Colletta Alimentare

Quest’anno la Colletta Alimentare in un giorno soltanto: sabato 26 novembre. In Italia e a San Marino. Un gesto concreto per aiutare chi è in difficoltà.
Partecipiamo e incoraggiamo a partecipare.
«Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale» (Papa Francesco).

Ufficio Comunicazioni Sociali
Diocesi San Marino-Montefeltro

Chiesa in preghiera per una cultura del rispetto

La Chiesa si è raccolta in preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Al Santuario di Valdragone il Vescovo ha voluto sottolineare la forte partecipazione, se non come numero sicuramente come comunione interiore, dei presenti. Quando ad essere minacciata è la dignità dei bambini, la preoccupazione deve riguardare non solo i fedeli ma tutte le persone di buona volontà. «A volte – ha detto il Papa – la realtà dell’abuso e il suo impatto devastante sulla vita dei piccoli sembrano sopraffare gli sforzi di quanti cercano di rispondere con amore e comprensione». La strada verso la guarigione è lunga, è difficile, richiede una speranza ben fondata, la speranza in Colui che è andato sulla croce. Gesù risorto porta per sempre quelle piaghe per dirci che Dio ci salva non “saltando” le nostre sofferenze, ma attraverso le nostre sofferenze. L’abuso, in ogni sua forma, è inaccettabile. «La testimonianza dei sopravvissuti – ha ricordato il Pontefice – rappresenta una ferita aperta nel corpo di Cristo che è la Chiesa». Di qui l’esortazione a lavorare per far conoscere queste ferite, cercare coloro che ne soffrono e riconoscere in queste persone la testimonianza del nostro Salvatore sofferente. Monsignor Andrea Turazzi ha subito raccolto l’invito di Papa Francesco e dopo avere istituito il Servizio diocesano per la tutela dei minori, ha annunciato a breve la diffusione di un vademecum – curato da educatori e psicologi – per aiutare famiglie, insegnanti e chiunque lavora a contatto con i più piccoli a riconoscere quei segnali che nascondono un malessere. È invece già operativo il centro di ascolto che chiunque può contattare proprio per tutelare i minori:   
E-mail: tutelaminori@diocesi-sanmarino-montefeltro.it
Cell. 346 7254983
Cell. 366 9067192

Servizio Diocesano Tutela Minori

Veglia per la Vita nascente

La nostra comunità diocesana celebra anche quest’anno gli “80 giorni per la vita” che si estendono dal mese di novembre a quello di febbraio sottolineati da vari appuntamenti. È un tempo molto particolare, illuminato dall’Avvento e dal Natale, in cui la comunità è invitata a celebrare il dono della vita riconoscendone la bellezza, ma al contempo non dimenticando di pregare per tutte quelle situazioni in cui la vita non è rispettata prevalendo la cultura dello scarto: Questa cultura dello scarto tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano” (Papa Francesco, 2013).

Il primo appuntamento in calendario è la Veglia per la vita nascente che sarà il 25 novembre nei tre vicariati, fedeli all’invito di Papa Benedetto XVI di celebrare solennemente una veglia di preghiera per la vita nascente in Avvento. In questo periodo dell’anno l’attesa di Dio che si fa bambino nel grembo di Maria rivela quanto la vita umana abbia una dignità altissima fin dal concepimento.

Consapevoli della necessità di curare l’attenzione alla dignità della vita non solo dal punto di vista spirituale ma anche da quello culturale e sociale, saranno proposti nel corso degli “80 giorni per la vita” due appuntamenti specifici: il primo dedicato ai più giovani per affrontare il tema della affettività, il secondo aperto a tutti per riflettere sul tema del fine vita.

La celebrazione della vita avrà il suo culmine nel mese di febbraio con più appuntamenti. Il 5 febbraio la Giornata nazionale per la vita, istituita dalla CEI nel 1978 per promuovere l’accoglienza della vita ed in particolare della vita nascente. L’11 febbraio la Giornata Mondiale del Malato, voluta nel 1992 da san Giovanni Paolo II e particolarmente significativa in questi tempi caratterizzati dalla pandemia, per ribadire la profonda dignità di ogni vita anche quando segnata dalla fragilità della malattia.

Gli “80 giorni per la vita” si chiuderanno come si sono aperti con la preghiera per la vita, un appuntamento online ogni lunedì del mese di febbraio, facendo nostro l’invito alla cura di Papa Francesco: “Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! …è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come i genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, 2013).

Ufficio per la Pastorale della Famiglia
Ufficio per Pastorale Sociale e del Lavoro
Aggregazioni Ecclesiali Laicali

Pomeriggio unitario in preparazione all’Avvento

L’Avvento è alle porte, con la ricchezza dei suoi temi, con gli slanci della speranza e l’abbondanza delle proposte pastorali.
Da un paio d’anni gli Uffici Pastorali hanno deciso di curare insieme la preparazione all’Avvento con un pomeriggio unitario di formazione spirituale e liturgica (quanto organizzavano i singoli Uffici ora viene proposto a tutti unitariamente in uno spirito di comunione).

Il pomeriggio unitario si terrà domenica 20 novembre alle ore 15:30 a Murata presso la parrocchia di San Marino Città (via don Bosco, 12 – RSM). Dopo il saluto del Vescovo, guiderà l’incontro don Alessandro Zavattini, professore di Teologia pastorale e Catechesi presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli”. Tema sarà la presentazione orante delle quattro settimane che precedono il Natale, seguendo i Vangeli domenicali secondo Matteo.

