Omelia nella S. Messa in suffragio di S.E. Mons. Luigi Negri

Pennabilli (RN), Cattedrale, 11 gennaio 2021

Ebr 13,7-9
Sal 22 (23)
Gv 17,24-26

Carissimi,
vogliamo anzitutto obbedire al Signore che si rivolge a noi con la Lettera agli Ebrei e ci invita a fare memoria di coloro che ci hanno annunciato la Parola di Dio; con questo spirito facciamo memoria dell’Arcivescovo Luigi. È un dovere che compiamo con gratitudine, anzi lo sentiamo come un bisogno, un bisogno del cuore. «Ricordatevi dei vostri capi»: lo ricordiamo per la generosità e la profondità con cui ci ha annunciato la Parola di Dio. Vogliamo imitarne la fede, sua grande lezione, e fare nostra anche la sua ricorrente raccomandazione a non lasciarci sviare da dottrine che ci allontanano da Cristo. Sono parole sue: «Cristo è con noi e, se Cristo è con noi, nessuno potrà mai mettere in dubbio questa sua presenza piena di forza e di affetto. Uniamo la nostra vita alla sua, riconosciamolo presente tutti i giorni della nostra esistenza, consegniamogli la nostra vita».
Un vescovo è legato alla sua Chiesa come uno sposo alla sposa. La regge in luogo di Dio; in lui, assistito dai suoi presbiteri, è presente il sommo sacerdote Gesù. Egli, il vescovo, «è il visibile principio e fondamento di unità della sua Chiesa particolare», così il Vaticano II; ma prima, tra i padri, mi piace citare san Cipriano: «La Chiesa è nel vescovo e il vescovo nella Chiesa» (Ep 66,8,3). E prima ancora, Gesù stesso: «Chi li ascolta [i Vescovi], ascolta Cristo, chi li disprezza, disprezza Cristo e colui che lo ha mandato» (cfr. Lc 10,16 in LG 20). Se il Vescovo è forma gregis (1Pt 5,3) non può non modellarla in qualche misura su tratti della sua persona, del suo Spirito. Ogni vescovo contrassegna la sua Chiesa e ogni Chiesa rimane contrassegnata dal suo vescovo.
Dico grazie, insieme con voi, al Signore per le tracce profonde lasciate da mons. Luigi in questa nostra Chiesa. Sarebbe bello ripercorrere la vicenda umana e spirituale di mons. Luigi e riprendere in mano i contenuti e le opere del suo ministero, partendo dalla formazione ricevuta, approfondita poi nella preparazione al sacerdozio, agli studi continuati dopo, all’incontro con il carisma di Comunione e Liberazione. Sarebbe necessario studiare il suo insegnamento, la sua attività, la sua presenza e testimonianza in questo momento così singolare della vita della Chiesa. Sarebbe interessante, necessario, tutto questo. Credo di interpretare il desiderio di ognuno nell’impegnarci tutti, con l’aiuto di persone competenti, ad organizzare una lettura approfondita del suo apporto alla nostra Diocesi e alla Chiesa italiana.
Dopo l’impressione forte alla notizia della sua morte – eravamo qui in Cattedrale (si celebrava il Te deum di fine anno) –, dopo la commozione ai funerali a cui tanti di noi hanno potuto partecipare a Ferrara o a Milano, dopo le tante considerazioni sui media sulla figura di questo vescovo intellettuale e umanissimo, schietto e appassionato, intrepido e fanciullo, bussa al cuore l’esigenza di una preghiera più intima ed una considerazione più spirituale che interpreti la sua vita, la sua missione e la sua partenza da noi.
