Introduzione al Convegno liturgico-pastorale “La nascita dell’uomo nuovo”

Valdragone (RSM), 27 ottobre 2019

(da registrazione)

Carissimi,
siamo gente di Pasqua! Accogliendovi, stamattina, sulla soglia di Casa San Giuseppe ho pensato con tanta gratitudine a voi, a quello che fate nelle vostre comunità parrocchiali, a quello che siete. Anzitutto, vorrei dire che questo Convegno è un regalo fatto personalmente a ciascuno di voi. Per organizzare un Convegno non basta telefonare a qualche relatore; dietro c’è tutta una riflessione, che comprende anche la decisione di invitare dei maestri di questo taglio, con queste idee e con questo stile.
Non dimentichiamo che siamo qui di domenica; il nostro pensiero va sicuramente alle nostre comunità e ai nostri parroci. Quello che stiamo facendo questa mattina non è tempo sottratto a loro (qualcuno forse lo pensa). In verità, questo tempo che dedicate allo studio e all’incontro tra voi è assolutamente un guadagno per tutti.
Questo Convegno è il primo che apre l’anno pastorale e ad esso è affidato il tema del cammino del Programma pastorale biennale kerygma-battesimo.
Vorrei consegnarvi tre piccole riflessioni, quasi tre post-it.
Non sono intenzionato a fare rivendicazioni, ma riconosco la preziosità delle donne nella catechesi, nella carità, ma anche nella liturgia, come ministri straordinari della Comunione. Vedo le donne dentro al mistero della morte e risurrezione di Cristo. Lasciamo da parte il “sarcasmo catechistico”, maschilista, col quale si dice: «Perché Gesù ha affidato il primo annuncio alle donne? Perché si propagasse più in fretta!». In verità, il Signore ha affidato alle donne l’inizio della vita nuova, come affida loro la vita nel suo momento più bisognoso di cure. Nei Vangeli vediamo Maria di Magdala, la prima a cui il Risorto si manifesta, che va subito a misurarsi con lo scetticismo degli apostoli: «Quando intesero che Gesù era vivo e che lei lo aveva visto, si rifiutarono di credere». Maria è la donna che versò tutto l’olio profumato sui capelli di Gesù, un olio costosissimo, al punto che ricevette il rimprovero dagli uomini per il grande spreco. Gesù invece ha saputo apprezzare il gesto profetico della donna in vista della sua sepoltura (cfr. Gv 12). Sono le donne che compiono le ultime cure al corpo di Gesù, con la preparazione degli aromi. Passato il sabato, tornano al sepolcro per completare quel gesto di pietà: si chiamavano mirofore, le donne portatrici del profumo. Invece, per Giuseppe di Arimatea e per Nicodemo, il seppellimento era definitivo: ci han messo una pietra sopra! Dunque, le donne hanno saputo dare una lezione di fedeltà e di coraggio, al contrario degli apostoli, che stanno chiusi “a doppia mandata” nel cenacolo.

Vi confido questa suggestione (non corretta teologicamente). Si dice: «Che miracolo la risurrezione di Cristo!», ma, a dire il vero, mi sembra più un miracolo la sua morte. Trovo ovvio che il Figlio di Dio non venga ingoiato dalla morte e che risplenda vincitore nella sua potenza, ma non trovo ovvio che lui, il Figlio di Dio fatto uomo, passi veramente nella morte. Questo è un miracolo per me. Però morte e vita in Gesù sono un unico mistero. Ebbene, noi abbiamo disponibile questo mistero: Gesù Risorto è in mezzo a noi si rende disponibile nel sacramento nel quale lui ci dona la sua vittoria, in cui egli prende su di sé la nostra mortalità e ci apre il traguardo della risurrezione: il Battesimo. Oggi approfondiremo questo sacramento e sarà bellissimo poter bere a questo fiume. Ricordo un proverbio africano: «Quando uno beve al torrente a cosa pensa? Pensa alla sorgente». Dal cuore di Gesù squarciato sulla croce esce questo fiume che poi si moltiplica in milioni e miliardi di rivoli: il Battesimo che ci ha uniti a lui morto e risorto.

