Omelia nella II domenica di Quaresima

Pennabilli (RN), Cattedrale, 28 febbraio 2021

Gen 22,1-2.9.10-13.15-18
Sal 115
Rm 8,31-34
Mc 9,2-10

Con la prima domenica di Quaresima siamo entrati nella dimensione “deserto”, una dimensione che tante volte accompagna la nostra esistenza. L’avvertiamo quando i nostri passi si muovono nell’aridità. Ci sentiamo soli. Ci troviamo a combattere con le “belve” che sono dentro di noi, a volte pensieri inopportuni, altre volte fantasmi che salgono dal passato. Viene la tentazione di domandarsi: «Chi c’è qui con me? Sono solo. Dove sei Signore?». L’evangelista Marco non riporta il contenuto delle tentazioni a cui è stato sottoposto Gesù, come fanno invece Matteo e Luca. Credo che la tentazione di cui ha patito Gesù, secondo Marco, sia una tentazione radicale, intorno al primo comandamento: «Io sono il Signore Dio tuo». Come si fa a credere alla sua presenza? Cito alcune frasi di santa Teresa di Lisieux, la giovane carmelitana che, ammalata a causa della tisi, attraversò sofferenza e momenti di aridità, di deserto: «Gesù mi ha preso per mano, mi ha fatto entrare in un sotterraneo dove non fa né caldo né freddo, dove il sole non risplende, né cade la pioggia, né tira vento; un sotterraneo dove non distinguo altro che un indistinto chiarore. Dio ha permesso che l’anima mia fosse invasa dalle tenebre più fitte e che il pensiero del cielo, per me dolcissimo, non fosse più se non lotta e tormento». In questa oscurità Teresa annota che una cosa sola le è rimasta da fare: «Tutto è scomparso per me, non mi resta che l’amore». E infine, sentendosi voce di tutti quelli che sono nella prova, esclama: «Abbiate pietà di noi, Signore; la sola cosa che vi chiedo è di non offendervi mai». È bellissima questa espressione di Teresa, una preghiera inaudita rispetto ai nostri schemi usuali di preghiera. Più avanti Teresa dirà: «Sì, ci sono le nubi che coprono l’orizzonte, ma io so che oltre le nubi c’è il sole».
Oggi il racconto della Trasfigurazione ci mostra il volto luminoso di Gesù e il suo riflesso nella bellezza del vestito: «Le sue vesti divennero splendenti, bellissime», lo stesso splendore che brillerà un giorno sul volto del Risorto. Perché questa visione anticipata? Che relazione ha avuto col cammino dei discepoli? Quale relazione col nostro in questi giorni così difficili?
Rispondo con una metafora: una passeggiata in alta montagna. Avevamo lasciato da tempo il rifugio, con tante speranze di raggiungere la vetta, ma il cielo si coprì di nuvoloni, che si sono abbassati su di noi e ci hanno avvolto completamente. Dovevamo prendere una decisione: proseguire nonostante tutto o ritornare? Poi, improvvisamente, uno squarcio tra le nubi. Si è aperta davanti ai nostri occhi la visione della vetta illuminata dal sole. Abbiamo ripreso il cammino. Sono tornate ancora le nubi; per proseguire ci siamo affidati al “libretto guida” che ci indicava il percorso tra le rocce e i tempi di percorrenza.
Il racconto della Trasfigurazione si colloca proprio in questa ottica. Siamo nel deserto, proviamo anche noi la tentazione: «Dio dove sei? Perché mi lasci solo?», ma Gesù anticipa, con la sua Parola, lo splendore della risurrezione. Il “libretto guida” è la sua Parola. Per questo i tre discepoli udirono una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
Di solito si dice che la Trasfigurazione – giustamente – anticipa come sarà, dopo la Passione e la crocifissione, lo splendore della risurrezione. Questo farà bene ai discepoli di Gesù: un anticipo necessario! Ma la risurrezione è già avvenuta ed allora è già operante, già presente al nostro vivere. È proprio nel “mentre” del nostro cammino che si riversano la grazia e la luce della risurrezione. Possiamo trovare luce dentro al nostro vissuto quotidiano, insieme alla forza della Trasfigurazione, proprio in ciò che sembra arido, brullo, difficile. Avviene come con le noci: il loro guscio è durissimo, spesso è difficile da rompere ma, quando si riesce, troviamo un frutto gustosissimo. È così anche nella nostra vita, nei nostri giorni: cerchiamo la luce!

