Giornata Università Cattolica

Incontro pubblico su IRC

2° appuntamento con il Ciclo di incontri sulla Dottrina Sociale della Chiesa

L’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” e l’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di San Marino-Montefeltro sono lieti di invitarVi al ciclo di conferenze pubbliche e Seminari/Laboratori su Crisi della politica e bene comune. Percorsi di Dottrina sociale della Chiesa. I primi due appuntamenti sono previsti per

Venerdì 21 Aprile 2017, alle ore 21
presso il Teatro parrocchiale di Novafeltria

Conferenza

Politiche familiari: sussidiarietà alla prova

Tra responsabilità delle famiglie verso il bene comune
e urgenza di interventi concreti

Relatore

Francesco Belletti
(Direttore del Centro Internazionale Studi Famiglia,
già Presidente nazionale Forum delle Associazioni Famiglie)

Moderatore: Gabriele Raschi
(ISSR “A. Marvelli”)

***

Sabato 22 Aprile 2017, ore 9,30-12
presso le sale parrocchiali di Novafeltria

Seminario/Laboratorio

Generare una nuova politica a partire dalla famiglia
Aspetti culturali, educativi, sociali e morali

Gabriele Raschi (ISSR “A. Marvelli”)

Valter Chiani (ISSR “A. Marvelli”)

Coordinatore: Gian Luigi Giorgetti (Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro –
Diocesi di San Marino-Montefeltro)

Presentazione

L’attuale situazione politica è attraversata ormai da diversi anni da una profonda crisi. Si tratta di problemi e difficoltà in massima parte riconducibili ai grandi mutamenti che hanno interessato, con inarrestabile accelerazione, l’intera società italiana, europea e mondiale. In tale contesto la politica appare sempre più incapace di rispondere alle nuove sfide poste dai processi di mutamento, di elaborare scelte strategiche di ampio respiro fondate su valori condivisi, sulla costruzione del “bene comune” che sappia valorizzare e armonizzare le esigenze individuali (anche di natura identitaria) con quelle collettive.
A seguito dei primi due incontri di apertura sul ruolo dei cattolici nell’attuale contesto politico, i prossimi due incontri (Conferenza di venerdì 21 aprile e Seminario/Laboratorio di sabato 22 aprile) saranno incentrati sulle politiche familiari, questione cruciale e snodo decisivo per l’avvio di una nuova politica e di un rinnovato compito formativo ed educativo, intesi come servizio esigente di carità e giustizia.

Francesco Belletti nato nel 1957, sposato con tre figli, vive e lavora a Milano.
Laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano nel 1983, ha lavorato per oltre 15 anni come consulente e ricercatore libero professionista per enti pubblici e privati no profit su tematiche sociali. Dal 1990 collabora con il Cisf (Centro internazionale studi famiglia) di Milano, dapprima come vice-direttore e dal 2000 come direttore (carica che ricopre attualmente). È stato Presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari. È stato docente presso il Corso di laurea in Servizio sociale dell’Università Cattolica di Milano, occupandosi di politiche sociali e familiari e di organizzazione dei servizi sociali. Dall’anno accademico 2010-2011 è docente in corsi – Master di tematiche familiari in diverse università (Un. Regina Apostolorum, Roma, Pont. Un. Santa Croce, Roma, Istituto Giovanni Paolo II, Roma). Dal 2009 è consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia. Autore di diversi volumi di ricerca e di articoli, su riviste specialistiche e divulgative: tra i più recenti si segnalano: Ripartire dalla famiglia. Ambito educativo e risorsa sociale (Paoline 2010); I diritti della famiglia. Solo su carta? (Paoline 2013); La famiglia costruisce la società. Un valore “aggiunto” per tutti (San Paolo 2015).

Per partecipare ai Seminari/Laboratori è opportuno segnalare la propria presenza tramite un’iscrizione (gratuita) inviando una mail a segreteria@issrmarvelli.it.

Per maggiori informazioni: www. issrmarvelli.it; tel. 0541-751367.

