Omelia nella festa di San Lorenzo

Belforte all’Isauro (PU), 10 agosto 2020

2Cor 9,6-10
Sal 111
Gv 12,24-26

Saluto i miei confratelli sacerdoti, chi serve all’altare, le Autorità, il coro e tutti voi.
Abbiamo cantato: «Il Signore ama chi dona con gioia». A tutti piace essere amati: alla sposa dallo sposo e allo sposo dalla sposa, al maestro dagli alunni, al parroco dai parrocchiani… In virtù dell’essere amati, proprio perché amati, esprimiamo il meglio di noi stessi e il meglio di noi è: donare. Siamo stati creati per donare. Sant’Agostino dice che Dio «ama per amarci». Non è una tautologia, ma un’analisi psicologica che sant’Agostino fa. Amandoci, Dio suscita amore nella creatura. Se la creatura ci sta e corrisponde, Dio può amarla ancora di più e la creatura amerà, a sua volta, ancora di più. Qui sta tutta la dinamica dell’amore, con la conseguenza del dono e la sorpresa della gioia.
Veniamo, e ne siamo ancora coinvolti, da una grave epidemia. Di per sé non vengono pensieri di gioia, semmai di ansia, paura, solitudine, attese e diagnosi, sofferenze e lutti. Più di qualcuno ha fatto l’esperienza del crollo attorno a lui, quasi un terremoto, e del crollo in lui. Tante certezze sono andate in frantumi. Si è capito che di tante cose si può fare a meno, siamo stati portati all’essenziale, guardando ogni giorno alle piccole cose, piccole e grandi gioie: una telefonata, una serata a guardare insieme un film o a sfogliare un album di vecchie foto, il ritrovare la dimensione della preghiera fatta insieme, lo scoprire che la famiglia è piccola Chiesa domestica.
«Il Signore ama chi dona con gioia». Qualche volta – ammettiamolo – è stata una gioia un po’ “tirata”, perché abbiamo sorriso per non impensierire, per incoraggiare o per sdrammatizzare. Ma l’amore scende dove si dona, dove si ama, dove si sa dare un significato al soffrire. Preciso: donare non è fare un’elemosina, ma mettersi in gioco, perché nel dono c’è qualcosa di sé che viene ceduto. Il dono è qualcosa di me presso di te. Ogni tanto guardo l’anello che porto al dito e mi viene da pensare a papa Francesco che me l’ha donato. C’è qualcosa di papa Francesco in me.
«Il Signore ama chi dona con gioia… e lo benedice». Collego questa frase della Sacra Scrittura ad un’altra che suona così: «C’è più gioia a dare che a ricevere» (At 20,35). Gioia, dono, amore: tutte parole divine. La sera, quando siamo stanchi per le preoccupazioni, per le tante incombenze, spegniamo la luce e in un attimo ripercorriamo la giornata. Vediamo tante perle come in una collana, tenute insieme da quel filo che è la consapevolezza d’aver amato. Tutto questo ci insegna Lorenzo, un giovane che ama con intraprendenza, che ama “facendo”, fino al dono di sé. Lorenzo fu scelto dalla comunità di Roma per occuparsi della carità.
Il Salmo che abbiamo letto poco fa ci ha detto che è «beato l’uomo che teme il Signore». Preciso: il timore del Signore non è la paura. La mano di Dio non ha il dito puntato, ma è una mano tesa a soccorrere. Allora chi teme il Signore, cioè ha considerazione del Signore, a sua volta si fa mano che soccorre, che aiuta. Il Salmo ci ha detto: «Felice l’uomo che dà in prestito, che amministra i suoi beni con giustizia, che dona largamente ai poveri…». Così la tradizione ci ha tramandato l’esperienza cristiana di san Lorenzo, un santo della carità, attento alle povertà, disposto a mettersi in gioco. Il convincimento che sta alla base di ciò che Lorenzo fa non è altro che la certezza che il Regno di Dio è il tesoro, la perla, la realtà di valore assoluto. Per il tesoro vale la pena dare via tutto, se necessario (cfr. Mt 13,44-45). Questo ci dice con la sua vita Lorenzo. Amare è il più grande degli affari e per amare, Lorenzo, si fa povero. Come potrebbe donare se stesso se attaccato alle cose o ai soldi? A quel punto il Signore sorprende, perché dice a Lorenzo e ad ognuno di noi (per questo uso il “tu”): «Tu, sei mio tesoro e mia perla, sei degno di stima, prezioso ai miei occhi (cfr. Is 43,4); per te il Signore perde tutto e da ricco che è si fa povero, per arricchirti con la sua povertà (cfr. 2Cor 8,9). Tu sei il suo “affare”, e lo dice a ciascuno di noi: non si può che essere stupiti davanti a questo. Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo pensare di ogni fratello e di ogni sorella che ci è accanto che è “affare” di Dio, tesoro e perla. Chiediamo la grazia di saper andare oltre le apparenze, di vedere l’altro come Dio lo vede. Proviamo a pensare alle persone con cui è più difficile relazionarsi, alle persone che “a pelle” ci sono antipatiche… Consideriamo come Dio le ama, superando l’ostacolo più grande che sono i pregiudizi che vengono dalla diversità della razza, della cultura, della politica e anche quelli ecclesiastici. Lorenzo, quando gli fu chiesto di consegnare i tesori e le ricchezze della Chiesa, secondo la tradizione, mostrò i poveri: ecco il tesoro della Chiesa! Per questa sua ironia verrà condannato ad una morte atroce. Finirà come il chicco di grano di cui ci ha parlato il Vangelo. Siamo al capitolo 12 del Vangelo di Giovanni. Gesù capisce che la congiura contro di lui è alla stretta finale. È il momento più drammatico della sua vita, il suo Getsemani: «L’anima mia è turbata» (Gv 12,27). Gesù ha paura della morte, è sconvolto al pensiero dell’abbandono, delle sofferenze, del fallimento. È angosciato e prega Dio «con forti grida e lacrime» (Ebr 5,7) di risparmiargli quella prova. Fu ascoltato? Certamente. La preghiera è sempre ascoltata, anche se non a modo nostro. Fu esaudito per la sua pietà, non con il liberarlo dalla morte, ma liberandolo dal desiderio di salvare se stesso. Anche Gesù ha passato un’ora di oscurità. In quella notte il Padre lo illumina, gli fa capire che la sua passione non è il compimento di un destino crudele, ma il compimento della sua vocazione. Gli ricorda che il chicco di grano seminato per terra deve morire per portare frutto. Se vuole essere “l’uomo per gli altri” deve esserlo fino in fondo. Non deve ritirarsi, gettare la spugna nell’ora della prova. Il Padre gli fa capire che non può spezzare il cerchio del peccato, delle violenze, dei fanatismi, dell’odio che si abbattono su di lui come Agnello innocente e, nello stesso tempo, avere una vita tranquilla e onorata. «Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò”» (Gv 12,28). Gesù aggiunge: «La voce del Padre è per voi» (cfr. Gv 12,30).
Anche noi siamo tentati di fidarci più dell’istintivo amore di noi stessi che della parola del Vangelo. Ci succede di pensare: «Mi sta bene la fedeltà al Signore, purché non disturbi la mia quiete, non mi chieda di andare contro corrente, di andare incontro a prese in giro, contrasti, critiche. Sono pronto all’impegno comunitario, basta che il Signore non pretenda di sconvolgere le mie abitudini, i miei ritmi, i miei programmi… Mi piace fare qualcosa per gli altri (volontariato, servizi, ecc.) finché gli altri sono educati e riconoscenti, finché non irrompono nella mia vita e non mi lasciano più un momento per me stesso». Queste sono le grandi tentazioni. Impariamo da san Lorenzo a superarle. Così sia!

Omelia nella XIX domenica del Tempo Ordinario

Carpegna (PU), 9 agosto 2020

1Re 19,9.11-13
Sal 84
Rm 9,1-5
Mt 14,22-33

Ci sono diverse scene in questo Vangelo. Ad ognuna potremmo trovare un titolo.
Prima scena: la solitudine orante di Gesù. Gesù, dopo che la folla ha mangiato (il prodigio della moltiplicazione dei pani e dei pesci aveva suscitato una tale euforia che volevano farlo re, al posto di Erode), manda via i discepoli indicando loro la barca. Perché Gesù vuole allontanare i discepoli più intimi? Perché non si sbaglino, perché sono ancora fragili e potrebbero lasciarsi ubriacare dall’euforia derivante dal miracolo e cedere alla tentazione del messianismo trionfalistico che Gesù non vuole. «Prendete la barca e andate all’altra riva»: li manda dall’altra parte del lago, in territorio siro-fenicio, territorio dei pagani. Poi, Gesù stesso congeda la folla, si sottrae e va sulla montagna, solo, a pregare. L’evangelista Matteo non ci dice nulla di quella preghiera; sappiamo però che, qualche pagina prima, Gesù ha insegnato a pregare: «Padre Nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà…». Gesù passa tutta la notte a parlare con il Padre (fino alle quattro o alle cinque del mattino), per sintonizzare la sua anima sulla volontà del Padre. Nel capitolo 16 del Vangelo di Matteo ci sarà la grande svolta: Gesù va verso Gerusalemme e sa bene cosa succederà. Altro che una folla che lo osanna, altro che trionfi…
Seconda scena: il grande tema della fede. I discepoli vedono Gesù. San Marco, che racconta lo stesso episodio con altri particolari, dice che Gesù «li sorpassò». Matteo, invece, dice: «Camminava sull’acqua». Il camminare sull’acqua (per i pochi presenti che c’erano, nella semioscurità delle prime luci dell’alba) era una prova dell’origine divina di Gesù. I discepoli hanno di fronte il Messia o, come dice Matteo in vari passaggi, il «Dio con noi» (Mt 1,23; Mt 28,20; cfr. Mt 18,20). Nella letteratura biblica e rabbinica il mare, favoloso, profondo, misterioso, pieno di animali stravaganti, è visto come l’avversario di Dio, la creatura che si ribella. Gesù cammina sull’acqua: è il Signore! È un piccolo miracolo quello che sta per accadere, un miracolo quasi “inutile”, a tu per tu, che Gesù fa nella semioscurità.
Ci chiediamo: perché Pietro chiede anche lui di camminare sull’acqua? C’è chi pensa che Pietro voglia partecipare ad una esperienza straordinaria. Pietro è un po’ come la folla della moltiplicazione dei pani e dei pesci e pensa: «Gesù sta facendo una cosa straordinaria, anch’io voglio camminare dietro a Gesù. Voglio essere nei primi posti nel suo corteo». Qualcun altro dice che Pietro voglia dimostrare il suo coraggio. Pietro ha un carattere impetuoso: «Signore, comanda che io venga a te sull’acqua». In effetti, per un po’ cammina sull’acqua. Pensate ai “sì esistenziali” che abbiamo detto al Signore; ad esempio nel matrimonio: quel giorno non sapevate che cosa sarebbero stati gli anni del cammino insieme, ma avete detto “sì” con fiducia ed è stato, talvolta, un camminare sull’acqua, sia per problemi economici, sia per problemi di carattere educativo con i figli, oppure per problemi di natura affettiva, di intesa, di coniugalità e può essere successo di pensare di non farcela a camminare su quelle acque. Il Signore è colui che ci tende la mano. Facciamo una zoomata sulla mano forte del Signore.
Terza scena: una liturgia improvvisata su una barca. Quelli che sono sulla barca riconoscono Gesù, il Signore, e prostratisi lo adorano e fanno la grande professione di fede: «Davvero tu sei il Figlio di Dio». Si prostrano come i magi: «Prostrati lo adorarono» (Mt 2,11); oppure come le donne nella mattina della risurrezione: «Prostratesi lo adorarono, abbracciati i suoi piedi» cfr. Mt 28,9); come gli apostoli sul monte dell’Ascensione: «Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano» (Mt 28,17). Il dubbio ci accompagna sempre; la fede non è altro che un dubbio superato. «Davvero tu sei il Figlio di Dio». Pietro lo dirà a Cesarea di Filippo quando Gesù fa l’inchiesta: «Chi sono io per voi?» (Lc 9,18). E lui dirà: «Tu sei il Figlio di Dio» (Lc 18,20). Questa risposta la darà anche il centurione romano ai piedi della croce: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).
Buona settimana con queste immagini nei cuori.

Omelia nella XVIII domenica del Tempo Ordinario

Scavolino (RN), 2 agosto 2020

Is 55,1-3
Sal 144
Rm 8,35.37-39
Mt 14,13-21

Consideriamo attentamente la location del prodigio della moltiplicazione dei pani. Se ricordate, qualche domenica fa, leggevamo che Gesù salì su una barca e parlò da quel luogo instabile alla folla, che invece voleva avere i piedi ben piantati per terra. La barca che è adagiata sulle onde dice tutta la difficoltà, ma anche tutta la fiducia che è necessaria alla scelta evangelica. Anche noi, a volte evitiamo la fatica di credere; vogliamo stare ben piantati nelle nostre sicurezze. Qui cambia la location: questa volta è Gesù che scende, mette i piedi a terra, ma è per una condivisione, per farsi prossimo, perché c’è tanta folla che ha fame, che ha bisogno. Spesso sentiamo l’invito ad essere “in uscita”, a frequentare le periferie. Non si tratta tanto delle periferie intese in senso locale, ma di un decentrarsi, un uscire da noi, un andare fiduciosamente verso l’altro per accoglierlo, “farci uno” con lui, per ascoltarlo, per aiutarlo: siamo fratelli.
In questo brano si vedono due mentalità a confronto. La mentalità del gruppo degli apostoli i quali dicono: «Signore, questa gente non se ne va spontaneamente, congedala; qui non è possibile dar da mangiare a tutta questa gente. C’è solo erba». L’altra mentalità, quella di Gesù, invece è: «Date voi loro da mangiare, mettete insieme quel poco che avete e vedrete che è possibile». Allora vengono portati i cinque pani e i due pesci. È così che dobbiamo interpretare il Padre Nostro. Noi diciamo: «Padre… Dacci oggi il nostro pane quotidiano», ma qui Gesù dice: «Date voi il pane quotidiano».
Gesù passa dal lago, dal deserto, a questo tappeto verde e lì il prodigio viene raccontato dall’evangelista Matteo con espressioni che ci fanno pensare immediatamente al Pane trasformato e al Pane che trasforma: allusione abbastanza esplicita all’Eucaristia. A tutti noi sarebbe piaciuto essere fra quei cinquemila, assistere al prodigio e magari trattenere anche un pezzo di pane per noi come ricordo, come souvenir: è il pane della moltiplicazione!
In realtà è molto più bello, insieme ai discepoli di Emmaus, dire: «Gesù resta con noi» (Lc 24,29) e nutrirci di Lui che rimane nel dono di quel pane spezzato. Gesù, più che restare nei nostri tabernacoli dorati, vuole che quei tabernacoli si aprano, vuole che gustiamo il suo Pane, la sua Eucaristia.
Questo miracolo – è narrato sei volte nei Vangeli – ne comprende altri: Gesù sa moltiplicare i miracoli! Per esempio, il primo miracolo è che non è vero che la gente non ascolta, che non ha voglia di sentire i maestri, anzi non se ne va, vuole ascoltare. Il Vangelo, la Parola di Gesù, la Persona di Gesù era ed è attrattiva, crea ascolto, attenzione. Un altro miracolo è che ci sia qualcuno che effettivamente i cinque pani e i due pesci li cede. Nel racconto di Giovanni è un ragazzo che condivide la merenda che si era portato da casa e la mette a disposizione, mentre l’apostolo Andrea dice: «Che cos’è questo per tanta gente?» (Gv 6,9). Terzo miracolo: quel poco che viene messo a disposizione sfama, perché condiviso con cinquemila persone; serve a Gesù per fare il tanto, ma quel poco ci vuole. Gesù invita a metterci nei panni di chi ha fame, di chi è nella necessità; ci chiede di decentrarci, di uscire da noi stessi e di vivere nella carità, solo allora siamo suoi discepoli. Un altro miracolo nel miracolo sono le ceste di avanzi raccolte. Noi andiamo a Lui con le nostre ceste vuote e torniamo con ceste ricolme.
Proviamo ad avere presente questa pagina di Vangelo, ripensiamola ripetutamente, e proviamo a viverla: vedremo miracoli!

Omelia nella Solennità di San Leo

San Leo, 1° agosto 2019

Gn 12,1-4
Sal 16
Fil 4,4-9
Mt 7,21-27

«Al mondo c’è una sola tristezza: quella di non essere santi» (Léon Bloy). E la santità che cos’è in fondo? Corrispondere alla grazia battesimale. Lasciamoci sorprendere dalla bellezza di questa vocazione. Diceva san Paolo ai cristiani di Corinto: «Non vi sono tra voi molti sapienti, non molti potenti, non molti nobili…» (1Cor 1,26). Eppure, il Signore ha chiamato proprio voi. Nel giorno di san Leone torna questo invito. I santi sono nella Chiesa energie rigeneratrici. E per essere santi non è necessario che gli altri lo sappiano. Comunque «ci sono molti più santi che nicchie…» (Honoré de Balzac).
Sono davanti ad un’assemblea di cristiani consacrati nel Battesimo. Si dirà che la santità è un dono di Dio, che non va scambiata con lo sforzo ascetico, con il self made man, con il perbenismo delle anime probe, simili a ciottoli ben levigati e rotondi nel torrente, che non danno fastidio a nessuno. È vero, la santità è ben altro… Quello che dispiace è che siamo sordi ai richiami del maestro interiore che ci chiama alla santità, al quale talvolta rispondiamo come gli Ateniesi a san Paolo all’areopago: «Su questo argomento ti sentiremo un’altra volta» (At 17,32).
L’abbondanza della Parola di Dio ci travolge, ma non le diamo la possibilità di filtrare attraverso la crosta che abbiamo sull’anima e non ci lasciamo inzuppare, non le permettiamo di essere fradici di lei. Succede, a partire da me, a partire da noi presbiteri, d’essere più preoccupati di servire la Parola di Dio con parole forbite, oppure di servirci della Parola di Dio per sdoganare le nostre idee. E che dire dell’altro grande dono per la nostra santità che è l’Eucaristia, il miracolo quotidiano, sacrificio e mensa, presenza personale del Signore con la sostanza del suo vero corpo, sangue, anima e divinità. Devo riconoscere che a noi presbiteri succede di passar sopra – è soltanto un piccolo particolare – anche a quel breve momento di silenzio nel “post Communio”, che è così vivamente raccomandato dalla liturgia, momento personale, che non toglie nulla allo spirito di comunità, al contrario: un popolo intero che cade nel più profondo raccoglimento crea un silenzio assordante. Nel colloquio personale con Colui che si dà a noi siamo messi davanti alla nostra verità e, senza umiliarci, ci rende umili e fa salire dal cuore la nostalgia della santità. Eucaristia e vita eucaristica. C’è una critica pungente di un filosofo rivolta ai virtuosi: «Ve ne sono di tali che amano gli atteggiamenti, pensano che la virtù sia un atteggiamento; le loro ginocchia si piegano e le loro mani si congiungono, ma il loro cuore non ne sa nulla» (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra). Critica terribile! Mi inginocchio, congiungo le mani, dico, canto… Ma che ne sa il mio cuore di quello che sto dicendo? Mi rivolgo, anzitutto, a voi laici che in virtù del Battesimo siete chiamati alla santità: che nessuno ne dubiti! Quante volte abbiamo ricordato l’universale chiamata alla santità come ce la suggerisce il Concilio Vaticano II. Un capitolo intero della Lumen Gentium è dedicato a questo. Ognuno di noi battezzati consideri se stesso “membra della redenzione”. La redenzione passa attraverso ciascuno di noi. Paolo arriva a dire: «Completo nella mia carne ciò che manca dei patimenti di Cristo» (Col 1,24). Ognuno si pensi chiamato.
Cari laici, non siete solo oggetto delle nostre cure pastorali, ma partecipi della missione. Arrivate molto più in là di quanto non arriviamo noi presbiteri. Il Concilio sottolinea perfino come i ragazzi siano apostoli dei ragazzi (cfr. AA 12). Questa è la corresponsabilità dei laici, chiamati all’apostolicam actuositatem (azione cattolica). Fatevi avanti, non sottraetevi agli inviti dei vostri parroci, mettetevi a disposizione, continuate ad aiutarci, anzitutto col vostro esempio. Ci siete davvero maestri con la vostra fedeltà alla vita. Non lo dico per compiacenza. Dico ai miei sacerdoti: quando sbuffiamo per la stanchezza, pensiamo alle mamme che non hanno mai un momento di quiete per sé; quando ci lamentiamo per la strada da fare per arrivare in centro diocesi, pensiamo ai parrocchiani che ogni giorno fanno chilometri per andare al lavoro, d’estate e d’inverno… Chiedo a san Leone che non manchi il dono della santità dei laici a tutta la Chiesa. Ribadisco, per noi sacerdoti, l’utilità e la necessità di ascoltare i laici; anzitutto dare loro tutta la nostra considerazione, ma non “per gentile concessione”. È inaudito che vi siano parrocchie nelle quali i Consigli, pastorale e degli affari economici, sono soltanto sulla carta. Inaudito che da parte del presbitero non ci siano fiducia e affidamento di compiti ai laici, nella catechesi, nella liturgia, nella carità, nel canto, ecc. Particolarmente odioso è l’atteggiamento di poca considerazione verso le donne, a volte persino di esclusione. Dico ai laici: «Aiutate la comunità, assumendovi la principale delle vostre responsabilità che è l’animazione delle realtà temporali, in primis la cultura e la politica».
Tornerò presto su alcune preoccupazioni e denunce espresse dal Presidente dei Vescovi italiani, il Cardinale Bassetti, sulla questione della omotransfobia. Mentre siamo spaesati dal virus, mentre siamo in spiaggia o sui sentieri alpini, le commissioni parlamentari preparano e discutono leggi che non possiamo accettare.
Ve lo dice l’ultimo dei vescovi della Chiesa cattolica, però rivestito dell’autorità apostolica: ho ricevuto tanto dai laici, donne e uomini. Talvolta uso l’espressione – consentitemela, anche se è un po’ audace – sono stato generato dalle mie comunità come sacerdote, senza nulla togliere all’imposizione delle mani nel sacramento dell’Ordine. Che sofferenza sapere di sacerdoti che non sanno trattare con i laici, «che la fanno da padroni nella Casa di Dio» (cfr. 1Pt 5,3), che non si lasciano mettere in crisi, non si lasciano aiutare e, quando è necessario, correggere. È un lavoro: sento che lo devo fare per primo su me stesso e lo raccomando ai miei fratelli presbiteri. La santità è un tesoro, un tesoro in vasi di creta, il vaso della nostra fragile umanità (cfr. 2Cor 4,7). Che il Signore continui a metterci accanto sorelle e fratelli che ci dicano la verità e ci aiutino a migliorare e che noi riusciamo ad accogliere tutto questo senza permalosità, senza puntigli, senza meschinità, ma con fiducia e con cuore aperto. Non è solo utile e necessario, ma bello: è l’esperienza della nostra fraternità. Siamo pieni di speranza. Quando la Chiesa sembra dare segni di stanchezza, una segreta germinazione le prepara nuove primavere di santità. Malgrado tutti gli ostacoli che noi frapponiamo, i santi rinasceranno sempre! Così sia!

Omelia nella Solennità di San Leone a Pennabilli

Pennabilli (RN), Cattedrale, 1° agosto 2020

Gn 12, 1-4
Sal 15
Fil 4, 4-9
Mt 7, 21-27

Parlo dalla cattedra. Condivido con voi un certo disagio nelle celebrazioni solenni: le vorremmo più famigliari, ma talvolta è necessaria anche una certa formalità. Le liturgie solenni le dobbiamo vivere con quella che san Giovanni della Croce chiama la “virtù del coro”, la dodicesima stella nella Salita al Monte Carmelo. La “virtù del coro” consiste nello spossessarsi di sé, nel saper mettere da parte anche la propria sensibilità… La santa liturgia prevede questi momenti di particolare solennità, che non distolgono dal raccoglimento, dall’intimità profonda della preghiera. Non si tratta di una cerimonia, è davvero un popolo che incontra il suo Dio, che si mette davanti alla sua maestà.
Rivolgo un saluto particolare ai leontini. Oggi pomeriggio saremo nella cattedrale di San Leo per continuare la lode, il canto e il ringraziamento per il dono grande che san Leone ci ha fatto portando il Vangelo nella nostra terra. Saluto con affetto i pennesi, che sono venuti numerosi.

1.

Oggi la nostra Diocesi è in festa: onora uno dei due santi patroni e fondatori, san Leone, lo scalpellino di Arbe. Il miglior modo di onorare i santi è quello di imitarli (Erasmo da Rotterdam). Oggi noi peccatori abbiamo l’occasione di una grande riscossa nel riproporci la santità.
Per tutti – laici e presbiteri – l’invito è di riconsiderare il sacramento del Battesimo, che ci ha reso figli di Dio, fratelli di Cristo, tempio dello Spirito Santo. Frasi fatte? Dizioni formulari che sanno di catechismo? No. Sono, anzi, la mappa per la nostra preghiera di contemplazione. Basterebbe sostare su ciascuna di queste tre proposizioni, con tutto quel che ne consegue. Tutti noi siamo dei consacrati, tesori e perle di Dio: «Tu sei prezioso ai miei occhi, tu sei degno di stima e io per te svendo anche l’Egitto» (cfr. Is 43,4). Dio dona il Figlio per avere per sè questi tesori e queste perle.

2.

Permettete un caro saluto e una speciale considerazione ai presbiteri chiamati dal Vescovo ad avere un legame particolare con lui e con la cattedrale: i Canonici che, insieme, costituiscono il Capitolo della Cattedrale. Questa mattina viene completato il numero di questo “sacerdotum collegium” (cfr. CIC 503) con un nuovo presbitero, parroco della cattedrale di San Leo, il canonico don Carlo Giuseppe Adesso.

3.

Invito il canonico Carlo Giuseppe e tutto il Collegio canonicale a ripensare i criteri con i quali il Vescovo li investe nuovamente; criteri che sono indicati e che sono ripresi dal Direttorio per il ministero pastorale dei Vescovi (cfr. Congregazione per i Vescovi, Apostolorum successorum, nn. 155, 186, 242).
I Canonici siano esperti nella dottrina, esempio di vita sacerdotale, pastori che svolgono lodevolmente il ministero (cfr. CIC 503, 509 §2). Criteri mai acquisiti una volta per tutte, ma continuamente da maturare, soprattutto per chi è più giovane.
Il Capitolo della Cattedrale, dal Vaticano II in poi, ha acquisito un nuovo volto, se vogliamo meno funzionale e istituzionale: alcune prerogative del Capitolo sono passate ad altri organismi di partecipazione, come il Collegio dei Consultori, il Consiglio presbiterale, a cui il Vescovo è tenuto a ricorrere per ascoltarne il parere.
La natura del canonicato non è da vedersi in una prospettiva di onorificenza e tanto meno di carriera o di titolo da aggiungere al proprio nome, ma è da vedere in un’ottica di servizio. Ne tengano conto i Canonici, ma ne tenga conto anche il Vescovo che deve farsi accompagnare; per lui è un’esigenza necessaria. Il Vescovo è consapevole della sua dignità e del valore dell’imposizione delle mani per cui è diventato portatore della pienezza del sacerdozio. Tuttavia, ha bisogno di aiuto.

4.

Vediamo il servizio che i Canonici devono rendere al Vescovo.
Anzitutto, il servizio alla preghiera del Vescovo per il suo popolo. Mosè teneva le mani e le braccia alzate per l’intercessione e così il popolo avanzava nella conquista. Era pesante per Mosè stare in quella posizione. «Aronne e Cur, uno da una parte e uno dall’altra sostenevano le sue mani, così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole» (Es 17,12).  Il Vescovo ha bisogno di voi Canonici in quello che è il suo primo ministero: stare davanti al Signore per la sua Chiesa! Allora vi dico, cari Canonici, pregate con me, venite più spesso in cattedrale con me. Pregate per me.

5.

Il Capitolo della Cattedrale ha un altro servizio: rendersi disponibile ad un esercizio credibile di unità col Vescovo. Direte che è un impegno sacramentale e ontologico per ogni presbitero… Certo, ma i Canonici sono chiamati a farne una esperienza più forte ed un esercizio più costante. Devono essere un segno per tutti i confratelli! Unità affettiva ed effettiva, unità di cuore e di pensiero (il che non significa omologarsi, è l’unità di cui parla san Paolo nella 1Cor), unità esemplare, da intendersi non come entrare nella “cabina di comando” o in un conventicolo di giudizi sugli altri. Se c’è una pagina che più di tutte può accompagnarci in questa esperienza di unità è quella che ci ha lasciato sant’Ignazio di Antiochia, un’immagine che riprende più volte nelle sue lettere: «Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo – scrive agli Efesini – come le corde alla cetra». «Ciascuno diventi un coro – prosegue – affinché nell’armonia del vostro accordo, prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate ad una voce sola». E aggiunge: «Nessuno si inganni: chi non è presso l’altare (l’altare dove celebra il Vescovo), chi non partecipa alla riunione, è un orgoglioso e si è giudicato. Sta scritto: “Dio resiste agli orgogliosi”. Stiamo attenti a non opporci al vescovo per essere sottomessi a Dio» (Ad Ef IV,1; V,1). Dunque, lievito di unità e lievito di fraternità, per l’intero presbiterio: esperienza reale e consapevolezza di questa missione. Non dice forse il Vangelo che un pizzico di lievito fa fermentare tutta la pasta (cfr. Mt 13,33)?

6.

Un’altra prerogativa ancora. Il sacerdotum collegium è deputato ad essere e a farsi canto. Non alludo alle eventuali prestazioni canore dei Canonici, ma indico un atteggiamento: essere per la lode alla maestà divina. È proprio del Capitolo della Cattedrale – almeno in qualche circostanza – intonare la Liturgia delle Ore, a nome e ad esempio di tutto il popolo di Dio, popolo sacerdotale. Del resto, i Padri non chiamano talvolta il Cristo stesso Canticum Patris?
Ancora sant’Ignazio di Antiochia: «La Chiesa è come un coro: il vescovo presiede i suoi concerti che, simili ai concerti dei Cieli, non tacciono né giorno, né notte (Ad Ef 4,1). Ignazio allude alle assemblee liturgiche, ma nello spirito del grande vescovo, le assemblee liturgiche sono esse stesse il simbolo di un altro concerto, più intimo e più vasto nello stesso tempo, «il concerto della carità unanime nel quale – continua Ignazio – si canta Gesù Cristo». Te per orbem terrárum sancta confitétur Ecclésia!
Ci può essere in qualche nostra reminiscenza seminaristica un ricordo curioso e talvolta lugubre della riunione dei Canonici. Ma quando questo concerto risuona, in verità sprigiona un fascino irresistibile. La Casa di Dio si costruisce cantando: «Cantando aedificatur Ecclesia» (Sant’Agostino, D 27,1). Le pietre vive si adunano, si organizzano, si intonano invitandosi reciprocamente alla gioia: «Congaudentes jubilemus/ harmoniae novum genus/ concordi melodia;/ deponamus vetus onus/ dulcisque resultet sonus/ ex nostra concordia» (antico Inno per la liturgia della Dedicazione della Chiesa citato da Henri de Lubac in Meditazione sulla Chiesa, c. VI, pp. 231-32, Ed. 2014). «Giubiliamo di comune gioia, concordi nella melodia di un nuovo genere di canto; deponiamo il vecchio peso e un dolce suono cantiamo per la nostra concordia».

7.

Allora, traboccando dalla comunità riunita nella cattedrale, la carità si diffonde al di fuori. Essa «vuole cantare con tutta la terra» (Sant’Agostino, D 33, 5). Qui sta la grande forza della testimonianza della Chiesa. Questo è il suo trionfo. Ci sono altre battaglie, altri trionfi… Ma il primo è sicuramente quello di colmare il popolo dell’amore di Dio. Quel trionfo che noi siamo troppo inclini a concepire secondo prospettive umane. È il trionfo che la Chiesa ottiene nello Spirito, quando si abbandona al suo soffio. È la gloria che essa irradia quando appare come la “Donna vestita di sole” (cfr. Ap 12,1).
Santità, canto, bellezza, gioia, missione: realtà tutte collegate e da collegare!
Così sia.

Aperte le iscrizioni all’ISSR “Alberto Marvelli”

Già aperte le iscrizioni (fino al 15 ottobre) al nuovo Anno Accademico 2020-2021 dell’ISSR “Alberto Marvelli”. L’Istituto offre la possibilità di intraprendere diversi percorsi di riscoperta dei preziosi tesori della sapienza e della tradizione spirituale cristiana.

Quest’anno l’offerta formativa comprende 3 proposte:

  1. il percorso triennale che porta al conseguimento del Baccalaureato in Scienze Religiose (Laurea triennale in Scienze Religiose) – scarica la brochure;
  2. il biennio di Specializzazione, nell’indirizzo Pedagogico-Didattico, che porta al conseguimento della Licenza in Scienze Religiose (Laurea Magistrale in Scienze Religiose) – scarica la brochure;
  3. il Master di I livelloin “Valorizzazione dell’Arte Sacra e del Turismo religioso” – scarica la brochure.

Nell’A.A. 2020-21 l’ISSR “A. Marvelli” offrirà una modalità didattica mista: le lezioni saranno svolte in aula, con parte degli studenti in presenza, mentre altri potranno avvalersi della Didattica a Distanza.

Accanto ai percorsi accademici si offrono durante l’anno anche corsi speciali di lingue bibliche (ebraico e greco) e diverse attività culturali integrative: seminari di studio, convegni, conferenze, coinvolgendo studiosi ed esperti di rilevanza nazionale e internazionale.

Coloro che non intendono conseguire il titolo accademico possono comunque frequentare (in qualità di studenti ospiti o uditori) anche singoli corsi del piano di studi, sulla base dei propri interessi e delle specifiche esigenze formative.

Le iscrizioni si ricevono presso la Segreteria dell’Istituto (Via Covignano 265, Rimini) che fino a fine luglio sarà aperta al pubblico su appuntamento.
Per maggiori informazioni: 0541.751367; segreteria@isrmarvelli.it.

Omelia nella XVII domenica del Tempo Ordinario

Sassofeltrio (PU), 26 luglio 2020

1Re 3,5.7-12
Sal 118
Rm 8,28-30
Mt 13,44-52

C’è una domanda che facciamo al Signore più volte in un giorno – talora senza farci molto caso –, nel Padre Nostro: «Venga il tuo Regno». Cos’è il Regno di Dio?
Il Regno di Dio non è una cosa, è “qualcuno”: è Gesù! «Venga il tuo Regno» equivale a dire: «Vieni, Signore Gesù, porta la tua signoria, forte, umile e bella».
Questa domenica, facendo seguito ad altre sette parabole, ci viene detto che il Regno è una realtà con un valore assoluto, tanto che lo si può paragonare ad un tesoro e ad una perla. Nell’antichità, non essendoci le banche come oggi, chi rimediava un po’ di denaro o aveva dei beni li custodiva in un forziere che interrava perché rimanesse al sicuro. Gesù paragona il Regno di Dio (l’amicizia con lui, la vita nuova che lui ci dà) al tesoro più formidabile che ci sia. Allora racconta di un tesoro nascosto e di quanto fa quel contadino che, mentre ara il suo campo, inciampa nella fortuna della sua vita: spostando la terra si accorge del tesoro. Gesù invita a guardare che cosa fa quel contadino: va a casa, non parla con nessuno, poi compra quel fazzoletto di terra. Dà via tutto per assicurarselo. Immagino l’avranno anche criticato, per lo scarso valore di quel terreno… Lui solo sa del tesoro. Per quel tesoro prende tutto quello che c’è sul campo. Nel campo non c’è niente da buttar via, tutto diventa prezioso. Proprio come nella nostra settimana… La iniziamo con un rapporto profondo col nostro tesoro che è Gesù, pertanto prendiamo con fiducia tutto quello che capiterà di bello, di noioso, di difficile, comprese le amarezze. Allo stesso modo prendiamo la nostra famiglia, la nostra vocazione. Prendiamo tutto perché nelle zolle di quel campo c’è un tesoro!
Un particolare importante: l’uomo fortunato che inciampa nel tesoro è pieno di gioia! Ha fatto l’affare della sua vita.
La seconda mini-parabola è la storia di un collezionista. Il collezionista è instancabile nel cercare, non è mai sazio, perché vuole la perla più bella, la moneta più antica, il francobollo più pregiato. Bene raffigura il nostro cuore inquieto che non trova pace finché non trova la sua perla (cfr. Sant’Agostino, Le Confessioni, 1.1). Quando diciamo: «Venga il tuo Regno», Gesù dice: «Ecco, sono io…», altro che la perla, altro che un francobollo, altro che una moneta.
Mentre nelle parabole precedenti Gesù ha dato spiegazioni, così nella parabola del seminatore e nella parabola della zizzania e del buon grano, in queste Gesù lascia da parte la didattica, cerca la provocazione, sembra dire: «E tu che fai?». I nazaretani gli hanno risposto picche, e noi?
Quando leggo le Sacre Scritture trovo scritto che anche il Signore ha il suo tesoro, la sua perla: siamo noi (cfr. Is 43,1-8)! Ciascuno di noi è il suo tesoro, la sua perla: per noi ha dato tutto (cfr. Fil 2,6-11).
Ieri sono andato a celebrare la Messa all’Assemblea dell’Associazione Papa Giovanni XXIII (associazione che ha una grande attenzione al sociale e si occupa dei ragazzi disabili o in difficoltà). Ho parlato con alcuni di loro che mi hanno confidato: «Questi bambini, questi ragazzi sono i nostri tesori».
Il Regno di Dio è il nostro tesoro; noi siamo il tesoro di Dio; il Signore ci dice: «Guarda i poveri, gli ammalati, quelli che fanno fatica… sono tesoro, sono perla».

Omelia nella XVI domenica del Tempo Ordinario

Passo della Mendola (TN), 19 luglio 2020

Sap 12,13.16-19
Sal 85
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43

Buon grano tra cattive erbe, minuscoli grani di senape fra le zolle e un pizzico di lievito nella farina: immagini che Gesù somministra per curare la nostra impazienza e la nostra sfiducia. Ognuno provi a pensare a quando gli accade di perdere la speranza, di essere scontento, di sentirsi frustrato per gli scarsi risultati. Ecco, il Vangelo può dare risposte. Gesù, attraverso la parabola del buon grano e della zizzania, ha voluto anzitutto confidarci che lui sa stare nella complessità, anche nella complessità più complessa che è quella dei rapporti. Può darsi che Gesù, nel raccontare questa parabola, abbia tratto ispirazione da fatti di cronaca di campagna, magari invidie fra agricoltori, ma più verosimilmente Gesù si ispira a quella insoddisfazione che i suoi discepoli gli manifestano. È vero, nel cuore degli uomini da sempre convivono l’aspirazione alla bellezza e dall’altra la mediocrità. Da una parte il desiderio di bontà e dall’altra esplodono bolle di odio, oppure desideri di pace da un lato e guerriglie dall’altro. Il cuore umano è fatto così.
Gesù parla della piccola realtà nascosta che è il Regno… in realtà è Lui stesso, che si è calato in questa umanità: un uomo fra miliardi e miliardi di esseri umani. Gesù ha accettato di entrare nella vicenda della storia: non la teme, siede a mensa con i peccatori ed è disposto anche a cammini di croce. La parabola del buon grano e della zizzania sta a rivelarci questo. Gesù vuole così i suoi discepoli.
Siamo nel punto focale della parabola; a confronto, più che due persone, sono due modi di pensare: da una parte il modo di pensare di Gesù, che vuole che il bene cresca nonostante il male, anzi vuole che l’amore, crescendo, soffochi il male che ha attorno; dall’altra il modo di pensare dei servi, i quali vorrebbero fare piazza pulita di tutto ciò che non va… In fondo è l’atteggiamento di quei discepoli che, impazienti, si aspettavano di vedere il Regno di Dio esplodere in tutta la sua bellezza subito, immediatamente, mentre invece è un instaurarsi paziente, lento, attraverso tante prove. Questo fa pensare a tanti nostri atteggiamenti, come quando siamo delusi dall’irrilevanza che può avere la presenza cristiana nel mondo, o quando constatiamo tanti insuccessi. Gesù ci chiede di avere la mentalità del lievito, la mentalità del piccolo seme. Gesù sembra dire: «Abbi pazienza, lascia crescere, impara ad attendere e poi vedrai il campo pieno di una messe risplendente». Allora camminiamo con pazienza nella fiducia del Regno di Dio che avanza.

Omelia nella XV domenica del Tempo Ordinario

Bascio (RN), 12 luglio 2020

Is 55,10-11
Sal 64
Rm 8,18-23
Mt 13,1-23

Messa conclusiva del Campo organizzato
dall’Azione Cattolica Settore Adulti: «Eccomi, manda me» (Is 6,8)

Carissimi,
la parabola che medito insieme a voi la dedico a coloro che si sentono missionari. Per espansione penso ai genitori, agli educatori, agli insegnanti… Non tratterò l’attualizzazione morale della parabola, con la spiegazione di che cosa rappresentano il terreno sassoso, il terreno coperto dai rovi o la strada.
Prima di cominciare vorrei che fermaste la vostra attenzione – è necessario per l’evangelizzatore – sul contrasto fra Gesù, che sta sulla barca e parla da quel pulpito così instabile, e la folla che sta sulla terraferma, alla ricerca di cose sicure. Trasportate questo confronto alla nostra vita di credenti. A volte non ci fidiamo abbastanza, vogliamo stare, appunto, sulla terraferma, mentre Gesù chiede che accettiamo il rischio, che non ci lasciamo prendere dalla paura quando ci troviamo nell’instabilità: c’è lui sulla barca!

Veniamo alla parabola. Il protagonista assoluto – non siamo noi, che siamo terra buona o sassosa – è l’evangelizzatore: Gesù che esce a seminare. La storia della sua seminagione è caratterizzata da un triplice fallimento. Certamente non è per la sua incapacità a compiere il suo mestiere: il fallimento è causato dal terreno. Il vertice della parabola è laddove si dice che il seme, l’ultima manciata di semi, ha prodotto un triplice raccolto. Addirittura, c’è un’iperbole: produce il cento per uno! La parabola risveglia in noi una domanda come missionari e come educatori: come la mettiamo con i fallimenti, con le delusioni? Anche Gesù si è trovato in queste condizioni. Dal capitolo 10 in poi per Gesù c’è una svolta, un’ascesa pericolosa verso Gerusalemme. La domanda che facciamo al Vangelo è proprio questa: come dobbiamo reagire quando da missionari, da educatori, incontriamo tanti fallimenti?

La risposta della parabola è la seguente: «Stai tranquillo, ci sarà un raccolto abbondante». Anche il Messia ha vissuto il dramma di vedere la Parola di Dio non ascoltata, anche lui è passato attraverso uno scacco; anzi, è previsto. Nel caso di Gesù era il rifiuto di Israele. La storia di Israele è tutta una cavalcata verso l’arrivo del Messia, ma quando arriva non viene accolto. Quanta semente Gesù ha sprecato… Nondimeno è stato generoso, prodigo di seminagione.