Quaresima di carità

Omelia nella I domenica di Quaresima

Pennabilli (RN), Cappella del Vescovado, 21 febbraio 2021

Gen 9,8-15
Sal 24
1Pt 3,18-22
Mc 1,12-15

Mi sono preso la libertà di unire insieme due scene: quella del Battesimo e quella delle tentazioni di Gesù, perché in fondo sono un unico quadro: sono la copertina del Vangelo secondo Marco, che racchiude i temi che poi torneranno nello sviluppo dei 16 capitoli che seguono. Gesù con la sua umanità – e quando dico “Gesù con la sua umanità” intendo dire che in Lui ci siamo tutti noi – si avvicina, nella valle del Giordano, a Giovanni per essere battezzato; scende nelle acque del fiume; risale; poi va nel deserto. C’è tutto un itinerario: non vi pare ricordi l’itinerario del popolo d’Israele? Dalle acque dell’esodo attraverso il deserto fino alla terra promessa. Nel deserto Gesù ci fa capire che è amato, che nella sua umanità segnata dai limiti, come la nostra umanità, è amato dal Padre e il Padre fa sentire la sua voce: «Tu sei figlio mio, l’amato, in te ho posto la mia gioia» (cfr. Mc 1,11). Il Padre sarà con lui nella prova del deserto. Lo Spirito Santo era sceso su Gesù e aveva avvolto con la sua fragranza la sua umanità, la sua “imperfezione”. Ricordate san Paolo ai Filippesi: «Pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7). Lo Spirito, poi, non solo accompagna, ma spinge Gesù nella lotta. Tutta la vita di Gesù sarà guidata, sorretta, rafforzata dalla presenza dello Spirito Santo. Gesù potrà dire, al termine di questo suo cammino: «Il tempo è compiuto; convertitevi, credete a questo vangelo». Cosa vuol dire conversione in questo contesto, in questa prospettiva? Non significa tanto una conversione morale, o un miglioramento nei punti critici del carattere – certamente anche questo è importante – ma è come se Gesù dicesse: «Convertiti verso di me. Domandati dove hai puntato il navigatore della tua esistenza».
Fermiamoci un attimo a considerare la realtà del deserto. Il deserto è un luogo spaventoso, abitato da serpenti, da scorpioni e bestie feroci, dove non ci sono punti di riferimento perché il vento sposta montagne di sabbia. Il deserto è luogo di solitudine. A questo proposito vorrei ricordare quelli che vivono il deserto realmente, anche se non c’è la sabbia, in una stanza di ospedale, dove si è soli con se stessi a fare i conti con la difficoltà della respirazione, dove per fortuna ci sono angeli che soccorrono.
Dal punto di vista biblico il deserto ha una grande valenza: se da una parte significa solitudine, prova, difficoltà, dall’altra è il luogo dell’incontro con Dio. Il deserto per Gesù fu qualcosa di molto reale, in esso Gesù ha creduto che il Padre era con lui, non lo aveva abbandonato in quella solitudine. Ciò vale anche per ciascuno di noi: quando siamo nella prova, quando arrivano le tentazioni, non immaginiamo che Dio ci abbandona; oltre al fatto che Dio non permette che siamo tentati al di sopra delle nostre forze (cfr. 1Cor 10,13), la tentazione è il momento nel quale dobbiamo dire: «Signore, tu hai stima anche di me, visto che mi metti in condizione di dirti la mia fedeltà; non voglio essere come il primo Adamo che ti ha detto “no” nella prova, voglio essere come il “nuovo Adamo”, Gesù, che dice “sì” nella fedeltà, certo che il Padre lo ama immensamente. Marco non racconta, come gli altri sinottici, il contenuto delle tentazioni. Ma è evidente che la tentazione riguarda la sua relazione col Padre in quanto uomo, “gettato” in una esperienza di lotta che culminerà con la croce. E’ Satana che tenta. Ma il Padre non lo abbandona.
Il dubbio può venire: il Signore mi ama veramente? Perché permette questa tentazione? Dobbiamo aiutarci a ricordarlo: Dio ci ama immensamente, anche nella prova. È il messaggio di Gesù.
Il deserto è anche il luogo dove il popolo d’Israele ha vissuto esperienze forti, di una compagnia affettuosa del Signore che cammina col suo popolo, che non sta sopra ma sta davanti. Allora ecco l’acqua che sgorga dalla roccia, la manna che cade dal cielo, tutti i prodigi dell’esodo. Non posso non fare un riferimento ai profeti che invitano a tornare al deserto, un paradosso apparentemente. Si tratta del deserto come dimensione di fede e di intimità: tornare al luogo del primo amore, perché il deserto, nei testi profetici più antichi, viene interpretato in questa prospettiva. Il profeta Osea mette sulle labbra del Signore queste parole: «Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). Il deserto è il tempo del “fidanzamento”, nel quale si impara a fidarsi.