 

 

 

1 maggio per il mondo del lavoro

Messaggio di Pasqua

Buona Pasqua!
Un augurio che rivolgo a tutti. Ricordo in modo particolare le maestranze, gli operai e gli imprenditori che ho incontrato in queste settimane facendo visita a molte aziende del nostro territorio. C’è una ripresa? Non so dire, non ho i dati. Si è parlato di lavoro libero, partecipativo, solidale e creativo. Con un gruppo di operai si è ripresa una metafora sorridente, ma non meno vera di Benigni: “L’anima è rimasta indietro, non le resta che rincorrere il corpo”. Fuori di metafora: riprendiamo in mano il valore e il significato della spiritualità nella nostra vita e nel nostro lavoro. Non preoccupiamoci solo del profitto.
Un augurio calorosissimo ai ragazzi disabili, agli anziani e agli ammalati: a loro dedicherò la prima messa del giorno di Pasqua nell’Ospedale di Novafeltria. Ma saranno tutti presenti nella esperienza sempre sorprendente della preghiera. Ho fatto amicizia con uno sportivo, rimasto tetraplegico a causa di un grave incidente. La sofferenza e la disperazione l’ha portato a pensare e programmare un viaggio in Svizzera per essere aiutato a morire. Ma è stato decisivo per il cambiamento del suo progetto di morte, la riscoperta dell’essere figlio e dell’esser padre. Dunque è la vittoria della relazione sulla morte. Una grande lezione!
Un augurio affettuoso e grato ai miei fratelli sacerdoti. Mi ritengo fortunato a collaborare con loro. In queste settimane hanno visitato tante famiglie per dire “pace”, perché ogni casa sia aperta al sole, agli amici e a Dio! Ecco una parola per loro e per tutti: rimanere saldamente ancorati al Vangelo. Questo il nucleo essenziale: Gesù è risorto! È un fatto, non la rappresentazione di un concetto e neppure un mito per significare un’aspirazione. Come chicco di frumento Cristo è morto nella terra per portare frutti di risurrezione.
Mi ha colpito il titolo di un articolo di un giornale: “Non c’è pace, ma c’è risurrezione”. Realismo da una parte per l’inquietudine di questi giorni; mordente dall’altra per una speranza ben fondata.
Auguri!

+ Andrea Turazzi

Omelia della Domenica di Pasqua

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di San Leo, 16 aprile 2017

At 10,34a.37-43
Sal 118
Col 3,1-4
Gv 20,1-9

«Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo» (Sal 118,24).
Abbiamo cantato questa antifona, pieni di gioia, introdotti dal coro che ci aiuta nella preghiera, dando a questa celebrazione un tono particolare. Ma ogni domenica è Pasqua, ogni domenica ci invita allo stesso fervore, allo stesso entusiasmo, perché Cristo è risorto. È quello che stiamo cantando e celebrando fra le luci, i profumi e soprattutto con la nostra unità, con il cuore che, se anche conosce le sue difficoltà e le sue tensioni, è disponibile: «Signore, vieni!».
Due precisazioni prima di cominciare la meditazione.
1. La risurrezione non è un simbolo. Gesù è di tutti e per tutti, nel modo in cui ognuno riesce a relazionarsi con lui, però la risurrezione non è una “rappresentazione” per dire un concetto, per veicolare la possibilità di ripresa, di risalita. La risurrezione è un fatto, un avvenimento! Ieri, all’inaugurazione della funivia a San Marino, il Segretario di Stato alle Finanze ha usato la metafora della funivia «che fa la sua risalita» per dire il desiderio di ripresa nella Repubblica. Raffigurazione era la funivia, ma il concetto che il ministro voleva significare era la ripresa economica. Quando noi cristiani parliamo di risurrezione non intendiamo una metafora, ma una cosa reale, che è accaduta e accade.
2. Se la risurrezione riguardasse soltanto Gesù, ci verrebbe da dire, senza peccare di irriverenza: «E per noi che cosa cambia?». Invece non è così: la risurrezione è la potenza di Dio che penetra l’universo e lo trasforma. L’atto della creazione è eterno, è qualcosa di metastorico, più grande della storia, qualcosa che accade e che è continuamente in accadimento. Altrettanto è la risurrezione, la vita che Dio vuole. Nel cosmo è stata inaugurata la vita nuova che passa attraverso Gesù. Lui è il primo di una fila di redenti, capofila in un esodo immenso, come dice l’Apocalisse: «Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare… » (Ap 7,9). Dietro Gesù, in Gesù, con Gesù… ecco perché facciamo festa. La risurrezione è un fatto reale che, attraverso Gesù, vieni a rianimare ciascuno di noi. Ciascuno di noi va a casa dicendo: «Io sono un figlio della risurrezione» (cfr. Lc 20,36). La risurrezione, potenza di Dio, è un avvenimento che sta ribollendo – come il vino dentro al tino. Dovremmo ricordarlo sempre, anche nei momenti di paura, di sofferenza, di sconfitta, persino di peccato. Possiamo sempre dire che «è entrata in circolo la forza nuova della risurrezione».
Con queste due premesse ripercorriamo i primi nove versetti del Vangelo di Giovanni (cap. 20). Quel mattino del primo giorno dopo il sabato (quella che noi chiamiamo la domenica) è tutta una comunità, rappresentata da Maria di Magdala, Pietro e Giovanni, che è coinvolta nella ricerca di Gesù. Tutt’e tre, infatti, sono alla ricerca del Signore. Ma ognuno a suo modo; infatti ognuno ha una reazione diversa di fronte a ciò che accade.
Maria Maddalena sembra che, più che cercare il Signore, cerchi un sepolcro per piangere. Ha un bellissimo ricordo del Maestro, carico di affetto, ma non spera certo di incontrarlo vivo. Ha constato ella stessa che è morto. Quando si avvicina al sepolcro vede la pietra ribaltata, ma resta all’esterno, non indaga ulteriormente; agitata e sconsolata corre a dare agli altri l’annuncio che hanno trafugato il Signore. Maria Maddalena è il discepolo della fede superficiale, per il quale Gesù non è che un bel ricordo, ma che non crede di poterlo incontrare risorto e pertanto – diciamo così – ha un atteggiamento tipico di chi va al cimitero piuttosto che in chiesa. Tutti siamo un po’ come Maria di Magdala. L’evangelista annota: «era ancora buio fuori», ma il buio era soprattutto dentro di lei. Poi arriva Pietro, il secondo personaggio: lui entra nel sepolcro, decisionista com’è di carattere, vede che è vuoto, ispeziona accuratamente i teli funebri e capisce che il Signore non è stato trafugato, perché i lini sono piegati, il lenzuolo è ben sistemato in un angolo, il sudario in un altro, proprio come quando uno va via da casa e lascia tutto in ordine. Rimane perplesso; il suo esame è completo ma senza risultato. Pietro rappresenta il discepolo razionale, che ama approfondire personalmente la fede, ma non comprende che la risurrezione non è la conclusione di un’indagine scientifica e perciò rimane ad arrovellarsi nelle sue ipotesi. Al massimo approda a Gesù maestro di etica. In ognuno di noi c’è anche un po’ di Pietro, come c’è Maria di Magdala.
Giovanni è il discepolo che, pur senza rinnegare le esigenze della ragione, «vide», indaga come Pietro, tuttavia si lascia guidare dall’amore e, per questo, apre gli occhi sulla realtà misteriosa della risurrezione. Dice il Vangelo: «…vide e credette». Perché Giovanni è arrivato per primo? Qualcuno dice perché era giovane, quindi correva più forte. Non è per questo, sarebbe troppo banale. Giovanni è «il discepolo che Gesù amava» (anonimo perché ciascuno possa mettere il proprio nome).
Il messaggio che esce dalla tomba vuota è: «Fa’ come Giovanni». Solo un rapporto d’amore con Gesù fa alzare il sipario e aprire gli occhi sulla realtà misteriosa della risurrezione. «Signore, ti chiediamo un “di più” di fede».
Vedremo durante la settimana tanti racconti di apparizione. Ogni racconto non è altro che la testimonianza di un incontro.
«Signore, togli la pietra che chiude il nostro cuore nella notte. Facci vivere nella luce della tua Risurrezione».

Omelia nella Veglia di Pasqua

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di Pennabilli, 15 aprile 2017

