Omelia XVII domenica del Tempo Ordinario

Valdragone (RSM), 28 luglio 2019

Campo nazionale Azione Cattolica Giovani
e Movimento Studentesco

Gen 18,20-32
Sal 137
Col 2,12-14
Lc 11,1-13

Sant’Agostino, uno dei più autorevoli maestri nella Chiesa, ha scritto: «La preghiera di domanda non serve tanto ad istruire Dio, ma a costruire l’uomo». Insegnando il “Padre Nostro”, Gesù svela il segreto della sua preghiera e dichiara la sorgente della sua dedizione al Padre: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà…». Allora, quando dico il “Padre Nostro” entro nella preghiera di Gesù e mi metto in sintonia col cuore di Dio. Una preghiera così mi stabilisce nella comunione col Padre e testimonia la mia prima vocazione di uomo: essere e vivere da figlio. Chiamando Dio col nome “Padre” (“Abbà”, secondo la lingua ebraica, equivalente all’italiano “papà mio”) metto nella mia preghiera una forte tonalità di fiducia e di abbandono, la stessa che caratterizza l’audacia di Abramo che non demorde nel chiedere. Anche a me capita di fare l’esperienza della preghiera non esaudita (non esaudita quando e come vorrei io): un’esperienza che mette a prova la mia piccola fede. Gesù mi invita a perseverare non perché la richiesta insistente faccia cambiare parere a Dio, ma perché cambia me, dispone il mio cuore ad accogliere i doni che Dio ha preparato per me; mi costruisce nella confidenza e nell’abbandono fiducioso.
Le parole del Padre Nostro sono curative delle nostre pigrizie e della nostra mediocrità. L’amore per il Signore e per i fratelli è quel che possiamo mettere per affrettare la manifestazione del Regno di Dio sulla terra e come in cielo. Il Regno di Dio è un dinamismo simile al germe nascosto nella semente o al lievito che fermenta la pasta.
Nella Messa, o nella preghiera personale, noi esprimiamo al Signore la nostra recettività verso il suo Regno che viene a noi attraverso l’annuncio della sua Parola e attraverso il pane di vita, nutrimento per la nostra vita ed il nostro cammino. Il Regno seminato in noi porta frutti, si espande anche attraverso la nostra presenza nel mondo e le nostre situazioni difficili o scomode.
L’assemblea che tra poco alza le mani in preghiera e dice: «Venga il tuo Regno» fa la sua più alta e più bella professione di fede. Al tempo stesso proclama solennemente il proprio impegno. Le domande della seconda parte del “Padre Nostro” sono al plurale, costituiscono lo slancio di una preghiera filiale ma anche fraterna. Il pane che imploro come “nostro” è il pane che devo spezzare e condividere.
Spero di non scandalizzare: le parole del “Padre Nostro” non sono originali. Gesù le prende dalla preghiera sinagogale, radicata nella più alta esperienza biblica. Alcune espressioni si ispirano direttamente alla preghiera giudaica del “Kaddish”: l’esaltazione, magnificazione e santificazione del nome di Dio. Poi la richiesta del pane per ogni giorno: un rimando esplicito alla manna.
L’originalità allora? Sta tutta in quel “Padre”: senza aggettivi, senza specificazioni, a differenza della versione dell’evangelista Matteo (cfr. Mt 6,5-15). Qui è l’insegnamento nuovo, originale, sorprendente di Gesù. Quando pregate dite: «Padre… ». È questa la mia preghiera: essere sempre rivolto verso il Padre.
“Padre” non è la prima parola di una formula, sia pure la più alta. Essa è Parola di Dio. Una parola di Vangelo. È vero che a volte se ne fa solo una formula o una moneta per avere un beneficio o fare una penitenza (dire un Pater per avere qualcosa…). È una parola che va ascoltata piuttosto che detta. La preghiera è un appuntamento per parlare a Dio, ma soprattutto per ascoltarlo.