Permettetemi di portare una esperienza. So di una donna che in gioventù ha avuto una vita spericolata, una vita “da marciapiede”. Poi, con l’aiuto di altre persone, ha cambiato radicalmente la sua esistenza, si è messa a disposizione per il volontariato e, facendo un lungo cammino, ha sentito la chiamata interiore a farsi suora; pensava che il suo passato era ormai dimenticato e risolto, ma ha trovato veramente pace soltanto quando è riuscita ad accettare con coraggio e verità la sua storia, ha saputo dare un nome alle sue angosce profonde e ai suoi sensi di colpa, allora questi “fantasmi” si sono trasformati in “fiere buone, addomesticate” e sono diventate la forza della sua testimonianza. È stata amata fin da allora, come lo è adesso e come lo sarà nel futuro. Ha imparato ad essere figlia! Buona Quaresima, buon cammino.

Videomessaggio alla Giornata dei ragazzi delle Medie ACR

Piattaforma Zoom, 20 febbraio 2021

Cari ragazzi,
partecipo un po’ anch’io al vostro pomeriggio formidabile di giochi e di riflessioni. Voi iniziate così, insieme, la Quaresima. Ma che cos’è la Quaresima? Quaresima sono 40 giorni… A dire il vero la Quaresima è già iniziata mercoledì scorso, il Mercoledì delle Ceneri, e finirà a Pasqua.
I vostri educatori mi hanno fermato qui, in cortile, mentre sto partendo e immagino mi chiediate: «Che cos’è in pratica, per noi, la Quaresima?».  Quello che è per noi è anche per voi… Quaresima è un tempo nel quale il Signore ci chiede di convertirci. Voi subito penserete: «Vabbè, mi metterò a fare dei fioretti, vedrò di essere più ubbidiente, meno nevrastenico…». Attenzione, la conversione è tutta un’altra cosa! Convertirsi significa voltarsi decisamente, nel proprio cuore, verso Gesù. Ognuno di noi, durante questo periodo, si chieda: «Chi è Gesù per me? Gesù, sei nel mio cuore, nei miei pensieri?». Dalle mie parti ci sono molte coltivazioni di girasoli; i girasoli sono dei margheritoni gialli – forse li avete visti – che hanno questa caratteristica: bramano la luce, il sole, per cui la mattina li vedi girati a Oriente e la sera a Occidente, perché seguono, “bevono” il sole.  Ecco che cos’è la conversione; ma forse voi preferite un esempio più concreto. Sto partendo e adesso vi faccio vedere cosa faccio prima di partire: venite in auto con me un attimo, vi faccio vedere. Convertirsi è puntare bene il navigatore nella direzione in cui vuoi andare. Intanto che il navigatore lavora per elaborare il percorso, colgo l’occasione per rispondere alla domanda che immagino mi rivolgiate: «Dove vai?». «Vado a casa!». Il ritorno è molto bello. Nella Sacra Scrittura molte volte il Signore fa questo invito: «Ritornate a me». Ci sono state persone che hanno vissuto concretamente questi ritorni. Pensate, ad esempio, al figliol prodigo che aveva passato tutto il suo tempo a spassarsela e a divertirsi, dimenticandosi completamente del padre. Ad un certo punto ritorna ed è una festa. Poi, c’è il ritorno del lebbroso che è stato risanato insieme ad altri nove lebbrosi (i guariti erano dieci), ma solo lui ritorna per dire grazie. Questo è stato molto apprezzato da Gesù. C’è il ritorno di Maria di Magdala, che non è persuasa che Gesù sia nella tomba. Ritorna; ritorna sui suoi passi e ha la gioia di incontrare Gesù vivo, Gesù risorto. Quaresima è il tempo per imparare ad essere amici intimi di Gesù.
Ecco, io vi auguro che questa Quaresima sia davvero un viaggio e che siate lanciatissimi verso la Pasqua. Puntate bene il navigatore!

