Omelia nella S. Messa di chiusura della Visita Pastorale alla parrocchia di San Marino Città

San Marino Città, 28 gennaio 2018

IV domenica del Tempo Ordinario

Dt 18,15-20
Sal 94
1Cor 7,32-35
Mc 1,21-28

(da registrazione)

1.
Incomincio salutando i ragazzi che stanno per ricevere il sacramento della Cresima. Può succedere – statisticamente accade – che, quando tornerete al posto dopo aver ricevuto la Cresima, i vostri familiari e alcuni amici provino, nei vostri confronti, una forma di soggezione, perché sentiranno che voi non appartenete più soltanto a loro. Avvertiranno che qualcosa di particolare è accaduto in voi. Potrà succedere anche che, durante la liturgia, portiate la mano alla fronte e sentiamo l’umido lasciato dall’olio mescolato col profumo, il crisma benedetto: sappiate che è il segno di un bacio, il bacio di Gesù, un bacio che non si cancellerà mai più, qualsiasi scelta o appartenenza viviate in futuro.

2.
Intelligenza e cuore mi confermano che la Visita Pastorale non è stata un adempimento burocratico e, men che meno, una noiosa ispezione.
La parola che indica la mia vocazione – sono vescovo – significa etimologicamente “sorvegliare, vegliare da sopra”, cioè “prendersi cura, proteggere, avvolgere di attenzione”. Ecco chi è il vescovo.
Di che cosa si prende cura il vescovo? Anzitutto dell’integrità della fede di una comunità: che nessun insegnamento di Gesù vada perduto. Poi si prende cura dell’unità fra i membri di una parrocchia-famiglia. Attenzione: unità non è uniformità. Persino i conflitti sono possibili, ma si impara a gestirli nella carità. Si prende cura della santità di ciascuno dei membri della Chiesa, assicurando i mezzi di santificazione (con la cura della liturgia e con la disponibilità dei sacerdoti per il sacramento della Confessione e per la direzione spirituale). Infine, si prende cura che la comunità – come una sposa – cammini piena di entusiasmo verso il suo sposo, Gesù Cristo, che non perda mai la tensione verso di lui, perché la Chiesa deve indicare il Cielo, pur occupandosi di tante cose della terra (cfr. Ef 1,10). Ad esempio, il campanile posto accanto alla chiesa è come una freccia che indica il Cielo.

3.
Ho abitato tra voi con questi pensieri. Che cosa ho visto? Che cosa ho vissuto?
Ecco una delle cose più belle che porto via con me. Ho fatto famiglia con i vostri preti. Ho dormito e mangiato nella loro casa. Mi sono reso conto delle loro fatiche. Non mi sono scandalizzato affatto per le tensioni (accadono in ogni famiglia!). Insieme abbiamo riso e scherzato. Abbiamo lavorato. Abbiamo pregato, la mattina, quando era ancora buio, davanti al SS. Sacramento. Mi hanno accolto e voluto bene. Penso che san Giovanni Bosco sia fiero di questi suoi salesiani!
Dico il mio grazie per avermi mostrato la parrocchia per quello che è, senza finzioni, e per avermi fatto incontrare tante persone. A voi dico: «Avvantaggiatevi della loro presenza; di ognuno cogliete la singolarità».

4.
Mi sono reso conto delle difficoltà legate alla vastità e alla configurazione geografica della parrocchia. La prima volta che sono venuto da solo ho impiegato 40 minuti da Santa Mustiola a qui. Mi sono perso. Menomale che don Roberto mi ha rincorso e riaccompagnato alla chiesa. Questa dispersione del territorio non aiuta; si fatica a conoscersi tutti e a sentirsi comunità. Oltre alla chiesa parrocchiale, poi, ci sono altre cappelle, con gruppi fervorosi di fedeli. I sacerdoti vanno a celebrare l’Eucaristia e fanno il possibile per tenere il collegamento, perché queste comunità sono parte dell’unica parrocchia, non entità “solitarie”.