Discorso all’Udienza con i Capitani Reggenti dell’Azione Cattolica Giovani e Movimento Studentesco nazionali

San Marino Città (Palazzo Pubblico), 28 luglio 2019

Eccellenze, Signor Segretario, Cari amici,
vorrei che questa solennità e l’austerità di questa aula non togliesse nulla all’affabilità del nostro parlarci.
Sono qui a testimoniare il buon rapporto che la Chiesa locale ha con le istituzioni, nella distinzione di ruoli: tutti a servizio delle persone della Repubblica di San Marino. Uscendo – lo dico per i non sammarinesi – potete vedere incastonata nell’angolo del Palazzo una statua che rappresenta il santo Marino, “pietra viva” su cui è stata costruita questa realtà.  San Marino, il missionario venuto sul monte Titano, non ha pensato di fondare un monastero a cielo aperto, ma ha dato vita ad una realtà assolutamente laica e basata ugualmente sul Vangelo.
Permettetemi di parafrasare un versetto evangelico: «Usque in finem diligere» (cfr. Gv 13,1), amare fino in fondo, sull’esempio di Gesù. Che significato ha «fino in fondo»? Significa amare dal profondo del cuore, dal profondo delle intenzioni, delle azioni, delle professionalità, di tutto quello che è il meglio di noi stessi. Significa dedizione per tutte le persone, dalla prima all’ultima e dalla punta dei capelli alla punta dei piedi, cioè a tutta la persona, nella propria interezza e dignità. Per questo anche i nostri interventi come Chiesa locale sono fondati su un’antropologia trascendente e con argomenti di ragione. Penso, anzitutto, al nostro impegno per la custodia della vita, dal suo nascere fino alla sua fine naturale; all’accoglienza, secondo le possibilità, delle persone in fuga o in ricerca di una migliore sistemazione; e poi – dato che mi rivolgo anche ai rappresentanti del Movimento Studenti (MSAC) – all’impegno per una cultura aperta alla spiritualità, come riconosciuto dall’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica di San Marino e poi dall’Intesa tra la Diocesi e la Segreteria di Stato all’Istruzione per quanto riguarda l’Insegnamento della Religione Cattolica. C’è stata una sofferenza che si è volta al meglio, perché ha permesso un riconoscimento della dignità culturale di questo insegnamento. Accanto all’IRC c’è un’ora alternativa, che non è pensata come contrapposizione e non lo deve assolutamente diventare, ma un laboratorio di accoglienza reciproca, inclusione e dialogo.
Ho avvertito come dalla tolleranza siamo arrivati alla stima reciproca; credo stiamo facendo un passo ulteriore: dalla stima all’amicizia. Penso al nostro impegno verso la cittadinanza cercando di smentire l’idea che la politica sia una cosa “sporca”. La politica è una delle forme più grandi della carità, perché è per il bene dell’altro. Da qui la necessità della partecipazione da parte di tutti, con l’invito in modo particolare ai giovani. L’Azione Cattolica non è un partito politico, ha altre finalità, altre ambizioni, ma credo che nei suoi programmi prepari le persone ad assumersi questo impegno e lo faccia con competenza e convinzione.
Saluto tutti cordialmente.

Omelia nella XVI domenica del Tempo Ordinario

Passo della Mendola (BZ), 21 luglio 2019

Gn 18,1-10
Sal 14
Col 1,24-28
Lc 10,38-42

Anche a Gesù succede di scappare: ad esempio quando i farisei complottano per arrestarlo perché ha risanato di sabato un uomo dalla mano inaridita. «Gesù, saputolo, si allontanò di là» (Mt 12,15). Se c’è questa “fuga”, ve n’è anche un’altra, quella di Gesù che va a Betania a casa dei suoi amici. Un po’ di riposo! Gesù a casa di Marta, Maria e Lazzaro ci sta bene e volentieri. Gusta l’ospitalità di Marta, l’ascolto attento di Maria e l’amicizia di Lazzaro.

1.
Marta vuole onorare il suo ospite e gli prepara “cose buone”, mentre la sorella ascolta Gesù. Nella richiesta a Gesù di dire a Maria di aiutarla, Marta sembra dire a Gesù: «Adesso taci, così Maria potrà finalmente aiutarmi». Gesù risponde dolcemente, ma anche con una certa risolutezza; prende la difesa di Maria. Maria seduta ai piedi del Signore è alla scuola del Maestro, che vede in lei il tipo del discepolo. E in questo Maria ha scelto «la parte migliore». Straordinaria libertà di Gesù che sfida la cultura dell’epoca e mostra come una donna sia una discepola!

2.
In Abramo, nella Prima Lettura, troviamo il senso orientale dell’ospitalità. Per i tre visitatori che arrivano all’ora della siesta si rende immediatamente disponibile.
A Betania, per l’amico Gesù, Marta manifesta la stessa disponibilità. Si fa in quattro per organizzare il pranzo… Accoglienza dell’amico, accoglienza di un povero, accoglienza di uno straniero, accoglienza di un isolato: è già accogliere Gesù.
Questo servizio “con i muscoli”, “con le mani”, è accoglienza di un Dio che «si è fatto carne» (Gv 1,14). E quando si nutre un membro del corpo di Cristo non si è forse benefattori di Dio?

3.
Abramo ascolta il suo Dio venuto a visitarlo. E per questa accoglienza è di più quello che Abramo riceve di quanto offra. Questa coppia di anziani sposi avrà in Isacco la sua «parte migliore»!
Marta non trova il tempo per ascoltare. Dimentica che la relazione è la prima e fondamentale qualità dell’accoglienza. Si preoccupa troppo!
Gesù, nella parabola del seminatore, ha diagnosticato questo tipo di “soffocamento” per quanto riguarda l’ascolto della Parola nelle ansietà della vita. Capita, in effetti, di trovarsi con persone così indaffarate che dimenticano di conversare tranquillamente con gli invitati. Peggio ancora l’agitazione febbrile per le cose di Dio e del prossimo senza un vero incontro.

4.
Maria assapora questo momento di felicità nel quale gli è dato di ascoltare la parola di Gesù in totale confidenza. Per questo è discepola più che serva. E noi come possiamo scegliere «la parte migliore» nella nostra vita?
Non si devono opporre Marta e Maria…
Paolo, ad esempio, parlerà della sua vocazione in favore dei pagani come della «parte migliore». Aggiunge: «Il Cristo è in mezzo a voi!»: come essere veramente persuasi che è bene per noi gustare la presenza di questo ospite?
Non c’è dubbio che l’efficacia del nostro impegno dipende dalla capacità di stare ai piedi del Maestro. Oggi, che c’è ovunque una frenesia che inquieta; che gioia potersi fermare e stare ai suoi piedi! È «la parte migliore»!

Giovani ed esperienza spirituale

Carissime e carissimi,

nell’intento di continuare ad approfondire la tematica dei Giovani,
la nostra proposta per la Summer School gode anche quest’anno della direzione scientifica dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e della collaborazione degli ISSR di Rimini-San Marino-Montefeltro e della Toscana.
Il focus sarà sull’argomento:

Giovani ed Esperienza Spirituale. 

Nel dépliant torverete il programma dettagliato e altre informazioni.
Un caro saluto con l’augurio di buone vacanze a tutti.
Le vostre sorelle, Monache Agostiniane della Rupe

Camminata del Risveglio

Ai fedeli e agli ospiti del Montefeltro

Carissimi,
vi giunga con rinnovata amicizia l’invito a salire al Santuario della Madonna del Faggio sul Monte Carpegna domenica 18 agosto 2019.
È bello vedere i gruppi salire dal proprio borgo (con insegne e croci) e via via ricongiungersi con gli altri: la partenza dalla chiesa parrocchiale, fosse anche nel cuore della notte, testimonia la volontà di “portare tutti” e di “salire” a nome di tutti. Ancor più bello preparare concretamente la Camminata con la visita e il saluto a chi non può camminare per motivi di salute e con la rinnovazione del sacramento della Confessione (il giorno più indicato sarà lunedì 12 agosto dalle ore 20:30 presso i quattro monasteri femminili della nostra Diocesi).
«Offrite voi stessi a Dio come viventi ritornati dai morti»: così san Paolo scriveva ai Romani, così vedeva i cristiani usciti dal fonte battesimale. Sono parole piene di speranza e di gioia, che esprimono la certezza della risurrezione e della vita nuova procurata da Gesù. Saliamo al Monte con la stessa fede. Torniamo con nuovo slancio alle nostre responsabilità famigliari e sociali.
«Un’acqua viva mi parla dentro e mi dice: vieni al Padre». È l’acqua del Battesimo che ci ha introdotti ad una vita filiale e ad una fraternità che sempre si rinnova.
Per il miglior svolgimento dell’iniziativa chiedo puntualità, disponibilità e attenzione alle disposizioni che verranno date dai referenti, che ringrazio fin d’ora. Alle ore 9 ritrovo presso la grande croce, alle ore 10:30 S. Messa davanti al Santuario. Insieme all’omaggio personale alla Madonna – ognuno ha grazie da domandare – ne suggerisco una comune: riscoprire il nostro Battesimo.
In attesa di incontrarci alla Madonna del Faggio vi benedico