Prepararsi alla Pasqua in famiglia

Omelia nella VI domenica del Tempo Ordinario

San Marino Città (RSM), 14 febbraio 2021

Lv 13,1-2.45-46
Sal 31
1Cor 10,31-11,1
Mc 1,40-45

Gesù è il protagonista. Tuttavia, voglio tracciare l’identikit del lebbroso che prega Gesù. Come lo vede la gente? Cosa pensa di lui? Come vede se stesso? Che pensa di sé? Come lo vede Gesù?
Gli effetti della sua malattia, la lebbra, ci sono ben noti. Conosciamo le conseguenze di questa patologia sulla persona e sui rapporti sociali. Conosciamo la ricaduta sulla sua vita e nella comunità religiosa: il lebbroso è un “colpito da Dio”, è un morto – così pensa la gente –, un impuro e, come tale, deve evitare il contatto con gli altri: non può entrare in Gerusalemme!
Mi interesso del lebbroso perché, essendo innominato, in qualche modo, ci rappresenta tutti. Ognuno di noi porta segni più o meno evidenti, più o meno segreti, di lebbra: mali fisici, mali psicologici, mali spirituali. Il lebbroso del Vangelo non fa come talvolta facciamo noi: noi non osiamo prendere l’iniziativa, pensando al nostro male, la nostra inadeguatezza ci intimorisce, il giudizio degli altri ci blocca… Il lebbroso, invece, si fa avanti, scavalca con audacia lo steccato che lo rinchiude. Il lebbroso ferma Gesù, che ha appena tagliato corto con i cittadini di Cafarnao in visibilio per lui, che si è messo “subito” a percorrere città e villaggi per predicare e sanare. «Maestro – gli dicono – tutti ti cercano»… Ma non è quello che cerca lui, non cerca il bagno di folla, e tanto meno passare da guaritore.
Al lebbroso poco importa essere impresentabile, non si attarda in autocommiserazione, non perde tempo a “guardarsi”. Va direttamente da Gesù, senza accompagnatori, senza presentazione, senza appuntamento. Gli avevano parlato del Maestro di Nazaret… semplicemente.
Sono stupefatto dalla forma breve della sua professione di fede: «Se vuoi, puoi…». La risposta di Gesù è altrettanto diretta, asciutta, efficace: «Lo voglio»!
La manifestazione di fiducia del lebbroso attribuisce a Gesù una potenza divina. E tale potenza viene identificata con la sua volontà. Solo Dio può agire senz’altro mezzo che la sua volontà («Disse e tutte le cose furono fatte», cfr. Sal 148,5; cfr. racconto della creazione in Gn 1).
I verbi adoperati dall’evangelista, riguardanti l’azione di Gesù, sul lebbroso ci stupiscono: più che suggerirci la compassione testimoniano la lotta rabbiosa che Gesù tiene contro la malattia e il male. L’imposizione delle mani da parte di Gesù significa potenza e il contatto trasmissione di forza: «Arrabbiato, stese la mano, lo toccò e gli disse…». E subito dopo – in crescendo – «lo rimproverò aspramente» e «lo cacciò fuori». L’evangelista è come volesse riferirci l’alterazione della voce di Gesù, la sua espressione facciale a causa della violentissima emozione che lo assale e lo sconvolge: Gesù è venuto per lottare contro tutto ciò che deturpa l’uomo, altera le sue relazioni con gli altri e lo esclude dalla comunione con Dio.
Torno al lebbroso. Mi colpisce anche la sua aperta disobbedienza al comando di Gesù: «Non dire niente a nessuno di quanto ti ho fatto; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione». Gesù gli ingiunge di osservare il «segreto messianico». Cosa disattesa dal miracolato. Per un verso il kerygma è la cosa più normale e più bella. Per un altro verso avrebbe fatto meglio ad obbedire. La gente, infatti, cade nel tranello di pensare Gesù un guaritore. Si ferma alla guarigione mentre Gesù indica qualcosa di più: restituire l’immagine di Figlio di Dio, rinnovare la relazione con gli altri, ridare la comunione con Dio, tutto ciò che la Scrittura riassume con una parola: salvezza. Per questo l’evangelista Giovanni nel suo Vangelo non parlerà di miracoli, ma di segni. Il miracolo – permettete la metafora – è come un cartello stradale che indica la direzione: non devi fermarti sotto il cartello pensando d’essere arrivato. La volontà di Gesù è chiarissima: lottare contro ogni genere di malattia, ben lontani dalla convinzione, un po’ diffusa, che ci si debba rassegnare al male o che sia un castigo divino…
Tutti i gesti del Signore hanno uno scopo di salvezza, non cercano di catturare la gente, ma di aiutarla a cogliere la vittoria sul male, a salvarsi nella sofferenza, ad amare anche nella malattia.
Se potessi parlare al lebbroso gli direi che l’unica testimonianza valida non è gridare al miracolo, ma quella che indicherà Gesù prima di morire: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per altri» (Gv 13,35). L’importante non sono i miracoli appariscenti. È vero miracolo la capacità che ci è data di amare come il Signore ci ha amati, lavorando per la felicità dei fratelli nella quotidianità, nel prendersi cura di loro, nell’umiltà dei piccoli gesti.
La lotta degli scienziati contro la lebbra di ieri, come contro la lebbra di oggi (Coronavirus, AIDS, tumori, sclerosi multipla, ecc.) è un segno messianico, è benedetta da Dio. Gesù non solo guarisce il lebbroso, ma lo manda al tempio perché sia accertata la guarigione e sia reintegrato nella comunità. Dunque, è messianico e benedetto dal Signore anche l’impegno contro ogni forma di emarginazione (stranieri, profughi, zingari, barboni, ecc.).
«Va’ e presentati al sacerdote». Il sacerdote è necessario per la purificazione dalla lebbra dell’anima: il peccato. Dio ha dato questo potere a degli uomini (cfr. Mt 9,8). È necessario anche per avere, dopo la salute, la pienezza della vita. Il sacerdote, egli solo, può trasformare il pane e il vino nel corpo e sangue del Signore e così dare nutrimento e incremento alla vita spirituale (cfr. Gv 6). È necessario presentarsi al sacerdote e mettersi a disposizione con lui per edificare la Chiesa, per unirci tra noi e unirci a Dio. Si tratta della salvezza degli uomini. Il ministero sacerdotale è messianico e benedetto da Dio.