Mt 28,1-10

La prima cosa che vorremmo annunciare ed insegnare al piccolo Martino, che tra poco riceverà il sacramento del Battesimo, è che Gesù è risorto. Questa notte, proprio per questo, la Chiesa è insaziabile di “Alleluia”. Ripercorriamo gli eventi celebrati nella settimana santa: un re mite che cavalca un puledro d’asina, la domenica delle Palme; uno sposo innamorato che si dichiara, Giovedì santo; un servo sofferente che offre la sua vita per la nostra, Venerdì santo. La notte di Pasqua, madre di tutte le Veglie, quale sorpresa ci riserverà ancora? Gesù è l’amico! Il Vangelo ci ha abituato a sentire sulle labbra di Gesù questa parola, “amico”. Lui amico, i discepoli amici: l’amicizia infatti chiede reciprocità, corrispondenza. L’amicizia fa, di più persone, una cosa sola. Talvolta è più disinteressata dell’amore sponsale. Gli avversari di Gesù – senza saperlo – dicono il vero: «Sei l’amico dei pubblicani e dei peccatori» (cfr. Mt 11,19). E lo è in verità, perché vuole strapparli dal male. L’amico vero strappa dal male. «Signore – dicono a Gesù – il tuo amico Lazzaro è malato» (cfr. Gv 11,1). In nome dell’amicizia gli domandano di guarirlo. «A voi miei amici io dico…» (Lc 12,4; Mt 10,28), così Gesù introduce le confidenze agli apostoli. E nell’ultima sera, durante la cena, confesserà: «Voi siete miei amici, non vi chiamo più servi» (cfr. Gv 15,15). Volendo dare la chiave interpretativa della sua vita dice la parola suprema: «Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). E pensate fino a che punto si spinge l’amicizia di Gesù: dopo il bacio di Giuda, il traditore, Gesù dirà – ed è un estremo tentativo di recuperarlo -: «Amico, per questo sei venuto?» (Mt 26,50).
Durante la settimana santa, arrivata ora al suo culmine, abbiamo considerato le dinamiche del rapporto con Gesù alla luce dell’amicizia, nostra e sua. Amicizia vissuta: gli amici infatti si cercano, si incontrano, condividono tempi, spazi, progetti. Dice il Vangelo: «Li chiamò perché stessero con lui» (Mc 3,14), fino a consumare pasti insieme: «Ho desiderato ardentemente cenare con voi» (Lc 22,15). Amicizia dichiarata: all’amicizia non basta la condiscendenza, l’amicizia reclama reciprocità, preferisce la complicità alla compassione. Insomma l’amico si deve dichiarare. Amicizia tradita: il tradimento è sempre gravemente deludente; tuttavia l’amicizia sa metabolizzare l’incidente e trarne motivo per andare più in profondità. L’amicizia stagiona, con la pioggia e col sole, come il buon legno. Infine, amicizia goduta: «Io – assicura Gesù – sarò sempre con voi» (cfr. Mt 28,20). … Come dice la Sapienza nell’Antico Testamento: «Mia delizia è abitare con i figli degli uomini» (Prov 8,31).
In questi giorni – l’incontro serale è stato per noi come un corso di Esercizi Spirituali – ci siamo ripetutamente chiesti: «Chi è Gesù per me? Gli sono amico? Quanto? Fino a stare con lui nel Getsemani? Fino a morirne?». Un vero amico, per quanto timido, non si limita ad ascoltare, prende posizione, si schiera, corre rischi, è fedele. Il Signore ha tra noi chi sta dalla sua parte, capace di risparmiargli almeno una delle spine che gli trafiggono il capo? Domanda decisiva: Gesù può contare su di me?
Come vedete non stiamo parlando di un’idea, ma di una persona viva, di un amico in carne ed ossa, che ha sentimenti, volontà, anche se trasfigurato nella risurrezione e lui, il Risorto, ci viene incontro «come un giorno andò incontro a Pietro» (cfr. Gv 21,15-19). Avrebbe potuto Gesù Risorto condividere le sorprese e le primizie della risurrezione, del mondo nuovo, con le persone potenti del suo tempo, con gli specialisti di cose dell’aldilà, con i santi esperti di virtù, con i sapienti e invece che fa Gesù, l’amico? L’amico non può che andare incontro all’amico per chiedere: «Mi ami tu?». E una seconda volta: «Mi ami tu più di tutti?». E per la terza volta: «Mi ami tu?». Chissà se posso rispondere, anche piangendo, come Pietro: «Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo» (cfr. Gv 21,18ss).

Omelia del Venerdì Santo

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di Pennabilli, 14 aprile 2017