La spiritualità dell’Avvento si qualifica come attesa: l’attesa aumenta il desiderio e il desiderio determina il nostro presente.

Conferimento della cura pastorale dell’unità pastorale di Pennabilli a don Mirco Cesarini, don Emilio Contreras e don Rousbell Parrado

Pennabilli (RN), Cattedrale, 1° novembre 2022

Solennità di Tutti i Santi

Un saluto particolare al signor Sindaco, che rappresenta la popolazione e l’intero comune di Pennabilli, al Maresciallo e ai Carabinieri che si occupano della nostra sicurezza (i nostri angeli custodi!). Un caro saluto a tutte le parrocchie qui partecipi.
Domenica scorsa a due co-parroci e ad un diacono è stata affidata la cura pastorale di quattro comunità parrocchiali, invitate a loro volta a progettarsi nell’unità pastorale. Si è trattato della prima volta: un inizio. Mi è venuto spontaneo considerare questo inizio come una grazia, non un ripiego, per questi tempi di crisi. Ho proposto ai parrocchiani, ai sacerdoti e al diacono di agganciare quell’inizio a tre pagine della Sacra Scrittura. Le riassumo, perché quello che dirò tra poco è in continuazione di quello che ho detto loro.
Primo brano. Il primo versetto della Genesi: «In principio Dio creò». È Dio che dà ogni inizio, perché Dio è eternamente giovane, creatore di tutte le cose, presente nei nostri giorni con la stessa forza e la stessa fedeltà. Si inizia, dunque, nel nome del Signore.
Secondo brano. Ho ricordato una tappa importante della storia del popolo di Dio e, in particolare, di Gerusalemme. Fu una svolta per Gerusalemme, la città santa, un nuovo inizio, con la riscoperta dei “rotoli dell’Alleanza”, da anni dimenticati nei rispostigli del Tempio: Parola di Dio finita nel dimenticatoio! Ogni nostra ripartenza deve aver inizio dalla Sacra Scrittura. Il Dio fedele e creatore ci parla!
Un terzo brano illumina questo tempo – il nostro – “tempo di crisi”, si dice. Visto alla luce della fede nel Dio fedele può essere un tempo di grazia, di nuova ripartenza per tutti. Alla fede tradizionale, che vacilla e viene meno, ecco un nuovo scatto per una fede più adulta e responsabile. Al calo delle vocazioni sacerdotali, ecco la presa di coscienza del Battesimo e della Cresima da parte di tutti i fedeli. All’eclissi del sentimento religioso, ecco la riscoperta di Gesù, «luce delle genti» (Lc 2,32), e del suo Vangelo. Alla diminuzione delle celebrazioni eucaristiche, ecco la valorizzazione di comunità eucaristiche più ricche di presenze, più fervorose nel canto, più fraterne nelle relazioni. All’indebolirsi dei servizi pastorali, ecco il nascere di nuove forme di ministerialità, maschili e femminili.
Che aggiungere oggi a commento e come augurio per la nascita di un’altra unità pastorale, la vostra, con le comunità di Pennabilli, Maciano, Ponte Messa, Scavolino, Soanne, compreso il territorio di Casteldelci? Dieci parrocchie! Anche qui si tratta di un nuovo inizio: vale anche per oggi, qui, dare il via avendo in cuore il Dio fedele e creatore, che «fa nuove tutte le cose» (cfr. Is 65,17; Ap 21,5); imprescindibile, poi, partire mettendo al centro la Parola di Dio; e ancora – lo ripeto – disponibili a vivere il tempo della crisi come un’occasione, un kairòs, un motivo di nuovo slancio, superando ogni lamentazione, ogni chiusura, ogni tradizionalismo.
Oggi sottolineo il valore aggiunto della fraternità sacerdotale. Molto dipenderà dall’unione dei vostri sacerdoti: don Mirco, don Emilio, don Rousbell, del diacono Antimo e, all’occorrenza, del diacono Gilberto, con la disponibilità della comunità monastica di Maciano e della preghiera delle nostre monache della Rupe e delle persone consacrate.

1.
Vedo nella fraternità sacerdotale anzitutto un “segno dei tempi”, una profezia, una parola da parte di Dio. Non posso non fare riferimento alla Lettera del Santo Padre Fratelli tutti. In una società sempre più individualista, segnata dalle divisioni, dall’arrivismo, ecco tre uomini che si uniscono per servire, non dico per servire di più, ma per servire sicuramente meglio, per mettere in comune i loro talenti e per completarsi, armonizzandosi. Insieme si arriva più lontano e senza affanno, mostrando il volto gioioso del ministero sacerdotale, che sa di famiglia, con un intelligente gioco di squadra. Questa sarà una pietra miliare della nuova pastorale vocazionale.

2.
La fraternità sacerdotale farà bene al popolo di Dio che siete voi. Senza nulla togliere alla sublimità dell’Ordine Sacro, la figura del prete risulterà, in un certo senso, ridimensionata. Perché? Non si va a Messa per simpatia per quel sacerdote o per l’altro, o per altre ragioni troppo umane… si va per il Signore! Il sacerdote è un aiuto, un fratello che il Signore mette sul vostro cammino, con la sua umanità, le sue qualità, i suoi limiti, come tutti. Le comunità saranno invogliate dalla testimonianza dei loro preti ad essere collaborative, specialmente per quanto riguarda il catechismo dell’iniziazione cristiana, la pastorale giovanile, la pastorale familiare, la testimonianza della carità. Vietato sottrarsi, salvo per gravi motivi familiari. Non verrà tolto nulla, ma tutti saranno arricchiti: il Signore Gesù ha «mandato i discepoli due a due ad evangelizzare» (cfr. Lc 10,1), ha unito a sé un gruppo di amici, che chiamerà apostoli. E ha detto: «Chi ascolta voi ascolta me» (Lc 10,16): è Lui, Gesù, il vero sacerdote; noi sacerdoti siamo “più Lui” quando siamo uniti. Guai ai navigatori solitari: geniali forse, ma troppo singolari!

