GIORNATA DEI GIORNALISTI

Pennabilli, 17 gennaio 2022

AI PROFESSIONISTI DELL’INFORMAZIONE

Gentili Signore e Signori,
nonostante le difficoltà del momento presente non rinunciamo, pur con tutte le precauzioni, alla tradizione avviata qualche anno fa di vivere un momento di amicizia, di preghiera e di riflessione fra giornalisti e operatori dell’informazione nella festa del santo patrono Francesco di Sales, lunedì 24 gennaio prossimo.
L’attualità incalza; oltre all’epidemia tengono banco le manovre per l’elezione del Presidente della Repubblica italiana e tanto altro… Tuttavia, perché non regalarci un’ora per ripensare alle responsabilità e agli ideali che motivano il nostro impegno nella comunicazione?
Un’altra considerazione: ai media non sfugge l’apertura che papa Francesco propone a tutti per il rinnovamento della Chiesa attraverso l’indizione di un Sinodo con un’ampia consultazione “dal basso”, come mai accaduto. È su questo che proponiamo l’incontro del 24 gennaio: “Il Sinodo per una Chiesa rinnovata: Chiesa dell’ascolto e della vicinanza”.
Nella speranza di poterci salutare di persona auguriamo un anno finalmente più sereno

+ Andrea Turazzi, vescovo

Francesco Partisani
Direttore Uff. dioc. Comunicazioni Sociali

PROGRAMMA GIORNATA DEI GIORNALISTI
24 gennaio 2022, festa del patrono San Francesco di Sales
Chiesa di Murata (RSM), San Marino Città, via don Bosco, 12 RSM

Ore 10:45 – Accoglienza
Presentazione di Francesco Partisani
Ufficio Comunicazioni Sociali – Diocesi San Marino-Montefeltro

Saluto di Roberto Chiesa
Presidente Ordine dei Giornalisti di San Marino

Ore 11:15 – Liturgia della Parola
presieduta da S.E. Mons. Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Risonanze da parte di alcuni amici giornalisti

Ore 12:15 – Conclusioni

DOMENICA DELLA PAROLA

Pennabilli, 17 gennaio 2022
 

Va consolidandosi la dedicazione speciale di una domenica alla Parola di Dio: quest’anno domenica 23 gennaio.
Abbiamo da poco contemplato e celebrato il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio ed ora, nel mese dedicato al dialogo ecumenico e all’incontro con l’ebraismo, la Chiesa chiede di radunarsi di nuovo attorno a quel Verbo per poter riflettere sull’importanza che le Sacre Scritture hanno per tutto il popolo di Dio. «Ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo!», scriveva san Girolamo.
La comunità dei credenti vive della Parola: è suo nutrimento (cfr. Deut 8,3 in Mt 4,4) ed è lampada per il suo cammino (cfr. Sal 119,105).
Siamo cresciuti nella necessità di non disgiungere mai il Sacramento dalla Scrittura. Ora viene raccomandato, nel Cammino Sinodale appena avviato, di aprire ogni incontro con l’ascolto profondo della Parola, docili allo Spirito Santo.

Il Programma pastorale diocesano chiede un nuovo slancio nel promuovere l’ascolto comunitario della Parola di Dio: «Di per sé l’omelia non basta. Questo obiettivo da realizzare può essere chiamato “gruppo del Vangelo”, “incontro biblico” oppure “lectio divina”… Si tratta di far sbocciare dall’ascolto della Parola l’impegno e la testimonianza».

Quella dedicata alla Parola è una “giornata”, ma perché tutte le giornate siano ascolto dello Spirito che parla attraverso le Scritture, ascolto di ciò che il Signore fa in chi accoglie la Parola, ascolto tra fratelli che, vivendo insieme la Parola, formano un sociale cristiano.

Ogni sacerdote, con la collaborazione del diacono e di laici e religiosi, ha intelligenza, cuore e intraprendenza per celebrare in modo conveniente la Domenica della Parola, anche con segni esterni (introduzione solenne dell’Evangeliario, incensazione, benedizione, ecc.). All’Ufficio Catechistico e all’Ufficio Missionario e per l’Ecumenismo è stato chiesto di preparare un momento diocesano unitario online: domenica 23 gennaio dalle ore 16 alle 18 su piattaforma Zoom:

https://us02web.zoom.us/j/9121968689?pwd=NzU4WGlCY3dkL0JSR3pLekQ0UEFsQT09

ID Riunione: 912-196-8689
Password: 2689112333

Auspicabile – dove è possibile – riunirsi in più persone per partecipare alla preghiera ecumenica. Commenteranno il testo biblico proposto (Mt 2,1-11) il prof. Natalino Valentini, già direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” e docente di Ecumenismo, il pastore Alessandro Esposito della Chiesa Valdese, padre Gabriel Cerbu, presbitero della Chiesa Ortodossa-Rumena, e il Vescovo Andrea Turazzi, che ospita l’incontro.
Apriranno e chiuderanno con un saluto il direttore dell’Ufficio Catechistico Diocesano (don Marco Scandelli) e il direttore dell’Ufficio Missionario e per l’Ecumenismo (don Rousbell Parrado).

