27 maggio – Allarga la tua tenda

Uno dei primi apostoli che abbiamo incontrato ci disse che era difficile parlare dello Spirito Santo, però non lo si può tacere. Fin dai primi tempi della vita della Chiesa ci si è serviti di immagini. Ne abbiamo già viste diverse: il fuoco, il vento gagliardo, la colomba. Questa sera ci parlerà dello Spirito Santo l’apostolo Pietro. Ironia! Pietro ha le chiavi in mano, ma tutto è spalancato: porte e finestre. Un terzo dello spazio e del colore della Pala descrive quello che sta fuori dal cenacolo, come a dire che tutto è diventato cenacolo. Lo Spirito ormai abbraccia ogni cosa: «Spiritus Domini replevit orbem terrarum (lo Spirito del Signore ha riempito la faccia della terra)».
Si intravvedono paesaggi di montagna, vegetazioni che si stagliano su di un cielo terso, guglie ed edifici che svettano sulla città… Tutto sembra dire che il potere delle chiavi non è dato per chiudere, ma per aprire: «Allarga la tua tenda Israele», così cantava un antico profeta.
Lo Spirito Santo ha spalancato il cenacolo sulla città e costringe i discepoli ad aprirsi, ad uscire fuori, a parlare in lingue diverse in modo che tutti possono capire. Ognuno che passa per la piazza sente gli ospiti del cenacolo parlare nella propria lingua e si domandano: «Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?». Tra la gente si diffondono stupore e perplessità. Qualcuno sussurra: «Questi che parlano, forse si sono ubriacati. Pietro – che Gesù ha costituito capo del collegio apostolico, pastore del gregge – va verso la folla e dice: «Non siamo ubriachi; sono appena le nove del mattino! Vi annuncio che si sono adempiute le profezie, promesse ai nostri padri. Lo Spirito di Dio è sceso sul mondo! Noi ne siamo testimoni. Dio ci ama immensamente e vuole che lo diciamo a tutti: agli Ebrei e agli stranieri». «È nata la Chiesa – dice Pietro: “Lo Spirito Santo, sceso visibilmente nel cenacolo dove noi eravamo rinchiusi per paura, ci dice di gridare la sua presenza al mondo intero”. Dio ha mandato a noi il suo Figlio: è Gesù di Nazaret, ucciso dal nostro rifiuto e poi risorto. Lui ci dona lo Spirito Santo che ci unisce e ci fa essere un segno per l’unità di tutti gli uomini, un vessillo innalzato per i popoli, proprio come aveva predetto Isaia».
«Vedete quanto amore?», dice Pietro. «Capite perché non possiamo tacere? Su questa salvezza indagarono i profeti, che predissero la grazia a noi destinata, cercando di scrutare a quale momento o a quali circostanze accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro. E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi, per tutti, si trovano ad essere ministri di quelle cose che vi sono state annunziate. Lo Spirito Santo da allora non ha smesso di plasmare la Chiesa. Molti la criticano o non la capiscono. Ci sono anche persone che la contrappongono a Gesù: “Gesù sì, la Chiesa no”. Succede perché non sanno andare in profondità, dentro al mistero che anima la Chiesa. Un paragone: il carbone e il diamante hanno la stessa composizione chimica ma, per effetto della pressione e della temperatura, il carbone opaco e nero si trasforma in un diamante trasparente e splendente. Così è avvenuto e avviene nella Chiesa. La Chiesa è un popolo radunato dall’Amore e trasformato dallo Spirito. Poi, come il cemento unisce le pietre, così la Chiesa è formata dai cristiani in unico edificio spirituale. Ne consegue che la Chiesa è il popolo del Messia, che ha per legge il comandamento dell’amore, ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, ha Cristo come capo, per finalità il Regno di Dio».
Pietro ci ha ricordato che la Chiesa è essenzialmente missionaria, partecipe ad ogni vicenda umana, tanto da poter dire che ogni gioia, ogni speranza, ogni dolore… in fondo gli appartiene. La Chiesa è cattolica, perché abbraccia tutti gli uomini e tutto l’uomo, tutte le sue componenti; si fa dialogo ed incontra ogni cultura ed ogni persona, anche di convinzione diversa; è disponibile verso tutti coloro che, pur credenti, non conoscono ancora il Signore Gesù. Verso tutti la Chiesa è impegnata a raccogliere i segni della presenza dello Spirito Santo.

