiderava respirare aria pura. Allora saltellò fuori dal sacco e si adagiò sul terreno, ma, dopo un po’ di tempo, mentre era sulla strada arrivò una gallina e lo mangiò. Addio libertà!
Un altro chicco di frumento desiderava prendere il sole e arrivò fino alla spiaggia. Dopo mezza giornata di esposizione al sole, si seccò completamente.
Il terzo chicco pensò fosse meglio tornare con gli altri chicchi; vide il solco profondo, umido, poco attraente, ma si tuffò. Ha scelto di rischiare, si è fidato.
La piccola storia dei tre chicchi di frumento finisce con la sorpresa della vita scaturita da quei chicchi.
Attenzione: Gesù non mette in rilievo “il morire”, ma “il portare frutto”; non sottolinea il sacrificio, ma la fecondità. Non si ottiene nulla di ricco, di bello, di splendido nella vita, se non attraverso il dono di sé, l’impegno, la fatica.

3. «La mia anima è molto turbata» (Gv 12,27).

Gesù, ai Greci che erano venuti per incontrarlo, dirà: «Attenzione amici, non crediate che il Messia sia come immaginate voi. Il Messia sarà innalzato da terra, sarà un Messia crocifisso. Non crediate che la mia gloria sia quella mondana; la mia gloria è fare la volontà del Padre. Inchiodato sulla croce diventerò il punto di attrazione universale» (cfr. Gv 12,32). Gesù aggiunge: «La mia anima è molto turbata» (Gv 12,27). Non bisogna togliere i turbamenti dalla vicenda umana di Gesù. Pensiamo a quando Gesù è andato nella casa di Giairo, dove si piangeva per la morte della sua bambina (cfr. Lc 8,41-42): Gesù si era commosso. Così alla tomba dell’amico Lazzaro (cfr. Gv 11,35). La gente lo vide piangere: «Guarda come lo amava» (Gv 11,36). E, nel Getsemani, quando sente il peso di quello che sta per succedere, arriva a gridare: «Padre, allontana da me questo calice» (Mc 14,36) e suda sangue, dice l’evangelista Luca (cfr. Lc 22,44).
Il turbamento di Gesù viene incontro alle nostre paure, alle nostre fatiche, alle nostre lacrime. Gesù ha paura, ma non è rinunciatario; la sua è la paura del coraggioso.
Invito ciascuno a portare a casa una delle tre frasi su cui riflettere durante la settimana. «Vogliamo vedere Gesù», per incontrarlo davvero; oppure «Come il chicco di frumento ha bisogno di cadere per terra per portare vita»; o «La mia anima è turbata», pensando che anche Gesù ha versato lacrime, ha sudato, faticato, ma ha detto «sì» e da quel «sì» siamo nati noi.

II appuntamento con “La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie”

L’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” e l’Ufficio diocesano di Pastorale Familiare della diocesi di San Marino-Montefeltro, sono lieti di invitarvi al secondo appuntamento del ciclo di seminari dal titolo: “La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie”, incentrati sull’esortazione apostolica “Amoris laetitia” di Papa Francesco.
Questo secondo momento formativo, teso all’approfondimento dei contenuti del IV e V capitolo dell’esortazione si svolgerà

Venerdì 16 marzo 2018 (ore 21,00 Domagnano – RSM)

L’amore diventa fecondo
Dall’enciclica profetica Humanae vitae all’esortazione Amoris laetitia

Relatore: Don Daniele Cogoni
(docente di Teologia sacramentale all’Istituto Teologico Marchigiano di Ancona)

Moderatore: Natalino Valentini (Issr “A. Marvelli”)

Don Daniele Cogoni è responsabile della Comunità “Casa di Nazareth” e dell’Ufficio di Pastorale Familiare della diocesi di Camerino – San Severino Marche. Da diversi anni cura percorsi di spiritualità coniugale e familiare, e di accompagnamento di coppie in difficoltà. Ha conseguito il dottorato in Teologia e in Filosofia presso la Pontificia Università Lateranense ed è docente di Teologia sistematica presso l’Istituto Teologico Marchigiano di Ancona. Studioso di ecumenismo e di ecclesiologia ortodossa, è autore di diverse pubblicazioni tra le quali ricordiamo: Il Ministero della Chiesa e il Primato del vescovo di Roma, Lief, Vicenza 2005; Eucaristia totale. Ecclesiologia eucaristica e prospettive ecumeniche nella teologia ortodossa, ed. Lussografica, Caltanissetta 2006; Triunità vivente. Elementi d’introduzione alla teologia in ascolto propositivo di alcune ermeneutiche trinitarie del XIX e XX secolo, Edizioni Montefano, Fabriano 2016.

L’incontro è aperti a tutti e si rivolge in particolare a coloro che sono impegnati nell’ambito della pastorale familiare, dell’educazione e della catechesi.
Per ulteriori informazioni ci si può rivolgere all’Ufficio di Pastorale Familiare della diocesi di San Marino-Montefeltro (Dott. Federico Nanni), oppure alla Segreteria dell’ISSR “A. Marvelli”, via Covignano 265, 47923 Rimini; Tel. (e Fax) 0541-751367 – email: segreteria@isrmarvelli.it.
Il Programma dell’intero percorso è reperibile sul sito internet: www.issrmarvelli.it