Giornata dell’Università Cattolica

DOMENICA 4 OTTOBRE SI CELEBRA IN DIOCESI
LA GIORNATA PER L’UNIVERSITA’ CATTOLICA

Da quasi un secolo la “Giornata per l’Università Cattolica” è un appuntamento volto a creare attenzione, stima profonda, sostegno reale verso l’Ateneo del Sacro Cuore. Un sistema istruttivo complesso: composto da cinque campus distribuiti su tutto il territorio nazionale, una fitta trama di rapporti internazionali e un’offerta formativa ricca e articolata. È questo il modo in cui l’Università Cattolica offre, anno dopo anno, il suo contributo alla formazione delle nuove generazioni ed al loro inserimento professionale, alla crescita del tessuto socio-economico del Paese ed all’avanzamento della ricerca scientifica.

La Giornata Universitaria, promossa dall’Istituto Toniolo (Ente Fondatore dell’Un. Cattolica), è un’occasione di approfondimento circa la natura e lo scopo dell’Università, i valori originali che guidano le scelte di ogni giorno.

È un atto di fiducia nei giovani: da tempo il Toniolo e la Cattolica sostengono con numerose iniziative la formazione, il diritto allo studio, i percorsi di eccellenza, le esperienze internazionali di migliaia di studenti.

Il tema della 96ª Giornata per l’Università Cattolica è: “Alleati per il futuro”. Guardare al futuro è un’esigenza fondamentale per chiunque voglia dare compimento alle attese dell’umanità. Ma per pensare e costruire il futuro bisogna partire dai giovani e investire su di loro. Per questo il futuro si declina sempre con l’educazione e sarà tanto più positivo quanto più solido e qualificato sarà l’investimento educativo. “Alleati per il futuro” significa collaborare assieme per sviluppare una visione antropologica integrale in grado di contrastare i processi di frammentazione e disgregazione che insidiano il cammino degli uomini del nostro tempo a livello individuale, familiare e sociale.

I giovani guardano con fiducia ai luoghi dell’educazione e del sapere. Cercano maestri che sappiano aiutarli a maturare dal punto di vista umano, professionale, culturale e spirituale per diventare protagonisti del futuro. Servono volti e ambienti dove poter scoprire e coltivare i talenti per farli fruttare e metterli a servizio del bene comune.

È questa la missione di un Ateneo che da sempre, fedele alla geniale intuizione del fondatore p. Agostino Gemelli e dei suoi collaboratori, vuole offrire ai giovani studenti le migliori condizioni per assimilare e custodire il patrimonio di conoscenze accumulate nel corso dei secoli, declinandole nel contempo con i nuovi contributi della scienza e della cultura al fine di raggiungere sintesi sempre più appropriate e corrispondenti alla dignità e alle più alte aspirazioni dell’animo umano.

La Delegazione Diocesana dell’Ass. Amici dell’Un. Cattolica

Ordinazione presbiterale don Mattia Benedettini

Omelia nella XXIV domenica del Tempo Ordinario

Monte Cerignone (PU), 13 settembre 2020

Festa del Beato Domenico Spadafora
Apertura del V Centenario della morte del Beato Domenico Spadafora