Mi piace farlo inquadrando la persona e la vicenda dell’Arcivescovo dentro al brano evangelico che è stato appena proclamato. Si tratta di appena tre versetti nella grande preghiera sacerdotale di Gesù. Il contesto è quello dei “discorsi di addio”. Vi trapelano la commozione di Gesù, lo sbigottimento dei discepoli e l’intreccio di temi impegnativi. Siamo invitati ad entrare nell’intimità che Gesù ha con il Padre – è la sua preghiera – a comprendere in lui il nostro destino e a contemplare grandi orizzonti. Si tratta di tre versetti – ho detto – che hanno a che fare con il sacerdozio di Gesù, ma anche col sacerdozio partecipato dai discepoli. Gesù parla di sé, parla della missione di ogni discepolo e della missione propria del sacerdote. Tre versetti, tre le parole che si rincorrono, si intrecciano: gloria, conoscenza, amore. «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria». A cosa aspira un cristiano, più o meno consapevolmente, se non alla contemplazione della gloria? Magari non lo dice con l’ardimento e le parole di Mosè: «Signore, mostrami la tua gloria» (cfr. Es 33,18), ma in verità questo è tutto il suo desiderio e la sua inquietudine.
L’Arcivescovo Luigi ha vissuto questa ricerca. Poi la scoperta, diventata certezza, roccia: «Tu fortitudo mea» (il motto del suo stemma episcopale). Ma ha sempre apprezzato e incoraggiato, soprattutto nei giovani, l’attitudine alla domanda, alla ricerca. E in questo è stato maestro. Conosceva le tappe dell’itinerario: la ricerca interiore, l’inquietudine, l’inseguimento della verità come bellezza, fino alla bellezza più bella: Gesù Cristo. «Quaesivi et inveni (ho trovato ciò che cercavo)». Nell’itinerario c’è da mettere in conto la caduta, il peccato. Due le risoluzioni dell’Arcivescovo Luigi. La prima: la carità pastorale che, opportunamente e inopportunamente, si fa avanti per smascherare l’inganno e contrastare il pericolo. La seconda, assolutamente non moralistica: la preghiera, quella che diciamo ad ogni Messa: «Signore, non guardare i nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa». «La nostra esistenza – sono ancora parole sue – consegnata al Signore non perde la sua consistenza umana, ma la ritrova ad una profondità più definitiva». «Signore, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa». Chiesa, salda roccia, sicura imbarcazione: non uscire mai dalla barca di Pietro per avventurarsi in solitudine in un guscio di noce. Ci ha insegnato il valore profondo dell’appartenenza, anche quando può essere difficile.
«Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato». Conoscere e far conoscere il mistero di Cristo dall’incarnazione alla risurrezione. Questo chiede Gesù nella sua preghiera sacerdotale. In che cos’altro può riassumersi l’impegno di un sacerdote e di un vescovo? «Per conto mio – scriveva san Paolo – mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime» (2Cor 12,15). E conclude chiedendo tenerezza: «Se io vi amo più intensamente dovrei essere riamato di meno?». “Affezione”: parola ricorrente nel parlare e nello scrivere dell’Arcivescovo Luigi; affezione attesa a dispetto della sua apparente austerità. Ecco la missione a cui chiama Gesù: donarsi, nella collaborazione con lo Spirito Santo, per aprire le menti all’intelligenza, alla contemplazione del mistero e all’accoglimento della carità di Dio Padre nel suo Verbo che si rivela elargendo la sua presenza. È l’obiettivo della missione, quello che in forme diverse ognuno vorrebbe operare nella laboriosità dell’azione, nella testimonianza, ma anche nel prezzo della quotidiana fedeltà. «Impeto missionario»!
Se le nostre considerazioni devono concludersi in una preghiera la formuliamo così per l’Arcivescovo Luigi: che possa godere definitivamente della contemplazione della gloria di Cristo che tanto ha amato, e cioè della visione del suo volto, dell’effusione del suo amore con quello del Padre e dello Spirito, per sempre. È possibile? Certo! La preghiera di Gesù è efficace. Gesù rivolgendosi al Padre si impone ed esige: «Voglio, Padre». Sappiamo che egli viene esaudito per la sua pietà (cfr. Ebr 5,7). Così sia.

