“Come in uno … SCRIGNO” – Perle preziose di Mons. Sisto Sergio Severi

Il nostro intento nello scrivere questo libro desiderava essere quello di onorare la Sua persona, ridonando a chi l’ha conosciuto un po’ del suo ricordo e, nello stesso tempo, far conoscere almeno una piccola sfaccettatura di questo grande sacerdote e grande uomo a chi non abbia potuto godere di questa grazia.

Il Decennale dalla sua morte (2010/2020) è parsa l’occasione giusta per farlo rivivere fra noi, nella Parrocchia di S. Antimo – Madonna della Consolazione (Borgo Maggiore) che ha così tanto amato, complessa e diversa nelle singole frazioni che la compongono, cercando di intrattenere un rapporto personale con tutti e con ciascuno. Nell’approssimarsi dell’8 Luglio, giorno in cui è ritornato alla Casa del Padre, desideriamo far pervenire ai Rev.i Parroci e a tutte la comunità della nostra Diocesi San Marino-Montefeltro, di cui Monsignor Severi è stato Vicario Generale, le locandine che ne annunciano la pubblicazione. Seguirà una breve presentazione video appena la stampa sarà pronta.

A monte della presente Opera, un paziente lavoro di registrazione, sbobinamento e dattilografia ha consentito a Maria Rosa e Marta di raccogliere con amore le parole di Don Sergio: sono appunti presi in diverse occasioni, dalle omelie ai corsi di formazione per adulti, ai discorsi rivolti ai giovani, articoli pubblicati sul “Montefeltro” e sull’opuscolo annuale “Don Bosco”, annotazioni sulle Encicliche più  recenti ed il loro contesto storico, la stesura di una sua proposta destinata al Vescovo per una Pastorale Sanitaria e … una inattesa irruzione poetica. Itala è stata la sapiente direttrice d’orchestra.

Naturalmente, le vecchie audiocassette hanno subito l’ingiuria del tempo, rendendo il contenuto, dal punto di vista uditivo, difficile da trascrivere e lo scritto, privato della sua voce, senza i suoi intercalari e sottolineature, non ci riconsegna nemmeno lontanamente la sua enfasi, la sua carica di entusiasmo infinita e il suo immenso amore in Dio, in Gesù e nell’uomo.

Non è possibile racchiudere in un breve scritto tutto quello che ci ha dato, per cui abbiamo dovuto fare delle scelte, sostenute anche dalla ricerca condotta nell’Archivio-Biblioteca Diocesano a Pennabilli, dove Monsignor Severi ha disposto che venissero depositati i suoi oltre duemila libri e tutte le sue carte. La nostra attenzione si è incentrata in modo prioritario sulla base di ciò che è stato registrato e su temi di carattere pubblico, nella speranza che studi più approfonditi possano in breve tempo procedere alla pubblicazione organica di tutta la sua opera.

Le autrici

Maria Rosa Casadei
Marta Massari
Itala Cenci Malpeli

Settimana Laudato Si’ 2020

“Oggi comincia la Settimana Laudato si’, che finirà domenica prossima, nella quale si ricorda il quinto anniversario della pubblicazione dell’Enciclica. In questi tempi di pandemia, nei quali siamo più consapevoli dell’importanza della cura della nostra casa comune, auguro che tutta la riflessione e l’impegno comune aiutino a creare e fortificare atteggiamenti costruttivi per la cura del creato.”

Papa Francesco,  17 maggio 2020

 

Carissimi sacerdoti,
stiamo per celebrare il quinto anniversario della Laudato Si’, l’enciclica di Papa Francesco sulla cura della nostra casa comune firmata il 24 maggio 2015 che ci incoraggia a riflettere sui valori che condividiamo e a creare un futuro più giusto e sostenibile.
Durante la Settimana Laudato Si’ i cattolici di tutto il mondo si uniscono spiritualmente attraverso la preghiera per riconoscere che “tutto è connesso”: il modo in cui trattiamo Dio, la natura e gli uni gli altri.
In questo momento, segnato da una crisi che passerà alla storia, ispirati dallo Spirito Santo è necessario riflettere e prepararsi per costruire un mondo migliore.

Alleghiamo il video invito di Papa Francesco: https://youtu.be/X4NZPfZLQUY

Papa Francesco ti invita a celebrare il 5° anniversario della sua Enciclica Laudato Si’! Unisciti a migliaia di cattolici di tutto il mondo per proteggere l…
 

Certi della vostra sensibilità, affidiamo alla preghiera vostra e della vostra comunità questa intenzione nella Settimana Laudato Si’.
Un caro saluto