Is 52,13- 53,12
Sal 30
Eb 4,14-16; 5,7-9
Gv 18,1- 19,42

Domenica delle Palme abbiamo cantato l’Osanna al Re, il Signore mite che cavalca un puledro d’asina: Gesù, il Re.
Ieri sera, Giovedì Santo, abbiamo contemplato Gesù lo sposo che si dà col suo corpo alla sposa, la Chiesa, e si nasconde per dare a sé la gioia di essere cercato e alla sua sposa la felicità di trovarlo.
Questa sera, Venerdì Santo, contempliamo il Signore servo sofferente. Di lui cantano quattro brani del profeta Isaia (I carmi del servo: Is 42,1-7; 49,1-6;50,4-11;53,1-12); ne tracciano il profilo. Il servo sofferente appare come un personaggio misterioso. Chi è il servo sofferente? Se lo chiedeva l’etiope, ministro della regina Candace, quando scendeva nella sua patria dopo il viaggio a Gerusalemme (cfr. At 8,27ss). Il diacono Filippo, salito sul suo carro, risolverà l’enigma e porterà la testimonianza di tutta la prima comunità cristiana. Il servo sofferente è Gesù di Nazaret. È lui colui che il Signore Dio ha scelto, chiamandolo per una missione di salvezza. Ma il servo non viene accolto, piuttosto è disprezzato. Come un agnello viene condotto al macello, come una pecora muta davanti ai suoi tosatori. Si è caricato i pesi e i dolori di tutti. Addirittura è considerato maledetto da Dio. In verità per le sue piaghe siamo stati tutti guariti. E non soltanto il popolo d’Israele, ma tutte le genti.
Perché servo? In che senso? È servo perché ha scelto la via della croce fra mille modalità possibili. Il motivo è profondo in relazione a noi e in relazione al Padre. Verso di noi si è fatto servo dimostrando il massimo dell’amore per noi, perché ha voluto che lo sapessimo vicino nelle nostre situazioni di lotta e di sofferenza. Verso il Padre è stato servo obbediente, obbediente nella confidenza, nell’abbandono a lui, nella fiducia, scegliendo, per fare la sua volontà, di percorrere una strada difficile e dolorosa.
E così ha dato il massimo al Padre e a noi.
Ti ringraziamo, Signore, perché con la tua croce hai redento il mondo.

Omelia nella Messa in Coena Domini

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di Pennabilli, 13 aprile 2017

 

Es 12,1-8.11-14
Sal 115
1Cor 11,23-26
Gv 13,1-15

Benvenuti «al convito nuziale del suo amore». Sono le parole della preghiera con cui abbiamo iniziato la liturgia, a questo «convito nuziale del suo amore» possiamo partecipare in pienezza, cioè non come semplici spettatori, ma “stando al gioco” sino in fondo. Quella notte effettivamente – la notte dell’ultima cena – Gesù, lo sposo, ha iniziato un gioco d’amore: si è nascosto per farsi trovare e per la gioia di sentirsi cercato. Una tattica vincente, perché fa crescere il desiderio e col desiderio l’ardore. Per chi si lascia amare, lui può dare ancora più amore in una performance sempre più esuberante: eccedenza dell’amore sponsale! E dove si nasconde lo sposo? Nel pane spezzato quella sera, prima del suo sacrificio: «Prendete e mangiate, […] prendete e bevete» (cfr. Mt 26,26). Rimane nascosto agli occhi. Sulla croce era nascosta la divinità, qui è nascosta anche l’umanità. E noi, tutti insieme, la Chiesa sposa, crediamo alla sua divinità e alla sua umanità, benché nascoste nel pane e nel vino, pane che viene poi conservato e racchiuso nel tabernacolo, cuore delle nostre chiese. Davanti al fascino dello sposo finalmente riconosciuto, questo mistero d’amore ha l’effetto sulla bocca di renderci muti, l’effetto negli occhi di renderci miopi e l’effetto nell’anima di renderci mistici. Le parole “mistero” e “mistico” derivano dal verbo greco “muo” che significa “star chiuso di bocca e di occhi”, cioè “essere muto” e “essere miope”. E chi ci obbliga a questo? Il mistero, cioè il fascino dell’Eucaristia. Lo sposo cercato, ritrovato, serrato a sé, si dà con il suo corpo e in questo noi riconosciamo la sponsalità di questo amore. «Eccomi – dice Gesù -, prendimi, unisciti a me, mangiami, possiedimi». Da parte sua, lo sposo vuole donarsi, cioè farsi dono – e il dono non è un prestito -, vuole perdersi, cioè consegnarsi per sempre nella fedeltà. Nell’unità c’è la fusione: lui in noi, noi in lui. Questo fa l’Eucaristia.