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Nella giornata di domani dedichiamo la nostra preghiera alle missioni e ai missionari. Domandiamo al Signore che la tenda della Chiesa si allarghi sempre più. Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

26 maggio – Come colomba

Giacomo, detto il Maggiore, figlio di Zebedeo, fu chiamato da Gesù insieme al fratello Giovanni. Fu testimone privilegiato di alcuni episodi importanti della vita di Gesù: ha assistito al miracolo della risurrezione della figlia di Giairo, fu presente alla trasfigurazione sul monte Tabor e fu accanto a Gesù nel momento terribile del Getsemani. Sarà il primo degli apostoli a dare la sua vita per il Signore nell’anno 44, sotto la persecuzione di Erode Agrippa; quindi, fu il primo degli apostoli a ricongiungersi con il Maestro.
«Qui nel cenacolo – dice Giacomo il Maggiore – abbiamo pensato alla discesa dello Spirito Santo su Gesù al momento del Battesimo nel fiume Giordano. Era impossibile non ricordare quell’episodio di cui siamo stati anche noi testimoni. I Vangeli che raccontano il momento del Battesimo del Signore offrono testimonianze che concordano nel raccontare la presenza miracolosa dello Spirito su Gesù, ma oscillano su alcuni particolari. Ad esempio quello della colomba. Qualcuno dice che fu Giovanni Battista a vedere i cieli aperti mentre lo Spirito si posava su Gesù come una colomba; qualcun altro assicura che è stato Gesù a notare la colomba. Luca afferma esplicitamente che la colomba è lo Spirito Santo in apparenza corporea».

Vorremmo fare una domanda all’apostolo Giacomo: perché la colomba diviene simbolo dello Spirito Santo?
«Incontriamo il simbolo della colomba tre volte nelle Sacre Scritture», così esordisce Giacomo. «La prima quando la legge prescrive che la presentazione di un neonato al tempio sia accompagnata dall’offerta di un agnello oppure di una colomba o di una tortora. Maria e Giuseppe quando hanno portato Gesù al tempio hanno dato l’offerta dei poveri, la colomba. La colomba sta a significare un essere indifeso. Ritroviamo il simbolo della colomba nel Cantico dei Cantici. L’amato chiama la sua amata paragonandola alla colomba: “O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia… mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce”. Qui la colomba è simbolo di amore tenero».
«Dopo il diluvio – continua Giacomo – Noè mandò alcuni uccelli ad esplorare la distesa fangosa che emergeva poco a poco dalle acque. Il corvo non tornò; la colomba sì. Noè attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco un ramoscello di ulivo.
La colomba annuncia che Dio ha deposto definitivamente la sua ira e ha deciso di offrire agli uomini un’alleanza di cui l’arcobaleno sarà il segno definitivo. Il Signore, come un guerriero, ha appeso al chiodo il suo arco. La colomba ritorna nell’arca mentre il corvo non si fa più vedere. Proprio per questa sua fedeltà diventa messaggera del rinnovamento del mondo dopo il diluvio. Il ramoscello di ulivo, appena germogliato, dimostra che il diluvio non ha reso sterile la terra ma l’ha purificata, l’ha, per così dire, creata di nuovo dall’acqua».
Caro Giacomo, sei stato molto convincente. Ora comprendiamo perché lo Spirito Santo viene raffigurato con la colomba. La colomba, poi, ci fa ricordare anche i frutti dello Spirito. Ce li ha elencati l’apostolo Paolo nella Lettera ai Galati: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. Nove frutti di un unico Frutto.

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L’impegno per la giornata di domani è: fare pace di cuore con chiunque ci ha creato o ci crea qualche difficoltà. Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

25 maggio – Fuoco

Mattia è l’apostolo che ha preso il dodicesimo posto nel gruppo, il posto lasciato libero da Giuda Iscariota. È la prima volta nella Chiesa che viene conferito il ministero ad un uomo sulla base dei requisiti che dimostra e che fanno prudentemente presumere ad un’autentica elezione divina. Tutto è successo nei giorni immediatamente precedenti la Pentecoste: Mattia viene ordinato apostolo perché è ritenuto un uomo giusto ed affidabile, perché ha seguito Gesù fin dall’inizio ed è un testimone della risurrezione. Per questi segni di vocazione, unanimemente riconosciuti, Mattia viene proposto e poi sorteggiato. Mattia ci parla di un altro simbolo dello Spirito Santo: il fuoco. Dicono gli Atti degli Apostoli che, durante la Pentecoste, si posarono come delle «lingue di fuoco» su Maria e su ciascun apostolo.

