Messaggio per la Pasqua

Siamo ancora attoniti di fronte alla voracità del fuoco che ha lacerato un segno formidabile della nostra civiltà. Certo – lo pensiamo tutti – Notre-Dame risorgerà più bella ancora. L’incendio è un fatto umano, terreno. Un incidente. Tuttavia, è lecito trarne profitto e farsi delle domande. Può gettare nello sconforto, ma anche dare un salutare scossone: ci siamo accorti quanto siamo legati ai simboli e ai capisaldi della nostra identità cristiana che la laicità non cancella. Ci siamo ridestati più europei in questa Europa così poco amata!
Tuttavia, non ignoriamo gli altri motivi di apprensione di queste ore, in casa nostra e nel mondo (Libia, Venezuela, ecc.).
La Quaresima era iniziata con un’ammonizione severa quanto necessaria: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Ora, alle prime luci della Pasqua, risuona un’altra parola: «Ricordati: risorgerai!», a dispetto delle Cattedrali in fiamme, delle esistenze ferite, degli inverni del cuore, dei progetti falliti…
Il credente conosce la potenza della Risurrezione di Gesù; chi non lo è può ascoltare le ragioni del cuore.
Nella speranza della Pasqua rivolgo due appelli. Chiedo si faccia tutto il possibile, nel rispetto delle leggi e secondo le possibilità, per progettare corridoi umanitari per l’accoglienza e l’integrazione di migranti e profughi. Con l’impegno di tutti le soluzioni si trovano. Dobbiamo augurarci cessino le emigrazioni forzate, non la mobilità umana liberamente scelta, un vantaggio per tutti.
Il secondo appello è per una degna accoglienza della vita. Ognuno di noi ha il diritto e il dovere di immaginare il modello di società nel quale vorrebbe vivere. Vorrei mettermi, con la mia modestissima manodopera, nel cantiere di quella città insieme a tanti altri amici. Una città dove una mamma in difficoltà può non percorrere la scorciatoia dell’aborto, ma trovi aiuto e sostegno e sia tutelata la sua salute e la bellezza dell’Amore che ha generato il suo bimbo.
Non guardo al passato (se non alle sue grandi lezioni), ma alla civiltà del domani, dove la vita trionfa sempre: la civiltà della risurrezione.
Auguri!

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Omelia nella S.Messa in Coena Domini

Pennabilli (Cattedrale), 18 aprile 2019

Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

1.
Cari ragazzi,
saluto anzitutto voi che stasera prendete il posto degli apostoli in questa liturgia. Voi conoscete senza dubbio l’arpa: uno strumento musicale costituito da una foresta di corde. L’artista, quando le pizzica, ricava suoni con le sfumature più diverse.
Paragonerei questa liturgia del Giovedì Santo all’arpa, perché in questa atmosfera di preghiera risuoneranno una pluralità di sentimenti, con tutte le tonalità.
Anzitutto la gioia: i fiori, le luci, le musiche, le campane, le tovaglie che splendono di bianco e soprattutto i vostri volti, i volti di voi ragazzi. Grande gioia questa sera.
Ma spunta nel cuore contemporaneamente un altro sentimento, un sentimento di tristezza: è la sera in cui Gesù verrà tradito, catturato e strappato dalla compagnia dei suoi amici. Dopo la cena, nell’orto degli ulivi, detto Getsemani, che vuol dire “frantoio” (il luogo dove si frantumavano le olive per fare l’olio), Gesù è stato “spremuto”.
Ma è una notte in cui prevale un altro sentimento, quello dell’amore: si mangia insieme la Pasqua, si prega cantando, Gesù si china su ogni discepolo, lava i piedi, li asciuga… Gli escono parole piene di tenerezza (sono rivolte a ciascuno): «Non vi chiamo più servi, ma amici» (cfr. Gv 15,15). «Voglio che la mia gioia sia in voi e sia piena» (cfr. Gv 15,11). Si fa sentire cupa anche un’altra vibrazione, quella della delusione. A pizzicare quella corda è l’ingratitudine. A tanto amore di Gesù corrisponde il tradimento. Gioia, tristezza, amore, delusione: ecco i sentimenti che attraversano la nostra preghiera, gli stessi che furono vissuti nel Cenacolo.