Tra poco riceveremo il Signore che si dona così e da questa unità nasceranno tanti frutti: fecondità, creatività, voglia di essere come lui. Lo sposo ama in modo incondizionato e dà il meglio di sé all’amato. Chiede fedeltà, una fedeltà da intendere nel modo giusto. Dichiara una gelosia che non è possesso che annulla, che tarpa le ali, che inibisce. È una fedeltà che fa sbocciare l’amato in tutti i suoi colori. È una fiducia che fa crescere, è una gelosia che protegge, perché ti fa sentire quanto vali per lui, quanto importante sei per lui. «Eccomi – dice stasera il Signore -, io sto alla porta e busso, se qualcuno mi apre io verrò da lui, cenerò con lui e lui con me» (cfr. Ap 3,20). E poi aggiunge: «Io sono lo sposo che passerà a servire» (cfr. Mc 13,34; Mt 20,28).
Teresa d’Ávila dice che, nel momento dello sposalizio con il Signore, la creatura arriva a «compiere opere ed opere». Così lo sposo e la sposa gareggiano nel servizio. Gesù lava i piedi; rivivremo questo momento fra alcuni istanti. Anche a noi chiede di fare lo stesso, questa sera nel rito, ma, appena fuori, nel servizio concreto, fatto con i muscoli, con il sacrificio, spesso necessario. Per “mistica” non intendiamo qualcosa di evanescente, ma la dedizione verso chi ci vive accanto, amore con i fatti e non a parole. Lo sposo ritiene fatto a sé quello che facciamo «al più piccolo dei nostri fratelli» (cfr. Mt 25,40). «Ecco la tua sposa, Signore: questa assemblea che è pronta per te». Amen.

Omelia nella Messa crismale

Omelia di S.E. Mons. Andrea Turazzi

Cattedrale di Pennabilli, 13 aprile 2017

Is 61,1-3.6.8-9
Sal 88
Ap 1,5-8
Lc 4,16-21

Carissimi fratelli,
«lo Spirito del Signore è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio» (Is 61,1). Parole scolpite per voi e per me.
La mia prima missione è di confermare, sostenere, consolidare voi, miei primi fratelli e collaboratori; è attraverso voi che la maternità della Chiesa raggiunge l’intero popolo di Dio.

1.

Vorrei corrispondere con tutte le mie forze e con la somma delle mie povertà a questa missione. Lo desidero per tutto il tempo che mi sarà dato di servire questa Chiesa. A questo mi impegno, anche con l’imminente visita pastorale. Lo prometto nel dies natalis del nostro sacerdozio. Giorno di festa per noi. Giorno di incontro tra noi. Giorno di gioia pasquale con tutto il popolo di Dio. Formiamo quell’unico presbiterio fondato sul sacramento che ci lega in eterno al Signore Gesù, unico sacerdote. Del suo sacerdozio noi partecipiamo. Nella ordinazione sacerdotale l’unzione col Crisma ci ha configurati a lui buon pastore.
Chi siamo? Come siamo? Come ci vede il Signore?

2.

Parto con un selfie, fotografia di gruppo con autoscatto. Siamo 62 presbiteri, 48 diocesani e 14 religiosi, di varie età, da 36 anni agli over 90. A quanto so, tutti in discreta saluta fisica e spirituale. 5 confratelli godono di meritato riposo e continuano ad essere le nostre colonne. Abbiamo provenienze diverse, diversi, soprattutto, sono stati i percorsi formativi. Non pecchiamo certo di uniformità: ci contraddistinguiamo per sensibilità e caratteri, perfino con punte di singolarità.
A detta di alcuni laici non brilliamo per entusiasmo. Non siamo un presbiterio di punta, tuttavia un presbiterio capace di fedeltà: presenza in parrocchia (va migliorata l’organizzazione delle vacanze e dei viaggi), celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, visita almeno mensile agli anziani e agli ammalati, incontro pasquale con tutte le famiglie, assistenza al catechismo, etc… Siamo più propensi a soddisfare la richiesta di sacramenti che a suscitare domande di formazione. Ci accade talvolta di accondiscendere ad una pastorale che accentua la sacramentalizzazione rispetto all’evangelizzazione: forse più liturghi che maestri, più stanziali che missionari, più navigatori solitari che compagni di squadra. Tendiamo – ma non ci è facile – alla pastorale d’insieme richiesta per l’unità del presbiterio, per una maggiore efficacia dell’azione e per rispondere alle mutate situazioni delle nostre comunità. Fatichiamo a far decollare le unità pastorali. Poco coraggio? Troppo complessa e articolata la realtà? Prevalenza delle esigenze individuali su quelle dell’insieme?
Ognuno porta il proprio fardello: fatiche, delusioni e, talvolta, incomprensioni. Dobbiamo fare poi i conti con i nostri limiti e difetti: c’è chi finisce per essere senza gioia; e questo è brutto! C’è chi si è seduto: ha fatto tanti tentativi, cercato vie nuove… Hanno finito per pesare i condizionamenti della consuetudine e della routine. Talvolta si è bloccati per il timore di non essere all’altezza delle richieste. Circa l’impiego del tempo: contemperare l’attività apostolica con la cura amministrativa, con la gestione della Chiesa, con la custodia della casa… e anche questo porta via tempo. C’è chi sente il sovraccarico pastorale; deve districarsi fra le mille richieste della gente, le riunioni, gli incontri al centro diocesi e gli incarichi oltre la parrocchia (benedette agende!); senza dire poi della prepotenza del telefono e delle comunicazioni digitali. Qualche volta, ammettiamolo, si perde tempo e ci sfugge quello che accade accanto a noi, salvo poi fare le ore piccole per recuperare.