A cura dell’Ufficio Comunicazioni Sociali
Diocesi di San Marino-Montefeltro

Omelia nella S. Messa in suffragio di S.E. Mons. Luigi Negri

Pennabilli (RN), Cattedrale, 11 gennaio 2021

Ebr 13,7-9
Sal 22 (23)
Gv 17,24-26

Carissimi,
vogliamo anzitutto obbedire al Signore che si rivolge a noi con la Lettera agli Ebrei e ci invita a fare memoria di coloro che ci hanno annunciato la Parola di Dio; con questo spirito facciamo memoria dell’Arcivescovo Luigi. È un dovere che compiamo con gratitudine, anzi lo sentiamo come un bisogno, un bisogno del cuore. «Ricordatevi dei vostri capi»: lo ricordiamo per la generosità e la profondità con cui ci ha annunciato la Parola di Dio. Vogliamo imitarne la fede, sua grande lezione, e fare nostra anche la sua ricorrente raccomandazione a non lasciarci sviare da dottrine che ci allontanano da Cristo. Sono parole sue: «Cristo è con noi e, se Cristo è con noi, nessuno potrà mai mettere in dubbio questa sua presenza piena di forza e di affetto. Uniamo la nostra vita alla sua, riconosciamolo presente tutti i giorni della nostra esistenza, consegniamogli la nostra vita».
Un vescovo è legato alla sua Chiesa come uno sposo alla sposa. La regge in luogo di Dio; in lui, assistito dai suoi presbiteri, è presente il sommo sacerdote Gesù. Egli, il vescovo, «è il visibile principio e fondamento di unità della sua Chiesa particolare», così il Vaticano II; ma prima, tra i padri, mi piace citare san Cipriano: «La Chiesa è nel vescovo e il vescovo nella Chiesa» (Ep 66,8,3). E prima ancora, Gesù stesso: «Chi li ascolta [i Vescovi], ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che lo ha mandato» (cfr. Lc 10,16 in LG 20). Se il Vescovo è forma gregis (1Pt 5,3) non può non modellarla in qualche misura su tratti della sua persona, del suo Spirito. Ogni vescovo contrassegna la sua Chiesa e ogni Chiesa rimane contrassegnata dal suo vescovo.
Dico grazie, insieme con voi, al Signore per le tracce profonde lasciate da mons. Luigi in questa nostra Chiesa. Sarebbe bello ripercorrere la vicenda umana e spirituale di mons. Luigi e riprendere in mano i contenuti e le opere del suo ministero, partendo dalla formazione ricevuta, approfondita poi nella preparazione al sacerdozio, agli studi continuati dopo, all’incontro con il carisma di Comunione e Liberazione. Sarebbe necessario studiare il suo insegnamento, la sua attività, la sua presenza e testimonianza in questo momento così singolare della vita della Chiesa. Sarebbe interessante, necessario, tutto questo. Credo di interpretare il desiderio di ognuno nell’impegnarci tutti, con l’aiuto di persone competenti, ad organizzare una lettura approfondita del suo apporto alla nostra Diocesi e alla Chiesa italiana.
Dopo l’impressione forte alla notizia della sua morte – eravamo qui in Cattedrale (si celebrava il Te deum di fine anno) –, dopo la commozione ai funerali a cui tanti di noi hanno potuto partecipare a Ferrara o a Milano, dopo le tante considerazioni sui media sulla figura di questo vescovo intellettuale e umanissimo, schietto e appassionato, intrepido e fanciullo, bussa al cuore l’esigenza di una preghiera più intima ed una considerazione più spirituale che interpreti la sua vita, la sua missione e la sua partenza da noi.
