5° Forum del dialogo

VENERDI’ 23 E SABATO 24 ottobre si studiano
“Ambiente e cambiamenti climatici” nel 5° Forum del Dialogo

Tutto è pronto per la 5° Edizione del FORUM del DIALOGO, dedicato ad un tema di grande attualità come “Ambiente e Cambiamenti climatici”. Siamo così in piena sintonia con le prime quattro edizioni, sempre impegnate su temi che segnano la società di questi tempi e le emergenze che l’uomo moderno deve affrontare. In concomitanza con la difficile pandemia in atto ,il 5° Forum vuole contribuire a portare a San Marino, e nei 15 Comuni italiani che hanno aderito, conoscenze più rigorose, opportunità di studio e di riflessioni, come collaborazione a quanti già stanno prodigandosi a studiare soluzioni e proposte operative.

La piccola Repubblica di San Marino ha fatto sue queste esigenze, accettando di buon grado a lavorare  per migliorare, curare ed educare  al rispetto dell’Ambiente.

Per fare questo, il Forum ha chiamato esperti e ricercatori di cinque Università italiane ed europee, disponibili a portare sul Titano, e per quanti parteciperanno, i risultati più recenti della ricerca scientifica.

Interessa a molti oggi conoscere le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici, ma anche le prospettive possibili per la “cura dell’ambiente”. E’ quanto ci aspettiamo dal CNR e dalla eccezionale ricchezza del suo patrimonio culturale, con l’intervento del prof. Sandro Fuzzi che si preannuncia ricca di argomentazioni.

Così sarà per i contenuti scientifici di esperti italiani e internazionali che stanno studiando la situazione dell’Antartide con tutte le curiosità che riguardano gli effetti biologici dei cambiamenti climatici su quella zona. Ce ne riferirà il prof. Gianfranco Santovito, dell’Università di Padova e componente della spedizione italiana nell’Antartide. Il tema si presenta molto attrattivo per capire anche le differenze che segnano la vita  dell’Artide e quella dell’Antartide in questi tempi di veloci trasformazioni, L’Artide, si sa, è un oceano circondato da continenti e l’Antartide è un continente circondato dall’oceano.

Per collocare questi argomenti nella vita quotidiana e conoscere i rischi ambientali, non poteva mancare un intervento di respiro europeo all’insegna degli aspetti giuridici e operativi del climate change, come ci farà capire la prof. Alessandra Donati dell’Università di Lussemburgo.

Il suo intervento diventa un’ottima occasione per suggerire processi e indicazioni alle politiche di interesse ambientale, come San Marino vuol fare con l’istituzione di un “tavolo per lo sviluppo sostenibile”, già all’opera. Come in tutti i meeting, i partecipanti si attendono anche preziosi suggerimenti di comportamenti coerenti con la consapevolezza della grave crisi ambientale che viviamo e con la volontà di molti di affrontare i problemi, senza più rinviarli.

Ci penserà il prof. Marco Grasso, dell’Università di Milano Bicocca, a proporre una “bussola” di comportamenti per affrontare le azioni di sostenibilità nella giusta valutazione della crisi ambientale che stiamo vivendo. Si pensi, ad esempio, alle reali difficoltà per il mondo aziendale che si trova oggi nella necessità di ripensare i suoi processi produttivi, specialmente per quelli che generano forti emissioni di inquinamento o forti consumi energetici.

Sarà invece il prof. Claudio Stercal, dell’Università Cattolica, a sintonizzare i temi del Forum con il pensiero e l’azione di Papa Francesco nella sua coraggiosa enciclica “Laudato si’”, nella quale guarda all’ambiente come si guarda ad un “social di Dio”, in un coraggioso processo di “ecologia integrale”. Per evitare, però, facili allarmismi e un noncurante negazionismo,  il Forum ha affidato a noti studiosi  di venire a proporre conoscenze rigorose e proposte fattibili.

Può essere una buona occasione per rinforzare il ruolo che vuole assumere San Marino come “crocevia internazionale di dialogo con i problemi del nostro tempo”, come ci diranno le numerose esperienze presenti al 5° Forum.

Forum del dialogo

L’ambiente e i cambiamenti climatici saranno al centro della quinta edizione del Forum del dialogo, in programma a san Marino il 23 e 24 ottobre, dopo che il covid ha costretto gli organizzatori a spostare l’evento di oltre sei mesi, da marzo ad ottobre appunto. Non è cambiato però il tema principale, che sarà dunque quello del cambiamento climatico,
con gli ospiti che proveranno a capirne il fenomeno, le cause e le possibili prospettive per uno sviluppo sostenibile. Il Gruppo di lavoro, diretto dal Professor Renato di Nubila ha lavorato alacremente in questi mesi per far sì che la riorganizzazione procedesse senza intoppi. Molto attesi sono gli interventi di relatori di alto profilo scientifico come Sandro Fuzzi (CNR), Gianfranco Santovito (Università di Padova e membro della spedizione in Antartide), Alessandra Donati (Istituto Max Planck di Lussemburgo), Marco Grasso (Università di Milano Bicocca). Anche S. E. il Vescovo Andrea porterà all’assemblea il suo contributo.