L’ascolto è il primo passo

A cena con i vecchi compagni di Liceo per fare sinodo

“Ok, ci vediamo questa sera alle sette a casa di Cecilia, ci confrontiamo un paio d’ore sulle domande proposte, alle nove ceniamo e concludiamo la serata”.
È il messaggio di conferma di un incontro sinodale insolito, scritto sulla chat della mia vecchia classe di liceo (maturità anno 1983).
Per il Sinodo indetto da Papa Francesco, il Vescovo Andrea ha chiesto di esplorare ambiti di consultazione al di fuori del contesto strettamente ecclesiale, o comunque non legati alla frequentazione abituale della vita delle parrocchie o della diocesi; e così ho pensato di lanciare la proposta agli amici di scuola superiore, con i quali da tempo continuiamo a vederci regolarmente almeno una volta all’anno (e anche di più, quando possibile) per una cena conviviale e qualche chiacchiera sullo svolgersi delle nostre vite. Dei circa 25 alunni diplomati, in genere rispondono all’appello annuale almeno 12/15 amici, ed anche la proposta di vederci per affrontare i temi del Sinodo tutto sommato non è stata disattesa: siamo otto e purtroppo qualcuno è stato costretto a dare forfait all’ultimo momento (compreso Flavio, che avrebbe voluto addirittura collegarsi in streaming da Roma …).
Sinceramente, confidavo nel riscontro incoraggiante alla mia proposta, e così è stato; sia per la cordialità e sintonia tra noi che il tempo non ha scalfito, sia perché immaginavo che l’invito del Papa in qualche modo potesse cogliere nel segno; come se le domande su fede e senso del vivere – quelle affrontate a scuola nelle lezioni di filosofia e religione, o sulle pagine di Dante e Leopardi – non avessero “mai avuto una risposta chiara” (come cantava Venditti in “Compagno di scuola” … ai nostri tempi) o comunque non definitiva.
In fondo, il nostro primo mese di liceo ha coinciso con il brevissimo pontificato di Papa Luciani e l’inizio della lunga stagione di San Giovanni Paolo II alla guida della Chiesa; a distanza di tanti anni, quel suo “spalancate le porte a Cristo!” chissà se ha lasciato un segno nelle nostre vite e come è cambiata la sensibilità religiosa nel nostro gruppo di ulta-cinquantenni? (chi vuole conoscere l’età esatta e infierire a proposito del tempo che passa, faccia i conti da solo …)
E così, una volta riassunto lo spirito del Sinodo e precisate le “regole d’ingaggio” (in sintesi: non abbiamo il dovere di rispondere a tutte le domande e ognuno si senta libero di esprimere la propria opinione e ascolti gli altri senza giudicare), diamo inizio al confronto.
La prima domanda è sul tema dell’ASCOLTO: secondo te, la Chiesa di questo tempo è capace di ascoltare le domande che le vengono rivolte dal mondo circostante, stare tra la gente, sostenere ed accogliere la storia dei luoghi in cui si trova ad operare? Verso chi è in debito di ascolto?