«Muovevo i primi passi alla sequela di Gesù – ci dice Mattia – quando udii Giovanni Battista annunciare: “Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me, cioè il Messia, è più potente di me e io non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei suoi sandali; ebbene, lui vi battezzerà in Spirito Santo e Fuoco”». «Fin da allora – dice Mattia – collegavo la realtà dello Spirito con il fuoco.
Il fuoco è una realtà che brucia quello che deve essere purificato e lascia intatto ciò che gli resiste, come i metalli preziosi: l’oro, l’argento, ad esempio. Noi, nel cenacolo – continua Mattia – abbiamo sperimentato il legame tra Spirito e Fuoco. Quelle lingue su di noi avevano veramente l’aspetto del fuoco! Ci è parso che quel Fuoco, senza dividersi nella sostanza, fosse tutto in tutti. La stessa presenza ha cominciato ad ardere in ciascuno, nel mio cuore, nel cuore di Pietro, di Giovanni, di Andrea, in tutti… Il Fuoco è un segno della comunione visibile che lo Spirito genera tra noi. Lo stesso Fuoco, nello stesso istante, nelle persone riunite insieme nel cenacolo.
L’apparire del Fuoco in forma di lingue ci spinge a parlare. I primi a sorprendersi della franchezza e della scioltezza delle nostre lingue siamo proprio noi. È un parlare non comune, quasi estatico, un parlare che non viene da noi». «Noi siamo plebei illetterati – ammette Mattia – ma parliamo con una forza che viene da altrove. La stessa che dà forma e contenuto alle nostre parole. Il fuoco indica l’amore; le lingue, il coraggio e la libertà nella testimonianza». Dobbiamo ringraziare Mattia per questo tassello che ci offre per completare il mosaico che ci dispiega chi è lo Spirito Santo.

Facciamo eco a quanto ci ha detto Mattia, ricordando i sette doni che lo Spirito Santo mette in ciascuno di noi, lingue dell’unico Fuoco effuso nei cuori. Parliamo di sette doni, ma il dono è unico: l’Amore, che pur si posa su di noi in maniera settiforme. Ecco i sette doni.
Sapienza: l’amore che dà sapore ad ogni tratto e ad ogni momento della nostra vita.
Intelletto: l’amore che aiuta a leggere in profondità ciò che accade nelle nostre relazioni con Dio e con gli altri.
Consiglio: l’amore che ci suggerisce decisioni e soluzioni più giuste e convenienti.
Scienza: l’amore che sorregge la fatica dell’apprendere e ci sorregge nel cammino verso la verità.
Fortezza: l’amore che rende decisi quando c’è da lottare e pazienti quando c’è da soffrire.
Pietà: l’amore che suggerisce parole e gesti migliori per esprimere i sentimenti verso Dio nella preghiera e verso gli altri nella carità.
Timor di Dio: l’amore che custodisce e difende l’amicizia con il Signore, come le palpebre con la pupilla. Il timore non è la paura di Dio. Al contrario, è l’amore che scaccia ogni paura.
Nel definire i sette doni la prima parola è sempre: amore!

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Per la giornata di domani proponiamoci di essere testimoni coraggiosi di Gesù, quando è necessario anche con le parole. Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