È prevista la partecipazione di alcuni Segretari di Stato, di interessanti testimonianze sammarinesi (SUMS, AASS, UGRAA, Green Festival, scuole Medie ed Elementari), riminesi e pesaresi. L’evento ha ricevuto l’altissimo Patrocinio della Reggenza, oltre a quello del Consiglio d’Europa, del Consiglio di Stato, e dell’Ambasciata d ’Italia, oltre che quello della Diocesi di San Marino-Montefeltro.

Una novità di questa edizione è rappresentata dall’adesione di ben 14 comuni delle Province di Rimini e di Pesaro-Urbino che saranno presenti con le loro delegazioni che porteranno i saluti di tutti i comuni aderenti. Come già in passato, il Forum del dialogo si configura come ambito di studio e di riflessione per far arrivare sul Titano idee e risultati recenti sulla ricerca del cambiamento climatico che saranno poi affidati alla società civile e alla comunità politica per trarne opportuni comportamenti operativi.
È l’obiettivo dichiarato del Forum: alimentare una riflessione rigorosa, con un nuovo senso di responsabilità che è il fattore chiave di uno sviluppo consapevole. Obiettivo ben compreso e condiviso da quanti – fra associazioni, enti, aziende – sostengono con generosità il “lavoro volontario” dei diversi operatori impegnati nel Forum.

Simon Pietro Tura

Scarica il Programma completo del Forum

Omelia nella XXVIII domenica del Tempo Ordinario

#FlashdiVangelo

Is 25,6-10a
Sal 22
Fil 4,12-14.19-20
Mt 22,1-14

Con la parabola dell’invito alle nozze si conclude l’insieme delle parabole dette “del giudizio”. E il “giudizio” è questo: tragicamente Gesù viene rifiutato dal suo popolo, ma nasce un popolo nuovo, tale non per l’appartenenza etnica, ma per l’adesione di fede. Ecco il significato profondo di questa parabola. Sottolineo altri due aspetti.
Il primo. L’invito del re è “ad una festa”: spesso viviamo la fede cristiana, come qualcosa di pesante e frustrante, che tarpa le ali. No, è l’invito ad una festa, ad una festa di nozze. Il Signore non tollera che, nella sua casa, ci siano posti vuoti. Si direbbe quasi – consentitemi – che è un inguaribile ostinato: vuole a tutti i costi riempire la sala. Dopo il primo round di inviti, passa al secondo: «Andate nei crocicchi delle strade, fate venire…».  La chiamata è per tutti. Nella libertà. Ma succede che non tutti aderiscono. Gesù non ha mai pensato, mai promesso, che la sua Chiesa avrebbe goduto di chissà quali folle. Dovrà vivere sempre nella logica del lievito.
A proposito di crocicchi delle strade e di persone chiamate, racconto un’esperienza di qualche settimana fa. Avevo dato appuntamento ad un amico che doveva passare a prendermi a San Marino. Mi trovavo ad un incontro in centro storico, dove le auto non possono entrare. Sono sceso alle porte della città per aspettare il passaggio. Quell’attesa si è fatta più lunga del previsto e mi sono messo ad osservare la gente che passava: coppie di fidanzati, mamme con il bimbo nella carrozzella, vigili urbani, ragazzi che portavano le pizze in qualche famiglia con una bicicletta assistita… Vincendo il mio malumore per questa attesa ho iniziato a pensare ad ognuna di quelle persone come amata da Dio. Via via che passavano i minuti, la mia osservazione al crocicchio della strada diventava preghiera. Sentivo che ogni persona era chiamata. Del resto, tutta la Sacra Scrittura la si può leggere sotto la parola “chiamata”, “vocazione”. Non era forse il popolo d’Israele il popolo “eletto”? Gesù, poi, ha promesso il suo Regno agli Ebrei, ai pagani, a tutti… Tutti candidati al suo banchetto!
Concludo con un invito: anche noi abbiamo crocicchi quotidiani dove incontriamo persone e viviamo relazioni. Proviamo ad avere lo sguardo del Padre che veglia, che fa crescere, che accompagna con simpatia, che vuole tutti nella “sala del banchetto”, che non tollera posti vuoti.
Quella sera, tornando a casa, ho scritto sul mio diario alcune frasi che condivido con voi: «Sono anch’io ad un incrocio decisivo per la mia vita: con la mia fretta (non ho mai tempo), con la mia sbadataggine (arrotolato sui miei pensieri non mi accorgo di nulla), con le mie incertezze (libero davanti al bivio delle scelte). Eppure, sono chiamato all’affare più grande: il Regno di Dio! Mi capita di esitare: metto mille scuse, sono troppo impegnato per aver tempo d’ascoltare… Metto perfino il Signore in condizione di non riuscire a combinare un appuntamento con me, perché non trova una data libera sulla mia agenda. Ma è tanto grande il suo desiderio di avermi, anzi, di averci. Neanche Dio può stare solo!».

Presentazione libro “Alle prime luci dell’alba”

Il Vescovo Andrea si stupì molto il giorno in cui ricevette una telefonata da parte della Casa Editrice “Effatà”, fortemente radicata nel territorio piemontese, ma in relazione con tutta l’Italia e con il mondo. «Come hanno fatto a scovarmi nella piccola e remota Diocesi di San Marino-Montefeltro?». Superato lo stupore iniziale, il progetto di una pubblicazione di carattere spirituale – la Collana è intitolata: “Il respiro dell’anima” – ha cominciato a prendere forma. Ogni anno mons. Andrea è solito preparare, in prossimità della Pasqua, una lettera indirizzata ai fedeli di San Marino-Montefeltro. Il termine “lettera” non rende ragione delle dimensioni, ma sta ad indicare il genere letterario: non un trattato teologico, non un programma pastorale, ma uno scritto confidenziale e famigliare. I destinatari sono le famiglie di San Marino e del Montefeltro, pertanto raggiunge tante persone, anche di convinzioni diverse.