Avrete notato che, nei Vangeli della risurrezione, Gesù Risorto inizialmente non viene riconosciuto; un po’ perché è incredibile per un essere umano che un morto torni a vivere, ma c’è dell’altro. Persino Maria di Magdala, innamoratissima di Gesù, lo scambia per il giardiniere; i discepoli di Emmaus fanno strada con lui, lo sentono parlare, ma non lo riconoscono; così anche i pescatori sul lago, i sette apostoli che erano scappati in Galilea anziché restare a Gerusalemme. In tutt’e tre gli episodi quando Gesù parla gli occhi si aprono. A Maria di Magdala Gesù dice una parola dolcissima: «Maria!». Ai discepoli di Emmaus spiega le Sacre Scritture e il loro cuore gli “ardeva nel petto”. Ai pescatori disse: «Gettate la rete dalla parte destra» e tutto cambiò.
Quando leggiamo la Parola di Dio e ci impegniamo a viverla, nasce in cuore la certezza che Gesù cammina con noi, vediamo delle grazie attorno a noi, riconosciamo Gesù. Non soltanto, vivendo la Parola ci accorgiamo di essere capaci di perdono e, con le sole nostre forze, dobbiamo ammettere che non ce la facciamo a vincere le tentazioni, a continuare a donarci, a spenderci. Lo possiamo solo con la forza della Parola. A volte è una “parola” che ci accompagna durante la settimana, altre volte c’è una situazione che ci fa venire in mente una frase del Vangelo; ad esempio, può capitare si sentirsi stanchi e viene in mente di smettere di donarsi, visto che nessuno se ne accorge attorno a noi; in quel momento viene in mente la parola di Gesù: «C’è più gioia a dare che a ricevere». Questa produce degli effetti, proprio come il sacramento. Parola e sacramento insieme ci trasformano.
Auguri di buon lavoro!

Messaggio a tutti gli studenti per l’inizio dell’anno scolastico

Cari ragazzi,
cari amici,
ecco un nuovo anno. W la scuola!
Come un rotolo di pergamena racchiude parole sconosciute finché è sigillato, così quel che accadrà nell’anno che comincia lo scopriremo giorno dopo giorno. Lo prendiamo, senza sapere quello che contiene, con fiducia e curiosità dalle mani di quanti ci vogliono bene: insegnanti, personale della scuola, educatori e tutti gli angeli che ci sono accanto. La metafora del rotolo di pergamena non ci è famigliare, siamo abituati all’uso dei social: tutto subito. La vita chiede altri ritmi.
Anche quest’anno vorrei lasciarvi un messaggio: «Essere se stessi o la copia di qualcuno?». Conosco personalmente diversi di voi, ma so per certo che ognuno è un capolavoro, un pezzo originale, unico e sorprendente. Nella Bibbia c’è una preghiera che canta così: «Tu, Signore, mi hai fatto come un prodigio, come un ricamo nel grembo di mia madre» (Sal 139). Alcuni fanno fatica a crederci e si rassegnano a copiare, anziché tirar fuori il meglio di sé. Un cucciolo d’uomo guarda i suoi genitori, i suoi maestri, i suoi amici: questo è normale e buono. Guardando s’impara! Poi, scatta il confronto con gli altri, uno stimolo per crescere e migliorare. «Non potrei essere un campione nello sport? Non potrei diventare una hostess bella ed elegante?». Un grande amico dei sapienti (sant’Agostino) sussurrava, vedendo la vita buona di giovani e ragazze: «Se questi e quelle… perché non io?». Capita nei momenti di scarsa stima di sé, quando fatica a sbocciare il proprio io, che l’imitazione, da stimolo diventi pericolo, faccia perdere fiducia in se stessi e lasci gregari per sempre o con l’amarezza di essere un campione mancato. Vi dico: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda»! Mi rivolgo a ciascuno personalmente: «Occhio ai modelli». Credo che tu, per giovane che sia, sappia distinguere i modelli positivi da quelli negativi. Si sa – come dice il proverbio – che gli esempi attirano. Molti vedono in Gesù l’esempio di vita più affascinante; da lui tanti hanno imparato e sono diventati, a loro volta, modelli di vita, come Francesco d’Assisi e Chiara, come san Marino e tanti altri… «santi della porta accanto». Abbiamo bisogno della tua originalità: è la miglior forma di protesta per cambiare e migliorare la nostra società. Martin Luther King (grande leader antirazzista americano) diceva: «Se non potete essere un pino sulla vetta del monte, siate un cespuglio nella valle, ma siate il miglior piccolo cespuglio sulla sponda del ruscello. Se non potete essere una via maestra siate un sentiero. Se non potete essere il sole siate una stella, non con la mole vincete o fallite. Siate il meglio di qualunque cosa siate. Cercate ardentemente di capire a cosa siete chiamati e poi mettetevi a farlo appassionatamente». Gareggiamo nello stimarci a vicenda.