3.
La fraternità sacerdotale fa bene ai sacerdoti. La fraternità nulla toglie all’esercizio della paternità – tutt’e tre sono padri –, allo spirito di iniziativa, al fruttificare dei talenti, diversi e complementari. La fraternità fa bene perché aiuta i sacerdoti a vivere l’amore reciproco, vincolo di perfezione, molla invincibile per l’evangelizzazione: «Da questo sapranno che siete miei discepoli – ha detto Gesù – se avrete amore gli uni per gli altri» (cfr. Gv 13,35). E ancora: «Uniti perché il mondo creda» (Gv 17,21). La fraternità è garanzia della presenza del Signore che ha detto: «Dove due o più sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Il tempo che don Mirco, don Emilio, don Rousbell dedicheranno a pregare insieme – quando sarà possibile –, a programmare, a studiare e a confrontarsi, non sarà sottratto a voi, ma sarà un investimento per voi.
I sacerdoti che fanno famiglia testimoniano lo splendore della vocazione al celibato. Chi l’ha detto che la scelta del celibato è una rinuncia ad amare e una rinuncia ad ogni forma di famiglia? Il celibato è per una libertà più grande nell’amore fraterno. Ho parlato consapevolmente di fraternità e non di amicizia, che è pur sempre un sentimento nobilissimo. Amici ci si sceglie, fratelli si viene affidati gli uni agli altri. Si tratta di una fraternità che si allarga verso tutti i presbiteri della Diocesi: tutti i presbiteri hanno ricevuto, per l’imposizione delle mani, il medesimo sacramento che li conforma a Cristo Buon Pastore.

4.
Non mi rimane, cari don Mirco, don Emilio, don Rousbell, e caro diacono Antimo, che consegnarvi tre parole: fede, maturità, oblatività.
Fede: ritornate costantemente alle motivazioni della vostra scelta. Tutto è comprensibile in un’ottica di fede, anche gli spostamenti, con i relativi distacchi, che fanno soffrire. È nella fede che avete lasciato tutto per il Tutto! Con la fede potrete essere sentinelle nella notte, con la fiaccola accesa, aiutando le comunità ad affrontare ogni avversità, incomprensione e oscurità (cfr. Is 21,11).
Maturità: non si è maturi perché si è “arrivati”, ma per la disponibilità a crescere ancora. Vi trovate all’inizio di un cammino che incontrerà difficoltà, ostacoli e forse critiche. Maturità qui significa perseveranza, tensione alla santità, «misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4,13). Marta e Maria insieme (cfr. Lc 10,38-42).
Oblatività: vivere fuori di sé, nella ricerca di relazioni autentiche. La vita insieme è una grande scuola, una palestra. Valgono anche per voi sacerdoti, nella vostra casa (la canonica), le tre parole che papa Francesco ha affidato alle famiglie cristiane: scusa, per favore, grazie. E continuare a donarsi, a spendersi, senza riserve, senza protagonismi, senza calcoli. La misura del dono di voi stessi, come per ogni sacerdote, è niente di meno che l’Eucaristia. Ci vorranno anni perché si realizzi questo squarcio di futuro in una Chiesa secondo il Vaticano II: una comunità governata non in modo monocratico, ma guidata da una famiglia di presbiteri insieme ai diaconi.
Cari fedeli, nei primi sei mesi di quest’anno ci hanno lasciato ben quattro sacerdoti, tutti del vostro vicariato: don Orazio, don Luigi, don Maurizio, don Lazzaro. È pensando a loro, alla loro vita spesa per il Signore e per voi, che rileggo il Vangelo di oggi, festa di tutti i santi. Felici voi, cari sacerdoti, che vi siete privati di qualcosa per donare agli altri, specialmente ai più poveri. Felici voi che vi siete serviti della tenerezza per trasformare la terra. Felici voi che avete offerto la vostra vicinanza per sostenere chi piangeva. Felici voi che avete lavorato senza sosta per la giustizia, per sfamare chi cercava dignità. Felici voi che avete aperto il vostro cuore per accogliere la sofferenza del mondo. Felici voi che avete dimorato nella verità per lasciar trasparire in voi la luce di Dio. Felici voi che vi siete opposti alla violenza per lasciare alla pace di edificare la città. Felici voi che siete rimasti saldi nella confidenza in Gesù, malgrado le incertezze e i cambiamenti di questo tempo. Con Cristo e il suo Vangelo avete fatto nascere la felicità sulla terra! Amen.

Discorso nel conferimento della cura pastorale dell’unità pastorale di Novafeltria a don Simone Tintoni e a don Jean-Florent Angolafale

Novafeltria (RN), 30 ottobre 2022

1.