Un piccolo aiuto ce lo dà la Seconda Lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani, che parla di una realtà sottoposta all’infermità e ci sono delle grida: il grido della natura, sottoposta alla caducità; il grido dei figli degli uomini, che desiderano sia manifestata la loro vera condizione di figli di Dio, ma hanno l’impressione che il Padre sia lontano, irraggiungibile; il grido dello Spirito, solidale con noi. La risposta è che verrà rivelato. Direte: nell’aldilà, nell’eternità. Vorrei, invece, che questa parola del Vangelo ci desse coraggio nell’oggi, nelle difficoltà che dobbiamo affrontare. Con la speranza si continua a seminare, si continua a dire, si continua ad insegnare, si continua a voler bene. I fallimenti li dobbiamo mettere in conto, ci dobbiamo convivere, perché le cose stanno così. Il Vangelo non è un’iniezione con una sostanza analgesica che non fa sentire i dispiaceri, le delusioni… Li sentiamo, ma nondimeno siamo in quella prospettiva. Tutta la natura si innalza verso la luce, ma contemporaneamente la radice deve scendere in profondità. Questo è il nostro cammino di cristiani. Andare in profondità vuol dire la fatica, la rinuncia a noi stessi, la convivenza con i fallimenti. Nella misura in cui si accetta questa logica, nella speranza, si cresce e si va verso la luce.
Concludo con quello che diceva Gesù del chicco di grano: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Ritorno all’iperbole: un solo chicco ne fa altri cento. Così sia.

Omelia nella XIV domenica del Tempo Ordinario

Fiorentino (RSM), 5 luglio 2020

Zc 9,9-10
Sal 144
Rm 8,9.11-13
Mt 11,25-30

Questa pagina tratta dal capitolo 11 del Vangelo di Matteo viene chiamata “la perla” del primo Vangelo.
Per entrare meglio nel brano, faccio due premesse. La prima riguarda l’esplosione di gioia di Gesù. Nessuno dubita che Gesù avesse un cuore gioioso. Così lo vediamo alle nozze di Cana. È pieno di gioia nella casa degli amici Maria, Marta e Lazzaro (si è addirittura lasciato profumare da Maria!), quando accoglie i bambini mentre gli apostoli li cacciano. Qual è la miccia che fa esplodere la sua gioia? Lo vedremo tra poco.
La seconda premessa: finalmente sappiamo com’è il contenuto della preghiera di Gesù. I Vangeli (soprattutto quello di Luca) parlano di Gesù che prega, che sparisce per cercare i luoghi più adatti alla preghiera. Ma, tolto il Padre Nostro e la grande preghiera sacerdotale del Vangelo di Giovanni, Gesù non lascia trapelare le preghiere che rivolge al Padre. Certo, pregava i Salmi, perfino sulla croce quando non aveva più fiato. Ma la sua preghiera personale, più intima, più segreta, non è stata registrata. «Ti rendo lode, o Padre…»: è una preghiera di ringraziamento, di lode, rivolta al Padre. Lo chiama per nome.
Veniamo al perché della gioia di Gesù. Gesù viene da una situazione piuttosto deludente: dopo l’inizio del suo ministero in Galilea cominciano le resistenze al suo messaggio. Giovanni Battista era stato imprigionato e anche lui ha dubbi riguardo a Gesù. Lui, il precursore, manda una delegazione per sapere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). E Gesù manda a dire: «Ditegli che ai poveri è annunciato il Regno di Dio, che i malati sono risanati, che i ciechi recuperano la vista…». A Cafarnao non farà miracoli e dirà: «Nessun profeta è ben accetto in patria» (Lc 4,24). È il momento della crisi. Ci sono “posti vuoti” (e non perché obbligati dal lockdown!). Più tardi Gesù dirà: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). È bello vedere Gesù che si sorprende del Padre, perché quei “posti vuoti” adesso sono affollati dagli ultimi, dai piccoli, dai semplici e questo è motivo di grande gioia. È un po’ quello che accade nel racconto del “banchetto nuziale” (cfr. Mt 22,1-11). Racconta di quel re che preparava le nozze per suo figlio e aveva mandato a chiamare gli invitati ad uno ad uno, ma ognuno di loro si scusò con i motivi più svariati. Il protagonista della parabola non tollera i “posti vuoti” e manda i servi ad invitare chi sta ai crocicchi delle strade. Non tollera la sala del suo Regno vuota, la vuole piena: è un Padre che aspetta tutti i suoi figli. Ecco il motivo della gioia di Gesù.
Un altro dettaglio. Gesù non ha detto: «Queste cose hai tenute nascoste ai sapienti e ai dotti», quasi che ci sia una categoria di persone costituita dai sapienti e dai dotti. La traduzione corretta è: «…Queste cose hai tenute nascoste a sapienti, a dotti…», come per dire che ci sono sapienti e dotti che non comprendono il mistero del Regno. «Queste cose» il Padre le ha rivelate «a piccoli». Non c’è nessun discredito per la cultura, per i saperi. Gesù parla di una sapientia cordis che hanno i semplici. Anche noi possiamo essere «semplici», cioè puer evangelicus (bambino evangelico). È puer evangelicus chi si fida di Dio, chi si abbandona a Lui, chi ricomincia sempre. Sottolineo una caratteristica dei bambini: i bambini capiscono immediatamente chi vuole loro bene. «Padre, così a te è piaciuto». Gesù parla del suo rapporto col Padre e del rapporto del Padre con lui e lascia intendere che questa sapienza viene dal rapporto con il Padre. Gesù conclude dicendo: «Venite a me, voi tutti…». Non raduna per fare un corso di teologia o per dar vita ad una filosofia. Dice: «Venite per stare con me. Siete stanchi, oppressi, peccatori; siete pescatori, esattori delle imposte, uomini del contado… Venite a me, state con me». Poi Gesù apre il suo cuore. È un cuore di uomo: Gesù conosce il cuore, i sentimenti che si muovono in esso. È un cuore divino, squarciato: tutto dona, non trattiene nulla per sé; c’è una eccedenza di amore. È un cuore sempre aperto: per l’eternità!