24 maggio – Vento impetuoso

Bartolomeo, proviene da Cana in Galilea, il paese dove Gesù andò per la festa di nozze in cui cambiò l’acqua in vino. Bartolomeo è l’amico di Filippo, del quale il Signore disse: «Ecco un vero israelita nel quale non c’è inganno». Alle parole del Maestro, Bartolomeo rispose con la professione di fede messianica: «Rabbi tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re di Israele». Notate: tre giorni dopo la chiamata di Natanaele, si celebrarono le nozze di Cana. «È difficile raccontare quello che ho provato nel momento della effusione dello Spirito Santo», dice Bartolomeo. «Hanno detto bene quelli che hanno parlato prima di me paragonando lo Spirito Santo al soffio del vento, colto nella sua potenza irresistibile, come una misteriosa forza di vita (tra l’altro è attraverso il vento che si diffonde il polline delle spore)». «Bisogna sperimentarlo – continua Bartolomeo –, questo soffio impetuoso, spesso continuo, nel deserto, per notti e giorni, dal sibilo a volte furioso e terrificante… Quella volta, nel cenacolo, udimmo questo vento fortissimo, immagine di una potenza divina. Era lo Spirito di Dio Creatore e Conservatore della vita. Il vento è come il respiro: “Se ritiri il tuo respiro, (le creature) muoiono e tornano nella polvere; mandi il tuo alito, – dice il Salmo – e vengono creati e rinnovi la faccia della terra”. Abbiamo imparato dalle Scritture che le azioni dello Spirito di Dio, sono le azioni stesse di Dio. I nostri profeti non hanno avuto bisogno, come i sacerdoti e i profeti pagani, di assumere droghe o di bere bevande inebrianti per cercare l’esperienza di Dio. La presenza dello Spirito di Dio la si sperimenta nella preghiera, nel silenzio e nell’interiorità. Se ascoltassimo quella voce!». Capitò al profeta Elia, mentre era in fuga dalla regina Gezabele, di raggiungere il deserto e, dopo il deserto, il monte Oreb e sentì come un grande frastuono. Ma Dio non era nel frastuono. Sentì la potenza di un vento gagliardo, ma Dio non era in quel vento gagliardo. Sentì come un terremoto, ma Dio non era nel terremoto. E poi ci fu un soffio leggero, impercettibile; in quel silenzio – raccontano le Scritture – Elia incontrò il Signore».
«Nel cenacolo – conclude Bartolomeo – si è sentita questa presenza sconvolgente. Anche la gente che passava accanto ne ha avuto esperienza diretta: “Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita”. La voce dello Spirito si fa sentire forte e discreta nello stesso tempo!». Giovanni nell’Apocalisse scriverà: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese». Una parola che ripeté per ben sette volte, dopo aver interloquito con ciascuna delle sette Chiese dell’Asia Minore.

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Un impegno importante per la giornata di domani è ascoltare le buone ispirazioni dello Spirito Santo, attraverso cui Dio si fa sentire. Traduciamole subito in azioni concrete. Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

23 maggio – Spirito creatore

Tommaso non è solo l’apostolo che non voleva credere a Gesù, che ha avuto mettere le sue mani sulle ferite e il dito nella piaga del cuore. È anche l’apostolo che ha espresso solidarietà a Gesù nell’ultimo viaggio verso Gerusalemme con le parole: «Andiamo anche noi a morire con lui». Fu in seguito, proprio per la domanda che rivolse a Gesù, che il Maestro ebbe modo di dire: «Io sono la via, la verità e la vita». Dobbiamo avere molta gratitudine per Tommaso.
Lascio a lui la parola. «Sono l’apostolo che non voleva credere alla risurrezione di Gesù. Volevo capire, rendermi conto di persona. Per questo ho voluto mettere la mia mano nelle ferite dei chiodi. Ho sempre diffidato del misticismo e dello straordinario. D’altra parte, è un fatto unico nella storia delle religioni; Gesù, venendo da un altro mondo, non reca ai suoi alcun messaggio dall’aldilà, non svela loro segreti dell’altro mondo. Parla di impegno. Appare soltanto. Neppure adduce delle prove. Ma ci ha resi vedenti e credenti. Non è la nostra fede che lo ha risuscitato, ma la prova della sua risurrezione che ha smosso la nostra incredulità. Un nostro profeta, durante una intensa esperienza di preghiera, ha potuto prevedere gli effetti dello Spirito su Israele, riguardanti gli ultimi tempi, cioè, i tempi del Messia. Questo profeta si chiama Ezechiele». «Ezechiele racconta – è sempre Tommaso che parla – che la mano del Signore, un giorno, fu sopra di lui e lo trasportò in una pianura piena di ossa aride. Le ossa erano in grandissima quantità, coprivano tutta la grande vallata. Erano rinsecchite al sole. Il Signore chiese al profeta: “Potranno rivivere?”. “No, rispose Ezechiele, è impossibile!”. Il Signore soggiunse: “Queste ossa raffigurano il mio popolo: gente senza speranza, schiacciata sotto il peso dei loro peccati. Ma tu profetizza, annuncia loro: “Ossa aride ascoltate la Parola del Signore; il Signore dice: io farò entrare in voi lo Spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo Spirito”». «Ezechiele – ci racconta Tommaso – profetizzò e vide un movimento di ossa che si accostavano l’una all’altra, ciascuna alla sua corrispondente. Sopra le ossa rispuntarono i nervi, la carne e la pelle, ma ancora non vi era spirito di vita in loro. Il Signore lo invitò a pregare di nuovo: “Spirito, vieni, soffia dai quattro venti su questi morti, perché rivivano”. Ezechiele pregò e vide che lo Spirito entrava in quei cadaveri e che si alzarono in piedi e ricominciarono a vivere. Erano un esercito grande, sterminato. Come le stelle del cielo».
«Quella visione – conclude Tommaso – si è realizzata proprio qui nel cenacolo. Anche noi eravamo senza speranza, terrorizzati, oppressi dai nostri peccati… È scoccato il momento dello Spirito Santo: segno che Gesù è veramente il Messia». «Ora io credo – dice Tommaso – e ripeto: mio Signore e mio Dio!».