Un inizio. Come ad ogni inizio c’è curiosità, trepidazione e gioia (come quando si apre un regalo: cosa ci sarà dentro?). Inizia un nuovo assetto pastorale. A don Simone Tintoni, don Jean-Florent Angolafale e al diacono Vittorio Fiumana sono affidate le parrocchie di Novafeltria, Talamello, Torricella e Sartiano. Don Simone e don Jean-Florent sono parroci insieme. A don Simone viene dato l’incarico di moderatore dell’unità pastorale. A Vittorio è chiesta la disponibilità alla diaconia. Si tratta di un primo passo verso quella conversione pastorale tanto auspicata da papa Francesco e segnalata anche nei nostri dialoghi sinodali; realtà che non riguarda solamente rapporti fra i presbiteri – rapporti di fraternità, di lavoro insieme, di complementarità –, ma anche fra i presbiteri e i laici e dei laici fra loro, di una comunità e dell’altra, tutti fratelli, tutti discepoli di Gesù, tutti desiderosi di essere missionari. Viene chiesta apertura di cuore e di mente per impegnarsi con viva corresponsabilità. A tutti viene chiesto di superare attaccamenti alle proprie abitudini (non oso immaginare ci siano campanilismi; nel caso ci fossero bisogna che ci educhiamo gli uni gli altri). Ho usato la parola “apertura” almeno in tre sensi. 1. Apertura reale e sincera a ciò che lo Spirito Santo vuol dire oggi alla Chiesa. Siamo tutti scolari, alunni, discepoli, tutti bisognosi di imparare. 2. Apertura delle realtà ecclesiali le une verso le altre e ciascuna verso l’intera Chiesa, sotto la guida del Pietro di oggi, che è il Santo Padre papa Francesco e, nella nostra Diocesi, del Vescovo. 3. Apertura a nuove forme di ministerialità che riguardano i fratelli, gli uomini, e le sorelle, le donne. A partire dal prossimo anno, potranno accedere ai ministeri istituiti anche le donne. Oltre al ministero del lettorato, dell’accolitato e del catechista, il Signore susciterà certamente altri ministeri in una Chiesa che vuole essere comunione e missione.
Nel nuovo inizio c’è una certa continuità: non si parte da zero! Abbiamo una tradizione ricchissima; spesso non ci rendiamo conto di cosa vuol dire avere alle spalle duemila anni di cristianesimo: chi viene da paesi in cui la Chiesa è giovane se ne accorge maggiormente. Non immaginate chissà quale terremoto con questo nuovo assetto. Però c’è anche una discontinuità: ci troviamo davanti ad una pagina bianca da scrivere, disegnare, colorare; cose forse già vissute, ma da adesso in poi da vedere e da considerare con occhi nuovi.

2.

L’inizio è anzitutto una grazia, perché sollecita creatività e mobilita nuove energie. Per il credente è sempre accompagnata da un collegamento alle parole che aprono la Sacra Scrittura: «Bereshît bara’ Elohîm (All’inizio Dio creò)» (Gn 1,1). Il verbo bara’ dice l’iniziativa salvifica di Dio che continua nella storia. Dio è fuori dal tempo. Quando Dio decide, fa, pensa, crea, permane in quell’atteggiamento; non ci sono passato, presente, futuro: è tutto presente. C’è il medesimo progetto d’amore, sotteso a tutto l’arco dell’azione divina, dall’inizio alla fine. Quel verbo, bara’, non indica soltanto l’azione potente del Creatore sul cosmo, ma l’intera sua presenza che abbraccia la storia, quella grande e quella piccola, quella personale e quella di ciascuno di noi. Ci sarà una lunga serie di avvenimenti, di creazione, di liberazione, di nuovi inizi che la Bibbia ci fa conoscere e lo fa per educarci a vedere come Dio sia sempre all’opera nelle nostre esistenze e come ogni inizio sia sotto la sua volontà di benedizione. Di per sé ogni giorno, ogni ora, ogni iniziativa partecipa di quell’inizio. «All’inizio» devi pensare al per sempre, il per sempre dell’amore di Dio e della sua fedeltà.

3.

Mi sono riferito al primo versetto della Genesi; ora, per parlare dell’inizio, consentitemi di fare una breve incursione nel Secondo Libro dei Re. Gerusalemme era diventata infedele verso il Signore, aveva abbandonato il suo Dio, aveva amoreggiato con gli idoli dei pagani e col loro stile di vita; anche il tempio era andato in decadenza. Il Signore Dio suscita un santo re, di nome Giosia. Siamo nel VII secolo a.C. Il re Giosia pensa sia il momento di rimettere le cose a posto. Da dove partire? Dal tempio. Allora, chiama un’impresa edile, un’azienda di pulizie, degli artisti, affinché il tempio torni al suo primitivo splendore. Quella che sto raccontando, in fondo, è un’allegoria di oggi. Alcuni fervorosi nel fare le pulizie (come le signore che rendono così bella questa chiesa) trovano nei ripostigli del tempio dei rotoli, un po’ malmessi. Svolgendoli si accorgono che vi sono scritte le parole di Dio e che forse si tratta dei rotoli dell’Alleanza, che narrano il patto che il Signore ha stipulato con Mosè sul monte Sinai. Vanno da un esperto, lo scriba Safan. Egli riscontra che si tratta del libro della Legge… dimenticato per anni nel Tempio! Vanno a dirlo al re Giosia, che dopo averlo fatto leggere dalla profetessa Culda, si straccia le vesti, chiede perdono a Dio e proclama una grande convocazione di popolo. Non basterà la giornata perché vengano letti ad alta voce i libri dell’Alleanza. Quella liturgia solenne si trasforma in una grande festa che dura giorni interi: la riscoperta della Parola di Dio (cfr. 2Re 22, 8-11). Non sarà per caso che al fondo della crisi di oggi nelle parrocchie ci sia il fatto che la Parola di Dio è caduta nel dimenticatoio? Guai! Se è così, abbiamo bisogno di un nuovo inizio.