3.

Dal selfie alla radiografia. Come siamo dentro? Consideriamo il cammino vocazionale che ci ha portato ad abbracciare la vita da prete, vita totalmente posseduta da Cristo e messa fiduciosamente nelle mani della Chiesa: l’inquietudine della ricerca, l’entusiasmo della decisione; il tempo della formazione e dell’ascesi per la conquista della libertà interiore e le esitazioni del tutto normali davanti ai passi decisivi per “sposare il Signore per sempre”, i timori e i lampi di gioia e la voglia di santità, la lotta interiore fino a capire, finalmente, che non i nostri sforzi sono decisivi, ma l’opera di Dio in noi.
Chi non ha desiderato di essere un bravo prete? In verità la scommessa era più sulla fedeltà del Signore che sulla nostra. E questo ci ha dato coraggio. In alcuni passaggi ci è stato di aiuto chi, senza toglierci la libertà, ci ha incoraggiato e spinto all’audacia.
Per alcuni la famiglia è stata vicina e collaborativa, per altri un banco di prova. Comprensibili i timori dei genitori: «Proprio mio figlio ha questa vocazione?». Ai nostri genitori erano ben note le nostre inconsistenze e la nostra normalità. Tuttavia, anche la famiglia, più o meno consapevolmente, alla fine è stata coinvolta nel progetto di vita. E poi le amicizie… Gli amori: amori adolescenziali, amori dichiarati o solo platonici, amori più maturi. Esperienze, anche queste, che hanno arricchito e preparato ad un amore più grande nella scelta-dono del celibato.
Veniamo al giorno radioso dell’ordinazione. Oggi, soprattutto, dobbiamo ritornare alla grazia di quel giorno, con gratitudine, col desiderio di un nuovo inizio, con fermi e rinnovati propositi. Con l’ordinazione sono venuti i primi incarichi, il legame con persone e comunità che mai avremmo immaginato di incontrare: son diventate parte della nostra vita. Ci legano ad esse vincoli di fraternità e paternità. Legami di cuore. Siamo stati avvertiti di non vagheggiare luoghi diverse, carriere, ambizioni. Ci basta che l’anima sia “a fuoco”, sempre in una appassionante intimità con colui che ci ha chiamati; e così faticare, avanzare, cantare per fede, solo per fede! Contempliamo, in tutto il suo splendore, la chiamata, anche con le cicatrici e le ferite che la rendono più bella. «Una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito a lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto. Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti» (Is 61,8). Riprendiamo a sognare!

4.

