Aperte le iscrizioni all’ISSR “Alberto Marvelli”

Già aperte le iscrizioni (fino al 15 ottobre) al nuovo Anno Accademico 2020-2021 dell’ISSR “Alberto Marvelli”. L’Istituto offre la possibilità di intraprendere diversi percorsi di riscoperta dei preziosi tesori della sapienza e della tradizione spirituale cristiana.

Quest’anno l’offerta formativa comprende 3 proposte:

  1. il percorso triennale che porta al conseguimento del Baccalaureato in Scienze Religiose (Laurea triennale in Scienze Religiose) – scarica la brochure;
  2. il biennio di Specializzazione, nell’indirizzo Pedagogico-Didattico, che porta al conseguimento della Licenza in Scienze Religiose (Laurea Magistrale in Scienze Religiose) – scarica la brochure;
  3. il Master di I livelloin “Valorizzazione dell’Arte Sacra e del Turismo religioso” – scarica la brochure.

Nell’A.A. 2020-21 l’ISSR “A. Marvelli” offrirà una modalità didattica mista: le lezioni saranno svolte in aula, con parte degli studenti in presenza, mentre altri potranno avvalersi della Didattica a Distanza.

Accanto ai percorsi accademici si offrono durante l’anno anche corsi speciali di lingue bibliche (ebraico e greco) e diverse attività culturali integrative: seminari di studio, convegni, conferenze, coinvolgendo studiosi ed esperti di rilevanza nazionale e internazionale.

Coloro che non intendono conseguire il titolo accademico possono comunque frequentare (in qualità di studenti ospiti o uditori) anche singoli corsi del piano di studi, sulla base dei propri interessi e delle specifiche esigenze formative.

Le iscrizioni si ricevono presso la Segreteria dell’Istituto (Via Covignano 265, Rimini) che fino a fine luglio sarà aperta al pubblico su appuntamento.
Per maggiori informazioni: 0541.751367; segreteria@isrmarvelli.it.