Il libro che uscirà contiene quattro di queste “lettere”, una sorta di antologia che accompagna il lettore ad un “ritorno alle origini” della propria fede. “Alle prime luci dell’alba” è avvenuto quello che il Vescovo chiama il “Big Bang” della fede cristiana: non avremo di che parlare se non fossimo mai andati al sepolcro il mattino di Pasqua! Tuttavia, spesso capita di non pensarci, travolti dalla velocità delle occupazioni quotidiane o trascinati senza tanta convinzione in abitudini consolidate ma non abbracciate.

Una qualità di mons. Andrea è quella di saper instaurare subito un rapporto “a tu per tu” con il lettore, come esprime – senza tante parole – il suo motto episcopale: «Cor ad cor loquitur (il cuore parla al cuore)». Le parole che scorrono senza sforzo sulle pagine riescono ad entrare fin nelle pieghe nascoste del cuore e fanno riaffiorare la nostalgia di un rapporto, a volte dimenticato, a volte trascurato, sempre da approfondire, con il Dio di Gesù Cristo. «In Gesù che percorre le contrade di Galilea – scrive – Dio si è messo in cammino alla ricerca dell’uomo. Non si isola nel deserto come il Battista. No, il Dio di Gesù va in mezzo alla gente, nei luoghi in cui abita l’uomo, sulle strade di tutte le Galilee del mondo». E aggiunge: «Così, l’uomo qualsiasi, indaffarato nelle sue occupazioni quotidiane, lo può incontrare, inatteso. E quel giorno tutto cambierà per lui».

Ogni “lettera” che il Vescovo scrive alla sua gente costituisce una parte del libro e si può leggere anche a prescindere dal resto del testo: ha una sua completezza in se stessa. Il filo che le collega tutte è la freschezza di un incontro con il Signore Risorto che si manifesta rispettivamente nel Battesimo, nella preghiera, nella Riconciliazione e in Maria di Nazaret.

Qualcuno potrà chiedersi: “Non ci sono cose più urgenti da trattare?”. Stiamo vivendo, a livello mondiale, un periodo di incertezze, sofferenze, confusione e, talvolta, disperazione. In queste pagine si respira la pace di chi sa di essere amato, al di là dei propri limiti e delle proprie fragilità, di chi sa di appartenere a Qualcuno che l’ha pensato ancora prima di nascere. Non abbiamo tutti bisogno di sentircelo dire? «La dichiarazione non aggiunge nulla all’amore, ma è necessaria», spiega il Vescovo Andrea. «Non accade così anche nei rapporti d’amore? Quando l’amore è trattenuto, è sterile. La dichiarazione d’amore porta con sé qualcosa di affascinante, che fa trasalire chi la riceve: “Tu sei speciale per me”. La dichiarazione suscita reciprocità». Solo chi è amato sboccia. «Il cuore di colui che ha incontrato Gesù fa l’esperienza della vicinanza di Dio e in lui esplode la gioia».

Il libro è adatto per la meditazione personale, magari “alle prime luci dell’alba”, ma anche come traccia per una riflessione comune. Ogni capitolo inizia con il racconto di una esperienza che coinvolge, interpella, incoraggia, e termina con schede per l’approfondimento e domande per la condivisione, in famiglia o in parrocchia, diventando quasi un quaderno da portare con sé, su cui appuntare le proprie riflessioni e ispirazioni. Si può centellinare, una pagina al giorno, oppure leggere tutto d’un fiato. Non trasmette mai il senso della fatica, perché i periodi sono semplici e con poche subordinate, a volte quasi paratattici per trasmettere maggiore enfasi; le metafore, sempre azzeccate, aiutano a visualizzare quello che lo scrittore ha in cuore.

«Il destino più fortunato che può avere un libro – scrive mons. Turazzi nell’introduzione – è quello di diventare amico del suo lettore». Questo libro ha l’ambizione di diventarlo presto. Buona lettura!

“Monasteri aperti”: in Emilia-Romagna oltre 30 luoghi sacri da scoprire in silenzio

Dopo il successo della prima edizione, lo scorso anno, torna l’appuntamento “Monasteri Aperti” sabato 17 e domenica 18 ottobre. I luoghi di fede lungo la Via Emilia accolgono i visitatori in un week end di spiritualità. Tanti gli eventi: visite guidate con esperti d’arte, trekking lungo cammini per pellegrini, incontri con frati e suore di clausura, concerti di organo, laboratori di scrittura medievale. “Monasteri Aperti” è promosso da Apt Servizi Emilia Romagna in collaborazione con la Conferenza Episcopale della Regione Emilia Romagna e il circuito dei Cammini dell’Emilia Romagna per conoscere e promuovere il patrimonio culturale, storico e religioso del territorio.
Norme di sicurezza: mascherina obbligatoria, numeri limitati a piccoli gruppi e distanziamento fisico.
Prenotazioni: https://camminiemiliaromagna.it/it/monasteri-aperti-2020

A Pennabilli una giornata dello spirito fra monasteri, santuari e musei

A Pennabilli, il piccolo borgo in cima alle colline, amatissimo da Tonino Guerra che qui si trasferì nella seconda parte della sua vita, un itinerario (mattina e pomeriggio) in grado di emozionare il visitatore. Le tappe sono l’antico Monastero delle Monache Agostiniane a ridosso delle antiche mura di cinta della Rocca dei Billi; il Museo Diocesano del Montefeltro che raccoglie opere d’arte e oggetti di uso liturgico dal ‘400 a oggi, dipinti, statue, oggetti sacri, presepi, reliquie, paramenti, suddivisi negli spazi per grandi temi filosofici: la preghiera, la purificazione, la paternità, la sequela e la luce. Infine, la visita guidata al Santuario della Madonna delle Grazie.
L’iniziativa è organizzata dalla Diocesi di San Marino-Montefeltro. Offerta libera.

Ufficio diocesano della Pastorale del Turismo e del Tempo Libero

Omelia nell’Insediamento degli Ecc.mi Capitani Reggenti

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo, 1° ottobre 2020

Gen 4,3-10
Sal 61, 2-6
Mt 25,31-40

Eccellenze, Signore, Signori,
abbiamo implorato: «Ascolta, o Dio, il mio grido, sii attento alla mia preghiera. Dai confini della terra io ti invoco» (Sal 61,2-3). La nostra preghiera davvero si fa grido. Raccoglie l’urlo di ogni Abele, fratello oppresso, insidiato e ucciso.
«Dai confini della terra…». Tutti gli uomini sono davvero fratelli; desiderati, pensati, voluti, creati dall’unico Padre. Tutti fratelli: da quello che ci è accanto, a quello lontano, dall’anziano a quello appena concepito nel grembo.
Oggi il grido si fa implorazione per la prova che attraversa il nostro paese e tutta l’umanità: il dramma del contagio e – altrettanto pericoloso – il contagio del dramma che condiziona pesantemente la socialità.

Abbiamo vissuto due estremi. Da una parte il congedo solitario di una generazione di persone anziane, morte, per così dire, due volte, perché decedute in solitudine, private anche della cerimonia funebre e, dall’altra parte, abbiamo constatato come gli esseri umani siano capaci di replicare all’eccesso di male con un eccesso di bene, che si è tradotto in dedizione e cura, spinte fino ad una fedeltà eroica, fino al dono di sé!
Ecco una risorsa di umanità che nessun insulto patologico è riuscito a cancellare: il bene non è un evento solitario, ma è qualcosa che si vive insieme, dove fede e speranza portano alla carità.
La pandemia ha scavalcato tutte le recinzioni artificiali, mostrando – come ci ha ricordato papa Francesco – che siamo davvero «tutti sulla stessa barca» (cfr. Meditazione del Santo Padre, Sagrato della Basilica di San Pietro, 27 marzo 2020) e non possiamo continuare a contenderci qualche centimetro quadrato a poppa o a prua, nella noncuranza per la rotta da tenere in un mare in tempesta. «Siamo membra gli uni degli altri», direbbe san Paolo, che ricordava ai Corinti: «Vos non estis vestri (voi non vi appartenete)» (1Cor 6,19).
Purtroppo, la realtà della interdipendenza e della solidarietà può essere minacciata dal virus dell’individualismo. Non si può essere “globali” nella finanza e non nella fraternità, nella circolazione delle merci e non nel riconoscimento della dignità, nel profitto e non nel welfare, nella libertà e non nella giustizia.
Sì, c’è un’analogia fra il contagio virale della pandemia e il contagio globale dell’individualismo che trasmette l’attaccamento ai propri egoismi, anche negli “alveoli interstiziali” dove avviene lo scambio tra pubblico e privato, tra noi e gli altri.
Se siamo autonomi lo siamo non per essere soli, ma per condividere spiritualmente la fraternità, per ampliare in estensione ed in profondità le nostre capacità relazionali. Per questo, le sofferenze della pandemia non ci lasciano indifferenti. Ci siamo guardati bene dal rispondere all’appello della corresponsabilità con le parole di Caino: «Sono forse il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Tocca a noi liberare le risorse dell’amore fraterno.
«Ho avuto fame, mi avete dato da mangiare; ho avuto sete, mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato…». Verrebbe da rispondere: «Quando mai, Signore?». E Lui: «Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (cfr. Mt 25,35-40).

San Marino, fondatore della nostra Repubblica, ha iniziato una tradizione di fraternità e di amore alla vita, di cui siamo fieri. La Repubblica ha saputo accogliere con generosità donne, uomini e famiglie in pericolo per la guerra e per forme di persecuzione. Ha una tradizione di rispetto per la vita e la libertà di ogni fratello, valori fondanti che non si vuole perdere. C’è a San Marino un popolo cristiano che ama e difende ogni vita, un popolo responsabile e intraprendente, che chiede alla politica, nella differenza dei ruoli e nel rispetto del dibattito istituzionale, di essere protagonista nella difesa del bene comune, certo che il primo bene è la vita del più debole e indifeso.
«Sono forse il custode di mio fratello?». Noi tutti diciamo “sì”: «Sono custode di mio fratello, disposto ad allargare gli spazi della fraternità».

Giornata dell’Università Cattolica

DOMENICA 4 OTTOBRE SI CELEBRA IN DIOCESI
LA GIORNATA PER L’UNIVERSITA’ CATTOLICA

Da quasi un secolo la “Giornata per l’Università Cattolica” è un appuntamento volto a creare attenzione, stima profonda, sostegno reale verso l’Ateneo del Sacro Cuore. Un sistema istruttivo complesso: composto da cinque campus distribuiti su tutto il territorio nazionale, una fitta trama di rapporti internazionali e un’offerta formativa ricca e articolata. È questo il modo in cui l’Università Cattolica offre, anno dopo anno, il suo contributo alla formazione delle nuove generazioni ed al loro inserimento professionale, alla crescita del tessuto socio-economico del Paese ed all’avanzamento della ricerca scientifica.

La Giornata Universitaria, promossa dall’Istituto Toniolo (Ente Fondatore dell’Un. Cattolica), è un’occasione di approfondimento circa la natura e lo scopo dell’Università, i valori originali che guidano le scelte di ogni giorno.

È un atto di fiducia nei giovani: da tempo il Toniolo e la Cattolica sostengono con numerose iniziative la formazione, il diritto allo studio, i percorsi di eccellenza, le esperienze internazionali di migliaia di studenti.

Il tema della 96ª Giornata per l’Università Cattolica è: “Alleati per il futuro”. Guardare al futuro è un’esigenza fondamentale per chiunque voglia dare compimento alle attese dell’umanità. Ma per pensare e costruire il futuro bisogna partire dai giovani e investire su di loro. Per questo il futuro si declina sempre con l’educazione e sarà tanto più positivo quanto più solido e qualificato sarà l’investimento educativo. “Alleati per il futuro” significa collaborare assieme per sviluppare una visione antropologica integrale in grado di contrastare i processi di frammentazione e disgregazione che insidiano il cammino degli uomini del nostro tempo a livello individuale, familiare e sociale.

I giovani guardano con fiducia ai luoghi dell’educazione e del sapere. Cercano maestri che sappiano aiutarli a maturare dal punto di vista umano, professionale, culturale e spirituale per diventare protagonisti del futuro. Servono volti e ambienti dove poter scoprire e coltivare i talenti per farli fruttare e metterli a servizio del bene comune.

È questa la missione di un Ateneo che da sempre, fedele alla geniale intuizione del fondatore p. Agostino Gemelli e dei suoi collaboratori, vuole offrire ai giovani studenti le migliori condizioni per assimilare e custodire il patrimonio di conoscenze accumulate nel corso dei secoli, declinandole nel contempo con i nuovi contributi della scienza e della cultura al fine di raggiungere sintesi sempre più appropriate e corrispondenti alla dignità e alle più alte aspirazioni dell’animo umano.

La Delegazione Diocesana dell’Ass. Amici dell’Un. Cattolica

Omelia nella XXIV domenica del Tempo Ordinario

Monte Cerignone (PU), 13 settembre 2020

Festa del Beato Domenico Spadafora
Apertura del V Centenario della morte del Beato Domenico Spadafora

Sir 27,33-28,9
Sal 102
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35

In questa celebrazione che apre il centenario del Beato Domenico festeggiamo il perdono e la tenerezza del Signore.
L’anno centenario del beato Domenico Spadafora è anche anno giubilare, anno nel quale viene dispensato con abbondanza il perdono di Dio con l’indulgenza concessa dalla Penitenzieria Apostolica.
Dal brano di Vangelo di questa domenica ricavo alcuni punti per la meditazione.
Noi non abbiamo idea della gravità del peccato. Dicevano i padri: «Quanti ponderis sit peccatum (che peso che ha il peccato)». Il peccato contiene ingratitudine, menzogna, cattiveria verso il Signore. Spesso non ce ne rendiamo conto. Ecco perché, se volete sapere che cos’è il peccato, bisogna chiederlo ai santi. Molto spesso vengono raffigurati con in mano il crocifisso, oppure inginocchiati davanti a Gesù Crocifisso. Ma non è per dolorismo: Gesù è risorto, è vivo, e ci ha ottenuto il perdono.
Alla luce di queste considerazioni capisco di più la parabola che Gesù ci racconta… C’era un uomo che aveva un debito enorme (equivaleva al bilancio dello stato di Erode Antipa!). Aveva chiesto al creditore di pagare un poco alla volta. La cifra è iperbolica, per dire quanto grave è il nostro peccato. Dopo esser stato perdonato, quell’uomo incontra un collega che gli deve una piccola somma. La parabola è sempre paradossale, contiene un contrasto perché deve far pensare, è performativa, costringe a prendere posizione. Viene da chiedersi come sia possibile questa esagerazione, questa divaricazione fra i due debiti e le due reazioni. Perché quell’uomo a cui tanto è stato perdonato non ha perdonato a sua volta? Mi sono dato una risposta: colui che aveva quel debito infinito non si è reso conto del perdono ricevuto ed è rimasto nel suo senso di colpa. Una cosa è il senso del peccato, un’altra è il senso di colpa. Chi non crede che è stato perdonato, non perdona. Il debito che contraiamo col nostro peccato è troppo grande, non possiamo restituirlo. Ma il cuore di Dio è capace di questa impresa: il perdono totale!
Entreremo presto in un anno giubilare, un anno in cui il perdono, l’indulgenza, viene largheggiata. Viviamo il perdono, accogliamo questo grande dono e facciamoci convinti che davvero siamo perdonati. Abbiamo bisogno del perdono. Solo allora riusciremo, a nostra volta, ad essere magnanimi, a saper perdonare.
Quand’ero parroco mi capitava spesso di invitare i fedeli alla Confessione. Un parrocchiano mi bloccò dicendo: «Ma siamo così peccatori? Per chi ci ha preso?». Rispondevo che li incoraggiavo perché ricevere il perdono del Signore è un’esperienza dolcissima, di grande tenerezza, anche se non avevano compiuto peccati gravi. La carezza del Signore rincuora e fa sentire la bellezza del suo amore per noi. Allora è meno difficile perdonare: il perdono è una cosa divina, non umana.
Gesù cita indirettamente il canto di Lamec: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma settanta volte sette Lamec» (Gen 4,24), così cambia la cifra della vendetta nella cifra del perdono: perdonare sempre!
In internet ho letto di una tecnica giapponese di restauro dei vasi, si chiama kintsugi. In realtà, è una filosofia: quando si rompe un vaso, esso viene aggiustato con una pasta mescolata con l’oro. Viene fuori un vaso ancora più bello, venato d’oro, con le crepe luccicanti. Il perdono, quando lo offri, fa più autentico e forte il rapporto. Perdonare non è “mettere una pietra sopra”, o dare un colpo di spugna – la chiarezza è necessaria – ma è dire: «So che tu non sei il tuo errore, il tuo peccato. Il Signore ti vede come capolavoro, come figlio». Se tutti perdoniamo, miglioriamo il mondo.
C’è il caso – a me è capitato a volte – in cui tra lo sbaglio e il perdono c’è un tempo di mezzo, un tempo di sofferenza. Può essere che si avverta l’imbarazzo di chiedere perdono, anche se lo si desidera con tutto il cuore: c’è qualcosa dentro che frena. A volte si teme perfino di peggiorare la situazione e si è intimiditi, forse anche l’altra persona vive la stessa difficoltà. Il tempo frammezzo fra l’offesa e il perdono non va sprecato: è il tempo dell’espiazione in cui si offre il proprio dispiacere per aver fatto quell’errore e matura la conversione. Quel tempo di sofferenza è anche una richiesta al Signore perché la persona offesa riesca a perdonare e possa nascere un nuovo rapporto. D’altronde, anche le perle nascono dal dolore, dalla sofferenza di un’ostrica ferita da un predatore: altro non è, una perla, che una ferita cicatrizzata, una lacrima che diventa rubino!

Omelia nella XXIII domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Cattedrale, 6 settembre 2020

S.Cresime

Ez 33,1.7-9
Sal 94
At 2,1-11
Mt 18,15-20

La Prima Lettura parte con una parola forte. È il profeta Ezechiele che dice: «Io ti ho costituito come sentinella». Un’immagine suggestiva; la stessa che è stata ripresa da san Giovanni Paolo II nel suo incontro con i giovani la sera del 19 agosto del 2000. C’erano ad ascoltarlo circa due milioni di giovani. Il Papa usò queste parole: «Cari amici, vedo in voi le sentinelle del mattino in questa alba del Terzo millennio». Ha fatto poi riferimento alle adunate oceaniche che sono state organizzate tante volte durante il tormentato Novecento, secolo con due Guerre Mondiali. Quale insegnamento veniva dato a queste folle di giovani? Veniva insegnato l’odio, si proclamavano propositi di guerra, di conquiste… Il Papa, invece, vedeva in quei giovani le “sentinelle del mattino”, venute per dire “sì” a Gesù, al suo progetto di amore. È quello che vorrei dire io a voi ragazzi: «Voi siete le sentinelle del mattino, qui nella nostra terra». Forse ritenete queste parole un po’ retoriche, esagerate. «I giovani sono il nostro futuro», si dice spesso. «I giovani sono la speranza del domani». Ma io dico che voi siete la nostra speranza e la nostra gioia già nel presente. Oggi, non domani.
Una confidenza: quasi tutti i parroci della nostra estesa Diocesi dicono che da mesi non hanno la gioia della presenza dei ragazzi in chiesa. Noi tutti ne soffriamo. La vostra presenza, cari ragazzi, ci ricorda che il Signore è anzitutto “giovinezza” (cfr. Sal 43,4; 103,5; 127,4) e dà slancio alla nostra fede che, a volte, è segnata da stanchezze e fiaccata da uno stile abitudinario. Voi siete sempre una sorpresa, siete le sentinelle che annunciano un nuovo mattino anche dopo questa terribile esperienza dell’epidemia. Abbiamo bisogno di voi, bisogna che riprendiate la vita parrocchiale nelle vostre chiese!
Ricevendo la Cresima, fate di questa chiesa un cenacolo, luogo in cui il gruppo dei discepoli, con le donne e gli apostoli, erano chiusi dentro per paura. D’improvviso venne un fragore e con lingue di fuoco scese su loro lo Spirito di Gesù Risorto (cfr. At 2,2). Anche i vostri genitori, i padrini e le madrine che vi accompagnano, avvertiranno la presenza dello Spirito.
Stenderò le mani su di voi: un gesto antico e sempre nuovo per significare la “pioggia di Spirito”, di amore di Dio, che viene su di voi con il suo dono. Un dono che si esplicita in sette rifrazioni diverse. È l’amore che mette sale nella nostra vita, cioè sapore, gusto (sapienza). È l’amore che rende la nostra intelligenza capace di non fermarsi alla superficie, alle apparenze (intelletto). È l’amore che si fa consiglio per aiutarci a percorrere strade giuste, scartando quelle sbagliate. È amore che si fa aiuto per sostenere la fatica di imparare (scienza). Poi, l’amore è fortezza che sostiene, dà coraggio quando è necessario. È l’amore – si chiama pietà – che suggerisce come dichiararsi (si deve capire che vuoi bene!). L’ultimo aspetto dell’amore è quello che chiamiamo timore di perdere Dio.
Passerò davanti ad ognuno di voi, mentre il padrino o la madrina vi assistono, e vi profumerò con il crisma: sarete dei consacrati, apparterrete per sempre al Signore, anche se doveste percorrere strade lontane. Il Signore ha posto in voi il suo sigillo, il suo “tatuaggio”. Dopo un po’ di tempo il crisma con il suo profumo evapora, ma non scomparirà il bacio che il Signore vi dà questa mattina.
Per motivi di igiene, oggi non darò il piccolo schiaffo al volto di ciascuno di voi, ma il significato rimane: «Sentinella, non addormentarti, non distrarti!». Una vera sentinella è sempre all’erta. La sentinella non è uno spaventapasseri: si apposta come un radar.
Che cosa vuol dire il Signore a ciascuno di voi? Si raccomanda di non fare come Caino. Quando il Signore gli disse: «Dov’è tuo fratello Abele?», lui rispose: «Sono forse il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Pessima risposta. Il Signore vuole che ci prendiamo cura degli altri, proprio come fanno le sentinelle. Ci può essere da aiutare, da tenere compagnia, da ascoltare. Gesù fa persino il caso dell’amico che sbaglia. Bisogna prendersi cura anche di lui: dandogli il buon esempio, aiutandolo a cambiare. Quando preghiamo il “Confesso”, chiediamo perdono dei peccati commessi con pensieri, parole, opere e omissioni. “Omettere l’aiuto” è anche un reato, con una sanzione penale nel Codice (omissione di soccorso). Gesù non vuole che noi omettiamo di soccorrere il fratello che sbaglia, chiede il nostro intervento.
Poi, una sentinella non va mai da sola. Invito voi ragazzi a tenervi collegati: la parrocchia vi offre opportunità di incontri, di belle amicizie, di portare piani d’azione insieme ad altri ragazzi.
Mi rivolgo ai vostri genitori e ai vostri famigliari. Vi riporto, cari genitori, l’altra metà di quello che mi dicono i parroci. Non riescono a capire perché insistete affinché i vostri figli ricevano i sacramenti, ma poi non date l’esempio… Capita di far passare anni senza entrare in chiesa, senza fare la Comunione. Un segno di croce fatto dal papà in casa vale come molte catechesi e lezioni di religione. Vi lascio questo pensiero non per rattristare, ma per una ripresa. Ripartiamo tutti, dopo questa serrata che ci ha fatto tanto soffrire, con la nostra vita parrocchiale. Ancora ci viene chiesto di essere prudenti, ma appena sarà possibile dovremmo proprio sentirci come popolo del Signore, un popolo che si riunisce con gioia. Così sia!

Omelia nella festa di San Marino

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 3 settembre 2020

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

«Le mie sorgenti sono in te città di Dio»: è il motivo ricorrente del Salmo che abbiamo cantato insieme. Un inno alla santa Gerusalemme di Dio. Misticamente siamo stati invitati a ripercorrerla mentre i nostri piedi sono ben piantati sulle strade e le piazze della nostra San Marino. «Fate e rifate il giro di Sion, contate le sue torri, concentrate la mente sulle sue mura, percorrete le sue fortezze e ai futuri racconterete: questa città è di Dio, il Dio nostro che fu e sarà al di là di ogni morte la nostra guida» (Sal 48,12-14)). È quanto mai opportuno, suggestivo, meditare queste parole proprio oggi: «Dio è sempre, nonostante la morte delle generazioni, la guida per il suo popolo».
Si percorre Gerusalemme – come dice il Salmo – e il premio è, una volta arrivati, la visione della santa Gerusalemme, cioè la visione della grazia, del favore di Dio, sempre in attesa di essere trovato. La città degli uomini, quando non diventa Babele, cioè orgoglio e prepotenza, è città di Dio nella quale il Signore abita.
Saluto l’Eccellentissima Reggenza, le Autorità civili e militari; saluto i miei fratelli sacerdoti, i diaconi, le sorelle consacrate presenti o presenti spiritualmente per onorare santo Marino, missionario del Vangelo e fondatore della nostra Repubblica; saluto tutti, anche quelli che in diretta televisiva assistono a questa santa Liturgia.
Questo giorno costituisce un appuntamento festoso, quasi un trampolino di lancio salutare, prima di riprendere il cammino dopo l’estate. Veniamo da un’esperienza che ancora pesa sul nostro Paese e sul mondo intero, la pandemia. In questi mesi tutti ci siamo chiesti il senso di una esperienza così imprevedibile e tragica. «Tutti sulla stessa barca – come diceva papa Francesco – in ansiosa navigazione» (Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia presieduto dal Santo Padre Francesco, 27.3.2020) o, se preferite con un’altra metafora più moderna, il virus ha, per così dire, alzato il velo su una realtà che ci avvolge sempre, ma della quale spesso, salvo essere toccati personalmente, riusciamo a dimenticarci, distratti e impegnati in molte attività, cioè il disagio, la malattia, la morte, la paura, la precarietà. Non sono salite solo da qualche mese sul treno della nostra vita, ma sono in viaggio da sempre con noi, solo che talvolta, illudendoci di essere al sicuro negli scomparti business, mettendo all’orecchio le cuffie con la musica preferita o visitando il vagone ristorante, fingiamo di non accorgercene. Ora il treno si è fermato, è segnalato un guasto grave, abbiamo dovuto scendere. Adesso siamo tutti insieme sui binari in attesa che riparta e ci rendiamo conto di essere davvero coinvolti in un unico grande viaggio, senza carrozze di prima o seconda classe, senza trattamenti speciali: il mondo è proprio un villaggio globale, la cui salute ora dipende paradossalmente anche dalla distanza che riusciamo a tenere con i vicini. Ci è imposto di purificare le relazioni prossime per guadagnare il senso profondo delle relazioni universali: una lezione severa. Così impariamo ad essere meno superficiali, più consapevoli di ciò che davvero conta nella vita, attenti ai fratelli, soprattutto ai più fragili, aperti alla prospettiva della risurrezione, della vita eterna.
A qualcuno è venuto in mente che l’epidemia sia il castigo di Dio: sbaglia chi legge in questo modo l’avvenimento. Eventualmente sì, è appello alla nostra conversione, realistica considerazione del nostro limite, della nostra fragilità.
L’umanità ha il suo percorso nella storia, come del resto ognuno di noi ha il suo cammino. Anche Gesù ha avuto il suo. L’apostolo Pietro, forse per troppo amore, di fronte a Gesù che preannunciava la passione ha esclamato: «No, Signore, questo non ti accadrà mai!». La replica di Gesù è decisa: «Allontanati da me, mi sei di ostacolo», come a dire: «Non chiedermi esenzioni dalla storia, soluzioni di fuga o miracolistiche, voglio essere fedele alla vita» (Mt 16,22). Questa la sostanza della risposta di Gesù a Pietro. E questo ripete a noi.
Immaginate se Gesù avesse accondisceso alla pretesa di Pietro? Immaginate se non fosse salito a Gerusalemme, che ne sarebbe stato della Redenzione? E come avrebbe potuto Gesù, poi, chiedere a noi fedeltà alla vita?
Durante il tempo del lockdown abbiamo pregato molto, in moltissimi, certi che il Signore era con noi in questa prova. Abbiamo pregato perché fosse data forza d’animo a chi era nella sofferenza, perché fosse concessa resistenza a chi era impegnato in prima linea, come il personale sanitario, i governanti, i volontari; abbiamo pregato per saperci aprire verso gli altri. È lecito e anzi doveroso pregare il Signore per chiedergli di intervenire: è nostro Padre, con la preghiera esercitiamo la nostra dignità di figli, ma nell’obbedienza al suo disegno. Anche Gesù – dice l’autore della Lettera agli Ebrei – «pregò con forti grida e lacrime» (Eb 5,7) nel momento della prova. «E fu esaudito», continua la lettera, non perché gli fu tolta la croce, ma perché ottenne di saperla vivere “da figlio”, nella fiducia, nell’abbandono a colui che gli era accanto. Dunque, nessuna fuga, nessuna pretesa di miracolismo, ma un forte appello alla speranza, anzi ad essere speranza in un pianeta malato. Ma si sono visti miracoli, miracoli di generosa dedizione. Proprio l’emergenza Covid ha messo in luce la parte migliore della sammarinesità: l’attenzione ai malati e ai bisognosi, seguiti amorevolmente nel nostro ospedale e a domicilio in maniera veramente encomiabile, con un impegno speciale, indefesso, da parte di operatori sanitari, Forze di Polizia, Servizio di Protezione civile, volontari della Caritas diocesana, Scout, ecc. Nel mio pensiero abbraccio tutti con gratitudine per quello che è stato fatto.
La Repubblica di San Marino, proprio a tutela della vita e della salute, per il tramite del Comitato di Bioetica ha sancito a livello internazionale – credo sia l’unica nazione al mondo – che le terapie debbano essere garantite in base al quadro clinico presentato dal singolo paziente e non da selezioni arbitrarie, a priori, che possano portare a scelte eugenetiche su chi deve ricevere le cure e chi deve esserne escluso. San Marino, inoltre, ha fin da subito messo in maternità anticipata le donne in stato di gravidanza, tutelando in tal modo la mamma e la vita nascente.
Vorrei che gli Eccellentissimi Capitani Reggenti, che proprio sabato mattina alle ore 10:30 faranno visita a papa Francesco, chiedessero al Santo Padre una benedizione particolare su tutti noi della Diocesi di San Marino-Montefeltro. Sottolineo che San Marino e il Montefeltro sono un’unica Diocesi. Dite al Papa il nostro grazie per come ci ha accompagnato in questi mesi.
«Le mie sorgenti sono in te»: sono parole che ci richiamano anche al rischio, sempre in agguato, di dimenticarci del Signore, della sua grazia, del suo favore. Ci meriteremmo allora l’amara constatazione che il profeta Geremia rivolge a Israele: «Stupitene, o cieli, inorridite come non mai – oracolo del Signore – perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non contengono acqua» (Ger 2,12-13).
Il nostro santo fondatore e patrono Marino torni a richiamarci a quella sorgente. Così sia.