Vescovo Andrea

Camminata del Risveglio

A tutti i fedeli
della Diocesi di San Marino-Montefeltro

Carissimi,
meno cinque, meno quattro, meno tre… Siamo alle ultime battute del conto alla rovescia verso la “Camminata del Risveglio”: domenica prossima 18 agosto! Alle ore 9 saremo tutti presso la grande Croce alle pendici del Monte Carpegna e alle 10:30 al Santuario per la Messa.
C’è chi sale a piedi e chi arriva in auto. C’è chi viene per fedeltà ad una tradizione, chi per un incontro ravvicinato con la natura, chi per sport, chi per accondiscendenza ad un amico. C’è chi sale per fede, semplicemente. Tutti sono attesi con impazienza dalla Madonna. Portiamole la nostra unità. Vorrei sorprenderla col vederci arrivare tutti insieme stretti per mano. Come in ogni attività, anche la più bella, non mancano dissapori e intemperanze, sovente dovuti al carattere piuttosto che al malanimo.
Ribadisco alcune scelte.

  1. Partire dalla propria parrocchia, dal fonte battesimale: andiamo portando la comunità e torniamo con una speciale benedizione della Madonna per tutti.
  2. Anche i segni esterni, benché convenzionali – se ben compresi – hanno un significato: uniscono, identificano, testimoniano.
  3. Facciamo unità ai responsabili perché tutto vada nel modo più gioioso e ordinato possibile. A loro chiedo duttilità. Per qualcuno sarà esercizio di umiltà, per qualche altro di pazienza e collaborazione. Per tutti nient’altro che amore: così fanno gli artigiani di pace!
  4. Si sale per onorare la Madonna, per portarle il nostro omaggio. Ognuno avrà modo, nel raccoglimento, di aprirle il cuore con le più affettuose confidenze, ma anche con tanti desideri e grazie da chiedere. Prepariamoci.
  5. Sintonizziamoci su una grazia da implorare per la nostra Diocesi: chiediamo di saper riscoprire il sacramento del Battesimo.

Anch’io, insieme a tutti voi, voglio svegliare l’aurora (cfr. Sal 57,9).

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Messaggio del Vescovo Andrea ai villeggianti

Qui gente dal cuore grande. Al resto pensa la natura
Saluto del Vescovo Andrea ai villeggianti