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Nella giornata di domani, nei momenti di difficoltà, di avvilimento, di cattivo umore, sentiamo in noi la presenza dello Spirito Santo che ci fa rivivere. Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

22 maggio – La profezia del cuore di carne

A questo punto si inserisce nella conversazione anche l’apostolo Matteo. Il suo Vangelo pare sia stato redatto la prima volta in lingua aramaica, parlata dagli ebrei del suo tempo; anche lui è molto vicino alla tradizione ebraica.
Matteo passò dal banco delle imposte alla sequela del Maestro che gli aveva detto: «Vieni e seguimi». Il banchetto che festeggiò la sua conversione e la sua vocazione divenne un segno dell’amore misericordioso di Gesù e della forza dello Spirito che rinnova i cuori.
«Lo Spirito Santo – dice Matteo – crea davvero un cuore nuovo, cioè, un cuore libero per amare. Rende capaci di compiere le opere della fedeltà, come succede alle fanciulle sagge che fanno corona allo sposo ed hanno sempre le lampade con abbondanza di olio, o come succede al fedele amministratore che, in attesa del padrone, sa trafficare i talenti ricevuti». «Sono esempi che prendo dal mio Vangelo», soggiunge Matteo.
«Ci sono due profezie – continua – che noi leggiamo in sinagoga e che ci parlano dello Spirito Santo e della sua azione su di noi. La prima, assai suggestiva, è nel libro del profeta Ezechiele: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati: io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti”». Lo Spirito, dentro di noi, compie questa opera: sostituisce il cuore, dal cuore di pietra al cuore di carne.
«La seconda profezia – incalza Matteo – è di Gioele: “Dopo questo, io effonderò il mio Spirito sopra ogni uomo e diventeranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio Spirito”. Ecco la Pentecoste, realizzazione delle profezie!».

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Nella nostra casa abbiamo la Bibbia? Propongo di metterla in evidenza, per fare in modo che diventi il libro attraverso cui lo Spirito Santo torna ad ispirarci.
Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

21 maggio – Ha parlato per mezzo dei profeti

Simone e Giuda Taddeo, che non si vedono nella Pala se non attraverso alcuni particolari, come ho già spiegato, ci hanno raccontato come nella Pentecoste abbiano sentito di rivivere l’esperienza della creazione, così come la narra la Bibbia, quando lo Spirito come uragano e potenza aleggiava sul caos primitivo e dava vita a tutto ciò che palpita nell’universo. Poi, Filippo e Andrea hanno paragonato l’effusione dello Spirito Santo al soffio di Dio che ha infuso l’anima nell’uomo dopo averlo plasmato con la polvere della terra, dando inizio ad un rapporto personale tra l’uomo e lo Spirito, che in Gesù – secondo quanto ci ha narrato Andrea – si è pienamente manifestato. Gli apostoli vanno componendo un puzzle dal quale emerge la figura dello Spirito Santo.
Ora vorremmo sentire i due apostoli che stanno in seconda fila: Giacomo di Alfeo detto il Minore, che è vicino a Maria, e Matteo. Di Giacomo conosciamo la parentela con Gesù (viene detto di lui che era cugino del Signore, per questo è dipinto accanto a Maria, sua zia) e la leadership che ha presso i cristiani provenienti dal giudaismo. Mentre Pietro e gli altri apostoli andranno in terre lontane, Giacomo rimarrà ad animare i cristiani provenienti dal giudaismo, concentrati soprattutto in Palestina e in Gerusalemme. Giacomo è saldamente ancorato alla tradizione antica, ebraica. Per questo gli Atti degli Apostoli accenneranno ad uno scontro che avrà con altri apostoli: insiste che i convertiti dal paganesimo, prima di essere cristiani, si facciano ebrei, sottoponendosi al segno della circoncisione. Poi la questione si risolse. Giacomo fu molto generoso con il Signore donandogli tutto, fino al martirio. Probabilmente è proprio di Giacomo una Lettera scritta con uno stile così ricco ed elegante, che ha fatto supporre agli studiosi l’attribuzione ad altra persona.
«Io – scrive Giacomo nella sua Lettera – vedo la promessa dello Spirito Santo dentro la nostra tradizione. Lo Spirito Santo, infatti, era presente nel momento della chiamata del nostro padre Abramo; era presente nei sogni del santo patriarca Giuseppe, nel roveto ardente che bruciava senza consumarsi davanti a Mosè e, soprattutto, nelle vicende dell’esodo, evento fondatore del nostro popolo, quando, sotto forma di una colonna di fuoco, ci guidava verso la terra promessa, e sotto forma di nube, ci proteggeva dai dardi infuocati del sole del deserto».
«Lo Spirito – continua l’apostolo Giacomo – ha parlato per mezzo dei profeti: solo così essi hanno potuto trasmettere i messaggi di Dio e hanno saputo alimentare la speranza del popolo con l’attesa di un Messia liberatore. È dallo Spirito, poi, che è venuta a noi la Sapienza: pura, pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia. Ricordate lo Spirito che scese sui settanta anziani – siamo ancora nel contesto dell’esodo – compresi i due che non erano presenti alla riunione e che Mosè invitò a collaborare con lui per il servizio al popolo? Ricordate l’episodio del profeta Eliseo che ottenne, per la sua fedeltà, di ricevere in eredità i due terzi dello Spirito che era su Elia?». «Lo Spirito Santo – conclude Giacomo il Minore – dobbiamo rintracciarlo, inseguirlo, nella storia del nostro popolo».