Sir 27,33-28,9
Sal 102
Rm 14,7-9
Mt 18,21-35

In questa celebrazione che apre il centenario del Beato Domenico festeggiamo il perdono e la tenerezza del Signore.
L’anno centenario del beato Domenico Spadafora è anche anno giubilare, anno nel quale viene dispensato con abbondanza il perdono di Dio con l’indulgenza concessa dalla Penitenzieria Apostolica.
Dal brano di Vangelo di questa domenica ricavo alcuni punti per la meditazione.
Noi non abbiamo idea della gravità del peccato. Dicevano i padri: «Quanti ponderis sit peccatum (che peso che ha il peccato)». Il peccato contiene ingratitudine, menzogna, cattiveria verso il Signore. Spesso non ce ne rendiamo conto. Ecco perché, se volete sapere che cos’è il peccato, bisogna chiederlo ai santi. Molto spesso vengono raffigurati con in mano il crocifisso, oppure inginocchiati davanti a Gesù Crocifisso. Ma non è per dolorismo: Gesù è risorto, è vivo, e ci ha ottenuto il perdono.
Alla luce di queste considerazioni capisco di più la parabola che Gesù ci racconta… C’era un uomo che aveva un debito enorme (equivaleva al bilancio dello stato di Erode Antipa!). Aveva chiesto al creditore di pagare un poco alla volta. La cifra è iperbolica, per dire quanto grave è il nostro peccato. Dopo esser stato perdonato, quell’uomo incontra un collega che gli deve una piccola somma. La parabola è sempre paradossale, contiene un contrasto perché deve far pensare, è performativa, costringe a prendere posizione. Viene da chiedersi come sia possibile questa esagerazione, questa divaricazione fra i due debiti e le due reazioni. Perché quell’uomo a cui tanto è stato perdonato non ha perdonato a sua volta? Mi sono dato una risposta: colui che aveva quel debito infinito non si è reso conto del perdono ricevuto ed è rimasto nel suo senso di colpa. Una cosa è il senso del peccato, un’altra è il senso di colpa. Chi non crede che è stato perdonato, non perdona. Il debito che contraiamo col nostro peccato è troppo grande, non possiamo restituirlo. Ma il cuore di Dio è capace di questa impresa: il perdono totale!
Entreremo presto in un anno giubilare, un anno in cui il perdono, l’indulgenza, viene largheggiata. Viviamo il perdono, accogliamo questo grande dono e facciamoci convinti che davvero siamo perdonati. Abbiamo bisogno del perdono. Solo allora riusciremo, a nostra volta, ad essere magnanimi, a saper perdonare.
Quand’ero parroco mi capitava spesso di invitare i fedeli alla Confessione. Un parrocchiano mi bloccò dicendo: «Ma siamo così peccatori? Per chi ci ha preso?». Rispondevo che li incoraggiavo perché ricevere il perdono del Signore è un’esperienza dolcissima, di grande tenerezza, anche se non avevano compiuto peccati gravi. La carezza del Signore rincuora e fa sentire la bellezza del suo amore per noi. Allora è meno difficile perdonare: il perdono è una cosa divina, non umana.
Gesù cita indirettamente il canto di Lamec: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma settanta volte sette Lamec» (Gen 4,24), così cambia la cifra della vendetta nella cifra del perdono: perdonare sempre!
In internet ho letto di una tecnica giapponese di restauro dei vasi, si chiama kintsugi. In realtà, è una filosofia: quando si rompe un vaso, esso viene aggiustato con una pasta mescolata con l’oro. Viene fuori un vaso ancora più bello, venato d’oro, con le crepe luccicanti. Il perdono, quando lo offri, fa più autentico e forte il rapporto. Perdonare non è “mettere una pietra sopra”, o dare un colpo di spugna – la chiarezza è necessaria – ma è dire: «So che tu non sei il tuo errore, il tuo peccato. Il Signore ti vede come capolavoro, come figlio». Se tutti perdoniamo, miglioriamo il mondo.
C’è il caso – a me è capitato a volte – in cui tra lo sbaglio e il perdono c’è un tempo di mezzo, un tempo di sofferenza. Può essere che si avverta l’imbarazzo di chiedere perdono, anche se lo si desidera con tutto il cuore: c’è qualcosa dentro che frena. A volte si teme perfino di peggiorare la situazione e si è intimiditi, forse anche l’altra persona vive la stessa difficoltà. Il tempo frammezzo fra l’offesa e il perdono non va sprecato: è il tempo dell’espiazione in cui si offre il proprio dispiacere per aver fatto quell’errore e matura la conversione. Quel tempo di sofferenza è anche una richiesta al Signore perché la persona offesa riesca a perdonare e possa nascere un nuovo rapporto. D’altronde, anche le perle nascono dal dolore, dalla sofferenza di un’ostrica ferita da un predatore: altro non è, una perla, che una ferita cicatrizzata, una lacrima che diventa rubino!

Omelia nella XXIII domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Cattedrale, 6 settembre 2020

S.Cresime

Ez 33,1.7-9
Sal 94
At 2,1-11
Mt 18,15-20

La Prima Lettura parte con una parola forte. È il profeta Ezechiele che dice: «Io ti ho costituito come sentinella». Un’immagine suggestiva; la stessa che è stata ripresa da san Giovanni Paolo II nel suo incontro con i giovani la sera del 19 agosto del 2000. C’erano ad ascoltarlo circa due milioni di giovani. Il Papa usò queste parole: «Cari amici, vedo in voi le sentinelle del mattino in questa alba del Terzo millennio». Ha fatto poi riferimento alle adunate oceaniche che sono state organizzate tante volte durante il tormentato Novecento, secolo con due Guerre Mondiali. Quale insegnamento veniva dato a queste folle di giovani? Veniva insegnato l’odio, si proclamavano propositi di guerra, di conquiste… Il Papa, invece, vedeva in quei giovani le “sentinelle del mattino”, venute per dire “sì” a Gesù, al suo progetto di amore. È quello che vorrei dire io a voi ragazzi: «Voi siete le sentinelle del mattino, qui nella nostra terra». Forse ritenete queste parole un po’ retoriche, esagerate. «I giovani sono il nostro futuro», si dice spesso. «I giovani sono la speranza del domani». Ma io dico che voi siete la nostra speranza e la nostra gioia già nel presente. Oggi, non domani.
Una confidenza: quasi tutti i parroci della nostra estesa Diocesi dicono che da mesi non hanno la gioia della presenza dei ragazzi in chiesa. Noi tutti ne soffriamo. La vostra presenza, cari ragazzi, ci ricorda che il Signore è anzitutto “giovinezza” (cfr. Sal 43,4; 103,5; 127,4) e dà slancio alla nostra fede che, a volte, è segnata da stanchezze e fiaccata da uno stile abitudinario. Voi siete sempre una sorpresa, siete le sentinelle che annunciano un nuovo mattino anche dopo questa terribile esperienza dell’epidemia. Abbiamo bisogno di voi, bisogna che riprendiate la vita parrocchiale nelle vostre chiese!
Ricevendo la Cresima, fate di questa chiesa un cenacolo, luogo in cui il gruppo dei discepoli, con le donne e gli apostoli, erano chiusi dentro per paura. D’improvviso venne un fragore e con lingue di fuoco scese su loro lo Spirito di Gesù Risorto (cfr. At 2,2). Anche i vostri genitori, i padrini e le madrine che vi accompagnano, avvertiranno la presenza dello Spirito.
Stenderò le mani su di voi: un gesto antico e sempre nuovo per significare la “pioggia di Spirito”, di amore di Dio, che viene su di voi con il suo dono. Un dono che si esplicita in sette rifrazioni diverse. È l’amore che mette sale nella nostra vita, cioè sapore, gusto (sapienza). È l’amore che rende la nostra intelligenza capace di non fermarsi alla superficie, alle apparenze (intelletto). È l’amore che si fa consiglio per aiutarci a percorrere strade giuste, scartando quelle sbagliate. È amore che si fa aiuto per sostenere la fatica di imparare (scienza). Poi, l’amore è fortezza che sostiene, dà coraggio quando è necessario. È l’amore – si chiama pietà – che suggerisce come dichiararsi (si deve capire che vuoi bene!). L’ultimo aspetto dell’amore è quello che chiamiamo timore di perdere Dio.
Passerò davanti ad ognuno di voi, mentre il padrino o la madrina vi assistono, e vi profumerò con il crisma: sarete dei consacrati, apparterrete per sempre al Signore, anche se doveste percorrere strade lontane. Il Signore ha posto in voi il suo sigillo, il suo “tatuaggio”. Dopo un po’ di tempo il crisma con il suo profumo evapora, ma non scomparirà il bacio che il Signore vi dà questa mattina.
Per motivi di igiene, oggi non darò il piccolo schiaffo al volto di ciascuno di voi, ma il significato rimane: «Sentinella, non addormentarti, non distrarti!». Una vera sentinella è sempre all’erta. La sentinella non è uno spaventapasseri: si apposta come un radar.
Che cosa vuol dire il Signore a ciascuno di voi? Si raccomanda di non fare come Caino. Quando il Signore gli disse: «Dov’è tuo fratello Abele?», lui rispose: «Sono forse il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Pessima risposta. Il Signore vuole che ci prendiamo cura degli altri, proprio come fanno le sentinelle. Ci può essere da aiutare, da tenere compagnia, da ascoltare. Gesù fa persino il caso dell’amico che sbaglia. Bisogna prendersi cura anche di lui: dandogli il buon esempio, aiutandolo a cambiare. Quando preghiamo il “Confesso”, chiediamo perdono dei peccati commessi con pensieri, parole, opere e omissioni. “Omettere l’aiuto” è anche un reato, con una sanzione penale nel Codice (omissione di soccorso). Gesù non vuole che noi omettiamo di soccorrere il fratello che sbaglia, chiede il nostro intervento.
Poi, una sentinella non va mai da sola. Invito voi ragazzi a tenervi collegati: la parrocchia vi offre opportunità di incontri, di belle amicizie, di portare piani d’azione insieme ad altri ragazzi.
Mi rivolgo ai vostri genitori e ai vostri famigliari. Vi riporto, cari genitori, l’altra metà di quello che mi dicono i parroci. Non riescono a capire perché insistete affinché i vostri figli ricevano i sacramenti, ma poi non date l’esempio… Capita di far passare anni senza entrare in chiesa, senza fare la Comunione. Un segno di croce fatto dal papà in casa vale come molte catechesi e lezioni di religione. Vi lascio questo pensiero non per rattristare, ma per una ripresa. Ripartiamo tutti, dopo questa serrata che ci ha fatto tanto soffrire, con la nostra vita parrocchiale. Ancora ci viene chiesto di essere prudenti, ma appena sarà possibile dovremmo proprio sentirci come popolo del Signore, un popolo che si riunisce con gioia. Così sia!

Omelia nella festa di San Marino

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo Marino, 3 settembre 2020

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

«Le mie sorgenti sono in te città di Dio»: è il motivo ricorrente del Salmo che abbiamo cantato insieme. Un inno alla santa Gerusalemme di Dio. Misticamente siamo stati invitati a ripercorrerla mentre i nostri piedi sono ben piantati sulle strade e le piazze della nostra San Marino. «Fate e rifate il giro di Sion, contate le sue torri, concentrate la mente sulle sue mura, percorrete le sue fortezze e ai futuri racconterete: questa città è di Dio, il Dio nostro che fu e sarà al di là di ogni morte la nostra guida» (Sal 48,12-14)). È quanto mai opportuno, suggestivo, meditare queste parole proprio oggi: «Dio è sempre, nonostante la morte delle generazioni, la guida per il suo popolo».
Si percorre Gerusalemme – come dice il Salmo – e il premio è, una volta arrivati, la visione della santa Gerusalemme, cioè la visione della grazia, del favore di Dio, sempre in attesa di essere trovato. La città degli uomini, quando non diventa Babele, cioè orgoglio e prepotenza, è città di Dio nella quale il Signore abita.
Saluto l’Eccellentissima Reggenza, le Autorità civili e militari; saluto i miei fratelli sacerdoti, i diaconi, le sorelle consacrate presenti o presenti spiritualmente per onorare santo Marino, missionario del Vangelo e fondatore della nostra Repubblica; saluto tutti, anche quelli che in diretta televisiva assistono a questa santa Liturgia.
Questo giorno costituisce un appuntamento festoso, quasi un trampolino di lancio salutare, prima di riprendere il cammino dopo l’estate. Veniamo da un’esperienza che ancora pesa sul nostro Paese e sul mondo intero, la pandemia. In questi mesi tutti ci siamo chiesti il senso di una esperienza così imprevedibile e tragica. «Tutti sulla stessa barca – come diceva papa Francesco – in ansiosa navigazione» (Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia presieduto dal Santo Padre Francesco, 27.3.2020) o, se preferite con un’altra metafora più moderna, il virus ha, per così dire, alzato il velo su una realtà che ci avvolge sempre, ma della quale spesso, salvo essere toccati personalmente, riusciamo a dimenticarci, distratti e impegnati in molte attività, cioè il disagio, la malattia, la morte, la paura, la precarietà. Non sono salite solo da qualche mese sul treno della nostra vita, ma sono in viaggio da sempre con noi, solo che talvolta, illudendoci di essere al sicuro negli scomparti business, mettendo all’orecchio le cuffie con la musica preferita o visitando il vagone ristorante, fingiamo di non accorgercene. Ora il treno si è fermato, è segnalato un guasto grave, abbiamo dovuto scendere. Adesso siamo tutti insieme sui binari in attesa che riparta e ci rendiamo conto di essere davvero coinvolti in un unico grande viaggio, senza carrozze di prima o seconda classe, senza trattamenti speciali: il mondo è proprio un villaggio globale, la cui salute ora dipende paradossalmente anche dalla distanza che riusciamo a tenere con i vicini. Ci è imposto di purificare le relazioni prossime per guadagnare il senso profondo delle relazioni universali: una lezione severa. Così impariamo ad essere meno superficiali, più consapevoli di ciò che davvero conta nella vita, attenti ai fratelli, soprattutto ai più fragili, aperti alla prospettiva della risurrezione, della vita eterna.
A qualcuno è venuto in mente che l’epidemia sia il castigo di Dio: sbaglia chi legge in questo modo l’avvenimento. Eventualmente sì, è appello alla nostra conversione, realistica considerazione del nostro limite, della nostra fragilità.
L’umanità ha il suo percorso nella storia, come del resto ognuno di noi ha il suo cammino. Anche Gesù ha avuto il suo. L’apostolo Pietro, forse per troppo amore, di fronte a Gesù che preannunciava la passione ha esclamato: «No, Signore, questo non ti accadrà mai!». La replica di Gesù è decisa: «Allontanati da me, mi sei di ostacolo», come a dire: «Non chiedermi esenzioni dalla storia, soluzioni di fuga o miracolistiche, voglio essere fedele alla vita» (Mt 16,22). Questa la sostanza della risposta di Gesù a Pietro. E questo ripete a noi.
Immaginate se Gesù avesse accondisceso alla pretesa di Pietro? Immaginate se non fosse salito a Gerusalemme, che ne sarebbe stato della Redenzione? E come avrebbe potuto Gesù, poi, chiedere a noi fedeltà alla vita?
Durante il tempo del lockdown abbiamo pregato molto, in moltissimi, certi che il Signore era con noi in questa prova. Abbiamo pregato perché fosse data forza d’animo a chi era nella sofferenza, perché fosse concessa resistenza a chi era impegnato in prima linea, come il personale sanitario, i governanti, i volontari; abbiamo pregato per saperci aprire verso gli altri. È lecito e anzi doveroso pregare il Signore per chiedergli di intervenire: è nostro Padre, con la preghiera esercitiamo la nostra dignità di figli, ma nell’obbedienza al suo disegno. Anche Gesù – dice l’autore della Lettera agli Ebrei – «pregò con forti grida e lacrime» (Eb 5,7) nel momento della prova. «E fu esaudito», continua la lettera, non perché gli fu tolta la croce, ma perché ottenne di saperla vivere “da figlio”, nella fiducia, nell’abbandono a colui che gli era accanto. Dunque, nessuna fuga, nessuna pretesa di miracolismo, ma un forte appello alla speranza, anzi ad essere speranza in un pianeta malato. Ma si sono visti miracoli, miracoli di generosa dedizione. Proprio l’emergenza Covid ha messo in luce la parte migliore della sammarinesità: l’attenzione ai malati e ai bisognosi, seguiti amorevolmente nel nostro ospedale e a domicilio in maniera veramente encomiabile, con un impegno speciale, indefesso, da parte di operatori sanitari, Forze di Polizia, Servizio di Protezione civile, volontari della Caritas diocesana, Scout, ecc. Nel mio pensiero abbraccio tutti con gratitudine per quello che è stato fatto.
La Repubblica di San Marino, proprio a tutela della vita e della salute, per il tramite del Comitato di Bioetica ha sancito a livello internazionale – credo sia l’unica nazione al mondo – che le terapie debbano essere garantite in base al quadro clinico presentato dal singolo paziente e non da selezioni arbitrarie, a priori, che possano portare a scelte eugenetiche su chi deve ricevere le cure e chi deve esserne escluso. San Marino, inoltre, ha fin da subito messo in maternità anticipata le donne in stato di gravidanza, tutelando in tal modo la mamma e la vita nascente.
Vorrei che gli Eccellentissimi Capitani Reggenti, che proprio sabato mattina alle ore 10:30 faranno visita a papa Francesco, chiedessero al Santo Padre una benedizione particolare su tutti noi della Diocesi di San Marino-Montefeltro. Sottolineo che San Marino e il Montefeltro sono un’unica Diocesi. Dite al Papa il nostro grazie per come ci ha accompagnato in questi mesi.
«Le mie sorgenti sono in te»: sono parole che ci richiamano anche al rischio, sempre in agguato, di dimenticarci del Signore, della sua grazia, del suo favore. Ci meriteremmo allora l’amara constatazione che il profeta Geremia rivolge a Israele: «Stupitene, o cieli, inorridite come non mai – oracolo del Signore – perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non contengono acqua» (Ger 2,12-13).
Il nostro santo fondatore e patrono Marino torni a richiamarci a quella sorgente. Così sia.

Omelia nella Veglia dei giovani per San Marino

San Marino Città (RSM), chiesa dei Santi Pietro, Marino e Leone, 3 settembre 2020

Sir 14,20-15.4
Sal 47
At 2,42-48
Mt 5,13-16

Cari ragazzi,
la trama di quello che vorrei comunicarvi questa sera ruota attorno a tre parole che iniziano con la lettera “C”: camminare, contemplare, costruire. La parola “insieme” fa da avverbio che accompagna tutt’e tre le parole: camminare insieme, contemplare insieme, costruire insieme. Questa sera parlerò poco del santo Marino, perché conosco quello che hanno scritto i divulgatori e quel poco che la storiografia ci può dire: non si può fare un restauro “interpretativo”, oggi il restauro lo si concepisce come “conservativo”.

Camminare. È metafora del “divenire interiore”: ciascuno di noi diviene, sboccia, cresce, viene fuori. Far questo è fatica. Ho letto un apologo attribuito alla tradizione buddista. Siddharta Gautama si intrattiene con un bruco e gli propone di diventare farfalla; per farlo deve perdere la crisalide. L’apologo racconta che quel bruco non accettò l’avventura di spaccare la crisalide e venir fuori. Così, per il resto della sua vita, non ha fatto altro che passeggiare su e giù dal cavolfiore. Nei Vangeli quando Gesù chiama non dice: «Venite, che sto fondando una nuova scuola di spiritualità, una scuola di filosofia…». No, Gesù chiede un movimento: «Vieni e seguimi» (Mc 10,21). E c’è uno spostamento reale. Chi ha avuto fiducia e ha tenuto dietro a Gesù ha dovuto fare “salti mortali”. Così è stato anche per san Marino: viene dalla Dalmazia (Croazia) e va a Rimini; da Rimini viene sul monte Titano. Un esodo: il coraggio di camminare.

Contemplare. Mi spiego meglio con l’esperienza che ho fatto con un gruppo di giovani. C’era un ritiro; sono venuti con la Bibbia, la matita, il quaderno, la bottiglietta con l’acqua… Dopo esserci seduti ho detto: «Adesso uscite, andate in città; avete due ore di tempo. Dovete liberare la mente e osservare la vita attorno a voi. Quando tornerete ci rimetteremo in cerchio e ognuno racconterà se c’è stato qualcosa che ha suscitato meraviglia, stupore, incanto». Al termine delle due ore i ragazzi sono rincasati; avendo osservato con attenzione la “vita” attorno han trovato cose di sempre che hanno suscitato meraviglia. Un ragazzo ha raccontato di aver visto due fidanzati che stavano insieme su una panchina e attorno a loro si vedeva come un’aura che li avvolgeva: una scena di grande tenerezza. Un altro si era fermato all’angolo delle “4S”, dove c’era la gioventù più squattrinata. Era rimasto incantato a vedere il movimento della città, le auto che si fermavano e ripartivano tutte insieme al semaforo. Si era chiesto dove andassero quelle persone, che cosa pensavano, come le vedeva il Signore… Un altro ancora confidò che fino a pochi minuti prima niente l’aveva colpito, ma mentre rientrava aveva fiancheggiato un orto e aveva notato su una foglia una goccia di rugiada che indugiava ad evaporare; il sole la illuminava, sembrava un rubino. La contemplazione è l’attitudine allo stupore, alla meraviglia. Ricordo il discorso di papa Benedetto XVI ai giovani, nel 2011: parlò dell’attitudine ad aprirsi all’infinito. Siamo come davanti ad una finestra. San Marino era un contemplativo: siete mai stati al Sacello? La tradizione dice che era il luogo privilegiato per la sua preghiera. Però vorrei fossimo contemplativi insieme. Bisogna che torniamo alla Messa, ai nostri momenti di incontro, di spiritualità, perché la contemplazione è un’attitudine che abbiamo tutti, ma va educata.

Costruire. Molti di voi sicuramente hanno cominciato a pensare: fino ad ora sono stato oggetto delle cure. C’è una quantità di persone impegnate alla costruzione della mia persona, del mio avvenire; non sarà arrivato il tempo che mi prenda la responsabilità di costruire io stesso il mio futuro? Vocazione vuol dire chiamata, chi segue la vocazione è uno che risponde. Vivere è rispondere. Ognuno di noi ha dei talenti che può mettere in gioco. Mi guardo intorno e vedo tante cose da costruire. San Marino fu costruttore addirittura di una Repubblica.

È bello snocciolare i 14 verbi contenuti nella pagina del libro del Siracide che abbiamo letto; in essi si descrive l’intraprendenza creativa di colui che è sapiente. È bello anche il quadro programmatico del libro degli Atti degli Apostoli sulla comunità: erano uniti, tenevano ogni cosa in comune, chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti (cfr. At 4,32-35). Ognuno costruttore della comunità.
Le nostre comunità hanno voglia di voi ragazzi, di voi giovani, soffrono della vostra assenza quando non ci siete. Dico questo non perché voi siate il futuro, siate la speranza di domani… siete adesso una profezia per noi adulti.
Vi ricordo le tre “C”: camminare, contemplare, costruire… Sì, ma insieme!
Evviva: siamo insieme questa sera!

Omelia nella Giornata Nazionale per la Custodia del Creato

Valdragone (RSM), Santuario del Cuore Immacolato di Maria, 1° settembre 2020

Rom 8,19-22
Sal 144,1-13
Lc 12,22-31

«Ti lodino, Signore, tutte le tue opere».
Anche noi siamo opera sua.
Da questa sera vorremmo imparare ad avere uno sguardo contemplativo sul creato. Vederlo nel suo insieme, come opera di Dio, e vedere noi chiamati ad una vocazione straordinaria: «Essere suoi collaboratori per custodire il creato».
Nella Prima Lettura c’è un avvio molto realistico: il cosmo è sottoposto alla caducità, «geme e soffre», ma è il gemito ed è la sofferenza di un parto, in prospettiva di futuro, di vita. Nel Vangelo Gesù, dopo aver parlato delle ricchezze, insegna ad avere fiducia in Dio: «Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete, né per il vostro corpo, come lo vestirete». I discepoli, o chi si ritiene tale, devono sperare nella Provvidenza? Certamente, ma senza identificarla in una polizza assicurativa. Se la natura si chiama Provvidenza, la società deve chiamarsi Previdenza. Provvidenza che è, ma che deve essere Previdenza. Il Signore sovviene alle nostre necessità con cuore di Padre, ma anche con libertà, secondo il suo disegno su di noi, non secondo il nostro disegno su di Lui. L’invito a guardare i corvi che «non seminano, non mietono, non hanno dispensa né granaio» o i gigli che «non faticano e non tessono» non costituisce affatto una concessione alla pigrizia o al parassitismo. «Perché vi affannate?», insiste Gesù. Vuol dirci di stare in guardia non dal lavoro, ma dall’esasperare la preoccupazione fino al punto di farne un’inquietudine che toglie il sonno. «Non state con l’animo in ansia – ribadisce Gesù –, il Padre sa bene ciò di cui avete bisogno e proprio per questo vi ha dato capacità, intelligenza, forza per provvedere al necessario, per darvi da fare, ma con serena fiducia, senza – questo lo aggiungo io – annoiarlo con richieste fantasiose». Se c’è una cosa che ci deve preoccupare è cercare il Regno di Dio, cioè vivere gli insegnamenti che Gesù ci dà; le altre cose ci saranno date in aggiunta, con abbondanza, a tempo debito. Gesù conclude rassicurando il piccolo gregge, siamo noi, che il Regno lo si può trovare, non è una chimera, perché – conclude – «al Padre piace darvi il suo Regno».

Non è estraneo a questa pagina di Vangelo il tema della sostenibilità. Lo ribadisce la Dottrina Sociale Cristiana, quando prende in considerazione non solo la crescita economica, ma anche tutte le componenti che consentono l’elevazione integrale di ogni essere umano: spiritualità, etica, alfabetizzazione, informazione, ecc.
Ma che cos’è la sostenibilità? Forse per qualcuno di noi è un sostantivo nuovo. La sostenibilità è l’attenzione all’impatto sociale e ambientale da parte del mondo dell’economia. Il mondo dell’economia non può avere la pretesa di essere assoluto. La sostenibilità può essere intesa secondo diverse prospettive:

  1. Sostenibilità come attenzione all’ambiente. Possiamo sostenere, appoggiare, incoraggiare, lavorare per una economia che abbia attenzione a ridurre l’impiego di materie prime nei processi produttivi, che incentivi l’utilizzo di fonti rinnovabili, che ottimizzi i consumi (fare di più con meno).
  2. Sostenibilità come attenzione al sociale, che prevede l’accrescimento del grado di benessere dei dipendenti e, di conseguenza, della produttività aziendale, che dedichi attenzione alla salute e alla sicurezza dei dipendenti, che favorisca la conciliazione tra le esigenze lavorative e gli impegni di famiglia, la formazione permanente e gli incentivi non monetari (come accordi con catene di distribuzione per bonus sui beni di prima necessità, convenzione con centri medici, assistenza sociale, flessibilità oraria nel lavoro).
  3. Sostenibilità come controllo sui fornitori. È necessario un monitoraggio stretto, costante, sulle catene di forniture. La sensibilità dei consumatori – comperare è sempre un atto morale, oltre che un atto economico – sta cambiando in modo significativo. Un’azienda poco sostenibile potrebbe non avere mercato e dunque futuro. Può accadere, purtroppo accade, che la dichiarata sostenibilità – le cosiddette “economie green” – non sia altro che una carta giocata ai fini dell’immagine dell’azienda.

Questa sera, celebrando la 15° Giornata Nazionale per la Custodia del Creato, ci viene rivolto un appello, le cui parole sono prese dalla Lettera di San Paolo Apostolo a Tito: «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt2,12). «Vivere in questo mondo» la Dottrina Sociale Cristiana non è altra cosa rispetto alla spiritualità. So che qualche cattolico è a disagio quando il Papa parla di conversione ecologica, di attenzione al creato, quando dedica ben due Lettere in cinque anni a questi temi. Qualcuno si chiede che cosa c’entra questo con la teologia e con la spiritualità. C’entra moltissimo, riguarda noi, custodi del creato. I grandi cambiamenti – questo è il messaggio – ci sono se cambiamo il nostro personale atteggiamento. «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà», cioè maturare stili di vita conformi alla volontà del Signore e di conversione. La Chiesa ci fa leggere questo testo nella Messa della mezzanotte di Natale. Anche questo è significativo. E in questo testo san Paolo non esprime di per sé una critica alla società del suo tempo, non entra nei dettagli, ma si preoccupa – e ci preoccupiamo anche noi – che ciascuno manifesti con la propria vita la novità dell’amore cristiano: «Vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà». Così sia.