Un saluto ed un cordiale benvenuto agli amici che tornano nel Montefeltro e ai turisti che cercano qualche giorno di serenità dalle nostre parti.
Ecco l’estate tanto desiderata!
Ha già cominciato a farsi sentire con le sue temperature, le sue zanzare, gli improvvisi temporali. Stanno sulla breccia i forzati delle vacanze: code sotto il sole, notti magiche e nonni alle prese con nipotini instancabili. C’è chi può partire per trascorrere qualche settimana al mare o sui monti. Ma c’è anche chi le ferie non se le può permettere; e ci sono quelli che sono stanchi di non lavorare, costretti alla disoccupazione: uno dei problemi sociali più urgenti e gravi. Per tutti dobbiamo pregare, ma in modo speciale per questi ultimi.
L’anno scorso, su queste pagine, era stato scritto che l’estate può essere una grande opportunità, un vero e proprio “investimento”. Non si alludeva all’industria delle vacanze che comunque, anche dalle nostre parti, costituisce una boccata d’ossigeno, ma al valore del tempo libero. La pausa o l’alleggerimento degli impegni quotidiani – seppure per poco – consente di curare di più i rapporti, di tornare ai luoghi delle proprie radici, di dedicare tempo a qualche attività elettiva. Il Montefeltro ha conosciuto un vasto movimento emigratorio e molti tornano ai loro monti e ai loro borghi in questo periodo. Qualcuno testimonia l’emozione di sentire risuonare le “sue” campane nella valle, di ripercorrere antichi sentieri, di gustare i sapori “di una volta”. Non solo nostalgia: queste esperienze regalano l’opportunità per una revisione di vita. Il tempo per la preghiera non manca e neppure la calma per un’orazione più distesa e per distendersi al sole della Parola di Dio. E poi ci sono sempre quella pieve, quella chiesetta, quel semplice capitello nei quali risuona l’invito di Gesù: «Venite a me voi tutti che siete stanchi e riposatevi un poco».
Le parrocchie – comprese le più piccole – si danno da fare per accogliere, meglio possibile, con un servizio religioso adeguato, quanti rientrano e i turisti che dalla costa salgono all’entroterra attratti da luoghi ricchi di arte e di spiritualità. E gli uni e gli altri sono ripagati da tanto verde, bellezza e… aria buona. Le parrocchie e la diocesi offrono a famiglie, ragazzi e giovani, settimane di campeggio e di vita fraterna. Esperienze indimenticabili, ma soprattutto formative. C’è un appuntamento, attesissimo, che radunerà il 18 agosto – la domenica dopo l’Assunta – le popolazioni del Montefeltro, di San Marino e dei dintorni sul monte Carpegna, presso il Santuario della Madonna del Faggio. I pellegrini, secondo un’antica tradizione, partono nel cuore della notte da paesi e sentieri diversi per ricongiungersi nella spianata del Santuario. Ognuno porta il suo fardello di preoccupazioni e di fatiche, ma anche le sue speranze da deporre ai piedi della Madre del Signore. È sempre stato un momento di grande partecipazione, un segno di unità di tutta la diocesi.
Auguro ai villeggianti, ai pellegrini e ai turisti di trascorrere giornate di serenità e di luce. Qui la gente ha un cuore grande. Al resto pensa la natura.

+ Andrea Turazzi

Messaggio del Vescovo al Gala di inaugurazione degli Europei di Calcio Under 21

San Marino (Teatro Titano), 20 giugno 2019

Grazie per l’invito a questo Gala per gli Europei di Calcio Under 21. Mi sento tra amici anzitutto per la mia antica passione per il calcio (mediocre difensore, ahimè!); poi per i valori dello sport ai quali tutti teniamo, valori che mi piace chiamare con il loro nome: lealtà, coraggio, sacrificio, accoglienza dell’altro come concorrente e mai come nemico…
Come uomo di Chiesa – sono vescovo in questa Repubblica di San Marino – mi rivolgo a tutti; mi metto a disposizione per collaborare in campo educativo perché questo da sempre è uno dei contenuti della pratica sportiva. Il mio incoraggiamento va soprattutto verso coloro che fanno lo sport per lo sport (salute, agonismo, amicizia) fuori sia da improbabili sogni di gloria, sia da vantaggi economici.
Penso a chi lo sport – il calcio – lo guarda soltanto… peccato! Ma anche questo può essere cosa buona se diverte, rasserena e soprattutto avvicina nazioni e continenti nel segno della pace. Sport e pace sono un binomio fecondo.
Che dire poi di chi prepara, accompagna ed è a disposizione di chi fa sport? A volte umilissime prestazioni, ma ugualmente importanti.
Sfoglio il Vangelo di Gesù; ci dà una lezione: «Gareggiate nello stimarvi a vicenda». Vinca il migliore!