Commissione diocesana Pastorale Sociale e Lavoro

Omelia nella VI domenica del Tempo di Pasqua

San Marino Città (RSM), chiesa di San Francesco, 17 maggio 2020

At 8,5-8.14-17
Sal 65
1Pt 3,15-18
Gv 14,15-21

Come ci è stato ricordato all’inizio della celebrazione eucaristica, oggi il Vangelo ci mette nell’atmosfera dell’Ultima Cena. Gesù è consapevole di quello che sta per succedere, gli Apostoli un po’ meno… ma sono gravati da un certo clima di mestizia. Gesù conforta, consola gli Apostoli. Qualcuno potrebbe farsi una domanda: «Come si fa a consolare mettendo avanti la necessità di osservare i comandamenti?». Non si consola segnalando i doveri, semmai offrendo compagnia. In verità, Gesù non raccomanda l’osservanza di comandamenti; inizia questa parte del discorso semplicemente con una constatazione: «Se mi amate, osservate i miei comandamenti» (cfr. Gv 14,15). Nel contesto è tutt’altro che una ingiunzione o un ricatto, è un’affermazione: «Se mi amate, entrate in questa dinamica che io vi propongo… ». La parola “amore” è un po’ consumata, a volte abusata. Fino a questo punto del Vangelo Gesù non ha chiesto amore verso di sé; anzi, ha chiesto ai discepoli che si amino tra loro come lui ama. Ha chiesto e ha indicato l’amore del Padre, ma non per sé. Adesso lo chiede. «Se farete questo passo, se entrerete in questa logica – dice – vi troverete dentro ad un “ambiente divino”, ad una esperienza nuova». A tutti noi è capitato, quando ci siamo messi ad amare, di far risplendere il sole nelle nostre anime; tutto si è caricato di luce, di calore, di gioia. È un’esperienza possibile a tutti, perché chi ama è in Dio. Penso alle nostre giornate; ci capita di vivere momenti di buio, di oscurità, per tanti motivi. Se riusciamo ad uscire da noi stessi, dal guscio del nostro ripiegamento, troviamo la via d’uscita, quella che non pensavamo. Altre volte siamo sotto il peso della nostra inadeguatezza; ad esempio sei una mamma o un papà, un insegnante o un sacerdote e ti senti impari rispetto a quello che ti è chiesto. Ama. Su questo puoi contare, di amare sei capace, siamo fatti per amare. Così anche quando sentiamo le conseguenze di un errore, di uno sbaglio che abbiamo fatto, in quel momento se ci mettiamo subito fuori da noi stessi per amare, possiamo ricominciare. Ricominciare sempre. Quando Gesù parla dei comandamenti non si riferisce tanto ai comandamenti di Mosè; quelli sono universali e sono sempre da osservare. Gesù parla della sua logica, della sua mentalità. Parla di sé in fondo. In un altro punto dirà: il comandamento “mio” e “nuovo” (cfr. Gv 13,33). Il comandamento è lui, la sua persona: «Io sono la via, la verità e la vita. Se mi amate, vivrete come me, vivete in me, vivete me» (cfr. Gv 14,6). Possiamo vivere Gesù. Una frase di sant’Agostino che spesso viene citata è: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Va capita bene, mettendola nel contesto. Sant’Agostino, in quella pagina, riferisce delle nostre incertezze, delle nostre scelte, dei bivi davanti ai quali tante volte ci troviamo: «Devo parlare o è meglio tacere? Devo andare o è meglio restare?». Sant’Agostino dice: «Tu hai il criterio fondamentale del discernimento. Se ami, se veramente nella tua coscienza senti che sei “fuori di te”… fa’ quello che vuoi, perché se ami veramente non puoi fare del male».