Mi piace farlo inquadrando la persona e la vicenda dell’Arcivescovo dentro al brano evangelico che è stato appena proclamato. Si tratta di appena tre versetti nella grande preghiera sacerdotale di Gesù. Il contesto è quello dei “discorsi di addio”. Vi trapelano la commozione di Gesù, lo sbigottimento dei discepoli e l’intreccio di temi impegnativi. Siamo invitati ad entrare nell’intimità che Gesù ha con il Padre – è la sua preghiera – a comprendere in lui il nostro destino e a contemplare grandi orizzonti. Si tratta di tre versetti – ho detto – che hanno a che fare con il sacerdozio di Gesù, ma anche col sacerdozio partecipato dai discepoli. Gesù parla di sé, parla della missione di ogni discepolo e della missione propria del sacerdote. Tre versetti, tre le parole che si rincorrono, si intrecciano: gloria, conoscenza, amore. «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria». A cosa aspira un cristiano, più o meno consapevolmente, se non alla contemplazione della gloria? Magari non lo dice con l’ardimento e le parole di Mosè: «Signore, mostrami la tua gloria» (cfr. Es 33,18), ma in verità questo è tutto il suo desiderio e la sua inquietudine.
L’Arcivescovo Luigi ha vissuto questa ricerca. Poi la scoperta, diventata certezza, roccia: «Tu fortitudo mea» (il motto del suo stemma episcopale). Ma ha sempre apprezzato e incoraggiato, soprattutto nei giovani, l’attitudine alla domanda, alla ricerca. E in questo è stato maestro. Conosceva le tappe dell’itinerario: la ricerca interiore, l’inquietudine, l’inseguimento della verità come bellezza, fino alla bellezza più bella: Gesù Cristo. «Quaesivi et inveni (ho trovato ciò che cercavo)». Nell’itinerario c’è da mettere in conto la caduta, il peccato. Due le risoluzioni dell’Arcivescovo Luigi. La prima: la carità pastorale che, opportunamente e inopportunamente, si fa avanti per smascherare l’inganno e contrastare il pericolo. La seconda, assolutamente non moralistica: la preghiera, quella che diciamo ad ogni Messa: «Signore, non guardare i nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa». «La nostra esistenza – sono ancora parole sue – consegnata al Signore non perde la sua consistenza umana, ma la ritrova ad una profondità più definitiva». «Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa». Chiesa, salda roccia, sicura imbarcazione: non uscire mai dalla barca di Pietro per avventurarsi in solitudine in un guscio di noce. Ci ha insegnato il valore profondo dell’appartenenza, anche quando può essere difficile.
«Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato». Conoscere e far conoscere il mistero di Cristo dall’incarnazione alla risurrezione. Questo chiede Gesù nella sua preghiera sacerdotale. In che cos’altro può riassumersi l’impegno di un sacerdote e di un vescovo? «Per conto mio – scriveva san Paolo – mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime» (2Cor 12,15). E conclude chiedendo tenerezza: «Se io vi amo più intensamente dovrei essere riamato di meno?». “Affezione”: parola ricorrente nel parlare e nello scrivere dell’Arcivescovo Luigi; affezione attesa a dispetto della sua apparente austerità. Ecco la missione a cui chiama Gesù: donarsi, nella collaborazione con lo Spirito Santo, per aprire le menti all’intelligenza, alla contemplazione del mistero e all’accoglimento della carità di Dio Padre nel suo Verbo che si rivela elargendo la sua presenza. È l’obiettivo della missione, quello che in forme diverse ognuno vorrebbe operare nella laboriosità dell’azione, nella testimonianza, ma anche nel prezzo della quotidiana fedeltà. «Impeto missionario»!
Se le nostre considerazioni devono concludersi in una preghiera la formuliamo così per l’Arcivescovo Luigi: che possa godere definitivamente della contemplazione della gloria di Cristo che tanto ha amato, e cioè della visione del suo volto, dell’effusione del suo amore con quello del Padre e dello Spirito, per sempre. È possibile? Certo! La preghiera di Gesù è efficace. Gesù rivolgendosi al Padre si impone ed esige: «Voglio, Padre». Sappiamo che egli viene esaudito per la sua pietà (cfr. Ebr 5,7). Così sia.