+ Andrea Turazzi

Messaggio per la Pasqua

Siamo ancora attoniti di fronte alla voracità del fuoco che ha lacerato un segno formidabile della nostra civiltà. Certo – lo pensiamo tutti – Notre-Dame risorgerà più bella ancora. L’incendio è un fatto umano, terreno. Un incidente. Tuttavia, è lecito trarne profitto e farsi delle domande. Può gettare nello sconforto, ma anche dare un salutare scossone: ci siamo accorti quanto siamo legati ai simboli e ai capisaldi della nostra identità cristiana che la laicità non cancella. Ci siamo ridestati più europei in questa Europa così poco amata!
Tuttavia, non ignoriamo gli altri motivi di apprensione di queste ore, in casa nostra e nel mondo (Libia, Venezuela, ecc.).
La Quaresima era iniziata con un’ammonizione severa quanto necessaria: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Ora, alle prime luci della Pasqua, risuona un’altra parola: «Ricordati: risorgerai!», a dispetto delle Cattedrali in fiamme, delle esistenze ferite, degli inverni del cuore, dei progetti falliti…
Il credente conosce la potenza della Risurrezione di Gesù; chi non lo è può ascoltare le ragioni del cuore.
Nella speranza della Pasqua rivolgo due appelli. Chiedo si faccia tutto il possibile, nel rispetto delle leggi e secondo le possibilità, per progettare corridoi umanitari per l’accoglienza e l’integrazione di migranti e profughi. Con l’impegno di tutti le soluzioni si trovano. Dobbiamo augurarci cessino le emigrazioni forzate, non la mobilità umana liberamente scelta, un vantaggio per tutti.
Il secondo appello è per una degna accoglienza della vita. Ognuno di noi ha il diritto e il dovere di immaginare il modello di società nel quale vorrebbe vivere. Vorrei mettermi, con la mia modestissima manodopera, nel cantiere di quella città insieme a tanti altri amici. Una città dove una mamma in difficoltà può non percorrere la scorciatoia dell’aborto, ma trovi aiuto e sostegno e sia tutelata la sua salute e la bellezza dell’Amore che ha generato il suo bimbo.
Non guardo al passato (se non alle sue grandi lezioni), ma alla civiltà del domani, dove la vita trionfa sempre: la civiltà della risurrezione.
Auguri!

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Auguri!

«Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia…
Per tutta la terra si diffonde la voce
e ai confini del mondo la loro parola:
“Resurrexit!”».
Buona Pasqua!

+ Andrea Turazzi

Giornata Mondiale del Malato

Cari amici ammalati,
la parola diventa difficile quando si rivolge a voi e a tutti quelli che sono visitati dalla sofferenza. Ma è necessario che io superi questa difficoltà e l’imbarazzo per dirvi qualche cosa in questo giorno in cui vi ricordiamo in modo particolare alla Santa Vergine di Lourdes.
Voglio, anzitutto, dirvi il “grazie” della nostra comunità diocesana. Noi viviamo della preghiera e dell’offerta della vostra sofferenza unita a quella di Gesù.
Il Signore Gesù, con un gesto sublime di condiscendenza, ha voluto condividere e partecipare della nostra condizione e della nostra condizione più “nostra”, che è la sofferenza. Gesù non ha soppresso la sofferenza; non ne ha neppur svelato interamente il mistero: l’ha presa su di sé ed in questo ci ha donato la certezza che essa ha un senso e può essere offerta per amore. Questa è la scienza cristiana della sofferenza, la sola che doni pace.
Sofferenza: via che porta ad avvicinarsi e a stringersi agli altri nella solidarietà fraterna… Via che porta a scendere in profondità e a riconoscere l’essenziale della nostra esistenza… Via che conduce – se lo vogliamo – al dono di noi stessi: «Completo in me ciò che manca dei patimenti di Cristo, a vantaggio del suo Corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).
Unisco a voi il pensiero dei medici, degli infermieri e di quanti si dedicano agli ammalati per guarirli, o almeno per alleviarne le sofferenze. A loro dico: «Siate sempre consapevoli che la vostra è una missione più che una professione. Voi avete a che fare con la persona stessa di Cristo, con la “carne” di Cristo.
A tutti dico: diamo una sempre maggiore attenzione agli ammalati, agli anziani, ai sofferenti: accada il miracolo della carità.