Apre la riflessione Massimiliano, il quale giudica la Chiesa in debito con la storia, ieri (e cita l’Inquisizione ed il potere temporale dei Papi) come oggi, quando si dimostra poco tempestiva nel recepire i segnali di “aggiornamento” richiesti dalla nostra epoca (ad esempio, quando proibisce la contraccezione nella battaglia contro l’aids) ed anche poco ascoltata a causa dei segnali di profonda divisione al proprio interno.
Anche Gino esprime un giudizio critico nei confronti della capacità di ascolto della Chiesa: credo nelle persone che fanno del bene – afferma – più che nelle manifestazioni della religiosità, spesso solo esteriori; sottolinea la distanza dei cristiani dal sentire contemporaneo sui temi etici di attualità (come aborto ed eutanasia), confermata anche dal progressivo
allontanamento dei giovani e dalla tentazione dei cattolici di imporre la propria visione delle cose, soprattutto in Italia, paese in cui la vicinanza del Vaticano esercita ancora una certa influenza.
Mariano condivide lo stesso pensiero e punta il dito, in particolare, sull’incoerenza di molti uomini di chiesa (soprattutto alti prelati) che ha tolto credibilità al suo messaggio; una credibilità – aggiunge – difficilmente recuperabile.
Non mancano, però, anche valutazioni di segno opposto: Giuseppe sottolinea che la “debolezza” dei cristiani di fronte alle tentazioni della ricchezza e del potere non deve offuscare ai nostri occhi la bontà del messaggio spirituale di cui essi sono portatori; Cecilia osserva che il pontificato di Papa Francesco rappresenta una bella novità di ascolto da parte della Chiesa; novità riconosciuta anche da Enrico, il quale – semmai – rimprovera all’attuale successore di Pietro un’eccessiva disponibilità a compromessi con la mentalità corrente su alcune materie del tradizionale insegnamento ecclesiale (ad esempio, in tema di omosessualità e famiglia). Ma non è questo il cuore della questione: Enrico sostiene che il nostro giudizio sulla Chiesa dovrebbe piuttosto riguardare principalmente la sua capacità di rispondere alle domande dell’uomo sul senso della vita.
In qualità di moderatore, anche se dissento da molte tra le argomentazioni ascoltate, mi limito a suggerire alcuni chiarimenti su insegnamenti della Chiesa non conosciuti o male interpretati (come ad esempio le norme che regolano la distribuzione della Comunione ai separati ed i criteri di attribuzione ed impiego dei fondi dell’otto per mille…). Osservo solamente, questo sì, che il giudizio sulla Chiesa è spesso condizionato dal cosiddetto “politicamente corretto”.
Maurizio, infine, pone l’accento sul fatto che, parlando della Chiesa, spesso ci si affida a considerazioni molto generali ed a pregiudizi che non aiutano a comprendere le cose nella loro autenticità. Chiede al gruppo di rispondere alle domande in maniera più personale e rilancia l’interrogativo più spinoso tra quelli proposti: quello sull’ACCOGLIENZA che la Chiesa riserva a ciascuno di noi.
Nel frattempo, è arrivata l’ora di cena e, stando al programma iniziale, anche il momento di concludere la discussione. Ma nessuno ha voglia di porre fine al confronto, così proseguiamo durante il pasto e anche oltre (…fino a mezzanotte, per la precisione).
Dunque, ripartiamo dalla domanda suggerita da Maurizio: ti senti accolto dalla tua comunità cristiana? vorresti farne parte ma ti senti messo ai margini o escluso?
Mariano afferma di non aver mai subito chiusure, ma giudica la Chiesa ancora incapace di far sentire chiunque adeguatamente accolto, anche se riconosce i tentativi fatti per comprendere tutti e condividerne i pesi.
Giuseppe ammette di essersi un po’ allontanato dalla vita comunitaria (nonostante abbia ricevuto sollecitazioni ad una partecipazione più attiva), anche se le domande di fondo in lui non sono certamente venute meno.
Maurizio sperimenta la difficoltà di vivere una partecipazione più attiva, determinata dalla storia personale e dai ritmi di vita e lavorativi che attualmente conduce.
Enrico giudica gli ambienti cattolici secondi a nessuno quanto a capacità di accoglienza, anche se personalmente tiene le distanze, temendo che in tali contesti possa prendere il sopravvento nei suoi confronti una certa precettistica ed il giudizio critico.
Massimiliano si sente parte della comunità cristiana ma, non condividendo gran parte delle
attuali scelte della Chiesa, vive un’adesione ed una modalità di partecipazione ad essa molto personali.
Cecilia crede che la Chiesa accolga tutti quelli che bussano alla sua porta ed anzi riscontra una modesta partecipazione rispetto alla disponibilità di accoglienza; personalmente, partecipa a tutti i momenti comunitari liturgici, meno a quelli sociali, ritenendo più urgente la bontà di scambiarsi il messaggio di salvezza cristiano attraverso un rapporto interpersonale.
Gino, ammette la propria scarsa adesione alla vita ecclesiale, pur apprezzando il buon operato dei cristiani che fanno opere di bene, al pari di tanti uomini e donne di buona volontà.
Prima di concludere, c’è tempo per una breve testimonianza anche del sottoscritto: ovviamente, affermo di sentirmi da sempre pienamente accolto dalla Chiesa, ma mi trovo spesso a fare i conti con la difficoltà di esprimere una testimonianza cristiana all’altezza delle aspettative della mia comunità, talvolta sentendo anche il peso di una certa solitudine nelle esperienze di dolore a cui la vita mi mette di fronte (come peraltro accade nell’esistenza di tanti).
E’ mezzanotte ed è ormai tempo di concludere il nostro confronto, ma tutti manifestano il desiderio di ritrovarsi ancora una volta e rilanciare la proposta agli assenti.
In fondo, sono rimaste alcune domande a cui rispondere ed abbiamo ancora molte cose da dirci …