5.
Nell’assetto parrocchiale accade una cosa singolare: sono i bambini, i ragazzi e i giovani che attirano e fanno parrocchia. Ho visto tutti i giorni il piazzale della chiesa pieno di automobili: erano genitori e nonni che accompagnavano bambini e ragazzi all’oratorio. Chi di loro aveva tempo osava entrare. Li ho visti contenti, contagiati da un clima bello e gioioso. Ho ripensato ad una conversazione tenuta da un professore al Museo etnografico di Bolzano. Quel professore aveva condotto me e i miei amici a vedere la celebre mummia del Similau, Ötzi, un uomo di 8 mila anni fa trovato tra i ghiacci in alta quota. Dopo aver descritto il territorio complesso del Trentino-Alto Adige, il professore ci chiese: «Secondo voi, chi ha scoperto i valichi alpini? Chi ha tracciato i sentieri più antichi e strategici? Chi, ad esempio, ha aperto per primo il Brennero?». Ha concluso: «Sono stati i camosci, i caprioli, i cervi e tutti gli altri animali inseguiti dagli antichi cacciatori, come Ötzi». Le prede, inseguite, sapevano sfuggire evitando burroni, aggirando ostacoli, scansando spuntoni di roccia, cercando traiettorie più rapide. Così le prede hanno insegnato ai cacciatori sentieri e passaggi. Vorrei dire a san Giovanni Bosco: «Caro don Bosco, hai vinto la scommessa. Avevi ragione: sono i più piccoli ad aprire il cammino e a favorire quello degli adulti, sono i ragazzi dell’oratorio, gli scout, i ragazzi del catechismo, i vari gruppi di giovani, che ci conducono alla parrocchia e fanno della parrocchia un luogo di attrazione, di incontro e di amicizia per tutti». Lasciamoci attrarre, andiamo a Gesù, il Signore! Che il carisma di don Bosco sia custodito, anche al di là di questo o quel sacerdote…

6.
Il territorio della parrocchia abbraccia anche il centro di San Marino con le sue istituzioni politiche, amministrative, finanziarie, educative. Ho fatto visita a molte istituzioni. Per me è stato a motivo, anzitutto, di cortesia. Non sono andato per chiedere privilegi, ma semplicemente per assicurare la volontà di collaborazione a vantaggio del bene comune. Sono andato per dichiarare l’impegno dei cristiani per la vita, per la famiglia, per l’educazione della gioventù. E se una cosa ho chiesto con forza e con soavità – una sola – è stata quella di avere libertà di parlare di Gesù e del suo Vangelo.
Ho potuto andare in tutti i luoghi dell’istruzione e della formazione, dagli asili nido – che, insieme alle altre scuole d’infanzia, sono un fiore all’occhiello di San Marino – all’università, dove sono capitato proprio nel giorno delle lauree.
Dove sono stato ho messo in rilievo due grandi lezioni di etica politica che ho apprezzato nella nostra Repubblica (speriamo non siano solo teoria). La prima: il potere come servizio. Il potere consegnato ai Capitani Reggenti, dopo sei mesi viene respinto e i due Capitani Reggenti tornano comuni cittadini, riprendendo il loro lavoro precedente. Il potere non appartiene alle singole persone, perché migliori delle altre. Essi hanno semplicemente svolto un servizio! Seconda lezione: il giorno del passaggio dei poteri fra la coppia dei Capitani Reggenti che scende e quella che sale sono invitati alla cerimonia gli ambasciatori di più di cento Paesi. Quel giorno si realizza nella Repubblica un sogno, un bozzetto del “mondo unito”. Fra le nazioni, la piccola Repubblica è un concreto segno di pace, di libertà, di spiritualità. E che cos’è questo se non civiltà?
Allora faccio un appello a tutti voi, ai giovani specialmente: non state alla finestra a guardare e a criticare; partecipate, assumete responsabilità, studiate le cose che riguardano la società (non sono soltanto economia, finanza… ci sono tanti aspetti della vita che non vanno trascurati).

7.
Poi do un messaggio ai bambini e ai ragazzi: conoscete le volpi di Sansone? Sansone voleva mettere a ferro e a fuoco i Filistei e ha escogitato un trucco. Ha legato delle torce alle code delle volpi, ne ha radunate molte sotto un cesto e poi ha acceso il fuoco. Le volpi sono scappate rapidamente e si sono tuffate nei campi di grano dei Filistei: si è creato un incendio globale. A quel punto i Filistei si sono arresi, hanno alzato bandiera bianca (cfr. Gdc 15,4-5). Non vi insegno ad essere piromani, ma ad incendiare d’amore la città, la scuola, la palestra, il campo di calcio, ecc. Potete mettere amore fra papà e mamma, fra gli insegnanti, invitare tanti vostri amici a venire in parrocchia ad incontrare Gesù. Non dite mai: «Siamo troppo piccoli!». Non siete troppo piccoli per amare, per essere apostoli.
Il mio cuore va anche agli adulti che ho conosciuto in questi giorni. In questa parrocchia si vive un’esperienza molto interessante. Ho visto gli adulti lavorare insieme con i giovani, in una reciproca inclusione e collaborazione. L’ho vista in tante realtà: penso agli ex- allievi, ai cooperatori, ai ragazzi che al venerdì si radunano per giocare insieme…
Coraggio, andiamo avanti! Come ci ha insegnato la pagina del Vangelo di oggi: Gesù è grande, attrae, vince il male. Addirittura, ha stanato non il male che c’era in piazza – macroscopico – ma quello nel cuore di qualcuno che era in sinagoga (la sinagoga era la parrocchia degli Ebrei). Ha scovato il male che c’è a volte nei nostri cuori. «Signore, liberami dagli spiriti cattivi e fa’ che anch’io possa godere del tuo abbraccio». Così sia!