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Propongo, come impegno per domani, di offrire buoni consigli a chi ci chiede aiuto, invocando lo Spirito Santo. Non sottrarci a questo servizio, perché lo Spirito Santo, sceso in noi nel Battesimo, ci dà la capacità della Sapienza.  Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

20 maggio – Persona

Ascoltiamo Andrea, l’apostolo che condusse a Gesù Pietro, suo fratello, e presentò il fanciullo che aveva i cinque pani d’orzo e i due pesci per la moltiplicazione. È lui che insieme a Filippo porta gli stranieri all’incontro con Gesù. Dunque, la caratteristica di Andrea è quella dell’accompagnamento a Gesù.
«Filippo vi ha parlato dello Spirito – ci dice Andrea – che vive in ciascuno e vivifica l’anima immortale infusa dal Creatore in ogni uomo». «Io – continua l’apostolo Andrea – vivendo con Gesù per ben tre anni, ho capito che lo Spirito Santo non è semplicemente una forza o un’entità ma una persona viva, un Tu verso il quale Gesù si è rivolto, un Tu che ama, che ascolta, che suggerisce, che vuole e che si dona. L’ho capito osservando il rapporto che Gesù stabiliva con lo Spirito Santo e il rapporto che lo Spirito Santo aveva con Gesù, un rapporto personalissimo e sempre in crescendo (mi riferisco a Gesù in quanto uomo, perché come Verbo, Seconda Persona della Trinità, non ha mai abbandonato la Trinità)».
«All’inizio del ministero pubblico – ci dice Andrea – Gesù si fece battezzare da Giovanni nel fiume Giordano. Durante quel Battesimo – dicono i Vangeli concordemente – lo Spirito Santo scende visibilmente sull’umanità di Gesù. Da quel momento è chiaro che lo Spirito ha preso posto in Lui. Ho visto l’umanità di Gesù come un vaso nel quale veniva versata la fragranza e il profumo indicibile dello Spirito che, poco a poco, lo pervadeva, lo impregnava di sé. Subito dopo lo Spirito sospinse Gesù nel deserto per lottare contro Satana; lo Spirito Santo mi è parso come un allenatore che prepara il suo atleta per il combattimento. Dopo quaranta giorni di preghiera e digiuno Gesù affronta il nemico e lo vince».
Poi ancora: «Gesù si lascia condurre dallo Spirito nella sinagoga di Nazaret in giorno di sabato. Tutti conosciamo come si sono svolti i fatti: Gesù entra, si alza in piedi, prende i rotoli della Scrittura e, mosso dallo Spirito Santo, docile allo Spirito Santo, manifesta la chiarezza della sua vocazione. Lo Spirito Santo è all’origine della vocazione messianica di Gesù. Gesù apre il rotolo del Libro nel quale sta scritto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi, predicare un anno di grazia del Signore”. L’intimità di Gesù con lo Spirito è la molla di tutta la sua vita e della sua attività messianica, realizzazione piena della sua vocazione».
Non solo. La conversazione che Gesù ha con lo Spirito Santo è sorgente di gioia. C’è un momento in cui Gesù sbotta in un inno di giubilo: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli». Gesù si riferiva a noi, ma era lo Spirito che gli dava la gioia. Indicando noi, infatti, intendeva dire che non c’erano sapienti o nobili o potenti, ma solamente dei piccoli.
«Torniamo alla metafora del vaso», suggerisce l’apostolo Andrea. «La conversazione, la fedeltà e la comunione di Gesù con lo Spirito Santo, che l’ha accompagnato in tutta la sua vita, ha fatto sì che la fragranza dello Spirito lo abbia impregnato totalmente, al punto che Gesù diventa tutto questo profumo, tutto amore, tutto dono di sé, tutto simpatia, gioia e forza». «Un giorno – dice Andrea – quel vaso si sbriciolò, si disciolse (è l’umanità di Gesù) e diventò tutto Spirito, datore di vita, liberando la forza e la fragranza che era in lui». Del resto – conclude l’apostolo Andrea –, non poteva essere che così: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”». L’evangelista Giovanni, che era presente alla morte in croce di Gesù, ci racconterà ogni cosa, svelandone il senso profondo.

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Nella giornata di domani propongo di lasciarci accompagnare, come Gesù, dallo Spirito Santo. Vivere la giornata con lui. Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

19 maggio – Anima dell’anima

Diamo la parola ai due apostoli che portano un nome greco: Filippo e Andrea. Vengono dalla Galilea, territorio di confine, luogo di incontro fra culture diverse: ebraica, ellenistica e fenicia. Per la loro provenienza possono fare da intermediari tra Gesù e i lontani. Il Vangelo ci racconta che un giorno dei greci sono andati da Gesù, lo volevano incontrare, ma non osavano: forse erano intimiditi (ma Gesù non credo facesse soggezione); o forse avevano paura di farsi vedere (parlare col Maestro era compromettente); probabilmente non conoscevano l’aramaico, la lingua parlata da Gesù. Filippo e Andrea conoscevano il greco e si offrirono come interpreti: Filippo andò a dirlo ad Andrea e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Dopo questa concitata anticamera finalmente quei greci furono ammessi al colloquio con Gesù.
Filippo è l’apostolo che fa a Gesù una domanda decisiva durante l’Ultima Cena, quando dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gesù gli risponderà: «Filippo, da tanto tempo sei con me, non hai capito che chi vede me, vede il Padre?».
Ascoltiamo Filippo: «Quando Dio creò l’uomo lo plasmò con polvere dal suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente». L’alito di vita non è altro che una effusione dello Spirito Santo. Ogni uomo che viene al mondo è animato dal Soffio di Dio, direttamente. Questa verità è stata intuita anche dal mondo greco e dai suoi filosofi. Dunque, lo Spirito Santo è uno Spirito effuso dall’inizio nell’uomo.
Alcuni filosofi dicevano che l’anima è come una scintilla divina, una luce immortale che tiene vivo il corpo. A sua volta, questa scintilla è imprigionata nel corpo, come in una caverna, ed è causa di una divisione, un dualismo, che ognuno di noi sperimenta psicologicamente, tra la carne e lo spirito.
L’esistenza di un principio spirituale è stata intuita anche dai poeti: «Stirpe divina noi siamo», hanno scritto. Per questo, forse, i greci hanno raffigurato i poeti come ciechi, per dirci che sanno vedere l’invisibile e che «l’essenziale non si vede bene che con il cuore», come dirà uno scrittore moderno.
«La tua esposizione, Filippo, è molto chiara. Lo Spirito Santo è dentro di noi, è quella scintilla divina che ci è stata comunicata. Però, molti hanno smarrito la dimensione spirituale: c’è chi ha una cura eccessiva per il corpo e non sa andare al di là del benessere fisico; c’è chi non ha alcuna cura dell’anima e delle virtù che la rendono nobile; c’è chi disprezza la vita fisica sottoponendola a dura prova e non crede più che ha origine nello Spirito di Dio: per questo uccide, non rispetta il corpo o lo esibisce senza pudore. Alcuni pensano che la vita sia esclusivamente nelle loro mani: decidono la soppressione di un essere umano nel grembo della madre o sul letto di ospedale quando è ammalato o vecchio, pensando di compiere un atto di pietà o di coraggio. Agli uomini del nostro tempo occorre gridare di nuovo il vangelo della vita. La vita è un dono di Dio, sempre; la vita, nella sua radice più profonda è un raggio dello Spirito. La vita è splendore di Spirito Santo, segno della sua presenza nell’uomo.