4.

Faccio riferimento anche ad un’altra pagina della Sacra Scrittura, presa dal Libro del Profeta Geremia, un profeta a cui è capitato di vivere in un tempo terrificante: Geremia, infatti, deve assistere alla distruzione di Gerusalemme, la città santa. Il Tempio, che era stato in parte recuperato dal santo re Giosia, di nuovo ritorna in macerie. La dinastia davidica viene interrotta; sono deportati a Babilonia il re, la regina, i figli e tutti i notabili del popolo, insieme a tanta gente. I sacerdoti non compiono più liturgie, niente più incensi. Il Signore manda il profeta Geremia a portare una lettera ai deportati, una lettera che sembra scritta oggi da un vescovo nel “tempo della crisi”: secolarizzazione, scandali nella Chiesa, abbandono della pratica religiosa, calo delle vocazioni e poi la pandemia, ora la guerra. La lettera del profeta Geremia dice come vivere il tempo della crisi. La crisi può essere un tempo utile e necessario per il cambiamento. «Così dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele, a tutti gli esuli che ho fatto deportare da Gerusalemme a Babilonia…» (Ger 29,4). A deportare non è stato Nabucodonosor? Sì, per le cronache e per i libri di storia, ma quello che è accaduto è accaduto perché il Signore lo ha permesso: l’ha voluto per purificare il suo popolo; infatti, il Signore aggiunge: «Costruite case, abitatele (non vivete da barboni sotto i ponti perché siete a Babilonia in un paese straniero), piantate orti, mangiatene i frutti; prendete mogli, mettete al mondo figli. Lì moltiplicatevi e non diminuite. Cercate il benessere nel paese in cui vi ho fatto deportare e pregate per esso il Signore» (Ger 29,5-7).  Il Signore fa capire che il tempo della crisi può essere un tempo davvero di nuovo inizio. E così accade. È stato abbattuto il Tempio, ma i credenti hanno cominciato ad incontrarsi nelle sinagoghe, in piccoli spazi, quasi un raduno di famiglia, dove si leggono le Scritture (i famosi rotoli). Cominciano a comprendere che Dio non è soltanto il Dio d’Israele, di Gerusalemme, ma il Signore di tutto il mondo: emerge la dimensione universale del monoteismo. È come se Dio dicesse inoltre: «In questo tempo di crisi datevi da fare: famiglia, lavoro, impegno sociale…». Non è un’allusione all’impegno dei laici nel quotidiano? Non ci sono più sacerdoti al Tempio, nascono i rabbini, nuove forme di ministerialità. Poi c’è la parola conclusiva: «Quando saranno compiuti a Babilonia settant’anni, vi visiterò e realizzerò la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. […] Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi» (Ger 29,10.13). Dunque, con l’esperienza dell’“inizio” consideriamo la fedeltà di Dio; partiamo dalla riscoperta del Vangelo; ritroviamo forza per affrontare la crisi, tempo che il Signore vuole per la nostra maturazione. Così sia.

Discorso nel conferimento della cura pastorale della parrocchia di Serravalle a don Pier Luigi Bondioni

Serravalle (RSM), 23 ottobre 2022

C’è gioia e c’è attesa per questo nuovo inizio. Ma soprattutto vince la carità reciproca che è il segno unitivo e distintivo dei discepoli del Signore. «Dove due o più sono uniti nel mio nome – dice Gesù – io sono presente in mezzo a loro» (Mt 18,20). E noi ne godiamo. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). «Come io e il Padre siamo una cosa sola, così anche voi uniti perché il mondo creda» (cfr. Gv 17,21). Questa è la prima e fondamentale testimonianza che evangelizza e ognuno di noi si mette in gioco. Questa è la nostra carta d’identità. Siamo un popolo messianico che ha per capo Cristo, come statuto la dignità e la libertà dei figli di Dio, la sua legge è il comandamento nuovo di amarci, come lui ci ha amato. Il suo fine, il fine di questo popolo, è il regno di Dio, iniziato sulla terra da Dio stesso, ma destinato a dilatarsi sempre di più (cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 9). Questo amore deve essere aperto alle persone che vivono in questo territorio, soprattutto ai più fragili, a chi soffre, a chi non trova ragioni per vivere.
Mi piace rivisitare quello che è il nostro luminoso cammino attraverso le parole di un’altra pagina del Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n.1).
Davanti a me, in questo momento, è riunita una comunità parrocchiale desiderosa di proseguire il suo cammino con nuovo slancio; una comunità che – ripeto – vuole aprirsi al territorio, consapevole di avere una missione da portare a servizio di tutti.
Rivolgo un saluto particolare alla mamma di don Pierluigi e ai suoi familiari, ma soprattutto a don Pierluigi. Viene da Pennabilli, dalla parrocchia della Cattedrale, una realtà significativa, dove ha dato se stesso ed è stato riamato, dove ha imparato le sorprese della relazione umana, caratteristica del pastore. Ora si allargano per lui gli spazi della carità pastorale su una realtà più grande (Serravalle è cinque volte più grande di Pennabilli), sicuramente più impegnativa, ma più giovane, socialmente più ricca, anche se complessa. Caro don Pierluigi, hai davanti un vasto campo di apostolato. D’altra parte, conosci già tanti amici e amiche di questa comunità, guardali con occhi nuovi, ora sicuramente con occhi e cuore più maturi. Don Pierluigi conosce bene la storia di Serravalle, le sue vicende passate e vicine, e riceve un’eredità ricca di passione pastorale – penso a don Peppino – e ricca di spiritualità – penso a don Simone. Con questi sacerdoti tanti laici si sono spesi, e lo faranno ancora, impegnando cuore, volontà, braccia, soprattutto per la gioventù, per l’educazione, per il sociale, per le attività più svariate (centro sociale sant’Andrea, coro, circolo anziani, associazioni, gruppi, realtà sportive, Colonia La Verna, ecc.).
Don Pierluigi sale su un treno ben avviato. Il nuovo inizio è anche una grazia di rinnovamento. Come ci ricorda spesso papa Francesco, bisogna andare oltre il “si è sempre fatto così” e rinnovarsi. Aiuterà sicuramente l’esperienza, ben avviata a Serravalle, del Cammino Sinodale, da riprendere appena possibile; un cammino fatto di ascolto sincero, aperto, senza repliche, di corresponsabilità, lettura della realtà, da cui arrivare alle decisioni da prendere insieme, con laici attivi, consapevoli del loro Battesimo. Qui, don Pierluigi, hai un grande tesoro, un grande dono: la presenza delle suore.
Permettimi qualche indicazione per il tuo ministero. Essere costituito parroco in questa comunità non deve farti perdere di vista la Diocesi come grembo; non deve allentarsi il legame con il presbiterio, di cui fai parte per vincolo sacramentale. Sei a Serravalle perché accompagnato e introdotto dal Vescovo. Il tempo che dedicherai agli incontri con i confratelli e con il Vescovo non è rubato alla parrocchia, ma è un accumulo di grazia: le mattine di spiritualità, l’aggiornamento, gli esercizi spirituali e tutte le altre convocazioni. Ritorna a quell’unico cuore da cui partono i sacerdoti e dal quale sono nutriti per trasmettere la comunione ecclesiale.
Permettimi anche una confidenza, dopo cinquant’anni di sacerdozio. Ho ricevuto categorie teologiche, sempre valide, universali, ma in me hanno avuto una sorta di evoluzione negli anni. Si diceva, con una certa enfasi, sacerdos alter Christus; in cima al regolamento del Seminario leggevo: Tu autem homo Dei. Teologie da capogiro, a ben pensarci! E poi “sacerdote come dispensatore dei divini misteri” e si studiava la teologia dei poteri del presbitero, tria munera. Ma si trattava di una teologia che doveva necessariamente aprirsi ad altri orizzonti. Del resto, non è sacerdote ognuno di voi secondo il Battesimo? Non offrite ogni giorno la vostra vita a Dio? Il matrimonio non è forse una forma sublime di esercizio del sacerdozio regale, perché dono di sé senza misura? Il sacerdozio ministeriale, quello del prete, è a servizio del sacerdozio regale, battesimale. Il sacerdozio è da vivere per il proprio popolo, alla maniera di Gesù che offre la sua vita, mette a disposizione le sue mani, il suo cuore, fa di se stesso un dono. Allora i tre doni – insegnare, guidare, santificare – diventano più comprensibili dentro una comunità. A chi insegno, chi guido, chi santifico, se non una comunità? Quando un presbitero celebra Messa, solo lui può dire le parole: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue», ma alla fine c’è l’Amen dell’assemblea, che conferma con la sua fede. Dopo cinquant’anni di sacerdozio posso dire che sono stato generato dalla mia gente, senza nulla togliere all’imposizione delle mani, al sacramento dell’Ordine Sacro. Le persone mi hanno insegnato come si fa il prete, con le loro domande, a volte provocatorie, con le loro richieste, con le loro proposte. E anche il sacro celibato, custodito gelosamente, l’ho compreso sempre più come misura dell’amore pastorale, affetti ricevuti e affetti ricambiati.
Caro don Pierluigi, ti chiedo un’attenzione speciale per la famiglia, primo nucleo della comunità, come la chiama il Concilio, «piccola chiesa domestica» (cfr. Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 11; Apostolicam Actuositatem, n. 11). Vicinanza alla famiglia nel suo nascere, cura dei fidanzati e prima ancora dei giovani e della loro educazione affettiva (ti chiedo la presenza nei percorsi prematrimoniali che si tengono in San Marino). Vicinanza nella celebrazione del sacramento del matrimonio, ricordandone l’efficacia per la vita e per la missione degli sposi; poi nell’accompagnamento di genitori e figli all’iniziazione cristiana. Presenza nei momenti del dolore, quando in famiglia fanno la loro comparsa la malattia, la sofferenza, la solitudine, il lutto. Presenza nelle situazioni di crisi, nell’incontro con le famiglie “ferite” (in questa comunità è stata avviata una bella esperienza di accoglienza, di accompagnamento e di incoraggiamento alla partecipazione alla vita piena della comunità; ti prego di avere un’attenzione specialissima per questa realtà).
Poi una confidenza personale, avendoti conosciuto da vicino: non avere paura di aprire il tuo cuore, non temere neppure per i tuoi limiti; quando saprai accettarli e manifestarli, sarà il momento in cui ti sentirai ancora più accolto, più amato. Crescerai con la comunità che stai sposando e la comunità crescerà con te. Autenticità: mi sembra la parola più adatta e sintetica.
Infine, vorrei potessi esprimere anche qui il tuo amore per la santa liturgia, per l’altare, come maestro di preghiera. Il Vangelo che tra poco il diacono proclamerà si apre e si chiude con due verbi di moto: moto a luogo – si parla di una salita al tempio – e moto da luogo, il ritorno dal tempio; in mezzo lo spazio della preghiera come un dono, non come cerimonia, ma come incontro col Signore. Se umilmente lasciamo fare a Dio, scenderemo giustificati, come dice il Vangelo. Giustificati significa luminosi, come Mosè che scende dal monte col viso raggiante. Lo auguro a te che presiedi l’assemblea, lo auguro ai fedeli che proclamano con l’Amen il loro sacerdozio battesimale. Auguri!