 

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Messaggio per la Veglia della vita nascente

10 dicembre 2018

Veglia: un atteggiamento spirituale che ben si addice a questo tempo di Avvento. Luci nella notte: perché il cammino è spesso avvolto dall’oscurità. Queste le nostre luci: la Parola di Dio, i profeti, i testimoni. Ecco una veglia per la vita nascente: quando nasce un bambino si accende una luce. Dio non ha orrore dell’umanità. Noi vegliamo, questa sera, per fare festa alla vita, per innalzare inni alla vita! Vogliamo benedire ogni grembo carico di vita.
C’è la sorpresa del ragazzino quando trova risposta alla sua domanda ingenua: «Come nascono i bambini?».
C’è la perlustrazione acuta del biologo che indaga sul mistero dell’origine.
C’è la gioia di mamma e papà per il nuovo arrivato; una gioia che, come un cerchio d’acqua, si allarga ai nonni, ai vicini, agli amici. E questa sera la gioia per la vita nascente lambisce anche noi.
La vita nascente ci ricorda anche una responsabilità: è un tesoro in vasi di creta (cfr. ). La vita che nasce va preparata, accolta, accompagnata: è piccola, fragile e non autosufficiente. Reclama riconoscimento, ma in cambio offre coraggio, speranza, voglia di fare, che è come dire voglia di futuro!
Accade, purtroppo, che non venga accolta e che venga spenta prima ancora di accendersi. Ma quello che temiamo di più è la diffusione di una cultura tiepida e incerta verso la vita. In questa cultura c’è dell’egoismo, ci sono delle paure poco giustificabili. Ma c’è anche una visione ed un impianto di politica famigliare, sociale ed economica che non incoraggia e non aiuta.
I dati del rapporto ISTAT presentato a Roma il 28 novembre scorso, e che si riferiscono al 2017 in Italia, sono eloquenti: «La fase di calo della natalità, innescata dalla crisi, sembra avere assunto caratteristiche strutturali». 15 mila nati in meno in un anno, 45 mila in tre anni, 120 mila in un decennio. L’inverno demografico rischia di trasformarsi in glaciazione! I bambini sono un bene sempre più raro. Dal 2008 abbiamo perso il 20% dei neonati, uno su cinque (dati ISTAT). Dal 1964, quando si superò il milione di nuovi nati, la discesa non si è più fermata, con una accelerazione, a partire dagli anni Ottanta e di nuovo con la crisi economica, dal 2008 in poi.
Le ragioni delle culle vuote sono note: le maggiori difficoltà economiche, l’alta disoccupazione, la precarietà di molte posizioni lavorative, l’assenza di contributi pubblici strutturali e l’insufficienza dei servizi di supporto alle famiglie. Insomma, quella italiana sembra essere diventata una società senza sguardo sul futuro. Ed è quanto affermano i Vescovi italiani in vista della 41a Giornata Nazionale della vita: l’opera sorgiva di Dio in ciascun essere umano e in ciascuna famiglia «è vita, è futuro nella famiglia! L’esistenza è il dono più prezioso fatto all’uomo, attraverso il quale siamo chiamati a partecipare al soffio vitale di Dio nel Figlio suo, Gesù».
Noi, in questa veglia, ci lasciamo nuovamente sorprendere dall’ostinazione della vita che rispunta, come l’aurora di ogni giorno. E ci lasciamo educare. Ci guida la Parola: «Dio ha tanto amato il mondo da dare suo figlio». Dio ama questo mondo che non ci piace, ci mette paura, ci sembra una selva di trabocchetti e di inganni. Dio ama questo mondo, anche se il mondo «non ha creduto nel suo figlio»: i credenti sono oggi una risibile minoranza. Dio ama questo mondo, seppure questi disprezzi le “tavole di pietra” che Egli ci ha dato come bussola per vivere con libertà, dignità e coraggio.
Non è vero – ahimè – che il Decalogo è ancora il fondamento etico della nostra civiltà, si provi a scorrerlo (non uccidere, non rubare, non mentire, ecc.). E in questo mondo Dio, Padre Nostro, ama me, ama te che ascolti. Ci affida la sua creazione, ci affida la vita che viene da lui. A volte mi succede di chiedere alle persone: «Lei è credente?». Quasi sempre mi sento rispondere: «Sì, certamente». Come dire: ovviamente, ci mancherebbe altro. Mi rendo conto che c’è una diffusa riduzione della fede a “religione civile”: un mezzo per essere socialmente riconosciuti e accettati. Le sue liturgie sono i sacramenti ai figli per tradizione, il funerale in chiesa, la partecipazione a qualche gesto di solidarietà, una preghierina alla Madonna quando le cose vanno male. E il Dio di questa religione si chiama “Dio” (e si dice: «se Dio vuole…», «che Dio ce la mandi buona», «bisogno rassegnarsi alla volontà di Dio»). Dio inteso così è una specie di essere supremo, astratto, indifferente. Nessun disprezzo per questa “religione civile”, ma è insufficiente, perché Gesù è venuto a rivelarci il nome e il volto di un Dio amante della vita. Per la vita Dio offre suo Figlio.
Cari amici, «il futuro inizia oggi: è un investimento nel presente, con la certezza che la vita è sempre un bene, per noi, per i nostri figli, per tutti».