Omelia nel Natale del Signore – Messa della Notte

San Leo (Cattedrale), 25 dicembre 2018

Is 9,1-6
Sal 95
Tt 2,11-14
Lc 2,1-14

(da registrazione)

Stiamo cantando le meraviglie del Signore: il Signore è grande. Ma il segno che ci è dato è quello di un bimbo. Gesù nasce in un clima di tensione, di disagio, di povertà. Nasce al tempo del censimento che, allora, significava umiliazione nazionale, inasprimento fiscale (il censimento era fatto per riscuotere le tasse), lunghi viaggi (bisognava andare nei luoghi della propria origine), scarsità di alloggi (tanto che Giuseppe è costretto a portare Maria a partorire in una stalla). I primi a riconoscerlo sono rozzi pecorai, malvisti dalla società di allora, inabili persino a testimoniare. Vien detto loro che troveranno il Messia nella forma di un fragile neonato, che tra l’altro diverrà profugo. Perché questi accenti?
Il Natale confligge con tante situazioni. Anzitutto il Natale cristiano confligge con il Natale comune: cenoni, regali, viaggi, ecc. Esso non ha nulla a che fare con il Natale di Gesù. È un momento di euforia dopata per dimenticare la crisi. «Buon Natale» – si dice –, auguri a raffica. Sia ben chiaro: non ho nulla contro le luci e contro i pranzi famigliari. Il problema è che si festeggia senza il festeggiato. Questo è il primo motivo di conflitto.
Poi, il Natale di Gesù confligge con una certa forma di religiosità, precisamente quella che da Dio si aspetta fortuna, salute, successo. A questi il Bambino di Betlemme dice: «Quelle cose chiedetele ai vostri dei, non a me. Come potrei concedervi queste cose? Nasco in una stalla, morirò su una croce». Qualcuno di voi mi dice: «Ma allora sei un Dio da poco, un Dio inutile: che ce ne facciamo di te, se non sai darci le cose che contano e che ci stanno a cuore?». La prima risposta è che Gesù non è Babbo Natale. La seconda la lascio dire a Pierre Claverie, uno dei monaci di Tibhirine, in Algeria, ucciso dai fondamentalisti e, insieme agli altri compagni, beatificato il 7 dicembre scorso. A chi gli domandava: «Perché rimanete in Algeria? Per fare che cosa?», lui rispondeva: «Noi siamo qui a causa del Messia crocifisso. Non abbiamo nessun interesse da salvare, nessuna influenza da mantenere, nessun potere e nessun privilegio da difendere. Siamo qui come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte. È, in fondo, la risposta del Bambino di Betlemme. «Non servo a nulla – dite voi – ma sappiate che quando vivete momenti di tensione, siete bastonati dalla vita, vi sentite in uno stato di confusione, io vi sono vicino, sono l’Emmanuele che vi è accanto e vi tiene per mano». Inoltre, il Natale confligge anche con una teologia sbagliata dell’incarnazione. A volte si dice: «La Parola di Dio deve essere presa là dove si trova e incarnata nella realtà della mia vita». Sforzo encomiabile, ma teologicamente scorretto, perché le cose stanno diversamente. Il Mistero del Natale ci ricorda che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e nulla esiste senza di lui» (cfr. Gv 1,3). Se crediamo che la realtà è creata dalla Parola di Dio non dobbiamo applicare un bel niente alla realtà, semmai tirar fuori dalla realtà la Parola per farla nostra. Gli antichi parlavano dei “semi del Verbo”. «Tutto è stato creato per mezzo di lui e nulla esiste senza di lui». Ogni realtà, ogni cammino degli uomini, ogni cultura contiene “semi del Verbo”. Se applicare sa di sforzo, scoprire sa di stupore, di meraviglia. È Natale!
Anche quest’anno gli artisti si sbizzarriscono a fare il presepio o le tradizionali icone della Natività. Ci sono i pastori, gli animali, i piccoli borghi, i magi, il bambinello.
Alla fine della Messa si è soliti metterci davanti al presepio. Molti diranno la loro ammirazione per ciò che li colpisce di più: un villaggio lontano, una realistica riproduzione del tramonto, le mura di Gerusalemme, una finestrella illuminata, le stelle, Gesù nella mangiatoia. Voglio dirvi quel che mi piace del presepio. La prima cosa è il vedere che tutti i personaggi convergono verso la stalla della Natività. Pastori, magi, viandanti, casalinghe, pecorelle, tutti vanno verso Gesù. Persino nel presepe napoletano le tante figure, che sembrano poco interessate all’evento, sono sistemate in un movimento ascendente, quasi a spirale, che approda alla mangiatoia. Mi vengono in mente le parole di Gesù: «Innalzato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Innalzato sul legno della croce, ma, prima ancora, sul legno della culla che la prefigura. Sono sicuro che Cristo ci sta attirando tutti, ci sta interiormente seducendo. Ho fiducia che un giorno tanti torneranno, anche se non so come, quando, dove… Il mio augurio è che, dopo aver guardato il presepio, ci mettiamo tutti in cammino con i pastori, in sincero e appassionato cammino verso Gesù.
La seconda cosa che mi colpisce del presepio è la Sacra Famiglia. I pastori sono guidati dagli angeli, i magi dalla stella, ma chi porge il Bambino sono Maria e Giuseppe. Gesù non lo si incontra solo, ma in una famiglia, che lo ha accolto e custodito. Gesù lo si trova non con un percorso solitario, ma grazie ad una comunità, piccola forse, povera, con dei difetti, ma essenziale. Il mio secondo augurio, allora, è che nella nostra ricerca di Gesù non abbiamo paura a bussare alla porta non di Betlemme, ma della nostra parrocchia. Lì potremo riscoprire la necessità e la bellezza della dimensione comunitaria della fede. Andiamo insieme verso Gesù! Così sia.

Messaggio di Natale

Una sosta prolungata davanti al presepio

Perché un messaggio a Natale?
Solo per una consuetudine?
Il messaggio vuole esprimere ad alta voce un desiderio, anzi un sogno, e quando in tanti sogniamo insieme, si dice che quel sogno diventi realtà.
Ma il Natale è in se stesso messaggio: parla da solo, si impone al mondo e nel cuore, sonoro e delicato, domestico e politico, cristiano ed universale.
Ecco il messaggio: quando nasce un bambino è il mondo che rinasce e respira con lui per la prima volta. C’è una parola che sostiene la speranza dell’umanità: «Ci è nato un bambino». Ogni nascita è una tregua: un nuovo sguardo sul mondo, ahimè, spesso in lotta.
Da sempre gli uomini indagano sul mistero che li avvolge. La scienza ha aperto orizzonti, squarci sull’infinito. Già gli antichi si chiedevano chi avesse fatto il cielo, il sole e la luna. Gli Egizi si domandavano che cosa ci aspettasse dopo la morte. I Babilonesi studiavano le stelle (sono diventati i primi astronomi) e che dire dei filosofi dell’antica Grecia?
La storia dell’umanità scorre parallela alla storia delle domande che l’uomo si fa a proposito di Dio: una ricerca infinita sino al grande colpo di scena. Dio, forse stanco di essere studiato come un libro, risponde a secoli e secoli di congetture. E la sua risposta non è fatta di parole, ma di un volto, il volto di un bambino!
«Quando i saggi sono al fondo della loro saggezza, gli conviene ascoltare i bambini» (Georges Bernanos).
L’umanità ha bisogno di incontrare Dio: un Dio così, che non fa paura. Lo contempliamo e ci disarma. Nel Bambino di Betlemme, Gesù, Figlio di Dio, vediamo l’infanzia da proteggere, la giovane famiglia sulla strada, l’annuncio della gioia che viene da dentro.
Sì, quel Bambino sta dalla parte della vita che nasce; di tutto si priva ma non di una famiglia. Ci sfida ad osare la gioia: c’è più gioia a dare che a ricevere!
Propongo una sosta prolungata davanti al presepio. Pur essendo indispensabili le scelte di una buona politica, il mondo più giusto e più ospitale che tutti sogniamo dipende da ciascuno di noi.
Buon Natale!

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Giornata della memoria

Sabato 27 gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, il Vescovo della Diocesi di San Marino Montefeltro, Mons. Andrea Turazzi, alle ore 9 si recherà in visita alla lapide posta in ricordo della Shoah in prossimità di Contrada Santa Croce. Sarà presente il Segretario di Stato per gli Affari Esteri, Nicola Renzi, l’ambasciatore d’Italia presso la Repubblica di San Marino, S.E. Guido Cerboni ed una rappresentanza degli studenti e delle studentesse della Scuola secondaria superiore.
Mons. Turazzi desidera sottolineare la necessità di non dimenticare la tragedia del popolo ebraico; con il Suo gesto vuole testimoniare la vicinanza ai familiari di coloro che furono deportati ed uccisi dai regimi nazista e fascista e vuole portare alla coscienza di ciascuno la consapevolezza delle conseguenze tragiche determinate da odio e razzismo, pericoli presenti anche nel mondo contemporaneo.

Nel documento pontifico del 1998 “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah” si ricorda che il Novecento “è stato testimone di un’indicibile tragedia, che non potrà mai essere dimenticata: il tentativo del regime nazista di sterminare il popolo ebraico, con la conseguente uccisione di milioni di ebrei. Uomini e donne, vecchi e giovani, bambini ed infanti, solo perché di origine ebraica, furono perseguitati e deportati. Alcuni furono uccisi immediatamente, altri furono umiliati, maltrattati, torturati e privati completamente della loro dignità umana, e infine uccisi. Pochissimi di quanti furono internati nei campi di concentramento sopravvissero, e i superstiti rimasero terrorizzati per tutta la vita. Questa fu la Shoah: uno dei principali drammi della storia di questo secolo, un fatto che ci riguarda ancora oggi.”

E’ importante ricordare che molti furono i preti, i religiosi e le religiose, le donne e gli uomini cristiani che offrirono un aiuto concreto ai cittadini italiani e stranieri di religione ebraica perseguitati e costretti a fuggire e a nascondersi, così come dimostrano le ricerche condotte da storici di diverse appartenenze.

Mons. Turazzi ricorda come esempi padre Massimiliano Kolbe ed Odoardo Focherini. Massimiliano Kolbe – ospite nel 1915 del Convento francescano di San Marino –, per la sua intensa attività a favore degli ebrei perseguitati, fu arrestato ed internato nel campo di concentramento di Oswiipcim, dove si offrì liberamente di prendere il posto di un prigioniero condannato a morte. Padre Kolbe fu ucciso il 14 agosto 1941. Un altro esempio di generosità è stato Odoardo Focherini, nel 1936 presidente dell’Azione Cattolica di Carpi e dal 1939 amministratore delegato del giornale “L’Avvenire d’Italia”, sposato e padre di sette figli.
Nel 1942 Focherini – in accordo con la moglie Maria Marchesi – inizia la sua opera di assistenza agli ebrei perseguitati, a cui procura documenti falsi, soldi, collegamenti utili all’espatrio verso la Svizzera e, con l’aiuto dell’amico Don Dante Sala che accompagna personalmente piccoli gruppi di perseguitati fino a Cernobbio, riesce a salvare più di cento ebrei. Viene arrestato nel marzo 1944 a Carpi ed internato prima nel campo di Fossoli, poi in quello di Bolzano-Gries. Deportato nel lager di Flossenbürg, viene poi trasferito nel sottocampo di Hersbruck, dove muore alla fine di dicembre del ’44.
Una visita per ricordare di scegliere ogni giorno la solidarietà.

 

2° incontro sulla Dottrina Sociale della Chiesa

Si sta avvicinando il 2° appuntamento con gli incontri di DSC, previsto per lunedì 29 gennaio ore 21.00 presso la sala Montelupo a Domagnano dal titolo: “Giovani, lavoro e famiglia – L’educazione al lavoro, tra disoccupazione e rivoluzione tecnologica”.

Si tratta dell’incontro di “punta” del ciclo in quanto abbiamo la possibilità di ascoltare e interloquire con il prof. Leonardo Becchetti, Ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata” (se avete tempo allego le 34 pagine del suo curriculum vitae), uno degli economisti del gruppo che dovrebbe esserci molto caro a cui appartengono Zamagni, Bruni e la Smerilli.
Becchetti è anche membro del Comitato Scientifico delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, che ha organizzato l’ultima settima sul tema del lavoro, e quindi molto presente sul tema della serata.
Oltre ad essere molto preparato, il prof. Becchetti è anche molto diretto e chiaro nella sua modalità di comunicazione (vedi http://felicita-sostenibile.blogautore.repubblica.it/ oppure su youtube).

Omelia nella S.Messa di apertura della Visita Pastorale nella parrocchia di San Marino Città

San Marino Città, 21 gennaio 2018

III domenica del Tempo Ordinario

1Cor 1,1-13
Mc 1,14-20

(da registrazione)

Carissimi,
sono qui per incontrarvi. Il mio primo pensiero è di prendere l’avventura di questa settimana insieme come un libro sigillato, come un rotolo chiuso consegnatomi dal Signore. Non pretendo di aprirlo, di svolgerlo, ma, prendendolo dalle mani del Signore, dico con Gesù: «Ecco, Signore, io vengo a compiere la tua volontà» (Ebr 10,7). Nella Lettera agli Ebrei si dice che Gesù è entrato “nel mondo” con queste parole: «In capite libri de me scriptum est». Chiedo ai vostri santi patroni, Pietro, Marino e Leone, e a don Bosco di essermi accanto.
Mi “smarco” subito: io non sono il Buon Pastore, il Buon Pastore è Gesù. Lui solo, per fortuna! Tuttavia, l’allegoria del Buon Pastore illumina il ministero pastorale a cui sono stato chiamato. E per di più è un’immagine, quella del Buon Pastore, che mi coinvolge: con tutti voi io sono una pecorella, ma per voi un pastore. Davanti al Signore mi basta essere chiamato per nome, Andrea, senza evocazione di ruoli ed esibizione di titoli. Amo sapere che il Signore mi conosce e avvolge la mia fragile e titubante umanità con il suo amore: questo mi basta. Come pastore a lui chiedo forza e coraggio, lungimiranza e audacia. Legittime le vostre attese nei miei confronti e nei confronti di ogni prete, ne avete il diritto! Il fatto che siate esigenti vuol dire che avete stima. E quando sbagliamo e ci sgridate, ci fa onore: significa che da questa categoria vi aspettate molto. Insieme a tutti i sacerdoti chiedo la vostra preghiera, la comprensione, ma anche la docilità e la corresponsabilità. Vorrei fare della mia povertà l’invito a guardare oltre – anche la mia povertà è una chance! –, a guardare verso il Buon Pastore. Mi viene fatto dono di provare un’appassionata tenerezza verso il mio gregge. Quattro anni fa non sapevo che esisteste e voi non sapevate che esistessi. Poi è accaduto che ci appartenessimo reciprocamente. Sento che mi appartiene anche quella parte della comunità che forse non incontrerò.
La Chiesa, fin dall’antichità, è stata definita popolo che si raduna strettamente attorno all’Eucaristia, ma anche attorno al proprio vescovo. Quella del vescovo non è soltanto una funzione rappresentativa o di presidenza. Il vescovo è successore degli apostoli; bisogna fare una distinzione rispetto ai Dodici, ma per l’imposizione delle mani il vescovo ha la grazia di essere ammesso al collegio degli apostoli. Come vivo questa cosa? Sono stupefatto per il compito che mi è affidato dal Signore; mi viene da pensare: «Ecco, come uno degli apostoli devo parlare di te, Signore Gesù, devo raccontare tutto quello che so di te, come facevano gli apostoli». I primi cristiani, innamorati di Gesù, volevano sapere tutti i particolari di lui e della sua vita, anche i più insignificanti. Cosa importava, infatti, sapere che i grossi pesci raccolti nella “pesca miracolosa” erano 153, oppure sapere che l’erba sulla quale si sono seduti coloro che hanno goduto della moltiplicazione dei pani era verde, o che la veste di Gesù era inconsutile… per l’amore nulla è banale. Ma, soprattutto, gli apostoli han detto cose del cuore: che cosa pensava Gesù, qual era la sua ansia, qual era la sua intimità col Padre, com’era commosso di fronte alle nostre sofferenze.
Il Vescovo va un po’ in crisi pensando a che cosa dire agli amici di una parrocchia di città: «Gli dico le cose che ho imparato a scuola? Un po’ sì, servono anche quelle. Gli devo dire qualche progetto? Certo. Ma soprattutto loro vogliono sapere com’è il mio incontro con Gesù, qualcosa di inedito…». Non aggiungo niente – guai se lo facessi – alla Divina Rivelazione, però racconterò qualcosa di vissuto su Gesù. Questo mi interroga personalmente: «Io convivo davvero con Gesù? Sì, l’ho incontrato, ma dimoro con lui? Abito con lui? C’è qualcosa di nuovo nella mia convivenza con lui da spartire con i miei fratelli e con le mie sorelle?». Queste le domande che affollano la mente di un vescovo.
La Visita Pastorale mobilita anche voi, perché vi impone una riflessione, chiedendovi: «Che cosa ci sta a fare la nostra parrocchia al centro di San Marino? Qual è il nostro compito, la nostra mission? Che cosa ci sembra sia più necessario dire, testimoniare…». Sotto la spinta della Visita Pastorale la vostra comunità fa come – per così dire – un “tagliando”. Ai sacerdoti è pervenuto un questionario sul quale coinvolgere i Consigli pastorale e degli affari economici, proprio perché tutta la comunità faccia questa riflessione ed esca da questa settimana rincuorata e col desiderio di abitare la città con la gioia del Vangelo.
Il Vangelo di questa domenica è molto ricco di contenuti. Viene in ballo certamente un’urgenza che metterei in cima: la nostra formazione. C’è l’impianto catechistico che riguarda l’iniziazione cristiana da rinnovare, ci sono i giovani da riagganciare, ma ancora più necessario è ripartire dagli adulti.
San Marino è uno stato tra le nazioni, conosciuto e apprezzato, pertanto ha delle responsabilità di società, di politica, sulla famiglia. Anche per questo dobbiamo fare un passo avanti, sempre di più, nella conoscenza del Vangelo.
Auguri a tutti voi e buona settimana!

Omelia nella S.Messa di chiusura della Visita Pastorale alla parrocchia di Acquaviva

Gualdicciolo, 21 gennaio 2018

Terza domenica del Tempo Ordinario

Gio 3,1-5.10
Sal 24
1Cor 7,29-31
Mc 1,14-20

(da registrazione)

Quando sono stato consacrato vescovo per tutta la formula di consacrazione, lunghissima, due diaconi mi hanno tenuto il libro dei Vangeli sulla testa. Quel gesto solenne sta a dire che tutti siamo “sotto il Vangelo”, perché tutti siamo scolari, cioè discepoli del Signore. Pertanto, la sfida più grande è riuscire a scuotere la nostra insicurezza. Per esempio, oggi dovrei palesarmi in mezzo a voi annunciando una grande notizia, una grande novità; probabilmente voi dissentireste, dicendo che in fondo è solo una cosa religiosa, che riguarda pochi. Invece, il Vangelo di Gesù è veramente una svolta nella storia, perché ci porta la promessa di una vita altra (e non solo un’altra vita, pur essendo importantissimo sapere che abbiamo davanti un’eternità di gioia). Gesù si è presentato come araldo messaggero di questa notizia straordinaria e di importanza decisiva. I suoi contemporanei lo percepivano perché vivevano un tempo di crisi, di grande difficoltà in tutto il mondo allora conosciuto. Si chiedevano: «Quando accadrà che finalmente Dio si prenderà la sua signoria su di noi, immergendoci nella sua realtà di amore, di vita, di futuro?». Se lo sono chiesti gli antichi, se lo sono chiesti al tempo di Gesù, ce lo chiediamo anche noi. E Gesù entra nella storia dicendo: «Sono io il centro della storia, convertitevi, credete al Vangelo» (cfr. Mc 1,15). La conversione di cui parla Gesù non è tanto l’impegno a migliorare il comportamento morale – quello è una conseguenza –, ma è una questione di “postura”: convertirsi significa girarsi, voltarsi verso Gesù.
Qual è la cosa principale per la nostra comunità? È l’incontro con il Signore Gesù. Si può essere beneficiati di cristianesimo, ma non avere ancora realizzato un incontro personale con lui. Un incontro personale, ma anche di popolo, insieme alla comunità in cui viviamo. Quali occasioni abbiamo per incontrare Gesù? Ci sono quelle non programmate, in cui Gesù ci incontra nel modo più insolito, più creativo. A volte si tratta di un’ispirazione, oppure dell’incontro con una persona; altre volte di un momento intenso di contemplazione, qualche volta di un momento di dolore. E in quel dolore, anziché trovare la disperazione, incontriamo il Salvatore. Poi, ci sono delle occasioni programmate e da programmare. Per esempio il momento della Messa domenicale. Forse non sempre accade qualcosa di straordinario dentro di noi. Però, se ci prepariamo e andiamo incontro a lui, il Signore si infilerà certamente in qualche angolo del nostro cuore, perché non desidera altro che darsi a noi. Inoltre – questo vale soprattutto per noi adulti – abbiamo bisogno di formazione, di catechesi tra noi adulti. Non per indottrinamento, ma per metterci con la nostra vita davanti al Vangelo. Moltiplichiamo queste occasioni! Ma ce ne sono altre. Penso ai due verbi che usa soprattutto Giovanni, l’apostolo che, insieme ad Andrea, è stato una giornata intera con Gesù, in occasione del loro primo incontro: dimorare, rimanere. Questo vale per chi ha già incontrato Gesù e vuole coltivare la comunione con lui. Penso soprattutto alla Confessione e alla direzione spirituale. La direzione spirituale è garantita dalla presenza del vostro parroco, ma ci si può rivolgere anche ad un altro sacerdote di cui si ha fiducia… Quello che è importante è che ognuno abbia il suo confessore col quale può aprirsi e sentirsi accompagnato nel cammino.
È stato proprio in un clima di gioioso incontro con la persona di Gesù che le due coppie di fratelli, Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, hanno potuto dire: «Signore, veniamo con te». Gesù li ha chiamati una mattina sul lago; erano pescatori, impegnati nell’azienda ittica di famiglia. Gesù li ha guardati. È bello lo sguardo di Gesù! La preghiera, senza complicare troppo le cose, è quello sguardo. Santa Teresa d’Avila, grande maestra spirituale, nel cap. 26 del libro in cui racconta la sua vita spiega che cos’è la preghiera utilizzando almeno dieci volte la parola “sguardo”: «Noi guardiamo lui, lui guarda noi». In Simone, Gesù vede la roccia: Pietro. Guarda Andrea, persona modestissima, e vede in lui un preparatore delle persone all’incontro con lui. Incontra la peccatrice e vede in lei non solo i peccati, ma la sua chiamata alla santità. Quando va da Zaccheo non vede più solo un affarista, ma intuisce la generosità che si cela dentro di lui.
Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni hanno seguito Gesù e Gesù li ha fatti pescatori. Pescare significa prendere dal profondo e tirar fuori. Ognuno di noi è un pescatore: deve cavar fuori il meglio che c’è in ogni persona. In che modo? Con la stima, con l’ascolto, con l’accoglienza: in questo modo l’altro può dare il meglio di sé.
Permettetemi ora di dire una parola sul vostro santo patrono, Andrea. Compare in questo brano di Vangelo, ma anche in altri tre passaggi. In tutt’e tre troviamo una costante: Andrea è colui che porta a Gesù. Primo passaggio. Giovanni Battista vede Gesù che viene verso di lui e dice: «Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (Gv 1,29). Andrea segue Gesù e sta con lui tutto il giorno. Poi cerca suo fratello Simone e gli racconta: «Abbiamo trovato il Messia» e lo conduce da Gesù (Gv 1,41-42). Secondo passaggio. Molta folla seguiva il Signore sulla montagna. È ormai sera. I discepoli dicono a Gesù: «Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?» (Gv 6,5). E Gesù risponde: «Date loro voi da mangiare» (Lc 9,13). Filippo obietta: «Non abbiamo niente» (cfr. Gv 6,7). Invece Andrea dice: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente?» (Gv 6,9). Andrea è un po’ sfiduciato, tuttavia accompagna il ragazzo da Gesù, è uno che favorisce sempre l’incontro con Gesù. Terzo passaggio. Un gruppo di greci sapienti è arrivato a Gerusalemme, forse per ricerca religiosa o per turismo. Avvicinatisi a Filippo gli rivolgono questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». Filippo va a dirlo ad Andrea e Andrea va da Gesù e lo informa (cfr. Gv 12,21-22). Dopo questa “anticamera”, Gesù dirà una delle parole più grandi, la sua autorivelazione: «Quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Gesù annuncia che diventerà punto di attrazione universale. Tutto questo attraverso Andrea.
Il mio messaggio, quello che vi consegno al termine della visita pastorale, è proprio questo: «Siate persone che portano a Gesù, come Andrea, il vostro patrono».