Omelia nella XXIX domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Santuario B.V. delle Grazie, 16 ottobre 2022

Es 17,8-13
Sal 120
2Tm 3,14-4,2
Lc 18,1-8

Per due settimane avremo come tematica e come proposta di vita la cura della preghiera. Gesù, nel bel mezzo di un discorso escatologico (discorso sulle “cose ultime”, là dove arriva il disegno di Dio), inserisce una catechesi sulla preghiera: «Dovete pregare sempre senza stancarvi». Poi fa un discorso che può essere interpretato secondo due prospettive, una più ampia e una più intima, personale. La prima prospettiva è la seguente. I cristiani dicono: «Il Signore è venuto! È la parusia: con Gesù Risorto tutto è compiuto, ma non ancora completamente manifestato. Il Signore ritornerà». Sono già passati tanti anni – forse cinquant’anni quando Luca scrive – ma il ritorno di Gesù, lo splendore della sua regalità, ancora non si vede. Molti discepoli cominciano a stancarsi, a perdere la tensione verso Gesù. Anche le loro preghiere, un tempo fervorose, si “spengono” pian piano. Sono in difficoltà a causa del “ritardo del Signore”. Allora Luca racconta una parabola di Gesù che viene a proposito. I protagonisti sono due: un giudice di iniquità, che non ascolta, non prende sul serio le cause dei poveri, e una vedova che insiste per ottenere giustizia (Luca parla spesso delle vedove nel suo Vangelo). La bellezza dell’azione della vedova è che non molla, non lascia nulla di intentato, fino al punto che il giudice dice tra sé: «Questa vedova mi sta estenuando; non m’importa nulla di lei, ho già i miei clienti che pagano bene… ma se non le do retta mi fa un occhio nero (questa la traduzione letterale dal greco)». Con questa parabola è come se Gesù dicesse: «Siete una comunità affannata, che subisce le persecuzioni, con tanti problemi, vi potrebbe succedere di perdere l’entusiasmo. Invece, dovete avere fiducia, perché se un giudice di iniquità ha esaudito la povera vedova, figuriamoci se Dio non vi viene incontro e non lo fa prontamente». Il messaggio è per quella situazione, ma anche per noi oggi; anche noi viviamo situazioni di limite e di prova, sia a livello mondiale che nazionale, sia anche nell’esperienza di Chiesa: non dobbiamo perdere l’entusiasmo. Gesù vede, ascolta, sa. Se ascolta il giudice di iniquità, figuriamoci se non ascolta Lui!
Il secondo messaggio, più personale, di Gesù, tiene conto del contesto escatologico, in cui Dio è giudice, ma non un giudice di iniquità. Gesù vuole, se ce ne fosse bisogno, scalzare questa idea di Dio che tante volte abbiamo dentro di noi, l’idea di un Dio-giudice che non ascolta, che è più propenso verso chi è ricco piuttosto che alla povera vedova, un Dio severo, lontano, che si disinteressa al nostro grido. Qualche volta questo è il nostro pensiero su Dio, forse per l’educazione ricevuta. La condizione della vedova è anche la nostra: siamo tutti, in qualche modo, nella vedovanza. La vedova è una che ha perso la ragione della sua vita, la bellezza della sua esistenza. Allora Gesù dice: «Ricordatevi bene che io non sono quel giudice che forse immaginate; al contrario io vado di corsa verso di voi per soccorrervi; vi sono vicino». Torna il grande discorso della preghiera: «Non stancatevi di pregare, pregate sempre senza cessare…». Ciò sembra in contraddizione col Vangelo di Matteo in cui è scritto: «Non sprecate parole quando pregate, non fate come i pagani…» (cfr. Mt 6,7). Gesù intende dire che la preghiera continua è vivere alla sua presenza. Abbiamo la grazia di poter vivere questa dimensione della preghiera praticando “la Parola di vita”. Abbiamo bisogno di alfabetizzarci con la Parola, anche prendendo una frase alla volta: «Ogni scrittura è divinamente ispirata» (2Tm 3,16), è Dio che parla.
Concludo con un racconto dei padri del deserto. Un discepolo va dal maestro di preghiera e gli chiede: «Insegnami a pregare. Come faccio per raggiungere il vero raccoglimento?». Il maestro risponde: «Vedi queste montagne. Dove si raccolgono le acque? Giù in valle, nel profondo. Quindi ti dico di andare in profondità». Il discepolo obietta che ha saputo di un suo compagno che ha posto la stessa domanda e il maestro gli ha risposto che doveva salire sul monte, andare in alto, nella solitudine e negli spazi infiniti. «Allora devo andare in profondità o in alto?», replica il discepolo. Il maestro lo guarda e dice: «C’è un luogo dove la profondità e l’altezza si combinano? È il momento presente». Nel momento presente vai in profondità e c’è il raccoglimento totale; nello stesso tempo il momento presente è la vetta; è proprio lì, nel momento presente, che devi essere una cosa sola col tuo Signore: vivere il Vangelo nel momento presente.

Roverino CUP Diocesi

La “Roverino Diocesi Cup” è ormai diventata un appuntamento fisso ed è segnata col cerchietto rosso da parte di tutti i giovani del nostro territorio, che non vedono l’ora di passare un pomeriggio di festa ed amicizia, senza però rinunciare a quel sano agonismo necessario ogni volta che si partecipa a questo evento, con tutte le squadre che puntano a portarsi a casa l’agognata coppa da mettere in bella mostra nella propria saletta parrocchiale.

Quest’anno la data prescelta dalla Pastorale Giovanile, che cura l’organizzazione della giornata, è il 16 ottobre e dopo che l’anno scorso la competizione si è tenuta in Repubblica (per la precisione a Murata, nella sede dei Salesiani) quest’anno sarà nella Valmarecchia, al “Torricella Stadium”. Per chi non avesse mai sentito parlare di Roverino, è un gioco nel quale i componenti di una squadra hanno l’obiettivo di passarsi una corda chiusa a cerchio e lanciarla affinché si infili in un bastone, tenuto in mano da un compagno posizionato nell’area situata alla fine del campo avversario. Ovviamente, al termine del tempo stabilito chi ha più punti vince la partita.

Le sfide sono molto sentite, dato che si “accende” molto campanilismo grazie al fatto che ogni Parrocchia può schierare la propria squadra (anche di più per quelle realtà che hanno al proprio interno più gruppi giovanili: ad esempio Novafeltria si presenta solitamente con la squadra dell’Azione Cattolica e quella degli Scout). La competizione rende frizzante la giornata tra incontri all’ultimo lancio e spareggi finali. Il tutto si conclude con la consegna del roverino d’oro al giocatore che più si è distinto durante le partite.

Come in tutti gli incontri organizzati dalla Pastorale Giovanile al centro però c’è la voglia di incontrarsi, di divertirsi insieme e riconoscersi fratelli nella fede, abbattendo la distanza geografica e le diversità date dal gruppo di appartenenza: quale modo migliore se non giocando insieme?!

Anche quest’anno non esitate a creare la vostra squadra, indossare una maglietta colorata per distinguervi e dare il via al gioco, in ogni caso la merenda è assicurata!

Simon Pietro Tura

Nel X anniversario di don Agostino Gasperoni

Il 12 marzo 2012 don Agostino Gasperoni entrava nel definitivo di Dio, dopo un lungo percorso di malattia vissuto con fede e speranza. Presbitero della Chiesa di San Marino-Montefeltro, parroco della parrocchia di Santa Maria Maddalena e docente di Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico Marchigiano e l’ISSR “A. Marvelli”, ha acceso un debito grande di riconoscenza presso la nostra comunità accademica-formativa.

Tra i suoi primi fondatori e sostenitori, ha ricoperto presso l’Istituto “A. Marvelli” anche ruoli direttivi per diversi anni, diventando una delle “colonne” portanti della sua architettura. Per oltre trent’anni don Agostino ha servito con impareggiabile dedizione e fedele premura questo piccolo “vivaio” della formazione teologica e spirituale delle nostre Chiese. È stato davvero decisivo ed esemplare il contributo da lui offerto alla crescita della conoscenza biblica, in termini scientifici e nondimeno nella sua declinazione pastorale e spirituale, come pure all’educazione del rapporto con la Parola di Dio dentro la vita della Chiesa. Egli ha consegnato a diverse generazioni di laici, diaconi, seminaristi e religiosi, un rigoroso criterio metodologico di studio della Bibbia, insieme all’amore, la passione e l’arte della relazione ecclesiale e personale di amicizia in Cristo mediante la sacra Scrittura. Nel corso degli anni, molti di noi hanno gustato la bellezza e la faticosa dolcezza dell’incontro con il Dio biblico e con la storia della salvezza grazie soprattutto alla competenza e alla passione di questo nostro maestro e fedele amico, umile, esigente e amorevole, che riusciva a tenere insieme in modo armonico fermezza e dolcezza, rigore interpretativo e premurosa attenzione alla persona.

In occasione del decimo anniversario della morte di un così caro amico e collega, il nostro ISSR interdiocesano “A. Marvelli” vuole riconvocare la figura di don Agostino Gasperoni, fedele seguace della amatissima Parola “spezzata”, secondo questo duplice versante – teologico/accademico e teologale/pastorale. Nel luogo costituito dalla sua esistenza intera essa si è infatti data come premurosa seminagione e condivisione, in una dedizione senza limiti, con generosità e gratuità senza calcolo e misura, neppure di tempo. Desideriamo dunque onorare con sentimenti di gratitudine il debito verso lui contratto facendo quello che la Scrittura ci comanda: ricordare e narrare.

Si svolgerà pertanto

Nella memoria di Lui
don Agostino Gasperoni – uomo biblico
mercoledì 26 ottobre 2022ore 18
Maria Annunziata della Scolca (S. Fortunato)

Programma:

  • ore 18,00: Celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Andrea Turazzi, Vescovo di S. Marino-Montefeltro e Vice-moderatore dell’ISSR.
  • a seguire (ore 19,00 circa): la memoria dell’uomo biblico Agostino Gasperoni, secondo un duplice versante formativo – accademico, grazie al profilo tracciato dal prof. Luca Spegne (ISSR “A. Marvelli” e STM); spirituale, secondo il ricordo di Elisabetta Manuzzi (Caritas Rimini).
  • Momento conviviale (ore 20.15 circa): un buffet offerto a tutti i convenuti, presso i locali del Seminario Vescovile.

Per informazioni ed opportuna prenotazione contattare la segreteria organizzativa dell’ISSR: 0541.751367, segreteria@isrmarvelli.it.