Messaggio per gli studenti e per il mondo della scuola

Cari ragazzi,
bentornati sui banchi di scuola! Forse vi sentite un po’ stretti dopo i mesi di sole e di acqua dell’estate; eppure vi attende una stagione altrettanto bella, ricca di sorprese e di incontri. Con l’augurio di un buon cammino, condivido con voi una riflessione importante. Sui tetti delle case e delle scuole vediamo antenne e parabole; insieme ai satelliti, invisibili ai nostri occhi ma sempre più presenti, sono un segno del cammino che l’umanità sta compiendo per comunicare: dai messaggi di fumo degli indiani al suono delle campane; dalla scoperta della stampa alla radiofonia; dall’analogico al digitale; dalla videocassetta al blu-ray; dal telefono fisso allo smartphone; da internet ai social network. Il mondo è diventato un grande villaggio. Comunicare: verbo infinito! Una possibilità fantastica, un diritto per tutti, una responsabilità. Ma la prima e fondamentale legge della comunicazione rimane il “rapporto”, con le sue regole di verità, di accoglienza, di benevolenza. Saper guardare l’altro negli occhi è la forma più alta di comunicazione. Non serve sprecar parole. Chi raggiunge questa capacità sa destreggiarsi fra mille messaggi e orientarsi nella selva delle informazioni.

È da anni ormai che nelle vostre classi avete fatto posto ad un nuovo inquilino: il computer. Ma voi siete più intelligenti di lui; la vostra fantasia è molto più creativa delle sue app e il vostro cuore conosce sfumature di gratitudine e di libertà che lui ignora. È una macchina: a scuola c’è chi vi insegna come guidarla. È uno strumento a vostro servizio: può offrire magnifiche opportunità, se utilizzato con competenza e con una chiara consapevolezza della sua forza e delle sue debolezze. È una finestra spalancata sul mondo: ma sarebbe triste se il vostro desiderio di amicizie online vi disconnettesse da coloro che incontrate nella realtà di ogni giorno e dalla vostra famiglia.
L’ambiente digitale è un’estensione della nostra umanità e della nostra socialità. Spetta a noi metterci dentro il desiderio di bellezza, di fraternità e di pace. Non farebbe così anche Gesù? Il Vangelo di Marco racconta un episodio della vita di Gesù nel quale si vede quanto preziosa fosse per lui la comunicazione. Alcune persone gli conducono un sordomuto, un uomo prigioniero del silenzio, la cui vita è chiusa alle relazioni, accartocciata su se stessa, come la sua lingua. È bellissimo vedere come Gesù restituisce quell’uomo al rapporto: lo porta fuori dalla folla e dalla confusione, stabilisce un contatto “a tu per tu” con lui, poi gli accarezza orecchi e bocca. C’è, inoltre, un coinvolgimento empatico di Gesù: Gesù alza gli occhi al cielo, sospira, si coinvolge e pronuncia la parola aramaica, «Effatà», che vuol dire: «Apriti!» (Mc 7,34). «Apriti!», come una finestra che riceve il sole. Perché sente, adesso quel sordomuto può parlare. Come sarebbe bello se ognuno potesse dire: parla-sento! È il mio augurio.

Vostro,
Vescovo Andrea