Poi, Gesù parla di un intrecciarsi di relazioni, quasi un “avvitamento”. Sembra un gioco di specchi: noi in lui, lui in noi, il Padre in lui e in noi, noi e Gesù nel Padre. C’è una spirale e tutti siamo dentro, immersi, uniti: un circuito d’amore. Gesù sta per fare una grande rivelazione: osa l’avventura dell’amicizia. L’amico dice tutto. Molti ammirano Gesù come Maestro, molti ne hanno una grande considerazione per il patrimonio che ha lasciato all’umanità. C’è chi lo adora ed è giusto. Ma tanti restano al di qua. Guardano Gesù come si guarda un esempio, ma non si lasciano catturare dalle sue parole, che invitano ad entrare nella relazione trinitaria. Qui Gesù rivela che Dio è Trinità d’amore: Padre, Figlio e Spirito Santo. Tante volte pronunciamo questi nomi: ogni volta in cui facciamo “il segno della croce”, il segno che ci unisce come cristiani. Nominiamo il Padre toccando la fronte, nominiamo il Figlio quando la mano scende sul petto e lo Spirito Santo quando tocchiamo le spalle. Gesù rivela la presenza dello Spirito Santo, lo chiama Paraclito, avvocato. Talvolta in parrocchia parlavo della Trinità e un amico ogni volta mi diceva: «Sono concetti troppo teologici…» e intendeva astratti. Ma la nostra fede è tutta racchiusa qui: essere ammessi a partecipare alla vita di “quei tre” e avere anche un rapporto differenziato con loro. È lo stesso Dio, un solo Dio ma in tre Persone. Le rende una cosa sola l’amore, un amore infinito, un amore “da Dio”. Ognuno è perduto nell’altro. Questa non è pura contemplazione astratta, misticismo, perché ha delle conseguenze formidabili. Anche noi siamo stati pensati, costruiti, creati con questo criterio. Anche per noi la vita è piena quando è vita di relazione, quando ci superiamo per uscire da noi stessi ed amare. Se uno studia un po’ di teologia spirituale si imbatte nella testimonianza dei grandi mistici. I grandi mistici sono stati dei grandi imprenditori, dei grandi costruttori. Teresa d’Avila vede la vita cristiana come un castello meraviglioso. La settima stanza, l’ultima, è quella dell’intimità gioiosa con lo Sposo, il Signore. E conclude dicendo: «È il momento in cui la persona che è arrivata lì compie opere ed opere». Domani ricorderemo i cento anni della nascita di san Giovanni Paolo II. Quando venne nella mia città restammo sorpresi di come pregava e come trascinava tutti noi nella preghiera, ed era un uomo sicuramente non fuori dal mondo, non campato in aria.
Vi auguro una buona settimana. In Italia sarà la prima della fase 2, mentre a San Marino la stiamo già vivendo. Fase rischiosissima, ma noi per la carità e l’amore reciproco cercheremo di osservare tutte le precauzioni. La distanza tra noi è per essere più uniti, è un atto d’amore concreto, un servizio che facciamo alla nostra comunità.