80 giorni per la vita

Conferenza pubblica: “La comunità ecumenica di Taizè”

In occasione della “Settimana universale di preghiera per l’unità dei cristiani” che da molti anni la Chiesa Cattolica, in accordo con il Consiglio Ecumenico delle Chiese, celebra dal 18 al 25 gennaio, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” in collaborazione con la Commissione diocesana per l’Ecumenismo e l’Ufficio diocesano di pastorale giovanile, sono lieti di invitarvi alla Conferenza pubblica dal titolo

La comunità ecumenica di Taizè

Frére Roger Schutz, costruttore di ponti e testimone di unità

La relazione sarà svolta da Don Gianluca Blancini (presbitero della diocesi di Biella, esperto di Ecumenismo e dell’opera di fr. Roger Schutz).
Alla relazione si affiancheranno alcune brevi testimonianze del Gruppo di Preghiera di Taizé (della Diocesi di Rimini).
L’incontro sarà introdotto e coordinato dal Prof. Natalino Valentini (Direttore dell’ISSR “A. Marvelli”).

La Conferenza si svolgerà VENERDÍ 21 Gennaio 2018, alle ore 20,45
presso l’Aula Magna dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” (San Fortunato, via Covignano n. 265, Rimini).

«Per frère Roger, cercare una riconciliazione fra cristiani non era un argomento di riflessione, era un’evidenza. Per lui, la cosa più importante era vivere il Vangelo e comunicarlo agli altri. E il Vangelo, non lo si può vivere che insieme. Essere separati non ha alcun senso. Quando era molto giovane, frère Roger ha avuto l’intuizione che una vita di comunità poteva essere un segno di riconciliazione, una vita che diventa segno. Ecco perché ha pensato di riunire degli uomini che cercassero prima di tutto di riconciliarsi: è la vocazione prima di Taizé, costituire ciò che lui ha chiamato “una parabola di comunione”, un piccolo segno visibile di riconciliazione».

(frére Alois, priore della Comunità di Taizé, successore di frére Roger)

Per ulteriori informazioni contattare la Segreteria dell’ISSR “A. Marvelli”, Rimini – Via Covignano 265; Tel. e fax 0541-751367; sito internet: www.issrmarvelli.it; e-mail: segreteria@isrmarvelli.it.