Che cosa ci è chiesto?
Constatiamo la necessità di una conversione pastorale. Si fanno convegni, studi, pubblicazioni, esperienze sull’argomento, ma la conversione pastorale presuppone la conversione del cuore. Non si tratta di nuove strategie e neppure è questione di programmi, ma di interiore disponibilità ad ascoltare la voce dello Spirito.
Abbiamo davanti grandi orizzonti, piccoli passi ma concreti da fare.
Primo, la comunione: la si esige dagli altri, ma noi siamo disposti a cedere il nostro punto di vista, le nostre posizioni? Siamo capaci di ascoltare fino in fondo i pensieri degli altri, di praticare il discernimento comunitario? Partecipiamo cordialmente alla vita diocesana e presbiterale? Siamo disposti ai cambiamenti, alla collaborazione, all’incontro? (dovremmo rileggere spesso il n.43 della Novo Millennio Ineunte sulla spiritualità di comunione).
Secondo, la missione: la missione non coincide con il pendolarismo da una chiesa all’altra, ma scaturisce dalla urgenza di far conoscere il Signore, dal desiderio di avvicinare la gente, partendo pedagogicamente dal punto in cui si trova. Il prete missionario è aperto verso tutti nella consapevolezza che separarsi per non sporcarsi con gli altri è la sporcizia più grande (L. Tolstoj). Il prete missionario circonda di attenzione e di tenerezza le persone a lui affidate fino a conoscerle una per una. Ha un approccio costruttivo con i laici: sa collaborare, accetta di mettersi in questione, si fida, costruisce insieme… preti così non si improvvisano. «Il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio a i miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Is 61,2).
Non servono preti clericali il cui comportamento rischia di allontanare la gente dal Signore. Non servono preti funzionari che, mentre svolgono un ruolo, cercano lontano dal Signore consolazioni e compensazioni. Il prete missionario entra nel dolore della gente. Partecipa. Ha la missione nel cuore.
Terzo, il servizio: non è servizio quello di chi dall’alto della considerazione di sé ostenta benevolenza, è paternalismo. Il servizio non è dominio sulle persone protette o sulle situazioni per le quali si finisce per considerarsi indispensabili. Un servizio così inteso, sotto sotto, diventa potere, indisponibilità a farsi da parte. Il servizio rifugge dall’esibizione: preferisce l’ultimo posto non per moralismo, ma per la convinzione che il Signore è con i più poveri, i più piccoli… Il Signore si è identificato con chi ha fame, sete, con chi è malato, etc. Il servizio è farsi uno: «Mi metto nei tuoi panni, così è mio il tuo problema, mi metto accanto a te e nella reciprocità cresciamo insieme». Impariamo la lezione del Signore che lava i piedi (cfr. Gv 13, 1ss).

5.

E il Signore come ci vede? Che cosa dice di noi?
Il Signore Gesù ci dona il suo stesso donarsi. Il sacerdozio nell’Antico Testamento veniva descritto come una struttura sociologicamente ben organizzata. Chi era investito del sacerdozio diveniva segno di una particolare proprietà divina, ma l’elezione era vissuta come separazione: così il popolo di Israele di fronte a tutti gli altri popoli, sacro al Signore, perciò separato (cfr. Es 19,1-7; Dt 7,1-8); la tribù di Levi, destinata del culto, non aveva parte con le altre tribù, era porzione del Signore (cfr. Dt 10,8-9). Dalla tribù di Levi veniva scelta una famiglia per il santuario: una volta all’anno il sommo sacerdote immolava un agnello mediante la consumazione col fuoco (cfr. Ebr 9). Questo procedimento, come si vede, era per successivi e drammatici distacchi, quasi una struttura piramidale al cui vertice non c’era altro che una nube che sale verso l’alto. Il sacerdozio antico era rituale, formale, esteriore. Celebrazione della trascendenza, ma anche della irraggiungibilità di Dio.
Gesù, dal punto di vista sociologico, fu laico. Tuttavia, il Nuovo Testamento lo proclama sacerdote, ma in una prospettiva diversa rispetto al sacerdozio antico: il suo è un sacerdozio interiore, esistenziale, personale. Il movimento è discendente e procede per successivi incontri. Il Verbo si incarna. Nell’unica persona sono inseparabilmente unite la natura divina e la natura umana, un abbraccio salvifico ed eterno. Gesù di Nazareth vive la vicenda umana nella quotidianità e nella prossimità con la gente, fino ad assumere sofferenza e peccato. Sulla croce, estrema frontiera, fa proprio il dolore innocente e celebra il sacrificio in obbedienza al Padre: è sacerdote, vittima e altare ad un tempo. È la divina liturgia del fiat. Con il grido del suo abbandono (estremo abbassamento e kenosi) si manifesta in croce come unico mediatore tra Dio e gli uomini, abbattendo la separazione e facendo l’unità (enosis). Dal fianco squarciato effonde lo Spirito per una nuova creazione.
Gesù prolunga il dono di sé attraverso l’Eucaristia. Un grumo di materia, trasformato in lui, anticipa l’unità completa di tutto in lui (cfr. Ef 1,10). La kenosi del Signore, in vista dell’unità universale, sembra raggiungere qui il suo vertice, ma la massima espressione del suo abbassarsi sta nel dono che egli fa del suo stesso donarsi, cedendolo ad alcuni dei suoi fratelli, «uomo assunto tra gli uomini per le cose che riguardano Dio» (cfr. Ebr 5,1). I presbiteri, tali per l’imposizione delle mani, agiscono in persona Christi, ministri della stessa mediazione sacerdotale di Cristo. Grandezza del sacerdozio! Incanto e responsabilità. «Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore» (Is 61,9). Auguri!