Omelia nel Trigesimo della morte di S.E. Mons. Mariano De Nicolò

Pennabilli (RN), Cattedrale di Pennabilli, 14 maggio 2020

At 1,15-17.20-26
Sal 112
Gv 15,9-17

1.

Gesù è nostro amico! Ciascuno di noi è l’amico di Gesù. Abbiamo consapevolezza della enormità di questa affermazione?
La parola “amico” è di una portata unica. Abbiamo centinaia di amici nelle relazioni sociali. Abbiamo colleghi o collaboratori che chiamiamo amici. Ma un vero amico è raro e infinitamente prezioso. Con lui si condivide tutto con la parola e col silenzio. L’amico non giudica. C’è. È fedele. Che tesoro e che fortuna avere un amico (cfr. Sir 6,14)!
E Gesù si rivela proprio come amico. Osa, con l’uomo, osa proprio con me, l’avventura dell’amicizia. Lui arriverà sino a confidare ciò che ha di più intimo del suo essere: la relazione d’amore e di vita col Padre e con lo Spirito, un circuito soprannaturale d’amore al quale ci invita. «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15). «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Si capisce come gli apostoli, mossi dallo slancio missionario, hanno portato la rivelazione di Dio Amore fino agli estremi confini del mondo.

2.

Oggi la Chiesa festeggia uno di loro: l’apostolo Mattia. Non era originariamente del gruppo dei Dodici. Ma è stato chiamato perché divenisse testimone della risurrezione. Era tra i discepoli che avevano seguito Gesù dal Battesimo di Giovanni fino al giorno in cui Gesù fu assunto in Cielo. Fu chiamato dagli apostoli al posto di Giuda il traditore, perché fosse associato fra i Dodici e divenisse partecipe della loro missione e della loro prerogativa. Nella Chiesa questa chiamata ad essere testimone della risurrezione accade ogni volta che un fratello viene chiamato all’episcopato. Una responsabilità per lui, un dono per il popolo di Dio.

3.

Questo, per esempio, è accaduto tra noi con l’invio, da parte di san Giovanni Paolo II, di mons. Mariano De Nicolò a presiedere, guidare e santificare la Diocesi di San Marino-Montefeltro. Il suo nome è inciso nella grande lapide nel protiro del Vescovado. Ma il suo nome è impresso soprattutto nella memoria e nel cuore di tanti di noi. Del suo slancio apostolico, del suo indirizzo pastorale, delle sue cure e della sua preghiera dal Cielo gode ancora la nostra Chiesa. Così raccomanda l’autore della Lettera agli Ebrei: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede» (Ebr 13,7).
Tra le tante mansioni a cui monsignor Mariano si è dedicato nella “casa del Signore” – alcune prestigiose – brilla il suo ministero episcopale a Rimini. Tante le iniziative pastorali. Tanta la creatività. Tante le opere. Noi vogliamo ricordarlo per la più bella: aver frequentato (da vescovo di Rimini) con lo stesso entusiasmo e la stessa intraprendenza la “periferia” del Montefeltro.
Lo ricordiamo per la sua personalità grandemente intelligente e fortemente impegnata, non solo nella cura pastorale, ma anche nelle discipline canoniche. Lo ricordiamo, dicevo, per la sua immancabile presenza a Pennabilli e per la sua dedizione. Sue caratteristiche: temperamento austero e paterno insieme, presenza imponente ma cordiale, deciso ma di grande equilibrio. Comprensivo e incoraggiante, raccoglieva stima e trasmetteva sicurezza.
Gli ho fatto visita più volte ricevendo sempre una ospitalità cortese e persino festosa. Ricordava ogni volta il tempo del suo servizio pastorale in terra di Montefeltro. Più di me dovrebbero scrivere e parlare i sacerdoti e i fedeli che l’hanno conosciuto da vicino.