Omelia nella Festa del Battesimo di Gesù

Maiolo (RN), 9 gennaio 2022

Is 40,1-5.9-11
Sal 103
Tt 2,11-14;3,4-7
Lc 3,15-16.21-22

La narrazione del Battesimo di Gesù è comune a tutti gli evangelisti, Giovanni compreso, che fa narrare l’accaduto al Battista.
Questi i fatti. Giovanni Battista è al fiume Giordano dove pratica questo segno di purificazione e di conversione. Accorre tanta gente. Giovanni non ha paura: ha uno stile di vita simile a quello degli antichi profeti. Invita alla conversione anche con parole forti e dure. Non teme Erode, a cui contesta le “scelleratezze” e la relazione incestuosa con Erodiade. Questa aperta contestazione al potere causerà guai al Battista. Al fiume Giordano scende anche Gesù, mescolato tra la folla. Gesù non è andato con gli Esseni, puri e duri, che hanno abbandonato la città per ritirarsi in luoghi deserti nella regione del Mar Morto (Qumran).
Perché è così importante il Battesimo di Gesù? Il motivo per cui questo episodio viene narrato è perché costituisce un punto fondamentale nella vita di Gesù: qui inizia la sua missione, viene presentato ufficialmente, accreditato davanti al popolo di Israele che si interrogava sull’arrivo del Messia (cfr. Lc 3,15) – per questo si celebra il Battesimo del Signore dopo l’Epifania – è come una manifestazione: quel bambino nato a Betlemme, cresciuto a Nazaret, che va sulle rive del fiume, è il Messia, è il Signore. Non possiamo che essere stupefatti davanti a lui, così umile, così semplice e così grande. Anche i Magi si erano sbagliati in un primo momento, perché cercavano il Messia nella grande città, Gerusalemme; lo cercavano a palazzo, avevano consultato i sapienti e i sommi sacerdoti, invece Gesù era in un borgo di campagna, a Betlemme, in un rifugio di fortuna, seduto sulle ginocchia di sua mamma, come tutti i bambini.
Mentre Gesù arriva sulle rive del fiume con tutti, viene presentato come il Messia.
Luca aggiunge alla cronaca questi dettagli. C’era tanta folla. Nella pagina precedente Luca ci informa che là erano andati perfino i soldati e i doganieri (i pubblicani), per chiedere come cambiare vita, come rinnovarsi. Gesù va in mezzo a loro, sa cogliere il positivo che c’è nel cuore di ogni persona. Anche nei peccatori c’è una scintilla divina, basta solo che si aprano. Andiamo volentieri al sacramento della Riconciliazione perché il Signore vuol dirci che ci ha creato come un prodigio (cfr. Sal 139,14), che abbiamo un potenziale enorme dentro di noi e che lui crede in noi. Luca è l’evangelista che ci racconterà del figliuol prodigo, della donna silenziosa che va ai piedi di Gesù per chiedere perdono e di Gesù in croce che dice al ladrone pentito: «Oggi sarai con me in paradiso».
Secondo dettaglio di Luca: Gesù pregava. Matteo, Marco e Giovanni non lo dicono. Perché era in preghiera? Voleva indicare a tutti il primo passo per la conversione: la preghiera. La preghiera intesa come rapporto col Padre. Niente di più semplice e di più decisivo. Quando un peccatore si mette in preghiera, si mette in relazione, non guarda più se stesso, alza lo sguardo, si sente amato, si sente stimato; allora darà il meglio di sé. La fiducia sblocca, fa sbocciare. Un’altra sottolineatura di Luca: al fiume Giordano, in mezzo alla folla, ai soldati e ai doganieri accade la prima Pentecoste. Negli Atti degli Apostoli ci verrà raccontata la mattina in cui nel Cenacolo ci fu l’effusione clamorosa dello Spirito Santo, il Big Bang che ha dato origine alla Chiesa. Con questa gioia nel cuore continuiamo la celebrazione eucaristica con la professione di fede nella forma battesimale per ricordare quando, nel nostro Battesimo, lo Spirito Santo è sceso su di noi.