Festa di San Marino

Festa di San Leo

Omelia nella XVII domenica del Tempo Ordinario

Sassofeltrio (PU), 26 luglio 2020

1Re 3,5.7-12
Sal 118
Rm 8,28-30
Mt 13,44-52

C’è una domanda che facciamo al Signore più volte in un giorno – talora senza farci molto caso –, nel Padre Nostro: «Venga il tuo Regno». Cos’è il Regno di Dio?
Il Regno di Dio non è una cosa, è “qualcuno”: è Gesù! «Venga il tuo Regno» equivale a dire: «Vieni, Signore Gesù, porta la tua signoria, forte, umile e bella».
Questa domenica, facendo seguito ad altre sette parabole, ci viene detto che il Regno è una realtà con un valore assoluto, tanto che lo si può paragonare ad un tesoro e ad una perla. Nell’antichità, non essendoci le banche come oggi, chi rimediava un po’ di denaro o aveva dei beni li custodiva in un forziere che interrava perché rimanesse al sicuro. Gesù paragona il Regno di Dio (l’amicizia con lui, la vita nuova che lui ci dà) al tesoro più formidabile che ci sia. Allora racconta di un tesoro nascosto e di quanto fa quel contadino che, mentre ara il suo campo, inciampa nella fortuna della sua vita: spostando la terra si accorge del tesoro. Gesù invita a guardare che cosa fa quel contadino: va a casa, non parla con nessuno, poi compra quel fazzoletto di terra. Dà via tutto per assicurarselo. Immagino l’avranno anche criticato, per lo scarso valore di quel terreno… Lui solo sa del tesoro. Per quel tesoro prende tutto quello che c’è sul campo. Nel campo non c’è niente da buttar via, tutto diventa prezioso. Proprio come nella nostra settimana… La iniziamo con un rapporto profondo col nostro tesoro che è Gesù, pertanto prendiamo con fiducia tutto quello che capiterà di bello, di noioso, di difficile, comprese le amarezze. Allo stesso modo prendiamo la nostra famiglia, la nostra vocazione. Prendiamo tutto perché nelle zolle di quel campo c’è un tesoro!
Un particolare importante: l’uomo fortunato che inciampa nel tesoro è pieno di gioia! Ha fatto l’affare della sua vita.
La seconda mini-parabola è la storia di un collezionista. Il collezionista è instancabile nel cercare, non è mai sazio, perché vuole la perla più bella, la moneta più antica, il francobollo più pregiato. Bene raffigura il nostro cuore inquieto che non trova pace finché non trova la sua perla (cfr. Sant’Agostino, Le Confessioni, 1.1). Quando diciamo: «Venga il tuo Regno», Gesù dice: «Ecco, sono io…», altro che la perla, altro che un francobollo, altro che una moneta.
Mentre nelle parabole precedenti Gesù ha dato spiegazioni, così nella parabola del seminatore e nella parabola della zizzania e del buon grano, in queste Gesù lascia da parte la didattica, cerca la provocazione, sembra dire: «E tu che fai?». I nazaretani gli hanno risposto picche, e noi?
Quando leggo le Sacre Scritture trovo scritto che anche il Signore ha il suo tesoro, la sua perla: siamo noi (cfr. Is 43,1-8)! Ciascuno di noi è il suo tesoro, la sua perla: per noi ha dato tutto (cfr. Fil 2,6-11).
Ieri sono andato a celebrare la Messa all’Assemblea dell’Associazione Papa Giovanni XXIII (associazione che ha una grande attenzione al sociale e si occupa dei ragazzi disabili o in difficoltà). Ho parlato con alcuni di loro che mi hanno confidato: «Questi bambini, questi ragazzi sono i nostri tesori».
Il Regno di Dio è il nostro tesoro; noi siamo il tesoro di Dio; il Signore ci dice: «Guarda i poveri, gli ammalati, quelli che fanno fatica… sono tesoro, sono perla».

Omelia nella XVI domenica del Tempo Ordinario

Passo della Mendola (TN), 19 luglio 2020

Sap 12,13.16-19
Sal 85
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43

Buon grano tra cattive erbe, minuscoli grani di senape fra le zolle e un pizzico di lievito nella farina: immagini che Gesù somministra per curare la nostra impazienza e la nostra sfiducia. Ognuno provi a pensare a quando gli accade di perdere la speranza, di essere scontento, di sentirsi frustrato per gli scarsi risultati. Ecco, il Vangelo può dare risposte. Gesù, attraverso la parabola del buon grano e della zizzania, ha voluto anzitutto confidarci che lui sa stare nella complessità, anche nella complessità più complessa che è quella dei rapporti. Può darsi che Gesù, nel raccontare questa parabola, abbia tratto ispirazione da fatti di cronaca di campagna, magari invidie fra agricoltori, ma più verosimilmente Gesù si ispira a quella insoddisfazione che i suoi discepoli gli manifestano. È vero, nel cuore degli uomini da sempre convivono l’aspirazione alla bellezza e dall’altra la mediocrità. Da una parte il desiderio di bontà e dall’altra esplodono bolle di odio, oppure desideri di pace da un lato e guerriglie dall’altro. Il cuore umano è fatto così.
Gesù parla della piccola realtà nascosta che è il Regno… in realtà è Lui stesso, che si è calato in questa umanità: un uomo fra miliardi e miliardi di esseri umani. Gesù ha accettato di entrare nella vicenda della storia: non la teme, siede a mensa con i peccatori ed è disposto anche a cammini di croce. La parabola del buon grano e della zizzania sta a rivelarci questo. Gesù vuole così i suoi discepoli.
Siamo nel punto focale della parabola; a confronto, più che due persone, sono due modi di pensare: da una parte il modo di pensare di Gesù, che vuole che il bene cresca nonostante il male, anzi vuole che l’amore, crescendo, soffochi il male che ha attorno; dall’altra il modo di pensare dei servi, i quali vorrebbero fare piazza pulita di tutto ciò che non va… In fondo è l’atteggiamento di quei discepoli che, impazienti, si aspettavano di vedere il Regno di Dio esplodere in tutta la sua bellezza subito, immediatamente, mentre invece è un instaurarsi paziente, lento, attraverso tante prove. Questo fa pensare a tanti nostri atteggiamenti, come quando siamo delusi dall’irrilevanza che può avere la presenza cristiana nel mondo, o quando constatiamo tanti insuccessi. Gesù ci chiede di avere la mentalità del lievito, la mentalità del piccolo seme. Gesù sembra dire: «Abbi pazienza, lascia crescere, impara ad attendere e poi vedrai il campo pieno di una messe risplendente». Allora camminiamo con pazienza nella fiducia del Regno di Dio che avanza.