2.
Vorrei soffermarmi con voi sulla parola iniziale del Vangelo appena proclamato: «Gesù, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine» (Gv 13,1), cioè “fino in fondo”. Vorrei cogliere tutte le sfumature di questa espressione: “Fino in fondo”.
In questi giorni ha fatto grande scalpore l’essere riusciti a scattare una foto ad un buco nero (di cui sapevamo l’esistenza dagli studi di fisica e di astronomia). Gesù ha amato “fino in fondo”. Immaginiamo una voragine, un abisso, un buco nero per dire la profondità di quell’amore.
Trattandosi di Gesù, il Figlio di Dio, “fino in fondo” significa un amore “da Dio”, un “Infinito”; egli è l’Essere di cui non si può pensare il maggiore (diceva sant’Anselmo). È senza limiti, senza perimetro, senza pentimenti… San Paolo avrebbe voluto che i cristiani arrivassero a comprenderne l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità che sorpassa ogni conoscenza (cfr. Ef 3,18).
«Li amò “fino in fondo”». Il fondale di un oceano è niente in confronto al cuore di Gesù, fornace ardente di amore, in cui abita tutta la pienezza dell’amore (così cantano le litanie del Sacro Cuore).
“Fino in fondo”, cioè fin dove si riesce ad arrivare. Un amore che ha abbracciato e abbraccia tutti gli uomini, fino in fondo alla lista, dal primo uomo all’ultimo che sta nascendo in questo preciso istante in chissà quale continente. Ho trovato scritta una frase che mi ha stupito: «Dio sa contare solo fino a uno!». Per lui ognuno è speciale, ognuno è uno. Ogni bambino, ogni ragazzo, ogni mamma, ogni papà è unico. La lavanda dei piedi non è un bagno collettivo: Gesù si inginocchia davanti a ciascuno.
“Fino in fondo” significa anche dalla punta dei capelli alla punta dei piedi. Più in basso di così non si può andare. Oltre i piedi c’è il pavimento. I piedi sono la parte meno nobile e meno degna. Gesù non esita, non indugia, ama sino ai piedi… per guarire, per salvare. Salva e ama tutta intera la persona, dalla testa ai piedi.
“Fino al fondo”: fino al fondo del nostro desiderio di essere amati. È il desiderio più grande che ha una creatura, il più universale, il più giusto: vogliamo essere amati. Senza amore si muore! A tutti piace essere amati (anche al protagonista dell’antica fiaba “La bella e la bestia”; la bestia avrebbe voluto trovare amore, ha tentato perfino di estorcerlo con la violenza, finché ci fu una fanciulla che riuscì ad innamorarsi di lui e diventò un bellissimo principe). Gesù arriva fino a qui.
E Giuda, il traditore? Non cacciamolo troppo presto all’inferno. I Vangeli (soprattutto quello di Matteo, cfr. Mt 26,24) sono molto severi con lui, ma Giuda sta a ricordarci che l’amore senza limiti può trovarsi – ahimè – di fronte ad una porta chiusa. Vorrei che quest’ultimo pensiero ci preparasse alla Comunione, una Comunione speciale, con il silenzio necessario per un colloquio desideratissimo, a tu per tu, con colui dal quale sappiamo di essere amati, “fino in fondo”. «Ecco – dice Gesù – io sto alla porta e busso… Se qualcuno mi apre, verrò da lui, cenerò con lui e lui con me» (Ap 3,20). Fino in fondo!

Omelia nella S.Messa Crismale

Pennabilli (Cattedrale), 18 aprile 2019

Is 61,1-3.6.8-9
Sal 88
Ap 1,5-8
Lc 4,16-21

1.

Care sorelle, cari fratelli, cari sacerdoti,
eccoci a celebrare nella nostra bella Cattedrale.
L’incendio a Notre-Dame ci fa sentire ancor più l’attaccamento a questo segno di unità che rinvia all’edificio santo, fatto di pietre vive, che è la Chiesa. Qui, nell’oggi della liturgia celebriamo la comunione del nostro sacerdozio (Gesù unico sacerdote, noi tutti, popolo santo e ministri, partecipi del suo sacerdozio), la comunione tra noi, la comunione con Cristo. Siamo qui per la rinnovazione dei santi oli, per la rinnovazione delle promesse sacerdotali, per la rinnovazione della nostra alleanza con Cristo.
Comunione e rinnovazione: due parole chiave.
Siamo in festa: presbiteri, diaconi, significativa rappresentanza di religiose e religiosi, ministri istituiti, fedeli laici (tra questi, sono presenti gruppi di ragazzi che si preparano alla Cresima).
La Cattedrale è il cuore della Diocesi. Custodisce la Cattedra del vescovo insieme a tante memorie di sante persone e di vicende ecclesiali e umane. Alla Cattedrale guardano le sorelle e i fratelli di vita contemplativa.
Siete tutti benvenuti. Siete la bellezza di questo luogo!
Qui ritorneremo presto per la Veglia di Pentecoste, l’8 giugno prossimo, per celebrare una verifica del percorso fatto insieme quest’anno. Qui ci ritroveremo per una Sacra Ordinazione, il 14 settembre: il diacono don Luca Bernardi verrà consacrato presbitero… Il 22 settembre, di nuovo qui in Cattedrale, vivremo l’assemblea diocesana in vista di un nuovo anno pastorale.
La Cattedrale è segno di Cristo, sacramento dell’incontro con Dio. Disse Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Ma egli parlava del tempio del suo corpo (cfr. Gv 2,21).
Questa mattina, come da una sorgente, vediamo sgorgare un fiume di grazia che si diramerà in tanti ruscelli per rallegrare la nostra terra (cfr. Sal 46,5). L’olio che fa brillare i volti dei catecumeni. L’olio che dà sollievo a chi è malato. Il crisma che consacra con l’unzione sacerdotale, profetica e regale i redenti (popolo di Dio) e segna «con affetto di predilezione alcuni tra i fratelli per renderli partecipi del ministero di salvezza di Gesù» (Prefazio, Messa crismale).

2.

Nel deserto di Giudea, alle prime luci della Pasqua, una fiaccola accesa viene lanciata dal pinnacolo più alto del monastero di San Saba. Quella luce che squarcia l’oscurità viene vista dal monastero più vicino che, a sua volta, trasmette il segnale al successivo monastero. Nella traiettoria verso il monastero di Santa Caterina al Sinai la notizia della Risurrezione, di luce in luce, si diffonde in tutto l’Oriente. Nel cuore di questo anno tutto dedicato ad una rinnovata consapevolezza della presenza del Risorto tra noi, faccio dono ad ogni comunità di una sinossi dei racconti pasquali. È un segno. L’annuncio di Gesù Risorto risuoni di bocca in bocca, squarci le oscurità del nostro tempo.
La Quaresima, iniziata con l’austero ma necessario ammonimento: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai» (Gn 3,19), sta per chiudersi con una parola piena di speranza, di nuova energia, di nuova creazione: «Ricordati: risorgerai!». Al posto della cenere, la corona (cfr. Is 61,3). Gesù Risorto comunica a noi la sua vittoria.

3.

Consentitemi adesso un salto un po’ spericolato: immaginiamo il primo Giubileo del secondo millennio: anno 2025! Come non pensare al Giubileo come ad un grande Anno di Grazia (cfr. Lc 4,19). È data convenzionale, simbolica – certo – ma possiamo riconoscerle un significato educativo di verifica e di stimolo. Vorrei ci arrivassimo – a Dio piacendo – tutti e tutti preparati. Avvertiamo quanto sia delicato per noi e per la nostra gente il passaggio da un cristianesimo sociologico ad uno della libertà e della grazia, cioè di libera e rinnovata corrispondenza. Vorremmo che nulla andasse perduto e nel contempo essere aperti al nuovo. Siamo qui, in questo crinale. Ne abbiamo un quotidiano riscontro: molti sono cristiani – è una formula che abbiamo ripetuto spesso – senza mai aver deciso di esserlo. Nei nostri paesi, tradizionalmente cristiani, spesso la sfida consiste «non tanto nel battezzare i nuovi convertiti, ma nel condurre i battezzati a convertirsi a Cristo e al suo Vangelo» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, 47). Da più parti si dice ancora che il problema non è tanto di far praticare i credenti, ma di far credere i praticanti. Domando: non potranno questi anni che ci preparano al 2025 costituire una sorta di missione permanente, una sorta di comunitaria iniziazione cristiana?
Dal biennio kerygma-Battesimo (stiamo vedendo qualche frutto: la riscoperta della centralità della risurrezione, con tante esperienze concrete, una maggior consapevolezza di essere Chiesa, cristiani attorno al Risorto, ecc.), al biennio missione-Cresima (l’incontro con Gesù, l’effusione del suo Spirito, non possono che tradursi in una incontenibile urgenza di comunicarlo), al biennio comunione-Eucaristia (effetto della Pasqua e della Pentecoste: dalla dispersione all’unità).
Perché questi segmenti cronologici? Perché queste scansioni di contenuti? È pedagogia della Chiesa: per camminare sinodalmente, per coordinare gli sforzi, per coinvolgere laici, religiosi, ministri. È lo stile dell’anno liturgico, scuola che insegna a sillabare, a riprendere continuamente il mistero di Cristo. Lo vorremmo abbracciare tutto, in una sola volta, tutto intero, ma la nostra umanità ha i suoi ritmi.

4.

Il Vangelo, in special modo questo brano secondo Luca, che tante volte abbiamo meditato e dal quale non riusciamo a staccarci, ci vuole a confronto con Cristo. Esaminiamo la nostra condotta, se assomiglia alla sua. Rinnoviamo volentieri le promesse e i propositi di lasciarlo agire in noi, liberamente e totalmente.
Gesù va in sinagoga secondo il suo solito… Partecipa alla riunione comune. Per inciso, l’autore della Lettera agli Ebrei lamentava che qualcuno «diserta le nostre riunioni» (cfr. Eb 10,25). Gesù va ad una preghiera, ascolta le parole che Dio ha da dire al suo popolo. Ha imparato – pedagogia della Santa Famiglia – che nelle cose di Dio non vale “il fai da te”. È felice di appartenere al suo popolo. Come un fiore sboccia nella sua umanità e si schiude sul grande albero della storia di Israele. Quel sabato, dopo la preghiera iniziale e la lettura del profeta Isaia, è invitato a prendere la parola. Forse non è la prima volta, ma Luca dà grande rilievo a questo momento. Con fine arte letteraria e sensibilità psicologica evidenzia l’atmosfera di stupore dell’uditorio e in tal modo sottolinea il carattere programmatico dell’omelia di Nazaret. Omelia brevissima. Quello che Gesù sta per dire è della massima importanza, costituisce il suo manifesto. È sorprendente la solennità con cui si compie quel rito con cui ci è dato di capire chi è Gesù: viene consegnato il rotolo, Gesù lo apre, trova il passo, si alza, legge, chiude il rotolo, lo restituisce al cerimoniere sinagogale, siede, gli occhi di tutti sono puntati su di lui, silenzio… È dato di capire chi è Gesù. A differenza dei predicatori del tempo, non si perde nei labirinti della esegesi o della retorica, punta dritto su ciò per cui Isaia 61 è stato scritto: «Oggi si compie questa scrittura davanti a voi che ascoltate». Con quell’oggi Gesù lega la sua persona all’iniziativa d’amore del Padre. E passa davanti a Gesù un’umanità di poveri, prigionieri, feriti, cechi, oppressi, disperati. Viene per questa umanità e un giorno dirà: «Io per voi consacro me stesso» (Gv 17,17). Gesù non mette come scopo se stesso, ma ciascuno di noi: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato».
Il nostro ministero esige una prima, e per quanto possibile, perfetta consonanza della nostra mente, del nostro cuore, dei nostri sentimenti, dei nostri atti, quasi una fusione della nostra persona con la sua. È san Paolo che per primo ha fatto uso, ha inventato, la bella formula «in persona Christi» (2Cor 2,10). Noi operiamo «in persona Christi», immersi in lui, dotati della sua potestà, colmati dei doni della sua verità, del suo amore, della sua misericordia. Noi viviamo – ne fossimo sempre coscienti! – «in persona Christi», per questo nella liturgia del “nostro” Giovedì Santo fissiamo lo sguardo al Vangelo, contempliamo il Cristo che vi compare e accogliamo il messaggio che ci indirizza. L’esistenza di Gesù è stata dono, dono totale. Così l’esistenza del prete. Ce lo ricorda il canto del Prefazio: «Tu, o Padre, proponi loro come modello il Cristo, perché donando la vita per te e per i fratelli, si sforzino di conformarsi all’immagine del figlio tuo e rendano testimonianza di fedeltà e di amore generoso».
Essere generosi (nel senso etimologico). Essere generosi nel dare. Più delle cose dare tempo, dare attenzione, dare ascolto, dare reperibilità. Avere il cuore tutto aperto. Questo dare è faticoso come un parto, ma ci genera come madre dell’altro e lui (l’altro) vive generato da noi. Pensiamo a Gesù sulla croce: il nostro dare, insieme al suo, resterà. Così crediamo. Così sia.

Auguri!

«Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia…
Per tutta la terra si diffonde la voce
e ai confini del mondo la loro parola:
“Resurrexit!”».
Buona Pasqua!

+ Andrea Turazzi

Omelia nella Domenica delle Palme

Pennabilli (Cattedrale), 14 aprile 2019

Is 50,4-7
Sal 21
Fil 2,6-11
Lc 22,14-23,56

1.

Abbiamo ascoltato, in questa domenica di apertura della Settimana Santa, il racconto della Passione del Signore secondo Luca. L’abbiamo sentito altre volte, ma ogni volta commuove. Dobbiamo serbarlo e meditarlo nel profondo e nel silenzio del cuore, oggi e nei giorni che seguiranno, lasciandogli liberare la forza capace di suscitare in noi non solo dei sentimenti di commozione e di gratitudine, ma anche propositi di conversione e di rinnovamento. Queste pagine del Vangelo ci aiutano a «conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, divenendogli conformi nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti» (Fil 3,10-11): così san Paolo scriveva ai primi cristiani.
Consentitemi qualche parola sul Salmo che abbiamo pregato fra la prima e la seconda lettura, così legato alla pagina evangelica.
Penso che a tutti sia noto l’impegno della nostra Diocesi, soprattutto quest’anno, nella ricerca di una più grande consapevolezza del kerygma (il primo annuncio, il mistero della fede). La risposta che si dà al sacerdote quando pronuncia la parola «Mistero della fede», è kerygma: «Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta».

2.

I primi cristiani sentivano che i Salmi (la grande preghiera della comunità di Israele) erano abitati da una presenza, come in filigrana (una presenza che non si vede ma che c’è), e li trovavano composti su dimensioni così grandi che solo l’evento pasquale poteva abbracciarle tutte. Nel giusto dell’Antico Testamento, sottoposto a sofferenze e a prove, ma salvato da Dio, essi vedevano il volto e il suono della voce del loro Maestro, sentivano echeggiare i lamenti della Passione di Cristo e poi la gioia della sua risurrezione (cfr. At 2,25-28). Ad essi (ai Salmi), più che all’esegesi moderna, la morte e la risurrezione di Gesù erano annunciate dall’Antico Testamento (cfr. Lc 24, 26-27.44; 1Cor 15,30).

3.

Tra questi Salmi bisogna riconoscere un posto speciale al Salmo 22 per la sua attenta descrizione dell’anima del giusto, così drammaticamente provato, per la straordinaria intensità della sua speranza, per la ricaduta salvifica universale. Ebbene, quel Salmo parla in modo straordinario di Gesù.

4.

Il Salmo 22 racconta di un uomo – da notare che è stato scritto molti secoli prima di Cristo – condotto a morte tra indicibili crudeltà. La sua vita se ne va, scorre via come l’acqua. Lo hanno ferito, legato mani e piedi e deposto nella polvere. I carnefici sono già pronti a dividersi le sue vesti. «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», così egli grida.

5.

Questo grido, però, è preghiera, non disperazione: chi dispera distoglie decisamente il suo sguardo da Dio. Nel buio ecco un punto luminoso: il Dio apparentemente lontano è il “suo” Dio (da notare l’aggettivo possessivo), alle cui braccia era stato affidato nell’uscire dal grembo materno. Ad un tratto però, nell’abbandono estremo, prorompe un grido di giubilo: Dio gli ha ridato la vita!
La vicenda di questo giusto non è legata ad altro che alla completa fiducia in Dio, pur nel pieno della sua angoscia. Nella lettura liturgica ci sono tutt’e tre queste realtà: la prova a cui è sottoposto, la fiducia in Dio, la ricaduta salvifica. Quello che è iniziato come un grande lamento – «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» – si conclude con una Eucaristia, cioè con una lode. Egli intona la lode di Dio nella grande assemblea. Offre un «sacrificio di rendimento di grazie» del quale gioiscono tutti i poveri di Jahvè. E l’orizzonte si allarga: anche le nazioni vengono coinvolte nella lode; un tempo smarrite, esse si ricordano di Dio e ritornano a lui dai confini della terra. È una liturgia che si espande e abbraccia chi è sceso nello sheol e su coloro che nasceranno. È già annuncio di risurrezione. Sullo sfondo di queste parole si racconterà la Pasqua di Gesù.
Il Salmo si chiude con queste parole: «A lui solo si prostreranno quanti dormono sottoterra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere…». E poi: «La mia discendenza lo servirà. Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunzieranno la sua giustizia al popolo che nascerà» (Sal 22,30-32). Ecco, allora, con quali sentimenti di vittoria e di gratitudine prolunghiamo la meditazione della Passione del Signore. Questo pensiero ci accompagni in tutta la Santa Settimana. Così sia.

Omelia nella V domenica di Quaresima

Pennabilli (Monastero Agostiniane), 7 aprile 2019

1.
Un silenzio che ci sorprende

Gesù sulle prime non dice nulla. Tace, come tace Dio (e noi talvolta rimproveriamo il suo silenzio). Ma quando Gesù apparirà al tribunale degli uomini, non sarà nel ruolo di un pubblico ministero, ma nel ruolo di un avvocato difensore. Parlerà: «Io non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvarlo» (cfr. Gv 12,47). Noi invece proviamo una sottile soddisfazione nel dir male degli altri, nel trovare argomenti di critica e poi di condanna con un piacere “maligno”, cioè degno del Maligno!
Gesù traccia dei segni sulla polvere. Scriveva davvero delle parole o delimitava simbolicamente uno spazio di perdono? (cfr. Ger 17,13).

2.
Una parola che rimanda a noi stessi

Per l’insistenza degli accusatori, la risposta finalmente arriva. È una risposta che stupisce, imprevista e imprevedibile. La palla viene rilanciata nel campo degli accusatori: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Secondo l’antico apologo: «Noi vediamo il male altrui, perché ben visibile davanti al nostro petto, mentre il nostro è dietro le spalle!».
Gesù ci rimanda a noi stessi. Giudicando gli altri severamente noi giudichiamo parallelamente noi stessi. Quella di Gesù è una parola che turba, stupisce, converte, e poi abbraccia…

3.
Un dono di vita. Ecco in un lampo luce di risurrezione

I garanti ed “esecutori” della Legge se ne sono andati. Restano solo «la misera e la Misericordia» (Sant’Agostino). Le pietre che tenevano ben strette nelle loro mani giacciono a terra inerti. Le ultime parole di Gesù sono per lei, la donna adultera: «Neppure io ti condanno; va’ e ora in poi non peccare più!». Gesù dona la vita a questa donna: può rialzarsi! Dona la sua vita: Gesù è ormai condannato e va incontro alla sua morte; esce nell’oscurità e la donna entra nella luce. C’è come uno scambio: «La mia vita per la tua!». Gesù la fa entrare nella sua risurrezione, associandola alla sua Pasqua imminente. La donna nasce di nuovo proprio quel giorno.
Gesù ci invita a “rivivere” in questi giorni di Quaresima e a far “rivivere” gli altri col perdono e la fiducia. Se la Quaresima è iniziata col «memento homo quia pulvis es…» si avvia alla sonorità di quest’altro grido: «Ricorda: risorgerai!». Quanti segni di risurrezione attorno!!!

Omelia nella celebrazione con la Comunità Terapeutica APG23 a Maiolo

Omelia nella V domenica di Quaresima
Maiolo, 6 aprile 2019

Is 43,16-21
Sal 125
Fil 3,8-14
Gv 8,1-11

Abbiamo iniziato la Quaresima con l’imposizione delle Ceneri. Il celebrante, in quella circostanza, pronuncia una parola molto severa: «Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris (Ricordati, o uomo, che devi morire perché sei polvere)». Quando si incomincia la Quaresima così, capita di andare un po’ in crisi… Il tempo della Quaresima assomiglia a quello in cui la crisalide deve morire e spaccarsi perché venga fuori la farfalla coloratissima della vita nuova. C’è bisogno di un travaglio, di un tempo di penitenza, di conversione, di cambio di sistema di vita, di sacrificio. Vorrei dire, adesso, un’altra parola, che conclude la Quaresima e vorrei riempisse di gioia questo luogo dove ci troviamo a pregare: «Ricordati: risorgerai!». Quando vado alla Grotta Rossa o nelle Case della Papa Giovanni XXIII mi sembra che questa parola non sia solo un augurio, un modo di dire, perché veramente c’è gente che risorge, che cambia vita, e anche se ci sono infermità che sembrano non arrivare ad una soluzione, c’è tutto un popolo, una rete di persone da cui ti senti portato in alto: è la risurrezione. Ma ce ne sarà un’altra, quella che ci darà Gesù alla fine della vita, che sarà il massimo dello splendore. Prepariamoci alla risurrezione. C’è un versetto negli scritti di San Giovanni in cui l’evangelista dice: «Noi passiamo da morte a vita quando amiamo i fratelli» (cfr. 1Gv 3,14). A volte basta poco per amare, ma bisogna che si sblocchi il cuore. C’è il gesto grande di una mamma che dà la vita al suo bimbo, c’è il momento di intimità di due sposi, c’è la compagnia fra due amici, c’è un sacerdote che dice la Messa… A volte basta anche molto meno: uno sguardo, un sorriso, il portare insieme un carico pesante…
Nella pagina di Vangelo di oggi ho sottolineato alcuni verbi (esprimono l’azione che fa o che subisce il soggetto). Il primo: Gesù scrive col dito per terra. C’è una donna colta «in flagrante» che viene portata davanti a Gesù. Gesù sembra imbarazzato, ma non per la donna che gli sta di fronte: non vuole incrociare gli sguardi che accusano e giudicano. Allora si mette a scrivere con un dito per terra (Gesù sapeva leggere e scrivere!). Nel libro del profeta Geremia si dice che Dio scrive sulla polvere il nome di coloro che si allontanano da lui. Alcuni esegeti dicono che Gesù stesse scrivendo alcuni peccati dei presenti.
Il secondo verbo che sottolineo è: di nuovo Gesù si china. In quel gesto Gesù si fa piccino (quelli dietro non lo vedono) e responsabilizza i presenti: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra (la pena capitale per quel peccato era la lapidazione)». Chinandosi Gesù sembra dire: «Non giudicate per non essere giudicati». Allora le pietre cadono dalle mani degli accusatori.
Il terzo: Gesù si alza… Gesù è rimasto da solo con la peccatrice. Si alza come si fa davanti ad una persona attesa, importante, a cui si deve rispetto. Cosa vede Gesù nei suoi occhi? Probabilmente la paura, la vergogna, ma soprattutto la speranza. Quella donna, guardata da Gesù in quel modo, sta per risorgere. Gesù le parla. Fino a questo punto del racconto nessuno ha parlato alla donna: l’hanno tirata in ballo, l’hanno portata in piazza, l’hanno sottoposta a quel giudizio. Ma Gesù le parla e dice due cose: «Va’… », come a dire: «Sei libera, continua il cammino della vita, non disperare, perché tu non sei il tuo peccato. Hai sbagliato, ma puoi ricominciare una nuova vita». «Va’… » è il verbo della missione. Quante volte Gesù l’adopera! Poi gli dice: «Non peccare più». Quanti insegnamenti per noi che siamo portati a giudicare gli altri… Come dicevano gli antichi, noi abbiamo sulle spalle due sacchi: uno davanti e uno dietro. In quella dietro di noi ci sono i nostri sbagli, che non vediamo mai. Invece, il sacco che abbiamo davanti è quello degli altri, sempre sotto i nostri occhi. Gesù, responsabilizzandoci, dice: «Vedi un po’ di risorgere anche tu, te ne offro l’opportunità».
«Ricordati: risorgerai! Anzi, sei già risorto».

Omelia nella celebrazione eucaristica nell’Insediamento dei Capitani Reggenti

San Marino Città (Basilica), 1 aprile 2019

2 Cor 5,18-20
Lc 15,1-3.11-32

Eccellenze, Signori e Signore,
un caloroso saluto a tutti.
La prima parola è “grazie” ai Capitani Reggenti che hanno concluso il loro mandato, contrassegnato da tanto impegno, da una presenza costante fra le componenti della nostra comunità civile, da un’attenta vigilanza e accoglienza (penso alle tante udienze a cui si sono resi disponibili). Sono stati anche un esempio di come si pensa, si vive, si integra la disabilità. Una comunità è matura non solo quando ha attenzione alla disabilità, ma quando in essa la disabilità viene onorata.
Saluto con deferenza i Capitani Reggenti che oggi si assumono la responsabilità di essere riferimento fondamentale, etico, sociale e politico della nostra Repubblica. Auguro che il loro servizio intensifichi quella possibilità di dialogo tanto necessario in questo tempo tra noi e la difesa appassionata dei diritti e dei doveri inderogabili della persona, della famiglia e dell’educazione.
Saluto con profondo affetto ecclesiale il Nunzio, Sua Eccellenza mons. Emil Paul Tscherrig, che ci porta anche fisicamente la vicinanza e l’affetto del Santo Padre. Lo preghiamo di farsi interprete presso papa Francesco del nostro affetto e dell’adesione al suo programma.

Vorrei avervi tutti compagni e alunni ai piedi del Maestro Gesù. Impariamo da Lui l’insegnamento più necessario, più utile e più bello: l’insegnamento su Dio. Infatti, lo scopo della parabola che è stata proclamata poco fa dal diacono, riferitaci dall’evangelista Luca, è di farci cambiare l’opinione che solitamente abbiamo di Dio. Le Sacre Scritture dell’Antico Testamento ci parlano spesso delle alleanze di Dio con l’umanità e quelle parole sono come altrettante note musicali che discendono sul foglio bianco. Nella pienezza dei tempi Gesù viene, distende il rigo musicale e quelle note finalmente diventano leggibili.
Preferisco chiamare questa parabola, solitamente detta “del figliuol prodigo”, la parabola “del Padre misericordioso”, perché tutte le linee narrative portano a lui. Ci sono i due figli coprotagonisti e tante altre comparse.
Facciamo attenzione al figlio più giovane. Se ne va da casa con la sua parte di beni, la sua eredità. In cerca di che cosa? Fondamentalmente in cerca di se stesso e della sua felicità. Il padre lo lascia andare; si direbbe quasi che sia un padre che ama la libertà del figlio, la provoca, la festeggia… e la patisce. Quel figlio insegue la felicità, ma si accorge che le cose sulle quali si è buttato hanno un fondo e che il fondo è vuoto: la sua è un’illusione di felicità da cui si risveglia tra porci, ladro di carrube per vivere!
La sua vicenda è una descrizione del peccato: peccato come discesa, viaggio ed esilio lontano da Dio; la miseria come perdita della gloria dell’uomo come immagine di Dio; la famigliarità coi porci, segno della morte dovuta al peccato. Ma il prodigo rientra in sé. Nel suo soliloquio sembra dimostrare d’aver preso coscienza del suo male. Riecheggiano le parole del profeta Geremia: «Dopo il mio smarrimento, mi sono pentito; dopo essermi ravveduto mi sono battuto l’anca. Mi sono vergognato e ne provo confusione, perché porto l’infamia della mia giovinezza» (Ger 31,18-19).
Il prodigo sa di non avere più diritti. Si augura d’essere trattato come un avventizio. Cerca, in quello che fu suo padre, almeno un buon padrone. Torna, ma torna per fame non per amore. Torna per non morire.
Ora l’attenzione va sulla figura centrale, quella del padre. Il padre fa tutto da solo. Quello del figlio non è vero pentimento, è un pentimento interessato. Al padre basta anche un cenno, un passo, un alzar di sguardo. Perdona non con dichiarazioni, ma con una carezza.
Gustiamo i cinque verbi del perdono paterno: scruta l’orizzonte e vede; corre incontro incurante anche di compromettere la sua compostezza orientale; si commuove: è commozione viscerale, empatia; si getta al collo del figlio, lo bacia.
Segue la consegna di tre simboli. La veste: dignità riconsegnata; l’anello: sigillo dell’autorità che ha come figlio; i sandali, segno dell’uomo libero (lo schiavo cammina scalzo).
E poi c’è la festa.
Il figlio maggiore entra in scena di ritorno dal lavoro. Chissà se ama le cose che fa! C’è contrasto fra il suo cuore infelice e la festa che tracima dalla casa. Si informa. È imbronciato, protesta i suoi meriti. Il genere di perfezione vissuta dal figlio maggiore è fatto di osservanze meticolose, di austerità forzata, di virtù obtorto collo. Questo gli impedisce di entrare nella logica del padre, che è basata sull’amore gratuito. Qui c’è un padre che non è giusto: è di più, è amore incondizionato, eccedente!
Il più giovane si era sbagliato sul padre, il più grande continua a sbagliarsi. Lo pensano più padrone che padre, più autorità che autorevolezza, più spione che uno che ha cura.
Il finale della parabola è aperto. Capirà il figlio maggiore? Entrerà alla festa? Ma soprattutto: noi capiamo quello che abbiamo letto?
Le parole della Seconda Lettera ai Corinzi: «Vi supplichiamo in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare» (2Cor 5,18-20) mi riportano ad uno degli episodi più commoventi della Genesi. Narra di Giuseppe, il figlio di Giacobbe, spogliato di tutto, venduto ai mercanti d’Oriente dai fratelli gelosi di lui, fatto prigioniero in Egitto, poi diventato vicerè d’Egitto perché sa interpretare i sogni. Nell’epilogo del racconto lo si vede piangere sette volte (fra i personaggi della Bibbia è quello che piange di più, sette volte in poche righe di racconto). Sono lacrime per lo più di commozione, di gioia e di riconoscenza, per i fratelli ritrovati, per la tenerezza del padre, per l’abbraccio al fratello più piccolo, Beniamino. Il settimo pianto, invece, è di dolore, di delusione, di amarezza. Dopo la morte del padre Giacobbe i suoi fratelli ritornano nella paura perché non credono al perdono di Giuseppe: si sentono allo scoperto, senza protezione.
Giuseppe mi appare come figura di Dio. Non so se Dio piange quando i suoi figli pensano di doversi ancora procacciare il suo favore, quando non capiscono il suo cuore e sembrano non fidarsi di lui, anziché buttarsi nelle sue braccia, abbandonandosi alla confidenza. Dio fa il primo passo; la riconciliazione è già completa; è avvenuta, per così dire, unilateralmente, perché «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20).

Omelia nella IV domenica di Quaresima

Pennabilli (monastero Agostiniane), 31 marzo 2019

Gs 5,9-12
Sal 33
2Cor 5,17-21
Lc 15,1-3.11-32

1.

Oggi tutta la Chiesa è alla scuola di Gesù, seduta ai suoi piedi per apprendere l’insegnamento più necessario, più utile e più bello: insegnamento su Dio. Scopo della parabola di Luca (15,11-32) è soprattutto quello di farci cambiare l’opinione che solitamente abbiamo di Lui. Le Sacre Scritture dell’Antico Testamento ci parlano molto di Dio. Azzardo un’immagine: è come se i racconti di Alleanza fossero scesi su un foglio bianco come una pioggia di notazioni musicali. Nella pienezza dei tempi Gesù viene a distendere il rigo musicale sulle note che finalmente divengono leggibili e svelano il “Canticum Patris”.
Nelle domeniche di questa Quaresima abbiamo ripercorso il cammino dell’Alleanza (un’unica Alleanza in verità con modulazioni diverse, da Noè ad Abramo, da Mosè a Giosuè, ma verso una piena e nuova Alleanza in Gesù).

2.

Preferisco chiamare la parabola di Luca: “La parabola del Padre misericordioso”. Tutte le linee narrative portano a Lui. Ci sono i due figli coprotagonisti e tante altre comparse.
Stranamente, nella casa paterna non ci sono donne. Papa Giovanni Paolo II suggeriva di cercare il femminile nelle “viscere” del Padre che si com-muove verso il figlio che torna (cfr. Dives in Misericordia nota 52). Lascio a ciascuno di attardarsi nella meditazione sui particolari che preferisce.

3.

Sul figlio più giovane.
Se ne va da casa con la sua parte di beni. In cerca di che cosa?
Fondamentalmente in cerca di se stesso e della sua felicità. Il padre lo lascia andare; è un padre che ama la libertà del figlio, la provoca, la festeggia, la patisce.
Quel figlio insegue la felicità, ma si accorge che le cose sulle quali si è buttato hanno un fondo e che il fondo è vuoto: la sua è un’illusione di felicità da cui si risveglia tra porci e ladro di carrube per vivere!
La sua vicenda è una descrizione del peccato: discesa, viaggio ed esilio lontano da Dio; miseria, perdita della gloria dell’uomo immagine di Dio; contatto coi porci, morte dovuta al peccato.
Il prodigo rientra in sé. Nel suo soliloquio sembra dimostrare d’aver preso coscienza del suo peccato. Riecheggiano le parole di Geremia:
«Fammi ritornare e io ritornerò,
perché tu sei il Signore mio Dio.
Dopo il mio smarrimento, mi sono pentito;
dopo essermi ravveduto mi sono battuto l’anca.
Mi sono vergognato e ne provo confusione,
perché porto l’infamia della mia giovinezza» (Ger 31,18-19).
Il prodigo sa di non avere diritti. Si augura d’essere trattato come un “giornaliero”. Cerca in quello che fu suo padre, un buon padrone. Torna per fame, non per amore. Torna per non morire. Come reagirà il padre?
Considerando lo sviluppo del racconto viene da esclamare: «O felix culpa»!

4.

Sull’iniziativa del padre.
Introdotti da questo grido – o felix culpa! – facciamo meditazione su uno dei versetti più commoventi della Scrittura.
Fa tutto il padre. Quello del figlio non è vero pentimento, è un pentimento interessato. Ma al Padre basta anche un cenno, un passo, un alzar di sguardo. Perdona non con dei proclami, ma con una carezza.
Gustiamo i cinque verbi del perdono paterno: scruta l’orizzonte e vede; corre incontro incurante di compromettere la sua compostezza orientale; si commuove: è commozione viscerale; si getta al collo; bacia.
Segue la consegna di tre simboli:
la veste (quella più bella? Quella di prima?), dignità riconsegnata;
l’anello, con il sigillo dell’autorità di figlio;
i sandali, segno dell’uomo libero (lo schiavo cammina scalzo).
E poi c’è la festa: parola che chiude questa prima parte della parabola e che ritornerà a suggellare la seconda parte.

5.

La meditazione di Luca (scriba mansuetudinis Christi).
Il pensiero del narratore (Luca) è al di là del puro racconto e invita a considerare i dinamismi della conversione. Nel giudaismo “conversione” era sinonimo di penitenza, implicando uno sforzo personale per dimostrare la sincerità del pentimento (digiuni, elemosine, preghiere). In Luca la conversione è gioia che scaturisce dall’incontro con Dio perdonante. Non è l’uomo che si salva da sé. Ma, aprendosi a Dio dal fondo della sua miseria, è nella disposizione che permette a Dio di colmarlo col dono della filiazione e della comunione.

6.

Il figlio maggiore.
Il figlio maggiore entra in scena. Sta tornando dal lavoro. Chissà se ama le cose che fa!
C’è contrasto fra il suo cuore infelice e la festa che tracima dalla casa. Si informa. È imbronciato e protesta i suoi meriti: non ha mai potuto fare le cose che ama. Sembra di sentire l’esortazione del salmista al giusto irritato: «Non irritarti per chi ha successo» (Sal 37,7).
Il genere di perfezione vissuta dal figlio maggiore gli impedisce di entrare nella logica del padre, basata sull’amore gratuito. Qui c’è un padre che non è giusto: è di più, è amore!
Lo scandalo del figlio maggiore fa emergere la gelosia sottesa e lo scombussolamento dei rapporti in quella famiglia: mettere a confronto le espressioni adoperate dal figlio e dal padre per descrivere le relazioni. Che opinione del padre hanno i figli?
Il più giovane come il più grande – per motivi diversi – si sbagliano sul padre.

7.

Racconto senza finale.
Il finale della parabola è aperto. Capirà il figlio maggiore? Capirà il lettore?
Le parole della Seconda Lettera ai Corinzi: «Vi supplichiamo in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare» (2Cor 5,18-20) mi riportano ad uno degli episodi più commoventi della Genesi. Narra di Giuseppe, il figlio di Giacobbe spogliato di tutto, venduto ai mercanti d’Oriente, prigioniero in Egitto, poi diventato vicerè d’Egitto. Nell’epilogo del racconto lo si vede piangere sette volte (fra i personaggi della Bibbia è quello che piange di più). Sono tutte lacrime di gioia e di riconoscenza, per fratelli ritrovati, per la tenerezza del padre sempre amato. Il settimo pianto, invece, è di delusione, di dolore e di amarezza. Dopo la morte del padre i suoi fratelli ritornano nella paura perché non credono al perdono di Giuseppe: si sentono allo scoperto, senza protezione. Giuseppe è figura di Dio. Non so se Dio piange quando i suoi figli pensano di doversi ancora procacciare il suo favore, quando non capiscono il suo cuore e sembrano non fidarsi di lui. In Dio la riconciliazione è già completa; è avvenuta, per così dire, unilateralmente. «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20).

Omelia in occasione della Festa del perdono con i giovani

Borgo Maggiore (RSM), 29 marzo 2019

Gn 50,15-21

Vi consegno questo pensiero che ricavo dalla lettura dell’ultima parte del libro della Genesi (cfr. Gn 42-50). Mi sono imbattuto in un personaggio che, fra tutti, è quello che piange di più. Molte delle sue lacrime sono lacrime di gioia, di commozione, di riconoscenza, di stupore. Ma il settimo pianto è un pianto di dolore, un dolore del cuore.
Il personaggio a cui accenno è Giuseppe, figlio di Giacobbe, quello che i fratelli per gelosia e per invidia hanno spogliato di tutto e venduto a mercanti che scendevano in Egitto, finito poi nelle carceri egiziane. Aveva dei sogni nei quali era prefigurato che un giorno sarebbe stato il salvatore della famiglia, del padre, dei fratelli e di tutte le persone della tribù. Così accadde. Venne accolto alla corte del Faraone e, prevedendo la carestia che sarebbe sopraggiunta, aveva accumulato il grano in grandi riserve. Anche da Israele scesero per comprare grano. Un giorno vi si recano anche i suoi fratelli, senza sapere che era lui il grande amministratore di questa operazione. La prima volta che Giuseppe piange è quando riconosce i suoi fratelli. Si ritira in una stanza per piangere. Non vuole farsi vedere. Successivamente propone ai fratelli di portare con loro il fratello più piccolo, Beniamino, ma non vorrebbero perché sarebbe uno strazio per il padre. Sono costretti a farlo. Quando Giuseppe riconosce Beniamino si commuove e piange. In successivi momenti è lui che si fa riconoscere e abbraccia i suoi fratelli. Piange di gioia. Vuole che Giacobbe, suo padre, scenda anche lui in Egitto. Verrà, lo riabbraccerà e saranno altre lacrime di gioia. L’ultimo pianto, stavolta di dolore, avviene quando, morto Giacobbe, i fratelli si presentano a Giuseppe e gli dicono: «È morto il nostro padre. Adesso siamo come nudi davanti a te, non abbiamo più nessuno che ci protegga e ci difenda. Tu ti vendicherai, ora che non c’è più lui». In verità pensano che ora verrà fuori da Giuseppe tutto l’astio che ha verso di loro. Invece non è così. Giuseppe piange per la delusione, perché i suoi fratelli non riescono a credere nel suo amore fraterno, né a persuadersi che li abbia effettivamente perdonati.
Non so se il Signore piange. Ma vedo nelle lacrime di Giuseppe quelle del Signore quando ci sottraiamo alla sua misericordia. San Paolo scrive: «Vi supplichiamo, lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,18-20). Dunque è lui che fa il primo passo verso noi. Davvero il suo cuore è riconciliato e ci precede. Vorrei che tornassimo a casa, stasera, con questa certezza dentro di noi: se, entrando in noi stessi, vediamo i nostri peccati e i nostri limiti, non disperiamo. Ci sovvenga un’altra parola della Scrittura: «Il cuore di Dio è molto più grande del nostro» (cfr. 1Gv 3,20). Viviamo così la Pasqua di quest’anno: credere all’amore di Dio, credere che Dio ci ama immensamente.