Omelia nella S.Messa in suffragio di mons. Luigi Giussani

Borgo Maggiore (RSM), Santuario della Beata Vergine della Consolazione, 14 febbraio 2021

Lv 13,1-2.45-46
Sal 31
1Cor 10,31-11,1
Mc 1,40-45

Celebriamo il ricordo di mons. Luigi Giussani nell’anniversario della sua morte. Non può che essere una “celebrazione pasquale”, una Eucaristia. Si tratta del passaggio alla pienezza della vita dopo un percorso di sofferenza e di morte.
«Nella ultima tappa della sua vita don Giussani ha dovuto attraversare la valle oscura della malattia, dell’infermità, del dolore, della sofferenza, ma anche qui, il suo sguardo era fisso su Gesù, e così rimase vero in tutta la sofferenza, vedendo Gesù, poteva gioire, era presente la gioia del Risorto, che anche nella passione è il Risorto e ci dà la vera luce e la gioia e sapeva che – come dice il Salmo – anche attraversando questa valle, “non temo alcun male perché so che Tu sei con me e abiterò nella casa del Padre”. Questa era la sua grande forza: sapere che “Tu sei con me”» (cfr. Joseph Ratzinger, Omelie nelle Esequie di mons. Luigi Giussani, 24.2.2005).
Il Vangelo appena proclamato ha una forte pertinenza con l’esperienza spirituale di don Giussani nel momento della sua sofferenza. Il centro del racconto evangelico è l’incontro con la persona di Gesù: ad incontrarlo è un lebbroso e chi è il lebbroso se non un morto? Il suo corpo in decomposizione è già anticipo della sua morte. Ogni volta che il lebbroso incontra qualcuno è un fallimento: «Emani cattivo odore. Mi fai paura. Rappresenti la fine che io farò». Questa del lebbroso è una delle prime guarigioni compiute da Gesù, ma è anticipatrice di quella che sarà la Pasqua del Signore. In effetti questo brano è di una crudezza assoluta; la fede non è un analgesico: prende sul serio e fino in fondo la realtà del morire. Il racconto, però, anticipa che il tuo corpo risusciterà. La salvezza arriva sino al corpo, alla determinazione ultima della concretezza.
Gli esegeti ci insegnano che ogni episodio di incontro raccontato da Marco è già incontro con il Risorto. La fine del Vangelo di Marco è incompleta: «Gesù vi precede in Galilea» (Mc 16,7). È come in un giallo: dopo che sai la finale rileggi e capisci tutto. Tu attraverserai la morte, ma in realtà risusciterai come questo lebbroso. Anima e corpo non sono separati, ma insieme formano la persona umana. Il Vangelo dice che Gesù di fronte al lebbroso ha una reazione di commozione: il verbo esprime il tremore dell’utero, l’utero di una madre che sta per dare la vita.

Gesù toccò il lebbroso: c’è un contatto fisico. Gesù accetta di assumere su di sé la malattia da cui libera il lebbroso e non si tratta soltanto della violazione di una prescrizione igienica. «Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti». Diventa lui lebbroso. Questa condizione è la stessa del Servo sofferente che prende su di sé le nostre iniquità: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia… Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is 53,2-4).
Il lebbroso viene invitato da Gesù a mostrarsi ai sacerdoti e a offrire il sacrificio. Il Vangelo racconta che il lebbroso non va al tempio, non va dai sacerdoti, ma corre ad annunciare la buona notizia che è risanato. Annuncia con gioia che qualcuno l’ha reso vivo. L’annuncio ha preso il posto del sacrificio, perché l’unico sacrificato è Gesù: lui è fuori dalla città, è il «maledetto che pende dal legno» (cfr. Deut 21,23; Gal 3,13). C’è già la vittima!
Ogni lettore si sente identificato con chi è guarito: quello che prima cadeva a pezzi ora ha ritrovato la sua unità e la sua vita. I cristiani annunciano la vita ritrovata attraverso la morte di Gesù, fattosi lebbroso per noi, ed ora nella gloria.
Chiediamoci: qual è la mia lebbra? Quali le sue conseguenze?
Accostiamoci senza timore a Gesù che non ha orrore di noi: ci accetta come siamo e ci offre risurrezione.

Messaggio del Vescovo Andrea per la Giornata per la Vita

Io c’ero

All’indomani della promulgazione della Legge 194 del 1978, che legalizzava in Italia l’aborto, si è sentita la spinta da parte di molti di organizzare un referendum abrogativo. All’epoca ero un giovane prete e, con un gruppo di ragazzi e con un notaio, andavo nella campagna ferrarese a raccogliere adesioni.
Non si raggiunse il risultato sperato. Ma si avvertì da parte di tutti l’urgenza di un’azione educativa: la Giornata per la Vita ne divenne un segno.

Il Vangelo della vita

L’avanzare della cultura individualista e dello “scarto”, il calo delle nascite, le difficoltà economiche, le politiche sfavorevoli alla famiglia, hanno portato la comunità cristiana ad una maggiore presa di responsabilità ed a gridare, «opportune et importune», la buona notizia della vita.
Anche oggi può succedere di sentirsi come dei piccoli Davide alle prese con il gigante Golia della cultura dominante. Qualcuno abbandona il campo: «È un confronto impari!». Qualcun altro conferma la sua personale testimonianza: ottima cosa, ma non sufficiente. Vi è, infatti, un’animazione culturale da perseguire, che scaturisce da convinzioni profonde e da scelte esistenziali da condividere con tutti.

Scendere in campo

Siamo consapevoli che la vita è umana fin dal suo concepimento; che ogni vita umana ha valore infinito e va accolta e difesa; che responsabile della vita nascente non è solo la madre, ma insieme la madre e il padre.
La mentalità della cura e dell’accoglienza mobilita anche la comunità attraverso la partecipazione, con adeguate proposte educative e con le risorse della solidarietà.

La 43° Giornata per la Vita

Il discorso si allarga… È quello che si fa anche con la Giornata per la vita. Una giornata… ma è per tutto l’anno!
Dispongo che venga celebrata con rinnovato slancio in ogni parrocchia e in ogni comunità. Con l’aiuto di un sussidio preparato dagli Uffici per la pastorale familiare e per la pastorale sociale, ci mettiamo in ascolto del Messaggio della CEI per la domenica del 7 febbraio: «Libertà e vita», accompagnati dalla preghiera di lode per il dono della vita, dalla implorazione di aiuto per le coscienze, dalla richiesta di perdono per i nostri egoismi e le nostre chiusure.

Scarica il Sussidio preparato dagli Uffici per la pastorale familiare e per la pastorale sociale

 

Avvio nuovi corsi all’ISSR “A. Marvelli”

Siamo lieti di segnalarVi che tra le proposte formative in programma nel presente Anno Accademico dell’ISSR “A. Marvelli”, con il mese di Gennaio hanno inizio alcuni corsi che riteniamo davvero interessanti per gli Operatori Pastorali e per coloro che desiderano approfondire le scienze religiose.
Le lezioni, partite lo scorso 7 gennaio, si svolgono ogni giovedì e venerdì in modalità on-line sulla piattaforma Cisco Webex Meetings (per gli orari dettagliati dei corsi vi invitiamo a contattare la Segreteria oppure visitare il sito https://www.issrmarvelli.it/corsi/calendari-scolastici/) ed è possibile iscriversi come studenti uditori anche a singoli corsi.

Ecco i nuovi corsi e i docenti che li svolgeranno:

AT: Pentateuco (Prof. Guido Benzi)

AT: Libri Sapienziali (Prof. Guido Benzi)

NT: Vangeli Sinottici (Prof. Mirko Montaguti)

NT: Corpo Giovanneo e Lettere Cattoliche (Prof. Mirko Montaguti)

Antropologia teologica ed Escatologia (Prof. Vittorio Metalli)

Morale sessuale e familiare (Prof. Gabriele Raschi)

Teologia Trinitaria (Prof. Andrea Scognamiglio)

 

Per informazioni, potete contattare la Segreteria dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli”
Rimini – Via Covignano 265; Tel. 0541.751367
sito: www.isssrmarvelli.it; e-mail: segreteria@issrmarvelli.it.