Omelia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

San Marino Città (RN), Basilica del Santo, 1 gennaio 2022

55a Giornata Mondiale della Pace

Nm 6, 22-27
Sal 66
Gal 4,4-7
Lc 2,16-21

È bello aprire il nuovo anno lasciando scorrere su tutti noi come un fiume la benedizione che Dio ha affidato ad Aronne per Israele, una benedizione che è per tutti.
Accogliamola non come un semplice augurio, ma come benevolenza del Signore su di noi, sui nostri pensieri, sui nostri affetti, sui nostri propositi e sulle nostre responsabilità, proprio come rugiada sull’erba, come tenerezza nel volto del Signore, tanto desiderato. Abbiamo pregato: «Mostraci, Signore, il tuo volto» (Sal 79). Nella pienezza del tempo quel volto ha preso forma. È il volto umanissimo di Gesù di Nazaret. In apparenza «non ha splendore né bellezza da attirare gli sguardi» (cfr. Is 53,2) – è un bambino nella sua povertà – si fa vedere «mentre il silenzio avvolge tutte le cose e la notte è a metà del suo corso» (cfr. Sap 18,14), accolto da un’umile ancella, riconosciuto dai pastori che senza indugio sono accorsi a Betlemme (cfr. Lc 2,16). L’incarnazione è in linea con lo stile stesso di Dio che silenziosamente si cala, si dona, assume, trasfigura. La gloria di Dio prende forma e il Verbo si fa carne. Siamo nel cuore del mistero cristiano da contemplare, ma anche da accogliere e tradurre in stili di vita, almeno su due direzioni. La prima: Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio, si divinizzi. Dunque, dopo il suo Natale il nostro Natale. Accogliamo il dono di essere «partecipi della natura divina» (2Pt 1,4), di essere “adottati” dal Signore, non come rinnegamento dell’umano, o come disimpegno o fuga dalla realtà. Tutt’altro! Il Signore non toglie nulla alla nostra umanità. Tutto dona. La seconda direzione è questa: ogni uomo che viene al mondo è fatto di Cielo, altissima è la sua dignità, per questo Gesù, nell’affidarci il suo “comandamento nuovo”, dirà: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Ancora una volta ci sorprende: il comandamento, fino a lui, riguardava perlopiù la sfera del sacro, del culto, ora il dettato del comandamento nuovo riguarda l’amore per l’altro, l’altro fatto di carne come me, fratelli tutti. Da notare: Gesù non dice «amatemi, come io ho amato voi», come esigerebbe la grammatica, ma «amatevi». Amarlo non tanto nelle belle immagini; ma amarlo nella carne del fratello, non solo in quello giovane che risplende di bellezza, ma anche nel fratello debole, consumato, che è anziano, ammalato o coperto di piaghe. L’uomo è gloria di Dio.
È su questo sfondo di bellezza e di speranza che vogliamo vivere il primo giorno dell’anno, che dedichiamo alla pace.
Oggi ho il privilegio di consegnare a chi ci governa e a chi si prende cura dell’amministrazione pubblica il Messaggio di Papa Francesco per la 55° Giornata Mondiale della Pace. Il Messaggio ci ripropone la promozione della cultura dell’incontro e questo ci chiede di porre al centro di tutta l’attività educativa, la principale e fondante, e di tutta l’attività politica, sociale ed economica, la persona umana. Papa Francesco riconosce che «nonostante i molteplici sforzi si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo». Per superare questa situazione papa Francesco indica tre vie da percorrere «per una pace duratura».
La prima è il dialogo fra le generazioni. «La crisi globale che stiamo vivendo – scrive – ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana». «In questa chiave – continua – vanno apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato».
La seconda via riguarda l’istruzione e l’educazione. «Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione». Al contrario, le spese militari sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. «È dunque opportuno e urgente – scrive papa Francesco – che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti». Terza via è la promozione e la disponibilità del lavoro. Da questo punto di vista la pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione. In particolare, «l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante». Continua Papa Francesco: «La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso. (…) La politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale, trovando sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa».
Affrontare la crisi vuol dire avere il coraggio di avviare una rivoluzione spirituale capace di calarsi nelle dinamiche della vita reale. Ognuno di noi, per la sua parte, ne è promotore: fare pace, cioè essere costruttori, operatori della pace, intraprendenti; essere in pace, cioè impegnati a bonificare i rapporti reciproci: non è facile, ma la pace nasce vicino a noi, attorno a noi; essere pace: questo è il mio augurio per tutti voi.

Natale 2021

Buon Natale! Con queste semplici parole evochiamo un avvenimento straordinario e tuttavia caro e familiare: la nascita di un Bambino, «grande gioia che è di tutto il popolo».
È così per la nascita di ogni bambino, ma di Gesù la fede insegna l’origine divina e la missione salvatrice. Gesù è di tutti, è per tutti, è con tutti.
Il vigore del suo messaggio di amore e di pace si rinnova ogni anno, ma non nega le fatiche che sembrano volerci togliere la speranza. Non siamo di quelli che celebrano il Natale per dimenticare o per evadere dalle preoccupazioni che segnano questi nostri giorni o per fingere che non ci siano problemi attorno a noi e dentro di noi.
Auguro a tutti di saper ascoltare, come fosse la prima volta, «il grido nella notte e vedere la luce apparsa nelle tenebre». Un grido che i padri e le sentinelle della storia hanno ascoltato e trasmesso prima di noi.
Al di là di una effimera emozione, al di là delle pur belle tradizioni esteriori, propongo di ascoltare l’incredibile messaggio del Natale, del Dio per noi, con noi e in noi.
Sorprende un passo del profeta Isaia che viene proclamato il giorno di Natale: è un invito al canto e alla lode: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme». Come possono le “rovine” trovare motivi di canto e di gioia? Siamo segnati da fallimenti, distacchi, dispiaceri, preoccupazioni…
Il fatto è che il Bambino di Betlemme – il Verbo fatto carne – è venuto a prendere per salvare e riscattare ciò che è suo, perché «tutto ciò che esiste è stato fatto per lui e in vista di lui»; si è coinvolto nella nostra fatica di esistere per ridonare a tutti la certezza che qualcosa può cambiare, anzi che tutto può cambiare, e per darci questa speranza come compagna di viaggio. Egli cammina davanti a noi e noi – dietro a Lui – siamo carovana di fratelli che si aiutano per le inquiete strade della terra. Abbiamo intelligenza, cuore e ginocchia. Intelligenza per cercare verità e vie sempre nuove, cuore per non lasciare indietro nessuno e comprenderci di più, ginocchia per pregare gli uni per gli altri, per chiedere aiuto a Colui che ci è vicino. Dipende da ciascuno di noi se oggi è Natale o non è Natale. Il Bambino Gesù si consegna a noi: lasciamolo entrare nella nostra casa, nella nostra vita, là dove realmente ci troviamo.
Auguri: è Natale!

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

In memoria di mons. Luigi Negri

Sapevo dell’aggravarsi dell’infermità di mons. Luigi Negri. Insieme fedeli, religiosi e sacerdoti della Diocesi di San Marino-Montefeltro abbiamo pregato per lui con affetto e gratitudine filiale. Non è stato consentito ad una nostra delegazione di fargli visita e portargli l’augurio di tutti. L’ultimo giorno dell’anno si è conclusa la sua esistenza terrena.
Nella memoria di mons. Luigi sono racchiusi un’infinità di volti, soprattutto quello dei giovani ai quali ha dedicato tutto se stesso nell’insegnamento, nell’amicizia e nell’accompagnamento educativo.
Nella sua preghiera è stata ed è presente la cara Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: le è stata affidata, subito dopo il terremoto del 2012, con le ferite del sisma e con quelle, non meno dolorose, di tante situazioni che ha affrontato con coraggio e dedizione. Ne sono stato testimone.
Ma un posto speciale nel suo cuore di pastore occupa la gente di San Marino e del Montefeltro. Ho ben presente con quale trasporto ne parlava, spesso commuovendosi: il territorio, le pievi, i borghi e soprattutto la gente di questo popolo che, con la sua fede, la ricchezza più vera – sono parole sue – ha vissuto in maniera seria e dignitosa anche le circostanze difficili della vita.
Qui la fede – ricordava tante volte – ha creato una cultura di popolo, ha custodito questa cultura e l’ha educata, contribuendo a realizzare «una civiltà realmente della verità e dell’amore». Accolgo e consegno queste parole come perla preziosa, come testamento spirituale, come progetto da realizzare.
La distanza non ha annullato i sentimenti, la partenza e il compimento definitivo del suo cammino lo rendono ancora più vicino.
Uno dei momenti più belli della sua missione pastorale tra noi è stato quel “giorno benedetto” della visita del Papa alla Diocesi. Fu un dono straordinario per tutti noi, ma anche una testimonianza di stima ed affetto di Benedetto XVI per la sua persona.
Chiedo nella preghiera: ci accompagni ancora, Eccellenza, con la sua preghiera di intercessione, perché sappiamo proseguire quel disegno per cui si è speso senza riserve: la ripresa forte della nostra fede, resa esperienza quotidiana e capace di un nuovo impeto missionario.

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Ad ogni voltar di pagina una sorpresa!

È stato pubblicato il catalogo delle opere esposte alla mostra itinerante dedicata ai “Volti di San Giuseppe nella Diocesi di San Marino-Montefeltro”.
Il volume illustrato – una cinquantina di pagine – riporta, con le immagini, i testi curati da suor Maria Gloria Riva. È introdotto da una presentazione di S.E. Mons. Andrea Turazzi. Molto curato e piacevole l’impianto grafico: ad ogni voltar di pagina, una sorpresa!
La mostra – ancora disponibile su roll-up facilmente trasportabile – si propone di valorizzare il patrimonio artistico della Diocesi proprio in ciò che riguarda il padre putativo di Gesù e traccia così un itinerario alla scoperta del volto di san Giuseppe: nella sua vita, così come l’arte ce lo rappresenta; nella devozione popolare; nell’iconografia delle Sacre Conversazioni.

Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali
Diocesi di San Marino-Montefeltro

Solenne chiusura dell’Anno giubilare dedicato al beato Domenico Spadafora

Martedì 21 dicembre si chiude l’Anno giubilare dedicato al beato Domenico Spadafora: giorno che ricorda la sua nascita al Cielo 500 anni fa.
La solenne liturgia sarà presieduta dal vescovo Andrea Turazzi nel Santuario di Santa Maria in Reclauso (Monte Cerignone PU) e animata dalla pregiata corale di Monte Cerignone.
Il beato Domenico è figura importante per il Montefeltro, dove è particolarmente amato e venerato non solo dalle persone del piccolo centro, ma anche dalle province circostanti. Stupisce il fervore ancora ininterrotto dopo cinque secoli.
Il beato Domenico è nato nel 1450. Si è formato nell’Ordine domenicano conseguendo il titolo di maestro di teologia. È arrivato a Monte Cerignone (PU) nel 1491 per fondare un convento e una chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie, in località Fontebuona. Per 30 anni si è dedicato all’evangelizzazione e alla cura dei poveri. Uomo di grande austerità e preghiera.
Il Santuario della chiesa di Santa Maria in Reclauso, dove è custodito il suo corpo incorrotto, è costante meta di pellegrinaggi. Il beato Domenico è una figura di straordinaria attualità per il suo modo di interpretare la missione come vicinanza al popolo e alle sue vicende.
L’Anno centenario ha goduto del privilegio giubilare dell’Indulgenza concessa dalla Santa Sede. La pandemia ha costretto alla limitazione delle tante iniziative previste.
Un plauso particolare va alla parrocchia di Monte Cerignone che custodisce la memoria del Beato. Un riconoscimento grato va a don Jhon Blandon che in questi anni ha curato, oltre all’assetto materiale del Santuario, la pastorale e l’animazione spirituale. Accanto al Santuario ha attrezzato un ampio spazio per l’accoglienza dei pellegrini e dei gruppi. Ha voluto la riedizione in lingua corrente della più antica biografia del Beato, scritta da Gian Battista Contarini nel 1744. Auguri di buon lavoro pastorale al nuovo rettore, don Stefan Mirt, di recente nomina.
La chiusura del Centenario non pone fine alla devozione, tutt’altro. Ci si augura sia approfondito il profilo storico del Beato e del suo tempo, come la “ricerca della sua anima”.

Ufficio Comunicazioni Sociali
Diocesi di San Marino-Montefeltro

Omelia nella IV domenica di Avvento

Pennabilli (RN), Cappella del Vescovado, 19 dicembre 2021

Mi 5,1-4
Sal 79
Eb 10,5-10
Lc 1,39-45

Il racconto evangelico della Visitazione è brevissimo, ma denso di significati. Li suddivido in quattro “grappoli” di pensieri e osservazioni.
Il primo “grappolo” è dedicato alla struttura letteraria del brano e, più in generale, di tutto il Vangelo dell’infanzia secondo Luca. L’evangelista adopera il metodo del confronto, un metodo in voga al suo tempo (cfr. le opere classiche intitolate “Vite parallele”). Qui siamo davanti a “vite parallele”: anzitutto ci sono due vocazioni, la vocazione di Zaccaria, il cui racconto è precedente alla pericope odierna, e la vocazione di Maria. La prima, quella di Zaccaria, accade nel tempio. Zaccaria, da quell’esperienza esce muto, perché non crede alle parole dell’angelo. Maria, invece, riceve l’annunciazione in una casa, la casa di Nazaret, e ne esce proclamata «piena di grazia» (Lc 1,30). Elisabetta riconoscerà in lei la beatitudine di chi crede alla Parola del Signore (cfr. Lc 1,45). Poi incontriamo il confronto fra le due mamme, ambedue senza maternità: Elisabetta perché ormai avanzata in età e la fanciulla di Nazaret perché è vergine, giovanissima. Tutt’e due si trovano miracolosamente incinte mediante una gravidanza “impossibile”. Infine, c’è il parallelo tra i due nascituri, i due bimbi, nel grembo rispettivamente di Elisabetta e di Maria. Questi confronti, queste vite parallele, sono state pensate da Luca per evidenziare l’identità di Gesù. L’incontro delle due mamme assomiglia tanto all’incontro di due zolle di terra che, scontrandosi, si innalzano e accade uno scoppio di gioia, di luce, di benedizione. L’una canta davanti all’altra e insieme magnificano il Signore.

Il secondo “grappolo” consiste nelle considerazioni che solitamente vengono fatte dalla devozione, con la gioia nel vedere il clima spirituale che vi è nella casa dove le due mamme si incontrano. Lì c’è la premura di Maria, che fa un lungo viaggio in un terreno montuoso, e c’è l’accoglienza festosa di Elisabetta. C’è tanta cortesia, ma soprattutto si praticano le virtù. C’è la reciprocità, perché l’una e l’altra insieme condividono quello che Dio sta facendo in loro: davvero il Signore è all’opera! Poi, quella casa è inondata di Spirito Santo, quasi un anticipo della Pentecoste.

Dobbiamo leggere questo brano di Vangelo ad altre profondità, è il terzo “grappolo” di considerazioni. Siamo di fronte ad una rivelazione altissima, e cioè ad un evento che sconfina, che va oltre il tempo, oltre lo spazio, un evento cosmico; eppure, paradossalmente accade puntuale, in un preciso luogo, in una realtà minuscola della terra. Il “miliardario di stelle” tra due umili creature. È la visita di Dio al suo popolo: una visitazione non per interposta persona – direbbe l’autore della Lettera agli Ebrei – ma proprio nel suo Verbo che si fa cucciolo d’uomo (cfr. Ebr 1,2). Tutto questo in un clima di gioia, di esultanza. Luca adopera un linguaggio mutuato dall’Antico Testamento. Ad esempio, di Maria si dice «benedetta tu fra tutte le donne»: espressione usata nell’Antico Testamento per due eroine di Israele, precisamente per Giaele (cfr. Gdc 5,24), la guerriera, e per Giuditta (cfr. Gdt 13,10), colei che verrà chiamata la tota pulchra, appellativo che la liturgia applica a Maria. L’esultanza di Giovanni nel grembo, che viene paragonata ad una danza, è un rimando abbastanza esplicito alla danza del giovane Davide quando trasporta l’Arca dell’Alleanza a Gerusalemme. «Davanti a Jahvè io danzo», dirà Davide a sua moglie che lo vede così entusiasta, così fuori dal protocollo. Giovanni Battista danza perché sente arrivare l’Arca della nuova Alleanza, Maria, che custodisce nel suo grembo il Verbo incarnato.

Un quarto “grappolo” di pensieri sono perlopiù suggestioni che propongo per vivere meglio il Tempo di Natale. La prima suggestione: che sia un Natale spirituale, un Natale attento alla presenza dello Spirito Santo che, come fu nella casa di Ain Karim (la casa di Zaccaria ed Elisabetta), come fu nella casa di Nazaret, come fu fra i pastori invitati ad andare alla grotta, allo stesso modo aleggia su di noi. Se crediamo alla sua presenza su di noi, è perché il Cielo si è aperto su di noi. L’amore del Padre per il Figlio, del Verbo per il Padre, si è calato su di noi, siamo tuffati dentro e coinvolti nella vita trinitaria, benché non ne siamo sempre consapevoli: il Natale di Gesù è il Natale nostro, perché anche noi nasciamo a questa vita straordinaria.
Seconda suggestione: che sappiamo fare nostra la spiritualità della visitazione. Il tema della visitazione attraversa tutta la Sacra Scrittura, ma quello che forse interessa più a noi è che raggiunge la nostra vita: ci sentiamo visitati dal Signore. Quando non lo sentiamo presente, avvertiamo una profonda nostalgia di lui; lo percepiamo come un grande mistero che ci inquieta, ci turba, come è successo all’Innominato nei Promessi sposi, quando nel dialogo con il cardinale Federigo Borromeo, esclama: «O Dio, se lo vedessi, se lo sentissi». E il Cardinale risponde: «Ma chi più di te! Questa inquietudine, questo mistero è lui, ha un volto, questo mistero è un “io” che si comunica a te» (cfr. A. Manzoni, I promessi sposi, cap. XXIII).
Terza suggestione: che facciamo nostra la spiritualità del viaggio. Guardando Maria pellegrina ci mettiamo in cammino con i più poveri. Discorso impegnativo: accostarci al dolore altrui costa fatica. Abbiamo già tante fragilità, dolori, sofferenze personali… Il Natale ci fa compagni di viaggio in questa recrudescenza della pandemia: «tutti sulla stessa barca», disposti ad andare oltre le contrapposizioni di questi giorni. Formiamo tutti una carovana alla ricerca di Dio: c’è chi fa fatica a credere, chi crede di credere e chi tiene accesa una luce. Buon Natale!