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Per la giornata di domani propongo questo pensiero: non contristare lo Spirito Santo che vive in ciascuno di noi e nel prossimo. Vivere la giornata sempre in accordo con Lui dentro di noi.
Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.

18 maggio – Di Lui è impossibile parlare impossibile tacere

Diamo precedenza alle due figure di apostoli che la Pala non è riuscita a conservare. Dell’ultimo apostolo, a destra per chi guarda, si intravvede il ginocchio: è in atteggiamento di venerazione e di preghiera. Del penultimo si vede appena il profilo del volto: ambedue le figure sono invisibili ma presenti. Anche se mancassero completamente, la loro presenza sarebbe rivelata dalla simmetria con cui è stata disegnata la Pala: sei figure a destra, sei a sinistra e Maria nel mezzo.
Alcune figure sono identificabili da alcuni elementi iconografici, come ad esempio Pietro che ha in mano le chiavi. Delle altre saremo noi a dare il nome. Cominciamo, per così dire, a dialogare con ciascuno di loro. Iniziamo con l’ultima figura, Simone, che Luca chiama Zelota, forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli Zeloti e soprannominato invece Cananeo dagli evangelisti Marco e Matteo. Gli chiedo: «Nella esperienza di effusione dello Spirito Santo avvenuta a Pentecoste, hai riconosciuto una realtà già sperimentata?».
«Sì – mi risponde –, le Scritture parlano dello Spirito di Dio: uno Spirito forte, creatore, luminoso, come una cascata di acqua, come un vento gagliardo… Se tu parli greco, Spirito si dice pneuma e indica la dimensione immutabile e più elevata dell’uomo, ma anche quella più astratta ed invisibile, l’anima. Se parli ebraico, Spirito si dice ruach, che significa letteralmente uragano, tempesta, potenza irresistibile.
Gli dico: «Parlaci delle pagine che anticiparono la rivelazione dello Spirito Santo secondo l’istruzione che hai ricevuto in sinagoga?».
Simone continua: «Ci sono tre passi della Scrittura che mi hanno sempre colpito: il primo versetto della Genesi, dove è scritto: «Il Ruach di Dio aleggiava sulle acque primitive e crea, traendo dal nulla, il cosmo; il Salmo 104,  dove il poeta canta al Signore: «Se mandi il tuo Spirito tutto è creato, se lo ritiri tutto si spegne»; e, infine, un terzo passo, tratto dal Libro di Giobbe nel quale Eliud dice: «Lo Spirito di Dio mi ha creato e il Ruah dell’Onnipotente mi dà vita.»
Interpello ora l’altro apostolo, appena visibile sulla Pala: è Giuda Taddeo o Giuda di Giacomo. È lui che, nell’Ultima Cena, si rivolge a Gesù dicendo: «Signore, com’è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». In quella circostanza Gesù gli risponde che l’autentica manifestazione di Dio è riservata a chi lo ama ed osserva le sue parole. Dell’apostolo Giuda conserviamo anche una lettera. Lo coinvolgiamo nel dialogo. Dice: «È difficile, è drammatico: dello Spirito è impossibile parlare ed è impossibile tacere al tempo stesso».
«Perché?», gli chiedo. E lui: «È impossibile parlare dello Spirito perché non è un oggetto su cui si possa fare un’inchiesta, un’indagine. Anzi, è lì, invisibile, a ricordarci imperiosamente che Dio è mistero, trascendenza. Davanti a Dio s’impone un casto silenzio! Ma dello Spirito è anche impossibile tacere perché, dopo l’umile ammissione della propria insufficienza, non si può non riconoscere gli effetti del suo passaggio.
Senza di lui Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione propaganda, l’agire morale una imposizione da schiavi. «Nella mia Lettera – continua l’apostolo – ho descritto lo squallore di una vita che non accoglie lo Spirito: nuvola senza pioggia portata via dai venti; albero di fine stagione senza frutto, due volte morto, sradicato; onda selvaggia del mare che schiuma le sue brutture; astro errante al quale è riservata la caligine della tenebra in eterno. Ma voi, o carissimi, – conclude – custodite il vostro edificio spirituale sopra la vostra santissima fede, pregate mediante lo Spirito Santo e conservatevi nell’amore di Dio».

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Nella giornata di domani ripetiamo più volte l’esercizio di invocare lo Spirito Santo: «Vieni, Spirito Santo!», specialmente prima delle attività più impegnative.
Continuiamo il gioco del “prediletto” della Madonna nella nostra famiglia.