Federico Nanni

Omelia nella Festa del Battesimo di Gesù

Maiolo (RN), 9 gennaio 2022

Is 40,1-5.9-11
Sal 103
Tt 2,11-14;3,4-7
Lc 3,15-16.21-22

La narrazione del Battesimo di Gesù è comune a tutti gli evangelisti, Giovanni compreso, che fa narrare l’accaduto al Battista.
Questi i fatti. Giovanni Battista è al fiume Giordano dove pratica questo segno di purificazione e di conversione. Accorre tanta gente. Giovanni non ha paura: ha uno stile di vita simile a quello degli antichi profeti. Invita alla conversione anche con parole forti e dure. Non teme Erode, a cui contesta le “scelleratezze” e la relazione incestuosa con Erodiade. Questa aperta contestazione al potere causerà guai al Battista. Al fiume Giordano scende anche Gesù, mescolato tra la folla. Gesù non è andato con gli Esseni, puri e duri, che hanno abbandonato la città per ritirarsi in luoghi deserti nella regione del Mar Morto (Qumran).
Perché è così importante il Battesimo di Gesù? Il motivo per cui questo episodio viene narrato è perché costituisce un punto fondamentale nella vita di Gesù: qui inizia la sua missione, viene presentato ufficialmente, accreditato davanti al popolo di Israele che si interrogava sull’arrivo del Messia (cfr. Lc 3,15) – per questo si celebra il Battesimo del Signore dopo l’Epifania – è come una manifestazione: quel bambino nato a Betlemme, cresciuto a Nazaret, che va sulle rive del fiume, è il Messia, è il Signore. Non possiamo che essere stupefatti davanti a lui, così umile, così semplice e così grande. Anche i Magi si erano sbagliati in un primo momento, perché cercavano il Messia nella grande città, Gerusalemme; lo cercavano a palazzo, avevano consultato i sapienti e i sommi sacerdoti, invece Gesù era in un borgo di campagna, a Betlemme, in un rifugio di fortuna, seduto sulle ginocchia di sua mamma, come tutti i bambini.
Mentre Gesù arriva sulle rive del fiume con tutti, viene presentato come il Messia.
Luca aggiunge alla cronaca questi dettagli. C’era tanta folla. Nella pagina precedente Luca ci informa che là erano andati perfino i soldati e i doganieri (i pubblicani), per chiedere come cambiare vita, come rinnovarsi. Gesù va in mezzo a loro, sa cogliere il positivo che c’è nel cuore di ogni persona. Anche nei peccatori c’è una scintilla divina, basta solo che si aprano. Andiamo volentieri al sacramento della Riconciliazione perché il Signore vuol dirci che ci ha creato come un prodigio (cfr. Sal 139,14), che abbiamo un potenziale enorme dentro di noi e che lui crede in noi. Luca è l’evangelista che ci racconterà del figliuol prodigo, della donna silenziosa che va ai piedi di Gesù per chiedere perdono e di Gesù in croce che dice al ladrone pentito: «Oggi sarai con me in paradiso».
Secondo dettaglio di Luca: Gesù pregava. Matteo, Marco e Giovanni non lo dicono. Perché era in preghiera? Voleva indicare a tutti il primo passo per la conversione: la preghiera. La preghiera intesa come rapporto col Padre. Niente di più semplice e di più decisivo. Quando un peccatore si mette in preghiera, si mette in relazione, non guarda più se stesso, alza lo sguardo, si sente amato, si sente stimato; allora darà il meglio di sé. La fiducia sblocca, fa sbocciare. Un’altra sottolineatura di Luca: al fiume Giordano, in mezzo alla folla, ai soldati e ai doganieri accade la prima Pentecoste. Negli Atti degli Apostoli ci verrà raccontata la mattina in cui nel Cenacolo ci fu l’effusione clamorosa dello Spirito Santo, il Big Bang che ha dato origine alla Chiesa. Con questa gioia nel cuore continuiamo la celebrazione eucaristica con la professione di fede nella forma battesimale per ricordare quando, nel nostro Battesimo, lo Spirito Santo è sceso su di noi.