Omelia nella XV domenica del Tempo Ordinario

Bascio (RN), 12 luglio 2020

Is 55,10-11
Sal 64
Rm 8,18-23
Mt 13,1-23

Messa conclusiva del Campo organizzato
dall’Azione Cattolica Settore Adulti: «Eccomi, manda me» (Is 6,8)

Carissimi,
la parabola che medito insieme a voi la dedico a coloro che si sentono missionari. Per espansione penso ai genitori, agli educatori, agli insegnanti… Non tratterò l’attualizzazione morale della parabola, con la spiegazione di che cosa rappresentano il terreno sassoso, il terreno coperto dai rovi o la strada.
Prima di cominciare vorrei che fermaste la vostra attenzione – è necessario per l’evangelizzatore – sul contrasto fra Gesù, che sta sulla barca e parla da quel pulpito così instabile, e la folla che sta sulla terraferma, alla ricerca di cose sicure. Trasportate questo confronto alla nostra vita di credenti. A volte non ci fidiamo abbastanza, vogliamo stare, appunto, sulla terraferma, mentre Gesù chiede che accettiamo il rischio, che non ci lasciamo prendere dalla paura quando ci troviamo nell’instabilità: c’è lui sulla barca!

Veniamo alla parabola. Il protagonista assoluto – non siamo noi, che siamo terra buona o sassosa – è l’evangelizzatore: Gesù che esce a seminare. La storia della sua seminagione è caratterizzata da un triplice fallimento. Certamente non è per la sua incapacità a compiere il suo mestiere: il fallimento è causato dal terreno. Il vertice della parabola è laddove si dice che il seme, l’ultima manciata di semi, ha prodotto un triplice raccolto. Addirittura, c’è un’iperbole: produce il cento per uno! La parabola risveglia in noi una domanda come missionari e come educatori: come la mettiamo con i fallimenti, con le delusioni? Anche Gesù si è trovato in queste condizioni. Dal capitolo 10 in poi per Gesù c’è una svolta, un’ascesa pericolosa verso Gerusalemme. La domanda che facciamo al Vangelo è proprio questa: come dobbiamo reagire quando da missionari, da educatori, incontriamo tanti fallimenti?

La risposta della parabola è la seguente: «Stai tranquillo, ci sarà un raccolto abbondante». Anche il Messia ha vissuto il dramma di vedere la Parola di Dio non ascoltata, anche lui è passato attraverso uno scacco; anzi, è previsto. Nel caso di Gesù era il rifiuto di Israele. La storia di Israele è tutta una cavalcata verso l’arrivo del Messia, ma quando arriva non viene accolto. Quanta semente Gesù ha sprecato… Nondimeno è stato generoso, prodigo di seminagione.

Un piccolo aiuto ce lo dà la Seconda Lettura, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani, che parla di una realtà sottoposta all’infermità e ci sono delle grida: il grido della natura, sottoposta alla caducità; il grido dei figli degli uomini, che desiderano sia manifestata la loro vera condizione di figli di Dio, ma hanno l’impressione che il Padre sia lontano, irraggiungibile; il grido dello Spirito, solidale con noi. La risposta è che verrà rivelato. Direte: nell’aldilà, nell’eternità. Vorrei, invece, che questa parola del Vangelo ci desse coraggio nell’oggi, nelle difficoltà che dobbiamo affrontare. Con la speranza si continua a seminare, si continua a dire, si continua ad insegnare, si continua a voler bene. I fallimenti li dobbiamo mettere in conto, ci dobbiamo convivere, perché le cose stanno così. Il Vangelo non è un’iniezione con una sostanza analgesica che non fa sentire i dispiaceri, le delusioni… Li sentiamo, ma nondimeno siamo in quella prospettiva. Tutta la natura si innalza verso la luce, ma contemporaneamente la radice deve scendere in profondità. Questo è il nostro cammino di cristiani. Andare in profondità vuol dire la fatica, la rinuncia a noi stessi, la convivenza con i fallimenti. Nella misura in cui si accetta questa logica, nella speranza, si cresce e si va verso la luce.
Concludo con quello che diceva Gesù del chicco di grano: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Ritorno all’iperbole: un solo chicco ne fa altri cento. Così sia.

Omelia nella XIV domenica del Tempo Ordinario

Fiorentino (RSM), 5 luglio 2020

Zc 9,9-10
Sal 144
Rm 8,9.11-13
Mt 11,25-30

Questa pagina tratta dal capitolo 11 del Vangelo di Matteo viene chiamata “la perla” del primo Vangelo.
Per entrare meglio nel brano, faccio due premesse. La prima riguarda l’esplosione di gioia di Gesù. Nessuno dubita che Gesù avesse un cuore gioioso. Così lo vediamo alle nozze di Cana. È pieno di gioia nella casa degli amici Maria, Marta e Lazzaro (si è addirittura lasciato profumare da Maria!), quando accoglie i bambini mentre gli apostoli li cacciano. Qual è la miccia che fa esplodere la sua gioia? Lo vedremo tra poco.
La seconda premessa: finalmente sappiamo com’è il contenuto della preghiera di Gesù. I Vangeli (soprattutto quello di Luca) parlano di Gesù che prega, che sparisce per cercare i luoghi più adatti alla preghiera. Ma, tolto il Padre Nostro e la grande preghiera sacerdotale del Vangelo di Giovanni, Gesù non lascia trapelare le preghiere che rivolge al Padre. Certo, pregava i Salmi, perfino sulla croce quando non aveva più fiato. Ma la sua preghiera personale, più intima, più segreta, non è stata registrata. «Ti rendo lode, o Padre…»: è una preghiera di ringraziamento, di lode, rivolta al Padre. Lo chiama per nome.
Veniamo al perché della gioia di Gesù. Gesù viene da una situazione piuttosto deludente: dopo l’inizio del suo ministero in Galilea cominciano le resistenze al suo messaggio. Giovanni Battista era stato imprigionato e anche lui ha dubbi riguardo a Gesù. Lui, il precursore, manda una delegazione per sapere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» (Mt 11,3). E Gesù manda a dire: «Ditegli che ai poveri è annunciato il Regno di Dio, che i malati sono risanati, che i ciechi recuperano la vista…». A Cafarnao non farà miracoli e dirà: «Nessun profeta è ben accetto in patria» (Lc 4,24). È il momento della crisi. Ci sono “posti vuoti” (e non perché obbligati dal lockdown!). Più tardi Gesù dirà: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67). È bello vedere Gesù che si sorprende del Padre, perché quei “posti vuoti” adesso sono affollati dagli ultimi, dai piccoli, dai semplici e questo è motivo di grande gioia. È un po’ quello che accade nel racconto del “banchetto nuziale” (cfr. Mt 22,1-11). Racconta di quel re che preparava le nozze per suo figlio e aveva mandato a chiamare gli invitati ad uno ad uno, ma ognuno di loro si scusò con i motivi più svariati. Il protagonista della parabola non tollera i “posti vuoti” e manda i servi ad invitare chi sta ai crocicchi delle strade. Non tollera la sala del suo Regno vuota, la vuole piena: è un Padre che aspetta tutti i suoi figli. Ecco il motivo della gioia di Gesù.
Un altro dettaglio. Gesù non ha detto: «Queste cose hai tenute nascoste ai sapienti e ai dotti», quasi che ci sia una categoria di persone costituita dai sapienti e dai dotti. La traduzione corretta è: «…Queste cose hai tenute nascoste a sapienti, a dotti…», come per dire che ci sono sapienti e dotti che non comprendono il mistero del Regno. «Queste cose» il Padre le ha rivelate «a piccoli». Non c’è nessun discredito per la cultura, per i saperi. Gesù parla di una sapientia cordis che hanno i semplici. Anche noi possiamo essere «semplici», cioè puer evangelicus (bambino evangelico). È puer evangelicus chi si fida di Dio, chi si abbandona a Lui, chi ricomincia sempre. Sottolineo una caratteristica dei bambini: i bambini capiscono immediatamente chi vuole loro bene. «Padre, così a te è piaciuto». Gesù parla del suo rapporto col Padre e del rapporto del Padre con lui e lascia intendere che questa sapienza viene dal rapporto con il Padre. Gesù conclude dicendo: «Venite a me, voi tutti…». Non raduna per fare un corso di teologia o per dar vita ad una filosofia. Dice: «Venite per stare con me. Siete stanchi, oppressi, peccatori; siete pescatori, esattori delle imposte, uomini del contado… Venite a me, state con me». Poi Gesù apre il suo cuore. È un cuore di uomo: Gesù conosce il cuore, i sentimenti che si muovono in esso. È un cuore divino, squarciato: tutto dona, non trattiene nulla per sé; c’è una eccedenza di amore. È un cuore sempre aperto: per l’eternità!

Discorso di ringraziamento ai medici, agli infermieri e agli operatori sanitari dell’Ospedale di Stato della Repubblica di San Marino

Cailungo (RSM), Ospedale di Stato, 2 luglio 2020

Rivolgo un doveroso ringraziamento ai dirigenti dell’Ospedale di Stato della Repubblica di San Marino per aver accolto il mio desiderio di questo incontro. Saluto cordialmente la Reggenza e le Autorità presenti, saluto i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari e quelli della Protezione Civile. Saluto il Cappellano, le suore e tutti i volontari che, a vario titolo, si sono messi a disposizione.
Nel corso di questi mesi così travagliati vi siete applicati a fronteggiare l’emergenza sanitaria con generosità e impegno. Siete stati un segno visibile di umanità che scalda il cuore. Nel turbine di un’epidemia con effetti sconvolgenti e inaspettati la vostra presenza affidabile ha costituito un punto di riferimento, prima di tutto per gli ammalati, ma anche per i famigliari che, non avendo la possibilità di far visita ai loro cari, hanno trovato in voi altre “persone di famiglia”, capaci di unire la competenza professionale con quelle attenzioni che sono concrete espressioni di amore. I pazienti hanno sentito spesso di avere accanto a loro – prendo le parole di papa Francesco – «angeli che li hanno aiutati a recuperare la salute e nello stesso tempo li hanno consolati, sostenuti e, qualche volta, accompagnati fino alla soglia dell’incontro finale con il Signore». Ci sono stati momenti e casi nei quali avete testimoniato la vicinanza di Dio a chi soffre, siete stati silenziosi artigiani della cultura della prossimità e della tenerezza; oltre che con la somministrazione di cure importanti, talvolta avete saputo essere vicini con piccoli segni – ma non per questo meno importanti – come una carezza, il passare un cellulare… Tutti gesti che dicono umanità. Questo ha fatto bene anche a noi, noi nella società civile, costretti alla lontananza precauzionale e contenitiva. Adesso è il momento in cui fare tesoro di tutta l’energia positiva che è stata investita, una ricchezza che in buona parte può e deve portare frutto per il presente e il futuro delle nostre Istituzioni di Sicurezza Sociale. Questo richiede l’impegno, la forza e la dedizione di tutti. Possiamo dire che tante sono state le testimonianze di amore generoso e gratuito che hanno lasciato un’impronta indelebile nella coscienza e nel tessuto della società, insegnando quanto ci sia bisogno di vicinanza, cura, sacrificio per alimentare la fraternità e la convivenza civile. Tutto questo non da soli, ma insieme e con la grazia di Dio. Come credenti ci spetta di testimoniare che Dio non ci abbandona, ma dà senso anche a questa realtà e al nostro limite e che con il suo aiuto possiamo affrontare le prove più dure. Dio ci ha creato – così insegna la fede cristiana – per la comunione con lui, per la fraternità tra noi ed ora più che mai si è dimostrata illusoria la pretesa di puntare tutto su se stessi, facendo dell’individualismo il principio guida della società, di fronte alla grande lezione di solidarietà e di vicinanza. Appena passata l’emergenza potrebbe succedere di scivolare e ricadere in questa illusione: «Chi fa da sé, fa per tre». Abbiamo visto che abbiamo bisogno gli uni degli altri, di qualcuno che si prenda cura di noi, che ci dia coraggio. Può succedere anche che ci dimentichiamo che abbiamo bisogno di un Padre, il Signore Dio, che ci tenda la mano. Pregarlo, invocarlo, non è illusione; illusione, semmai, è pensare di farne a meno. La preghiera è l’anima della speranza.
Ho ricevuto un biglietto da un amico africano che mi esprimeva tutta la solidarietà del suo popolo. «Noi capiamo bene quello che vivete – mi ha scritto –, perché noi lo viviamo sempre». È stato come ricevere un cazzotto. Ci sono milioni di persone che soffrono per la fame, un miliardo per la sete. Io vivo nella parte Nord del pianeta, quella parte che pensava che tutto andasse bene, che non potesse succedere una cosa di questo tipo. Ricordo benissimo la telefonata al signor Segretario di Stato la domenica sera in cui ho ricevuto il protocollo che chiedeva la chiusura delle chiese e delle scuole e la richiesta di eventuali ambienti per ospitare ammalati. Come tutti voi, ho provato spavento e, insieme, ho sentito di essere un corpo solo con gli altri e solidale con il pianeta. Fino a quel momento credevo di essere (e me ne vantavo) «un sano in un mondo malato»…
Vi ringrazio. Vorrei non sentiste l’espressione della mia gratitudine come una formalità. Mi è dispiaciuto non aver potuto fare visita agli ammalati. Ma ci siamo fatti presenti agli ammalati attraverso tanti di voi medici, infermieri, operatori sanitari. Nei giorni precedenti la Pasqua ho consegnato un cartoncino-preghiera che penso sia arrivato sul comodino dei pazienti per aiutarli a «fare Pasqua». Grazie davvero. Concludo dandovi la benedizione del Signore.
La parola “benedizione” significa “dire bene”: dico bene di voi, dico bene del nostro Ospedale e, in un certo senso, dico bene anche di questa esperienza che tanto ha insegnato sul piano della solidarietà e della preghiera.
In quei giorni chiesi ad un tecnico che andava per le case a riparare gli elettrodomestici: «Cosa fa la gente chiusa in casa?». Erano le prime settimane di lockdown. Mi ha risposto: prega. Abbiamo imparato la solidarietà, ad essere più sapienti, ma anche a pregare. Ripeto: la preghiera è l’anima della speranza.

Campo estivo per gli adulti