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Omelia nella XV Domenica del Tempo Ordinario

Montealtavelio, 14 luglio 2019

Dt 30,10-14
Sal 18
Col 1,15-20
Lc 10,25-37

Tutti conoscete molto bene questa parabola raccontata da Gesù, detta “la parabola del buon samaritano”. Era illustrata perfino nel mio sussidiario di terza elementare. Ho chiesto al Signore di provare stupore come se fosse la prima volta: «Signore, fa che io mi meravigli ancora e che il messaggio di questa parabola non passi come un déjà-vu, come una cosa scontata; che questa parola di Gesù faccia scintille nel cuore e provochi un bagliore nell’anima». Perché ciò avvenga bisogna leggerla nella preghiera, immedesimarsi. Possono essere di grande aiuto, tuttavia, i commentatori.
C’è una domanda iniziale: «Chi è il mio prossimo?». È una domanda posta male: sembra che il prossimo sia qualcuno di fronte a te. «Chi ha diritto del mio amore?». Dunque, si intende il prossimo in senso oggettivo, come fosse un oggetto. Gesù capovolge completamente la domanda: «Sei tu che ti fai prossimo». Dall’oggettività alla soggettività. Non si tratta di sapere chi è la persona che devo amare, ma sono io che mi devo “fare prossimo”: avviene così il passaggio dall’oggetto al soggetto.
Alcuni commentatori sottolineano che si parla di «un uomo che scende da Gerusalemme a Gerico». Siamo in una zona desertica. Gerusalemme è 800 mt sul livello del mare, Gerico è 200 mt sotto. Quell’uomo stava compiendo 1000 mt di dislivello quando incappa nei briganti. Si parla di «un uomo», senza aggettivi. Non si dice se era ebreo o egiziano, giovane o vecchio, alto o basso, buono o cattivo. Semplicemente «un uomo». Questa sottolineatura ci dice che ogni uomo è mio fratello, portandoci nel cuore del messaggio di Gesù. Al tempo di Gesù “prossimi” erano considerati i connazionali, quelli della stessa tribù o famiglia. Gesù smonta questa idea, dice semplicemente: «Un uomo». Ad ogni uomo il percorso della vita riserva sorprese. Quell’uomo incappa nei briganti che lo lasciano mezzo morto lungo la strada. Così è di ogni persona, anche se l’incontro non è con briganti… Ogni persona ha diritto alla mia prossimità.
Accanto all’uomo ferito passa un sacerdote, poi un levita; hanno entrambi fretta, devono andare al tempio e non possono contaminarsi col sangue.
Il terzo personaggio è uno straniero, un samaritano, un eretico per gli ebrei osservanti. Lui si ferma. Gesù non vuole evidenziare la contrapposizione tra il sacerdote e il samaritano, ma vuole farci vedere il lato positivo. Anche quell’uomo, che era eretico e straniero (considerato fuori dall’Alleanza), può fare il bene. E lo fa!
Ci avviliamo quando torniamo a peccare, ma si ha sempre una grande risorsa: amare. Gesù dice: «E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità che non perderà affatto la sua ricompensa» (Mt 10,42). Il culto gradito a Dio è l’amore.
Mi sono soffermato sui verbi (la parte del discorso che esprime l’azione compiuta dal soggetto). Ci sono undici verbi (uno in più del Decalogo!) che esprimono le azioni che compie il samaritano. Ci si potrebbe soffermare su ogni verbo per imparare qualcosa di nuovo. «Vide», «si mosse a pietà», «si avvicinò», «scese», «versò olio», «fasciò», «caricò sulla cavalcatura», «lo portò», «si prese cura di lui», «pagò» e l’undicesimo verbo: «Al mio ritorno salderò il debito che resta». Undici verbi che esprimono la concretezza dell’amore. Una maestra spirituale diceva: «Bisogna voler bene con i muscoli (non solo pensare di voler bene)». Come la Madonna alle nozze di Cana: si accorge che manca il vino e cerca di risolvere la situazione, rivolgendosi a Gesù. Si potrebbero raggruppare questi verbi: ci sono verbi del caso e del rischio (viaggiare, passare accanto…); altri sono verbi del cuore (vedere e commuoversi); ci sono i verbi delle braccia e delle mani (caricarsi, versare, fasciare). Infine, i verbi della mente, in cui c’è una progettazione: «Lo lascio qui… Al mio ritorno salderò il debito».
Ma chi è il buon samaritano?
Direte: «don Marino», «don Oreste», tutti noi… Sì, ma il miglior buon samaritano è Gesù, che ha fatto così: è sceso dalla Gerusalemme celeste ed è venuto sulla terra, si è avvicinato alle nostre piaghe, le ha fasciate e continuamente ci porta all’albergo che è la Chiesa… Grazie Gesù! Fa’ che anche noi facciamo nostro il tuo programma e il tuo stile. Iniziamo col fare atti d’amore concreti. Così sia.

Giornata per la Custodia del Creato

Periodico Montefeltro giugno 2019

Messaggio del Vescovo Andrea ai villeggianti

Qui gente dal cuore grande. Al resto pensa la natura
Saluto del Vescovo Andrea ai villeggianti

Un saluto ed un cordiale benvenuto agli amici che tornano nel Montefeltro e ai turisti che cercano qualche giorno di serenità dalle nostre parti.
Ecco l’estate tanto desiderata!
Ha già cominciato a farsi sentire con le sue temperature, le sue zanzare, gli improvvisi temporali. Stanno sulla breccia i forzati delle vacanze: code sotto il sole, notti magiche e nonni alle prese con nipotini instancabili. C’è chi può partire per trascorrere qualche settimana al mare o sui monti. Ma c’è anche chi le ferie non se le può permettere; e ci sono quelli che sono stanchi di non lavorare, costretti alla disoccupazione: uno dei problemi sociali più urgenti e gravi. Per tutti dobbiamo pregare, ma in modo speciale per questi ultimi.
L’anno scorso, su queste pagine, era stato scritto che l’estate può essere una grande opportunità, un vero e proprio “investimento”. Non si alludeva all’industria delle vacanze che comunque, anche dalle nostre parti, costituisce una boccata d’ossigeno, ma al valore del tempo libero. La pausa o l’alleggerimento degli impegni quotidiani – seppure per poco – consente di curare di più i rapporti, di tornare ai luoghi delle proprie radici, di dedicare tempo a qualche attività elettiva. Il Montefeltro ha conosciuto un vasto movimento emigratorio e molti tornano ai loro monti e ai loro borghi in questo periodo. Qualcuno testimonia l’emozione di sentire risuonare le “sue” campane nella valle, di ripercorrere antichi sentieri, di gustare i sapori “di una volta”. Non solo nostalgia: queste esperienze regalano l’opportunità per una revisione di vita. Il tempo per la preghiera non manca e neppure la calma per un’orazione più distesa e per distendersi al sole della Parola di Dio. E poi ci sono sempre quella pieve, quella chiesetta, quel semplice capitello nei quali risuona l’invito di Gesù: «Venite a me voi tutti che siete stanchi e riposatevi un poco».
Le parrocchie – comprese le più piccole – si danno da fare per accogliere, meglio possibile, con un servizio religioso adeguato, quanti rientrano e i turisti che dalla costa salgono all’entroterra attratti da luoghi ricchi di arte e di spiritualità. E gli uni e gli altri sono ripagati da tanto verde, bellezza e… aria buona. Le parrocchie e la diocesi offrono a famiglie, ragazzi e giovani, settimane di campeggio e di vita fraterna. Esperienze indimenticabili, ma soprattutto formative. C’è un appuntamento, attesissimo, che radunerà il 18 agosto – la domenica dopo l’Assunta – le popolazioni del Montefeltro, di San Marino e dei dintorni sul monte Carpegna, presso il Santuario della Madonna del Faggio. I pellegrini, secondo un’antica tradizione, partono nel cuore della notte da paesi e sentieri diversi per ricongiungersi nella spianata del Santuario. Ognuno porta il suo fardello di preoccupazioni e di fatiche, ma anche le sue speranze da deporre ai piedi della Madre del Signore. È sempre stato un momento di grande partecipazione, un segno di unità di tutta la diocesi.
Auguro ai villeggianti, ai pellegrini e ai turisti di trascorrere giornate di serenità e di luce. Qui la gente ha un cuore grande. Al resto pensa la natura.

+ Andrea Turazzi