Omelia nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

San Marino Città (RN), Basilica del Santo, 1 gennaio 2022

55a Giornata Mondiale della Pace

Nm 6, 22-27
Sal 66
Gal 4,4-7
Lc 2,16-21

È bello aprire il nuovo anno lasciando scorrere su tutti noi come un fiume la benedizione che Dio ha affidato ad Aronne per Israele, una benedizione che è per tutti.
Accogliamola non come un semplice augurio, ma come benevolenza del Signore su di noi, sui nostri pensieri, sui nostri affetti, sui nostri propositi e sulle nostre responsabilità, proprio come rugiada sull’erba, come tenerezza nel volto del Signore, tanto desiderato. Abbiamo pregato: «Mostraci, Signore, il tuo volto» (Sal 79). Nella pienezza del tempo quel volto ha preso forma. È il volto umanissimo di Gesù di Nazaret. In apparenza «non ha splendore né bellezza da attirare gli sguardi» (cfr. Is 53,2) – è un bambino nella sua povertà – si fa vedere «mentre il silenzio avvolge tutte le cose e la notte è a metà del suo corso» (cfr. Sap 18,14), accolto da un’umile ancella, riconosciuto dai pastori che senza indugio sono accorsi a Betlemme (cfr. Lc 2,16). L’incarnazione è in linea con lo stile stesso di Dio che silenziosamente si cala, si dona, assume, trasfigura. La gloria di Dio prende forma e il Verbo si fa carne. Siamo nel cuore del mistero cristiano da contemplare, ma anche da accogliere e tradurre in stili di vita, almeno su due direzioni. La prima: Dio si fa uomo perché l’uomo diventi Dio, si divinizzi. Dunque, dopo il suo Natale il nostro Natale. Accogliamo il dono di essere «partecipi della natura divina» (2Pt 1,4), di essere “adottati” dal Signore, non come rinnegamento dell’umano, o come disimpegno o fuga dalla realtà. Tutt’altro! Il Signore non toglie nulla alla nostra umanità. Tutto dona. La seconda direzione è questa: ogni uomo che viene al mondo è fatto di Cielo, altissima è la sua dignità, per questo Gesù, nell’affidarci il suo “comandamento nuovo”, dirà: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Ancora una volta ci sorprende: il comandamento, fino a lui, riguardava perlopiù la sfera del sacro, del culto, ora il dettato del comandamento nuovo riguarda l’amore per l’altro, l’altro fatto di carne come me, fratelli tutti. Da notare: Gesù non dice «amatemi, come io ho amato voi», come esigerebbe la grammatica, ma «amatevi». Amarlo non tanto nelle belle immagini; ma amarlo nella carne del fratello, non solo in quello giovane che risplende di bellezza, ma anche nel fratello debole, consumato, che è anziano, ammalato o coperto di piaghe. L’uomo è gloria di Dio.
È su questo sfondo di bellezza e di speranza che vogliamo vivere il primo giorno dell’anno, che dedichiamo alla pace.
Oggi ho il privilegio di consegnare a chi ci governa e a chi si prende cura dell’amministrazione pubblica il Messaggio di Papa Francesco per la 55° Giornata Mondiale della Pace. Il Messaggio ci ripropone la promozione della cultura dell’incontro e questo ci chiede di porre al centro di tutta l’attività educativa, la principale e fondante, e di tutta l’attività politica, sociale ed economica, la persona umana. Papa Francesco riconosce che «nonostante i molteplici sforzi si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo». Per superare questa situazione papa Francesco indica tre vie da percorrere «per una pace duratura».
La prima è il dialogo fra le generazioni. «La crisi globale che stiamo vivendo – scrive – ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana». «In questa chiave – continua – vanno apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato».
La seconda via riguarda l’istruzione e l’educazione. «Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione». Al contrario, le spese militari sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. «È dunque opportuno e urgente – scrive papa Francesco – che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti». Terza via è la promozione e la disponibilità del lavoro. Da questo punto di vista la pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione. In particolare, «l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante». Continua Papa Francesco: «La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso. (…) La politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale, trovando sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa».
Affrontare la crisi vuol dire avere il coraggio di avviare una rivoluzione spirituale capace di calarsi nelle dinamiche della vita reale. Ognuno di noi, per la sua parte, ne è promotore: fare pace, cioè essere costruttori, operatori della pace, intraprendenti; essere in pace, cioè impegnati a bonificare i rapporti reciproci: non è facile, ma la pace nasce vicino a noi, attorno a noi; essere pace: questo è il mio augurio per tutti voi.