4.

L’11 aprile ha suonato la campana grande della cattedrale di Pennabilli: suona solo alla elezione e alla morte di un suo vescovo. Annunciava la morte di un “testimone della risurrezione”, di mons. Mariano De Nicolò.
È sorprendente, forse è un privilegio, che il passaggio del vescovo Mariano da questa terra al Cielo sia accaduto il Sabato Santo.
Gli ultimi anni della sua vita possiamo considerarli come il suo Venerdì Santo. Anni di purificazione, ma soprattutto di conformazione, sempre più profonda, al Cristo sacerdote e vittima, sofferenze che impreziosiscono il vivere di ogni cristiano e accomunano pastore e fedeli, eliminando differenze e mettendo in luce l’intimo di ogni cuore nell’amore più autentico e nella cooperazione generosa alla missione redentrice del Signore.
Ai rintocchi della grande campana la Diocesi si è messa in preghiera ringraziando del bene che il Signore ha concesso al vescovo Mariano e ringraziando del bene che gli ha concesso di svolgere nella Chiesa di San Marino-Montefeltro come suo pastore. Non ci fu possibile partecipare al suo funerale. Lo ricordiamo oggi nel Trigesimo. Lo ricorderemo insieme ai nostri cari che non abbiamo potuto salutare come meritava e come desiderava il nostro cuore. Accogli, Signore, la nostra preghiera per tutti i defunti. Aumenta la nostra fede per continuare a spenderci e a donarci per i nostri fratelli. Tutti fratelli. Ce lo ricordava ancora una volta papa Francesco proprio questa mattina aprendo questa Giornata, dedicata con tutti i credenti, al digiuno ed alla preghiera per scongiurare la fine di questa pandemia e dei tanti altri “virus” che affliggono l’umanità. Affidiamo la nostra preghiera all’intercessione di Maria, la Madre di Gesù. Così sia.

Omelia nella Veglia diocesana per le Vocazioni

Valdragone (RSM), Santuario del Cuore Immacolato, 13 maggio 2020

At 15,1-6
Sal 121
Gv 15,1-8

Mi indispettisco con me stesso quando non riesco a farmi capire sul concetto di “vita di fede”. Evidentemente sono io che non mi spiego bene. Parlo di vita, ma si capisce “pratica religiosa”. È importante la pratica religiosa, ma quando parlo di “vita” intendo qualcosa di molto più coinvolgente e più ampio. Poi, parlo dei “frutti” della vita di fede e si pensa alla “morale”, cioè si pensa ai comportamenti, alle buone azioni. I buoni comportamenti e le buone azioni sono cosa ottima, ma i “frutti” di cui vorrei parlare sono un’altra cosa. Parlo della dimensione “spirituale” della vita, ma l’aggettivo “spirituale” viene equivocato. Lo “Spirituale” sarebbe qualcosa di evanescente, disincarnato e astratto. “Spirituale” è ciò che ha a che fare con lo Spirito Santo. Allora preferisco usare l’espressione “vita di grazia”, intendendo il dono che ci viene dato, che è la vita stessa di Gesù travasata in noi. In ciascuno di noi, in me, piccola creatura, ultimo dei discepoli, viene riversata gratuitamente la vita stessa di Gesù, la vita che Gesù vive con il Padre e con lo Spirito Santo. Allora capisco la bellezza dell’allegoria della vite e dei tralci. Vite e tralci che sono l’uno nell’altro in reciproca immanenza. In questi giorni pasquali ci è stato ripetuto che Gesù vuol vivere con noi e in noi l’infinita sete d’amore che solo il Padre sa colmare. «Le parole che il Padre dice a me, le dico a voi»: parole arcane che sbocciano nelle Sacre Scritture e che d’ora in poi affiorano nella nostra interiorità. «Come il Padre ha mandato me, io mando voi»: così ci consegna il dinamismo, espansione della sua missione. La condizione per il tralcio, se vuol essere fruttifero, è quella di restare unito alla vite. Gesù, commentando questa allegoria, dice: «Rimanete in me e io rimarrò in voi» (Gv 15,4). Ma, a sua volta, la vite ha bisogno dei tralci. Dal momento in cui ha voluto creare il mondo, ha voluto che io fossi un suo discepolo e mi ha unito a sé, Dio ha bisogno di me, di ciascuno di noi. Ci crea e ci fa crescere come sua presenza. Qui è racchiusa la bellezza di ogni vocazione e più ancora la bellezza che ogni vita è vocazione. «Prima che tu nascessi ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (Ger 1,5). Questa sera il Centro Diocesano Vocazioni ci ha convocato per una preghiera corale per le vocazioni, soprattutto per quelle di speciale consacrazione. Preghiamo perché tanti giovani rispondano con generosità a Gesù che li chiama ad essere una sua presenza. Li chiama; li unisce a sé; li manda come il Padre ha mandato lui. Ma questo è vero per ogni cristiano. È necessario abitare in Lui, rimanere in Lui. Lui rimarrà sempre in noi, perché è fedele. C’è solamente una eventualità che può interrompere questa comunicazione vitale: il peccato. Il peccato non toglie il proposito di Dio di farsi dono nella mia vita, ma sono io che posso sottrarmi. I frutti che noi portiamo non sono tanto le preghiere, le opere della virtù di religione, ma siamo noi stessi divenuti «opera sua» (cfr. Ef 2,10). Tutta la nostra vita pervasa dalla vita di Gesù produce frutti. Le azioni più semplici come le più importanti e impegnative diventano – per così dire – azione sua, azione redentrice, frutto della “vite”. Mi sorge a mo’ di esempio un raffronto con il mito antico del re Mida: tutto quello che toccava diventava oro. Tutto quello che un cristiano fa quando è unito a Gesù viene elevato a livello soprannaturale, è un frutto del tralcio unito alla vite, un frutto della linfa divina! Tutta la nostra giornata, tutto quello che la volontà di Dio ci chiede, tutto può essere fatto in Lui, con Lui, per Lui.
«Rimanete in me e io rimarrò in voi». Grazie, Signore, per il dono di questa “rivelazione” siamo “opera tua”, un frutto della tua redenzione.

Omelia nella V domenica di Pasqua

San Marino Città (RSM), 10 maggio 2020

At 6,1-7
Sal 32
1Pt 2,4-9
Gv 14,1-12

«Non sia turbato il vostro cuore» (Gv 14,1). Esordisce così il Vangelo che abbiamo letto questa domenica. C’era tristezza quella sera; un velo di melanconia aleggiava durante l’Ultima Cena, perché Gesù aveva detto che stava scoccando l’ora della sua partenza. Alludeva esplicitamente alla croce. Un’altra partenza che darà tristezza ai discepoli sarà l’Ascensione. Ma la partenza di Gesù, la sua separazione non deve spaventare i discepoli. È vero, parte per la croce, però quello sarà il momento della massima manifestazione della sua gloria: «Innalzato da terra – aveva detto – attirerò tutti a me» (Gv 12,32). La croce è il momento della gravitazione universale nel Cristo. L’evangelista Giovanni vede nella crocifissione il momento dell’esaltazione e della gloria. Momento dell’Ascensione e, insieme, momento dell’Effusione dello Spirito, che uscirà da quella ferita aperta sul costato da cui si vedono scaturire acqua e sangue (cfr. Gv 19,34). Allora l’Ascensione, in croce e in gloria, sarà la garanzia della piena unione dei discepoli con il Padre, perché anch’essi ascenderanno con lui, Gesù. Importante è imboccare la strada giusta.
Gesù continua raccontando qualcosa del suo rapporto con il Padre, un rapporto intimo, profondo, nel quale lui vive la fiducia, l’abbandono, la tenerezza. Quante volte Gesù si è appartato sul monte per intrattenersi col Padre! I discepoli, vedendolo pregare, gli hanno chiesto di entrare nella sua preghiera, che è rapporto d’amore con il Padre. E del Padre, Gesù parlerà tante volte nei Vangeli. Basti pensare al “discorso della montagna”, in cui dice che è un Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,6), ma non perché è uno spione; «vede nel segreto», perché si interessa di te, perché è piegato su di te, si prende cura di te; si prende cura persino degli uccellini, dei fiori del campo… (cfr. Mt 6,28). Come potrà non prendersi cura di ciascuno dei discepoli?
Mentre Gesù parla – è quasi un monologo – Tommaso l’interrompe dicendo: «Dove vai? Qual è la strada?». Gesù risponde: «Da tanto tempo sono con voi – lo dice in particolare a Filippo – e voi non avete capito che io sono nel Padre e il Padre è in me? Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9). A questo proposito è interessante notare come anche noi cerchiamo la strada per andare a Dio. Molte volte vogliamo essere noi a tracciare la strada, quasi dipendesse da noi fare il programma e fissare la tabella di marcia, salvo poi constatare che non siamo capaci di percorrerla. Abbiamo grandi aspettative su noi stessi; da qui nascono fallimenti, delusioni e soprattutto il sentimento di sentirsi giudicati ed essere trovati insufficienti. Piano piano viene fuori l’idea che ci siamo fatti di Dio in senso peggiorativo. Siamo stati creati ad immagine di Dio, ma a volte siamo noi che ci creiamo una immagine di Dio, che non è la sua. In questi giorni, spiegando il Vangelo in altri contesti, più confidenziali, ho fatto un paragone… Passatemelo. È il racconto di quel giovanotto che aveva bisogno di una bicicletta; gli è venuto in mente che la suocera ne aveva una molto bella. È andato verso casa sua, un centinaio di metri più avanti, ma già durante il viaggio ha cominciato a dire tra sé: «Adesso arrivo là, le chiedo la bicicletta, lei mi dirà di stare attento perché è nuova; poi aggiungerà: “C’è la pedivella che ha un difetto, mi raccomando non calcare troppo”. Poi dirà: “Fai attenzione alle buche che ci sono sulle strade…”». Per il ragazzo quei cento metri sono stati tutti un costruirsi una precisa immagine della suocera e, quando è arrivato davanti a lei, gli è venuto da dire: «Tieniti la tua bicicletta e fatti benedire!».
A volte noi facciamo così: ci costruiamo un’idea di Dio e lo immaginiamo come il nostro “ego” ipertrofico, lo sentiamo come esaminatore e giudice. Allora finiamo per averne paura. Svapora l’immagine così bella del Padre che ha tracciato Gesù.
Ecco perché Gesù dice a Filippo: «Da tanto tempo sono con voi e non avete capito… Chi vede me, vede il Padre. Io sono la manifestazione del Padre». Pensiamo al rapporto che Gesù aveva con le persone: è il rapporto che Gesù vuole avere con ciascuno di noi.
Vorrei concludere con un altro sviluppo di questo pensiero. La prossima settimana – il 18 maggio – sarà il Centenario della nascita di san Giovanni Paolo II. Ricordo – ero ancora studente – che studiavamo con passione la sua prima Enciclica, Redemptor Hominis. Giovanni Paolo II scriveva: «L’uomo è la via della Chiesa». Ogni persona è una via per noi. Santa Teresa di Lisieux parlava della “piccola via”. La via è Gesù, ma Teresa aveva capito che si doveva fare ogni cosa per amore, essere nell’amore in ogni azione, in ogni momento: cose piccole, ma che nell’amore diventavano grandi. Quando era ammalata non riusciva più a fare le scale e ogni respiro diventava un affanno, lo donava, lo viveva in questa prospettiva di amore. «Fare tutto per amore». Gesù dice: «Voi farete cose più grandi di me» (Gv 14,12). Noi possiamo fare le cose di Gesù, perché siamo in Gesù e lui è in noi. Lui opera per mezzo nostro: quando noi agiamo è come se Gesù agisse in noi. Allora ogni cosa si trasforma, ogni azione diventa importante, non ci sono le persone di serie A e di serie B. Siamo davanti a Dio, altri Gesù: «Voi farete cose più grandi di me». Signore Gesù, grazie della fiducia che ci dai, grazie perché la nostra ricerca di Dio non è uno spreco di energie nel vuoto: Tu sei il volto del Padre.

Comunicato stampa per la ripresa delle celebrazioni con presenza di fedeli

Si dispone che da lunedì 11 maggio nella Repubblica di San Marino e da lunedì 18 maggio nei Vicariati italiani della Diocesi di San Marino-Montefeltro si riprendano le celebrazioni liturgiche con la presenza dei fedeli, sia pure in numero contingentato.
Come in precedenti comunicazioni, si raccomanda l’osservanza del Protocollo preparato d’intesa con le Autorità civili e il Comitato Tecnico-Scientifico italiano (cfr. Allegato).
Si insiste sulla necessità di un’accoglienza adeguata e prudente dei fedeli, mentre si raccomanda la sanificazione dell’ambiente dopo ogni celebrazione.
La Comunità cristiana persevera unanime nella preghiera con Maria, in questo mese di maggio, in attesa della Pentecoste, ricordando in particolare gli ammalati e tutti coloro che in questo si impegnano per gli altri. Vi sono tante iniziative di preghiera tra i giovani, le famiglie e gli adulti attraverso i mezzi di comunicazione, con tanti frutti spirituali.
Si ricorda che permane la dispensa dal precetto festivo per motivi di età e di salute.
Si allega un box con le indicazioni igienico-sanitarie e liturgiche più essenziali.

Ufficio Comunicazioni Sociali
Diocesi San Marino-Montefeltro

Omelia nella IV domenica di Pasqua

San Marino Città (RSM), chiesa di San Francesco, 3 maggio 2020

At 2,14.36-41
Sal 22
1Pt 2,20-25
Gv 10,1-10

«Eravate erranti come pecore – dice l’apostolo Pietro nella sua Prima Lettera –, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» (1Pt 2,25). Sono parole dolcissime, parole di serenità, pace, tenerezza.
«Eravate erranti come pecore», adesso siete stati ricondotti al pastore, siete tutti sulle sue spalle: tutti siete chiamati dal pastore. Anche nell’omelia della Pentecoste, Pietro dirà: «Per voi, infatti, è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore nostro Dio».
Oggi il tema e l’esperienza dell’essere chiamati è centrale.
Abbiamo letto la bellissima pagina dal capitolo 10 di san Giovanni con l’allegoria del pastore. Non possiamo ignorare il contesto un po’ polemico. Questo scritto è come una bellissima rosa, ma ha le sue “spine”, perché l’allegoria che Gesù adopera è indirizzata ai pastori d’Israele che non compiono la loro missione. Gesù ha in mente il capitolo 34 del profeta Ezechiele, che veniva letto proprio in quel giorno – era la festa della Dedicazione – nella sinagoga e al tempio. Gesù, di fronte ai farisei che non accolgono e non si piegano neppure davanti al prodigio della guarigione del cieco nato, dice: «Siete ciechi. Siete briganti e ladri». La connotazione polemica viene subito temperata da immagini di grande tenerezza, che raccontano la qualità del rapporto che il pastore buono (o bello, come si potrebbe tradurre dal greco) ha con le sue pecorelle, con il suo gregge. La prima immagine che vorrei sottolineare è la voce. Le pecore si sentono chiamare per nome con quella voce riconoscibile fra mille e mille. Torna alla mente quella prima voce, che fu grido, all’inizio della creazione, quando Dio creò l’uomo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26). Soltanto che entriamo nel silenzio della nostra unicità, sentiremo l’eco di quella voce.
Ecco, il pastore chiama le sue pecore per nome. Così l’oracolo del profeta Isaia: «Il Signore dice: ti ho chiamato per nome, tu sei prezioso ai miei occhi» cfr. Is 43,4). Il Salmo 22 che abbiamo sentito cantare poco fa è tutto un inno alla premura che il pastore ha per la sua pecorella: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla». Il Signore conosce ciascuna delle sue pecore, se ne prende cura. La vita cristiana si radica nella consapevolezza di essere amati, conosciuti, pensati, voluti dal Signore. Questa mattina il Santo Padre ha esordito dicendo: «Questa è una domenica di serenità, di tenerezza, di pace, proprio nel bel mezzo delle sofferenze che stiamo vivendo». Accanto alla voce del pastore si alzano altre voci che ingannano e seducono. Ulisse si fa legare al palo dei suoi desideri, perché vuol sentire quelle voci.
Il Signore, facendo sentire la sua voce, ci invita a seguirlo. Non posso non ricordare pecore e pastori che venivano, in alcune stagioni, nel mio piccolo paese di campagna. Quando scendevano le greggi c’era tanta festa: era una novità per la cronaca paesana. Noi bambini rimanevamo incantati davanti a questa pacifica invasione. Per gli adulti era anche una benedizione, per il concime che le pecore lasciavano nei campi. Le groppe lanute delle pecore assomigliavano tanto alle onde del Po. Il pastore era inseparabile dalle sue pecore, sempre in piedi, un po’ selvatico, inimitabile nei suoi fischi (che noi tentavamo di imparare). Rovistando tra questi ricordi, mi verrebbe da qualificare l’atteggiamento del pastore con un sentimento che può essere visto negativamente, ma anche positivamente: la gelosia. Il pastore ci appariva così, sempre attento alle sue pecore, sempre all’erta. Anche il buon Pastore ha questo atteggiamento: sa cosa c’è nel nostro cuore e ci sta sempre appresso. Ci conosce, sa il nome di ciascuno di noi, ci tiene uniti. Non c’è sapone che può togliergli di dosso il nostro odore. Non sopporta indiscreti visitatori. Addirittura, finisce per identificarsi con la porta dell’ovile, anzi è l’ovile stesso, nel quale le pecore possono trovare riposo. Le chiama per nome una ad una e «la sua bontà le fa crescere» (Sal 18,36).

Omelia nella Festa del Lavoro

San Marino Città (RSM), sede di San Marino RTV, 1 maggio 2020

Gen 1,26-2,3
Sal 89
Mt 13,54-58

Terremoti, alluvioni, pandemie… Sono eventi che accadono sul nostro pianeta, piuttosto irrequieto. Accadono improvvisamente, rappresentano sempre un momento di crisi, segnano un trapasso nella storia e sono catastrofi per gli uomini.
Che cosa fa l’umanità? Qual è la sua prima reazione? Si fa bambina: si sente piccola, impotente, smarrita. Corre tra le braccia del Creatore. È un atteggiamento spontaneo, immediato, semplice. E il Creatore che fa? L’accoglie, l’ascolta, gli infonde coraggio. Ma soprattutto la educa. Va oltre le coccole e le chiede di affrontare la realtà; va anche lui con lei e la rende convinta dell’enorme potenzialità che ha in sé. Le ha dato intelligenza, volontà, immaginazione, cuore… per dissodare, per costruire, per mettere briglie e domare, per stringere altre mani e altre braccia e fare rete. Permettete una metafora, il cowboy ha un puledro da domare: è difficile restare in sella nel rodeo. Poi, col suo coraggio e soprattutto con la sua caparbietà, riesce a domare quella che diventerà la sua inseparabile cavalcatura.
Oggi ricordiamo san Giuseppe Lavoratore. Ci piace pensare che l’aureola che lo avvolge incoroni il lavoro e i lavoratori. Tutti i lavori, tutti i lavoratori. In questi giorni abbiamo considerato con ammirazione soprattutto l’impegno dei ricercatori, dei medici, degli infermieri, del personale che, a vario titolo, si spendono per gli ammalati, anche con un servizio umile, ma indispensabile, preziosissimo, determinante.
Festa del Lavoro. Sappiamo come è nata questa ricorrenza, da quali sofferenze, da quali tensioni. La Chiesa ha visto nella questione operaia un segno dei tempi (kairòs) ed ha avviato un dialogo importante per lei e per ogni lavoratore. La Chiesa ha ripreso a sfogliare il “Vangelo del lavoro”, segnato dal peccato e poi redento dal Signore, il figlio del carpentiere: così chiamavano Gesù.
Oggi si fa festa al lavoro. In questi giorni lo apprezziamo ancor di più. Il lavoro, benché costi fatica e sudore, ancorché debba misurarsi con la resistenza che gli fa la natura, nonostante l’attrito della materia che non si lascia piegare facilmente, è per l’uomo possibilità di trasformazione del mondo, di modificazione della realtà, di esplorazione in ogni campo. Con l’onesto lavoro l’uomo produce quello che serve alla sua vita, traffica i talenti che ha ricevuto, trasmette cultura, prolunga le possibilità della comunicazione. «Dio disse – così le parole della Genesi – facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla faccia della terra». La Genesi prosegue raccontando come il Creatore affidi all’uomo il giardino da coltivare.
Sì, nel lavoro, nell’iniziativa, nell’impresa l’uomo esprime uno dei profili che lo rendono “a somiglianza di Dio”, gran lavoratore! Come non festeggiare il lavoro? Come non metterne in evidenza, oltre alla necessità e utilità, la bellezza? Perfino i bambini quando giocano fanno mestieri. Conosco bambini ottimi camionisti e… bambini che giocano a fare il prete!
Una delle piaghe più gravi della nostra società è la mancanza del lavoro. La mancanza del lavoro offende la dignità della persona.
Anche nella Repubblica di San Marino siamo all’imminente riapertura di tante attività. Una ripresa da fare con molte precauzioni, purché siano garantite sicurezza, ingressi controllati e dispositivi indispensabili. Le ferite che ha subito la nostra comunità sono profonde. In linguaggio figurato: non basta una convalescenza, un passaggio in clinica, ci vuole “rianimazione”. Si parla di una crisi economica senza precedenti. Economisti, sociologi e politici promettono di fare del loro meglio. Il rischio di tensioni sociali è tutt’altro che remoto. C’è una parola che in questo giorno mi sembra importante. Ci riguarda tutti. È da mettere in luce: solidarietà. Siamo fratelli, i nostri destini sono intrecciati: posso stare bene se anche tu stai bene! C’è interdipendenza nei nostri destini. Penso al piastrellista che da tre mesi non lavora, al piccolo imprenditore che ha acceso un mutuo per pagare un capannone, al negoziante che ha tenuto chiuso ed è nella condizione di lasciare a casa collaboratori, all’operatore turistico in ansia per il futuro… Festa del lavoro, sì. Ma anche di intensa preghiera. L’intensità della preghiera è segno di responsabilità, solidarietà e partecipazione.
«Rendi salda, Signore, l’opera delle nostre mani»: così abbiamo pregato nel Salmo. Così sia.

1° maggio: affidamento a Maria del paese e dei lavoratori

Il 1° maggio, festa San Giuseppe lavoratore protettore dei lavoratori, cade in un momento molto difficile per il paese, caratterizzato dall’emergenza sanitaria Covid-19 e dalla preoccupazione per i rischi occupazionali legati alla conseguente emergenza economica.
L’annuale messaggio dei Vescovi per l’occasione, intitolato “Il lavoro in un’economia sostenibile”, accoglie questa comune preoccupazione evidenziando che l’epidemia ha reso consapevoli della fragilità e dell’interdipendenza degli uomini e della importanza della solidarietà e della capacità di fare squadra per affrontare le avversità. Nulla sarà come prima per le tante situazioni di difficoltà che il mondo del lavoro è e sarà chiamato ad affrontare per l’emergenza sanitaria, che si sovrappongo alle problematiche preesistenti dovute alla insostenibilità ambientale dell’attuale modello di sviluppo. Per questo i Vescovi sollecitano ad affrontare con consapevolezza ed urgenza la transizione verso un nuovo modello di sviluppo, che coniughi creazione di valore economico, dignità del lavoro e soluzione dei problemi ambientali. Si tratta di un cambiamento radicale che non può dipendere solo dall’impegno delle istituzioni ma che necessita di una partecipazione diffusa e dell’impegno di tutti a partire da nuovi stili di vita.
In questo momento di difficoltà il 1° maggio la Chiesa italiana affiderà il paese alla protezione della Madre di Dio come segno di salvezza e di speranza e, nella festa di San Giuseppe lavoratore, sposo di Maria Vergine, affiderà in particolare i lavoratori consapevole delle loro preoccupazioni per il futuro.

Commissione Pastorale Sociale e del Lavoro
Diocesi San Marino-Montefeltro