Natale 2021

Buon Natale! Con queste semplici parole evochiamo un avvenimento straordinario e tuttavia caro e familiare: la nascita di un Bambino, «grande gioia che è di tutto il popolo».
È così per la nascita di ogni bambino, ma di Gesù la fede insegna l’origine divina e la missione salvatrice. Gesù è di tutti, è per tutti, è con tutti.
Il vigore del suo messaggio di amore e di pace si rinnova ogni anno, ma non nega le fatiche che sembrano volerci togliere la speranza. Non siamo di quelli che celebrano il Natale per dimenticare o per evadere dalle preoccupazioni che segnano questi nostri giorni o per fingere che non ci siano problemi attorno a noi e dentro di noi.
Auguro a tutti di saper ascoltare, come fosse la prima volta, «il grido nella notte e vedere la luce apparsa nelle tenebre». Un grido che i padri e le sentinelle della storia hanno ascoltato e trasmesso prima di noi.
Al di là di una effimera emozione, al di là delle pur belle tradizioni esteriori, propongo di ascoltare l’incredibile messaggio del Natale, del Dio per noi, con noi e in noi.
Sorprende un passo del profeta Isaia che viene proclamato il giorno di Natale: è un invito al canto e alla lode: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme». Come possono le “rovine” trovare motivi di canto e di gioia? Siamo segnati da fallimenti, distacchi, dispiaceri, preoccupazioni…
Il fatto è che il Bambino di Betlemme – il Verbo fatto carne – è venuto a prendere per salvare e riscattare ciò che è suo, perché «tutto ciò che esiste è stato fatto per lui e in vista di lui»; si è coinvolto nella nostra fatica di esistere per ridonare a tutti la certezza che qualcosa può cambiare, anzi che tutto può cambiare, e per darci questa speranza come compagna di viaggio. Egli cammina davanti a noi e noi – dietro a Lui – siamo carovana di fratelli che si aiutano per le inquiete strade della terra. Abbiamo intelligenza, cuore e ginocchia. Intelligenza per cercare verità e vie sempre nuove, cuore per non lasciare indietro nessuno e comprenderci di più, ginocchia per pregare gli uni per gli altri, per chiedere aiuto a Colui che ci è vicino. Dipende da ciascuno di noi se oggi è Natale o non è Natale. Il Bambino Gesù si consegna a noi: lasciamolo entrare nella nostra casa, nella nostra vita, là dove realmente ci troviamo.
Auguri: è Natale!

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

In memoria di mons. Luigi Negri

Sapevo dell’aggravarsi dell’infermità di mons. Luigi Negri. Insieme fedeli, religiosi e sacerdoti della Diocesi di San Marino-Montefeltro abbiamo pregato per lui con affetto e gratitudine filiale. Non è stato consentito ad una nostra delegazione di fargli visita e portargli l’augurio di tutti. L’ultimo giorno dell’anno si è conclusa la sua esistenza terrena.
Nella memoria di mons. Luigi sono racchiusi un’infinità di volti, soprattutto quello dei giovani ai quali ha dedicato tutto se stesso nell’insegnamento, nell’amicizia e nell’accompagnamento educativo.
Nella sua preghiera è stata ed è presente la cara Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio: le è stata affidata, subito dopo il terremoto del 2012, con le ferite del sisma e con quelle, non meno dolorose, di tante situazioni che ha affrontato con coraggio e dedizione. Ne sono stato testimone.
Ma un posto speciale nel suo cuore di pastore occupa la gente di San Marino e del Montefeltro. Ho ben presente con quale trasporto ne parlava, spesso commuovendosi: il territorio, le pievi, i borghi e soprattutto la gente di questo popolo che, con la sua fede, la ricchezza più vera – sono parole sue – ha vissuto in maniera seria e dignitosa anche le circostanze difficili della vita.
Qui la fede – ricordava tante volte – ha creato una cultura di popolo, ha custodito questa cultura e l’ha educata, contribuendo a realizzare «una civiltà realmente della verità e dell’amore». Accolgo e consegno queste parole come perla preziosa, come testamento spirituale, come progetto da realizzare.
La distanza non ha annullato i sentimenti, la partenza e il compimento definitivo del suo cammino lo rendono ancora più vicino.
Uno dei momenti più belli della sua missione pastorale tra noi è stato quel “giorno benedetto” della visita del Papa alla Diocesi. Fu un dono straordinario per tutti noi, ma anche una testimonianza di stima ed affetto di Benedetto XVI per la sua persona.
Chiedo nella preghiera: ci accompagni ancora, Eccellenza, con la sua preghiera di intercessione, perché sappiamo proseguire quel disegno per cui si è speso senza riserve: la ripresa forte della nostra fede, resa esperienza quotidiana e capace di un nuovo impeto missionario.

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro