Omelia nella Giornata per la Cura del Creato

San Marino Città (RSM), Basilica del Santo, 31 agosto 2022

Da qualche anno, in tutta la Chiesa – o meglio in tutte le Chiese – si celebra la Giornata Mondiale di preghiera per la Cura del Creato. L’iniziativa è partita dal Patriarca di Costantinopoli. Il 1° settembre, infatti, è il giorno nel quale la liturgia orientale ortodossa celebra il “Giorno della Creazione”. Nella Chiesa Cattolica, effettivamente, festeggiamo il Natale, la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste, i santi e la Madonna, ma non c’è un giorno in cui considerare il mistero straordinario della creazione. Prima papa Benedetto XVI e poi papa Francesco hanno indetto una Giornata, proprio il 1° settembre in unità con tutte le Chiese, per la preghiera e la cura del creato con tre scopi: fare festa al dono di Dio che è il creato; convertirci: spesso si spadroneggia sul creato; prendere insieme un impegno di cura.
In questo giorno e nelle settimane successive, fino alla festa di san Francesco d’Assisi, il 4 ottobre, si moltiplicano le iniziative, i convegni, gli incontri, le veglie di preghiera. Grande rilievo si dà, in questo periodo, al documento di papa Francesco che ha reso più pensosa l’umanità la Lettera Enciclica Laudato si’. In essa il Papa coraggiosamente denuncia il saccheggio che si opera contro la natura e contesta, critica, quello che è “a monte” di questo atteggiamento, cioè lo sfrenato desiderio della ricchezza e il volere a tutti i costi dominare il creato.
Anche la nostra Commissione diocesana per la pastorale sociale e del lavoro ha lanciato questa Giornata e questo Tempo per il creato. Siamo appena all’inizio. Dovremmo, anno per anno, coinvolgere sempre più fratelli e sorelle.
La Giornata del Creato ha sempre un tema specifico. Quest’anno è: «Ascolta la voce del creato». Se impariamo ad ascoltare la voce del creato notiamo in essa una sorta di dissonanza, così sottolinea papa Francesco nel Messaggio per questa Giornata. Da un lato è un dolce canto che loda il creatore: abbiamo cantato insieme un versetto del Salmo 18: «I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento», ma tutta la poesia biblica è un inno alla creazione e al creatore. Da un altro lato c’è un grido amaro che lamenta i nostri tradimenti. Significativo a questo proposito quanto abbiamo sentito nella Prima Lettura: il roveto che arde senza consumarsi e l’invito rivolto a Mosè, che si mette in profondo atteggiamento di ascolto e si toglie i sandali, perché quella terra è santa (cfr. Es 3).
Viene proposto il tema della meraviglia: Mosè, e noi con lui, vorremmo non perdere mai il senso della meraviglia. Quello che vediamo, il mondo in cui viviamo, sono un dono. C’è stato dato non per il saccheggio, ma per la custodia. Dovremmo fare per il creato quello che Dio fa, dunque, per il suo popolo. Avrete notato i verbi della premura di Dio: ho osservato la miseria del mio popolo, ho udito il suo grido, conosco la sua sofferenza, sono sceso per liberare (cfr. Es 3,7-8). Poi l’invito a Mosè: «Va’, io ti mando…» (Es 3,10). Il creato non smette mai di parlare: lo ascoltiamo?
La pagina del Vangelo che è stata proclamata invita alla fiducia e lo fa mettendoci in contemplazione: «Guardate». Guardare è un verbo che dice profondità: un conto è vedere – gli occhi vedono – un conto è guardare: nel guardare c’è una intenzionalità, un inizio di contemplazione: «Guardate gli uccelli nel cielo» (Lc 12,24). Poi Gesù dice: «Osservate»; un verbo ancora più intenso, più carico. «Osservate – ripete – i gigli del campo; neanche Salomone con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro» (cfr. Lc 12,27). Gli uccelli del cielo, i gigli del campo sono il nostro libro di meditazione. «Il dolce canto del creato – dice papa Francesco nel suo Messaggio – ci invita a praticare la “spiritualità ecologica”, attenta alla presenza di Dio nel mondo naturale. È un invito a fondare la nostra spiritualità sull’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale». Per i discepoli di Cristo, in particolare, tale luminosa esperienza rafforza la consapevolezza di quello che dice Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: «Tutto è stato fatto per mezzo di lui (del Verbo) e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,3). Allora in questo Tempo del Creato riprendiamo a pregare nella grande cattedrale del creato, godendo del “grandioso coro cosmico” di innumerevoli creature che cantano le lodi di Dio. «Purtroppo quella dolce canzone è accompagnata da un grido amaro – cito ancora papa Francesco – o meglio da un coro di grida amare» (Papa Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per la cura del creato, 2022).
Il Papa nomina cinque soggetti di questo coro: la madre terra, in balia dei nostri eccessi consumistici; le diverse creature, alla mercè di un “antropocentrismo dispotico”; i poveri che sono tra noi esposti alle crisi climatiche, al forte impatto della siccità, alle inondazioni e agli uragani; le sorelle e i fratelli dei popoli nativi, vittime di interessi economici predatori; infine, gridano i nostri figli, minacciati da un miope egoismo.
Concludo con una breve sottolineatura sulla pagina di San Paolo. Ci riferisce il grido drammatico della creazione sottoposta alla caducità, nella speranza che anche lei sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. «Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e soffre per le doglie del parto» (Rm 8,22). Ma la sofferenza del creato e dell’umanità viene aperta alla speranza. Animati dalla speranza dobbiamo fare tutta la nostra parte.

Omelia nella S. Messa per le Esequie di Giada Penserini

Gualdicciolo (RSM), 31 agosto 2022

2Cor 4,14-5,1
Gv 12,23-28

Anzitutto un abbraccio.
Certamente il mio; ma soprattutto quello caldo dei giovani e degli amici di Giada, dei compagni di Liceo; l’abbraccio di questa chiesa che l’ha vista bambina: qui il suo primo incontro con Gesù nella Prima Comunione.
Un abbraccio grande da parte di tutta la comunità sammarinese e degli operatori della comunicazione che hanno seguito e seguono quanto accaduto.

Coraggio, in questo momento di buio.
Non una esortazione retorica, ma nella certezza che Giada è accanto, fiera della sua famiglia, da cui ha ricevuto tanto amore, sostanza della sua breve esistenza terrena. Giada vuole certamente che la vita della sua famiglia riprenda, ancora una volta nel segno del dono di sé. Lei – mi par di sentirla – dice: «Brava mamma. Bravo papà!».
Significativo il nome che avete scelto per lei, “Giada”, pietra preziosa e di particolare lucentezza, ricca di sfumature colorate.

Una lezione.
La sofferenza e il dolore, benché incomprensibili, fanno andare in profondità. E nel profondo si scopre quanta solidarietà, quanto amore, quanta empatia si sprigiona. Si cresce nell’amore reciproco. D’incanto si diventa più umili, più consapevoli della propria fragilità, senza amarezza, ma bisognosi gli uni degli altri, più coscienti di ciò che vale e resta. Riferisco la raccomandazione che proprio ieri mi hanno rivolto i nonni di Giada: «Dica ai ragazzi la nostra gratitudine per la vicinanza a Giada e alla famiglia».

La vita può ricominciare?
Negli anni di Liceo ho vissuto un’esperienza dolorosa come questa: la morte del mio compagno di banco…
Mi ritrovai in questa pagina delle Confessioni di Sant’Agostino, dettate dai ricordi, dall’amicizia e da una vita che ricomincia: «E poi c’erano altre cose che avvincevano il mio animo: le conversazioni e le risate insieme, lo scambio di affettuose gentilezze, la lettura in comune di libri piacevoli, fare insieme cose ora insignificanti ora importanti, contrasti passeggeri, senza rancore, come succede ad ogni uomo anche con se stesso, e con quei contrasti peraltro così rari, rendere più gustosa l’abituale concordanza di vedute; insegnarci cose nuove a vicenda, sentire acutamente la nostalgia per gli assenti e accoglierli con gioia al loro ritorno: questi e altri simili segni, sgorganti da cuori che amano e si sentono riamati, ed espressi col contegno, con le parole, con lo sguardo e con mille graditissimi gesti, fondono insieme come fiamma gli animi e di molti ne fanno uno solo». (Sant’Agostino, Confessioni, IV,8).

Parole di vita eterna.
Si dicono parole – mi rendo conto che sto pronunciando parole dinanzi a tutti – ma le parole non placano il dolore. Ci sono parole ben diverse dalle nostre per l’origine, lo spessore e la forza. Sono state proclamate poco fa. Vengono da Dio, affrontano la realtà senza circonlocuzioni, hanno la stessa forza della creazione: «Dio disse, e le cose furono fatte». Sono una sfida, sono paradossali: parlano di una vista, di uno sguardo che sa vedere e penetrare l’invisibile: «Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili». È lo sguardo della fede. Parafrasando, un autore cristiano scrive: «Non si vede bene che con il cuore». Il cuore vede e sa quello che non si vede e non si capisce.
Sono parole che assicurano il destino di vita del chicco di grano caduto in terra che, misteriosamente, produce molto frutto. È la piccola parabola che Gesù racconta per noi, ma anche per lui, spaventato e schiacciato dall’ora della croce che sta per scoccare: «Ora l’anima mia è turbata; che cosa devo dire?». Gesù fa della sua vita un’offerta.
Esprimo ammirazione e dico grazie ai genitori che hanno messo a disposizione gli organi di Giada per salvare vite. Penso a Giada chicco di frumento divenuto moltiplicatore di vita.

Festa del Beato Domenico Spadafora

Omelia nel 40° anniversario della visita di Papa Giovanni Paolo II alla Repubblica di San Marino e alla Diocesi (1982-2022)

Serravalle (RSM), 28 agosto 2022

1.

40 anni fa Giovanni Paolo II faceva visita alla Repubblica di San Marino e alla Diocesi di San Marino-Montefeltro: il primo papa a metter piede sul monte Titano!
Chi era presente può testimoniare la gioia e l’entusiasmo suscitati da quell’evento straordinario. Noi, che oggi ricordiamo con gratitudine, sentiamo tutta la responsabilità del messaggio che ci ha lasciato e rispondiamo “sì” ai suoi appelli: due discorsi importanti e ampi, uno più breve, ma molto affettuoso, al momento dell’Angelus. Si è soliti citare un passaggio della sua omelia, tenuta durante la Messa qui a Serravalle: «Cari Sammarinesi, la vostra Comunità deve rimanere fedele al patrimonio ideale costruito nei secoli sull’impulso del suo Fondatore».

2.

Consentitemi di riproporre alcune chiavi di lettura del magistero di questo straordinario pontefice, a noi divenuto ancora più caro col passare degli anni e ora santo.
Anzitutto considero le sue origini. A molti era sconosciuto; al momento della elezione, sul bancone di san Pietro, lui stesso si presenta come «un uomo venuto da lontano». È il primo papa non italiano. Interrompe una tradizione di cinquecento anni. È polacco, figlio di una nazione contesa, travagliata, ricca di storia e di cultura. Giovanni Paolo II avrà molto a cuore la storia e la cultura, non solo polacca, ma di ogni nazione del continente. Proporrà nella sua visita all’ONU la stesura di una “Carta dei diritti delle nazioni”; a Compostela, nel 1992, rivendicherà solennemente le radici cristiane dell’Europa. Ha conosciuto l’antisemitismo di stato, gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, i crimini della Shoah e l’altro totalitarismo che ha segnato il secolo, il comunismo. Non c’è da stupirsi allora, se questo papa, forse più dei predecessori, ha cercato il rapporto con gli ebrei, si è speso con tutte le sue forze per superare i conflitti, è intervenuto con vigore sui fatti di società; per questo è stato definito «il papa dei diritti dell’uomo». Quale papa italiano, francese, tedesco o africano avrebbe potuto sostenere il sindacato Solidarnosc con la stessa convinzione e la stessa forza? A lui è toccato, perché polacco, il compito di superare lo status quo di una Europa divisa in due blocchi. A lui il merito di spiegarci che il comunismo è stato una parentesi della storia e la divisione dell’Europa un accidente. Solzenicyn, all’indomani del conclave del 1978 dichiarò: «Questo papa è un dono del cielo!».

3.

Quasi tutti i papi prima di lui sono entrati giovanissimi in Seminario (c’erano i Seminari minori, secondo la prassi di allora). Invece Giovanni Paolo si incammina verso il sacerdozio avendo compiuto ventun anni. Durante la guerra, appassionato di teatro, è attore. Una passione che l’ha accompagnato fin dall’adolescenza. Dedica tempo a leggere testi, a ripeterli e a recitarli, tutto questo con giovani e ragazze, amici e amiche, come lui appassionati di letteratura polacca e impegnati, sotto la dominazione nazista, a difendere il patrimonio della nazione. Queste frequentazioni, soprattutto la presenza femminile, segnano la sua maturazione. Ciò sarà determinante per la pastorale del futuro papa. All’amico giornalista André Frossard, Wojtyla confiderà di non aver mai considerato l’amore umano un problema. Si appassionerà a questo tema, l’amore umano, soprattutto nel periodo in cui è stato assistente degli universitari a Cracovia, avvicinando centinaia di adolescenti e di giovani. In piena occupazione comunista, pubblica, durante gli anni ‘50, il libro “Amore e responsabilità”. È il periodo in cui è professore di etica all’università di Lublino e a breve sarà vescovo, tra i più giovani al mondo, poi arcivescovo di Cracovia. Affronta con schiettezza temi che toccano da vicino i giovani. Ad esempio, l’egoismo maschile, un tabù che Karol contesta considerando la relazione sessuale un dono assoluto e reciproco fra uomo e donna, e non la strumentalizzazione dell’uno per la soddisfazione dell’altro. È perché crede che l’atto sessuale sia qualcosa di positivo che Wojtyla è diventato un avversario della contraccezione, tutto ciò che altera l’assoluto di questo magnifico dono è da condannare. Fino alla fine Giovanni Paolo II sarà coerente con questa posizione esigente, come ribadirà a Kampala in Uganda, nel cuore dell’Africa segnata dall’AIDS: un discorso che gli attirerà molte critiche.

4.

Da giovane sacerdote, da vescovo e poi da papa avrà un’assidua frequentazione della gioventù. Lo chiamavano “wojcik” (“zio”), un soprannome che ha facilitato rapporti, condivisioni e anche viaggi in libertà (in calzoncini) lungo i fiumi della Polonia praticando la canoa. Da papa non ha smesso di incontrare i giovani. A Castelgandolfo, d’estate, viveva momenti intensi di preghiera e di dialogo con loro, come nelle serate di Cracovia. Sono stati questi dialoghi ravvicinati a suggerirgli l’idea delle Giornate Mondiali della Gioventù. La prima volta fu per accogliere la proposta dell’ONU di dedicare l’anno 1985 alla gioventù, ma questo pretesto ha dato luogo ai grandi eventi della GMG, eventi memorabili, momenti di grazia, ma anche esperienze profonde di interiorità per i giovani protagonisti. Nei luoghi prescelti per la GMG Giovanni Paolo II affronta direttamente, di petto, i problemi di quella comunità. A Denver (1993), la prima GMG a cui ho partecipato come assistente, il tema era la vita. Qualche volta ha dovuto anche misurarsi con lo scetticismo dei vescovi. Chi avrebbe immaginato il raccogliersi di milioni di giovani attorno ad un anziano vestito di bianco che spiega, senza alcuna reticenza, ma con immenso amore, che non si devono confondere il bene e il male in momenti di poca chiarezza.

5.

Dunque, una personalità fuori dal comune, stratega politico, pastore eccezionale, globe trotter infaticabile. Ma Giovanni Paolo II è stato soprattutto un grande credente. La sua fede non è astratta, la sua religione è profondamente incarnata. Mette in ogni questione l’Uomo al centro di tutto. L’Uomo con la “U” maiuscola. Chi non ricorda quell’ «aprite le porte a Cristo, non abbiate paura». Non c’è dubbio: nella storia moderna verrà ricordato come il papa dei diritti dell’uomo, il cantore instancabile della responsabilità, della dignità e del primato dell’uomo; ma verrà ricordato soprattutto per la sua fede. Gli ultimi tempi della sua vita ne furono la rappresentazione, tanto chiara quanto commovente. Ricordiamo tutti questo anziano sofferente, affaticato, piegato in due, a cui era difficile camminare, parlare, persino benedire. Sussurri di dimissioni, smentite! Il papa comunicatore è perfettamente cosciente dell’immagine che, attraverso la tv, dà a tutto il mondo. Il mondo deve vedere che non è più il papa sportivo, che scia, va in canoa, si arrampica sui monti, che il cardinale Marty chiamava “l’atleta di Dio”. Il vecchio papa sofferente mostra e insegna che un uomo malato, disabile, allettato, è ancora un uomo. Ciò che lo rende ancora più bello e più nobile è la lezione di vita impartita fino all’ultimo respiro, al mondo intero. Un interrogativo: che risposte stiamo dando noi, la nostra Chiesa e la nostra Repubblica agli appelli di questa straordinaria guida dell’umanità, di questo santo così luminoso del nostro tempo? Conserviamo gelosamente la memoria della sua visita. Chiediamo la sua intercessione. Così sia.

Omelia nella XXII domenica del Tempo Ordinario

Pennabilli (RN), Cappella del Vescovado, 28 agosto 2022

Sir 3,17-20.28-29
Sal 67
Eb 12,18-19.22-24
Lc 14,1.7-14

Gesù ha un rapporto speciale con i banchetti: tante parabole hanno questa location! Molte volte fa del banchetto un segno del Regno di Dio, dell’amore fraterno, del perdono, della gioia, della festa… Gesù andava ai banchetti, partecipava, ne faceva addirittura il pulpito dell’annuncio del Regno di Dio. Talvolta, invitare Gesù al banchetto poteva essere compromettente o destabilizzante, come quella volta che Gesù era andato a casa del fariseo Simone ed era entrata la donna peccatrice; per noi è una scena bellissima di accoglienza, di riconciliazione e prospettiva di vita nuova, ma per il fariseo che aveva preparato il banchetto fu un momento veramente sconcertante. Così accade anche quando, nel Vangelo di Matteo, si racconta che Gesù va a casa di Levi, l’esattore delle imposte; fu un momento di gioia e di festa, ma suscitò infinite critiche: «Gesù va a mangiare con i peccatori… è un mangione e un beone!» (Mc 2,15; Mt 11,19). All’Ultima Cena Gesù interrompe il clima di festa pasquale e dice: «Prendete, mangiate questo è il mio corpo dato per voi… Prendete, bevete, questo vino è il calice del mio sangue» (cfr. Mt 26,26-28).
In uno di questi banchetti Gesù nota lo stile delle persone. C’è una strategia per cercare di andare nel posto più in vista: tutto questo non è altro che metafora della vita, dove si sgomita per avanzare di carriera, per avere i primi posti, per essere onorati. Addirittura, c’è chi arriva in ritardo, soprattutto le persone più importanti, per attraversare la sala, perché l’invitante faccia accomodare al primo posto. A Gesù certamente non interessa dare lezioni di galateo o norme per il buon vivere. Gesù parte dalla situazione reale che constata per fare un discorso più elevato: vuol dire qualcosa sul nostro modo di relazionarci con Dio. Gli invitati della parabola, infatti, rappresentano gli uomini nel loro rapporto con Dio. C’è chi esibisce il suo medagliere delle virtù: non ha bisogno di essere salvato, purificato e va orgoglioso davanti a Dio (cfr. Lc 18,9-14 la parabola del fariseo e del pubblicano). Invece dovrebbe ricordare le parole del Salmo di Davide, il Miserere: «Tu, o Dio, gradisci un cuore umile, che riconosce la propria povertà» (cfr. Sal 50). Ancor meglio, dovrebbe fare suo il Magnificat, dove la Vergine dice che Dio «abbassa i superbi, innalza gli umili» (Lc 1,52).
Consentitemi una digressione sulla virtù dell’umiltà. I maestri spirituali, pur precisando che si tratta di una virtù morale, quasi la annettono alle virtù teologali (fede, speranza, carità), perché è una virtù regolatrice del rapporto con Dio. L’umiltà ha tre caratteristiche.
L’umiltà è verità. Occorre prendere coscienza di quello che si è davanti agli altri e davanti a Dio: humus (terra) è la radice della parola “umile”. La condizione umana è di caducità e povertà con pregi e difetti: occorre sapersi accettare e accettare ogni fratello. Ci sono anche contraffazioni dell’umiltà, l’umiltà finta, che ci fa sminuire perché gli altri dicano che non è vero. C’è l’umiltà di chi non entra nel gioco, non accetta di rischiare per paura di perdere, perché inconsciamente vorrebbe vincere.
L’umiltà è dono, gratuità. Quando uno è umile è libero, non si ferma al parere degli altri su di lui e depone tutto quello che è zavorra: titoli, crediti, riconoscimenti. È semplicemente se stesso. In questa libertà gli è più facile essere dono, fare dono di sé.
L’umiltà è gratitudine. Quello che abbiamo l’abbiamo ricevuto. Il ringraziamento va alla nostra famiglia, alle persone che ci hanno plasmato. Hanno fatto quel che hanno potuto, con i loro difetti, ma ci hanno voluto, ci hanno pensato e fatto crescere. La gratuità è soprattutto quella di Dio, che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45). «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
Fin qui Gesù ha dato un insegnamento prendendo come paradigma “tu quando sei invitato”. Nella seconda parte Gesù dà insegnamenti “a te che inviti”. Gesù non vuole che tu faccia come fanno tanti, che chiamano le categorie più rassicuranti: fratelli, parenti stretti, amici importanti, vicini ricchi. Si riferisce ad una situazione che constatava al suo tempo, dove c’erano colazioni di lavoro, cene tra persone che avevano interessi comuni… Invece Gesù invita ad allargare la tua tavola. Nel linguaggio semitico, usato da Gesù, non si fa uso delle disgiuntive: le disgiunzioni sono espresse in maniera assoluta. «Non chiamare fratelli, parenti, amici, vicini ricchi, ma chiama…» significa: «Va bene che chiami fratelli, parenti, amici, vicini ricchi, ma non dimenticare le quattro categorie di persone che sono svantaggiate e possono mettere in imbarazzo: poveri, storpi, zoppi, ciechi (quelli che venivano scartati persino dal servizio liturgico!).
Sottolineo il valore della gratuità: le quattro categorie indicate da Gesù non possono contraccambiare.
Quando al banchetto ti metti all’ultimo posto, sia simbolo di uno stile della tua vita, il saper stare con gli ultimi. Proprio lì incontrerai Gesù, perché lui è vicino agli ultimi, ai poveri, a chi è in difficoltà per una strada sbagliata… Se ti avvicini col cuore a questi fratelli ti capiterà di incontrare Lui.
Gesù non ha niente contro il desiderio di progredire, di migliorare nell’ambito lavorativo o sportivo; non ha risentimenti contro “i primi posti”. Ma qual è il primo posto? Il primo posto è quello nel quale puoi amare di più. Tante volte coincide con l’ultimo posto sulla scena, ma in realtà è il primo. Andiamo a scoprire Gesù presente in quelli che noi chiamiamo “gli ultimi”.

Omelia nella XXII domenica del Tempo Ordinario

Sanzeno (VR), Casa delle Suore Orsoline, 28 agosto 2022

Sir 3,17-20.28-29
Sal 67
Eb 12,18-19.22-24
Lc 14,1.7-14

1.
Sono venuto per il compleanno di suor Zaira e per l’invito della Madre Superiora, ma nel profondo del cuore desideravo da tempo questo incontro (era stato organizzato prima del Covid), perché sono un vostro “figlio” (le Suore orsoline vengono solitamente chiamate “madre”, mentre nelle altre famiglie religiose, la Madre è soltanto la Superiora). Mi sento “figlio”, perché ho fatto presso la Casa delle Suore orsoline la scuola d’infanzia e il cammino con l’Azione Cattolica. Il luogo e la vita della pastorale erano per me la Casa delle Suore orsoline. Poi sono entrato in Seminario. Divenuto sacerdote, mi è stato chiesto di curare la pastorale dei ragazzi e la pastorale vocazionale. Abbiamo creato un vasto movimento proprio al Sant’Orsola (Casa delle Suore orsoline a Ferrara). L’arcidiocesi di Ferrara a quel tempo era costellata di residenze delle suore (ben 24!). Negli incarichi di quegli anni – Azione Cattolica, pastorale vocazionale e Ufficio Catechistico – non avrei potuto fare nulla senza la loro collaborazione. Pertanto, questa visita non è altro che una “restituzione”. Sono qui per dare lode al Signore per la vostra presenza nella Chiesa e nella mia vita.
A qualcuna di voi, a volte, viene da chiedersi: che frutti ho portato? Tanti sacerdoti, tante vocazioni, tanta gioventù. Grazie!
Ringrazio anche per il bene che le suore hanno voluto alla mia famiglia (mia sorella ha frequentato le Scuole Medie e l’Istituto Magistrale presso le Suore orsoline a Verona).

2.
Ieri ho celebrato la Messa alla Casa Madre delle Suore Maestre Pie dell’Addolorata di Rimini. Provenivo da un funerale tragico. In un incidente stradale hanno perso la vita un ragazzo di diciotto anni e una ragazza di sedici. Anch’io ero turbato. Poi era una giornata in cui non mi sentivo “in forma”… Pensavo: il Signore sarà contento di me? Era un problema che si poneva anche santa Teresa di Lisieux, che ebbe anche un sogno su questo argomento. È trascorsa metà della celebrazione con questi pensieri tristi. Poi, mi ha colpito la frase del Vangelo in cui Gesù dice: «Amico, vieni avanti!» (cfr. Lc 14,10). Mi è sembrato che Gesù lo dicesse a me, inquieto per quella disgrazia e turbato dal mio poco amore. Che cos’è, in fondo, la Messa, se non questo invito a venire alla tavola di Gesù: «Amico, vieni avanti!»?
Se ci fosse qualche suora che si chiede: «Signore, tu sei contento di me?», o che ha un momento di dubbio (le suore hanno una vita spirituale molto intensa e vivono anche momenti di “notte oscura”), le parole del Vangelo: «Amica, anzi mia sposa, vieni avanti… al primo posto!» sono un incoraggiamento di Gesù: Gesù vi vuole al primo posto!

Rivolgo ancora una parola di ringraziamento anche alla vostra Madre Superiora e alle Suore che si prendono cura di voi. Potrebbero pensare di essere più utili in qualche missione nel mondo, sentendosi all’ultimo posto qui a Sanzeno. In realtà, qui incontrano Gesù, perché Gesù è con i piccoli, con quelli che hanno problemi di salute, con chi ha dispiaceri. Qui, come dice papa Francesco, si tocca la carne di Gesù.
Vi metto nella preghiera quotidiana del Santo Rosario. Sia lodato Gesù Cristo.

40° anniversario della visita di Papa Giovanni Paolo II alla Diocesi di San Marino-Montefeltro

La Diocesi di San Marino-Montefeltro ricorda con immutata gratitudine la visita che il Papa San Giovanni Paolo II fece alla Repubblica e alla Diocesi di San Marino-Montefeltro il 29 agosto 1982. Sono passati quarant’anni, ma il ricordo e le emozioni di quella giornata sono vivissimi in tutti coloro che parteciparono all’evento, ma è soprattutto caro e ancora attuale il messaggio che San Giovanni Paolo II affidò alla Repubblica di San Marino e alla Diocesi, messaggio da rilanciare calorosamente.
L’evento verrà ricordato domenica 28 agosto nelle parrocchie della Diocesi ed in particolare con la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo Andrea Turazzi nella parrocchia di Serravalle alle ore 18 (RSM, via E. Balducci, 27). Nella circostanza sarà offerta una brossura col testo dei tre discorsi tenuti da San Giovanni Paolo II a San Marino.

Ufficio Comunicazioni Sociali
Diocesi San Marino-Montefeltro

Omelia nella XXI domenica del Tempo Ordinario

Eremo di Carpegna (PU), Santuario B.V. Maria del Faggio, 21 agosto 2022

Camminata del Risveglio

Is 66,18-21
Sal 116
Eb 12,5-7.11-13
Lc 13,22-30

«Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme».
Chi ha partecipato alla Messa in questi mesi ha sentito spesso questa annotazione dell’evangelista Luca: «Gesù era in cammino verso Gerusalemme». Gesù era consapevole: Gerusalemme sarebbe stato il culmine della sua missione. A Gerusalemme sarebbe accaduto quello che aveva predetto ai discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, essere messo a morte e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22).
Provate ad immaginare che cosa provava Gesù nel suo cuore, cos’aveva dentro mentre camminava attraversando città e villaggi. «Città e villaggi» poi rappresentano il cuore di ogni persona. Gesù attraversa la vita e l’attraversa con questo progetto: spendere la sua per far crescere la vita degli altri. Mentre Gesù è per strada verso Gerusalemme, «un tale» – non avendo un nome potrebbe essere ciascuno di noi – gli attraversa la strada e gli dice: «Sono pochi quelli che si salvano?». Una domanda meschina. Avrebbe potuto dire: «Sono molti, Signore, quelli che si salvano?». Ma «quel tale» parte già con un pregiudizio. La meschinità, poi, contrasta con la consapevolezza di Gesù che sta per dare la vita, conscio che il “chicco di grano” diventerà una messe talmente grande che bisognerà pregare il padrone della messe che mandi altri operai (cfr. Lc 10,2). Mentre Gesù ha questi pensieri nel cuore, «quel tale» lo importuna per una questione aritmetica…
Come sempre, Gesù va al cuore del problema. Si rivolge all’interlocutore, e a tutti noi, adoperando il “voi”, un “voi” interpellante, che mette in crisi per una presa di responsabilità. Infatti, dice: «Sforzate-vi, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare ma non ci riusciranno. […] Egli vi dichiarerà: “Voi non so di dove siete. Allontanate-vi da me…”». Gesù interpella direttamente. Poi, usa una bellissima metafora, quella della “porta stretta”. Qualcuno pensa che il Signore faccia “il portinaio”: «Tu entri, tu stai fuori…». No. La porta è stretta perché è sagomata sulla nostra persona, sulla nostra figura. Per quella porta ci passo solo io, perché è la porta delle mie responsabilità, di quello che la mia vocazione mi chiede. Per passare per quella porta dovrò lasciare da parte le cose che ingombrano. Non passerà tutto di me, passerà solo quella parte che assomiglia allo stile di vita del Signore. La “porta stretta” non è per selezionare le persone, scartare qualcuno e prendere qualcun altro. Tutti siamo candidati. Gesù è morto per tutti. Ognuno sa che dentro di lui ci sono cose che deve mettere da parte, perché sono ingombranti. Quindi, la “porta stretta” è anche la porta dell’umiltà.
Perché «quel tale» ha fatto proprio questa domanda al Signore? Come gli è venuta in mente?
Era una questione discussa nelle scuole di teologia dell’epoca. C’eran di quelli che dicevano: «Chi si salva? Coloro che appartengono all’etnia ebraica, che sono di religione ebraica». Infatti, sta scritto nel Talmud: «Nessun circonciso andrà nella Geenna». C’erano anche scuole più moderate, che dicevano: «Tutti siamo candidati, ma bisogna pregare più volte al giorno con lo Shemà Israel, la preghiera del pio israelita («Ascolta Israele, amerai il Signore Dio tuo…») ed osservare i precetti e i comandamenti. Ma vi erano scuole che sostenevano si salvassero solo quelli della loro confraternita. Gesù dice che la salvezza non è legata all’appartenenza ad una etnia particolare, è per tutti. Poi, in sostanza, dice: «Non cadete in una forma di garantismo meschino, dicendo di avere uno zio prete, oppure di essere iscritti ad un movimento ecclesiale, di essere stati catechisti, ecc.». Non conta! Ciò che conta è se tutto questo, comprese le pratiche religiose, mi ha convertito.
Riferisco un episodio raccontato dal filosofo danese Søren Kierkegaard. Era rimasto vedovo. Da quando era morta la moglie Regine Olsen, non sapeva come gestire il suo guardaroba e andava per Copenaghen a cercare un luogo in cui stirassero i pantaloni. Trovò su una vetrina un cartello con scritto: «Qui si stirano calzoni». Entrò. La commessa gli disse che lì non stiravano i calzoni, ma fabbricavano targhette! Attenzione: non sono le “targhette” che ci garantiscono davanti al Signore, ma la pratica della giustizia e dell’amore!
Talvolta, la sera, mi faccio la domanda: «Mi salverò?». Non conta essere vescovo! La targhetta «eccellenza» non garantisce il paradiso! Mi faccio serio. Mi fa bene pormi questa domanda. Ricordo la massima di sant’Alfonso Maria de’ Liguori: «Chi prega si salva, chi non prega si danna». Poi vado a dormire contento perché vedo le braccia aperte di Gesù e sento la Parola di Dio che parla di un banchetto a cui si siedono tutti i popoli della terra: «Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal, Iavan e tutte le isole lontane» (cfr. Is 66,19), un banchetto preparato anche per me!
In questo momento siamo quella parte dell’umanità che rivela la famiglia dei figli di Dio radunati attorno all’altare del Signore. È il destino di tutta l’umanità. Ripartiamo da questa Messa con una grande carica di gioia, fiducia e speranza.

Discorso all’arrivo dei pellegrini davanti al Santuario

Saluto tutti, in modo particolare gli amici che hanno fatto a piedi la Camminata del Risveglio e anche quelli che, per varie ragioni, hanno dovuto percorrere tratti in automobile. Tutti siamo sul Cammino del Risveglio, risveglio della nostra fede. «Ne basta un granello» (cfr. Mt 17,20), ha detto Gesù.
In questo periodo è la seconda volta di un raduno così imponente a livello diocesano. Sono con noi anche tanti amici che vengono da Rimini, Cesena, Pesaro. Tutti insieme siamo un popolo. Eravamo in tanti all’Assemblea di fine anno pastorale e alla Veglia di Pentecoste. Spiritualmente era presente tutta la Diocesi. Fu bello non perché eravamo in tanti – l’essenziale non sono i numeri – ma perché nel Santuario di Valdragone c’era la presenza di Gesù Risorto e Maria, la mamma di Gesù, pregava con noi. Era quasi palpabile la presenza dello Spirito Santo. Eravamo Cenacolo. Ci siamo trovati le porte spalancate, come le hanno trovate gli apostoli che, scesi sulla piazza, hanno dato la loro testimonianza. Questo di oggi è per noi un giorno di testimonianza. Chiediamo alla Madonna di darci coraggio e forza.
Mi sorprende un testo del Concilio di Trento (1545-1563), punto fermo della riforma cattolica. La Chiesa è paragonata alla sposa del Cantico dei Cantici che, con una sola treccia – così dice la Scrittura – è capace di espugnare eserciti, per la sua bellezza! Il testo conciliare conclude dicendo che la bellezza della Chiesa è la sua unità. Qui c’è un raggio di quella bellezza, la nostra unità, al di là dei nostri caratteri e dei nostri limiti… Uniti perché abbiamo un’unica chiamata, perché siamo tutti “sotto” la Parola di Dio, perché siamo radunati attorno alla mensa dell’Eucaristia, perché guardiamo al nostro futuro con speranza. Così sia.

Omelia nella S.Messa per le Esequie di don Lazzaro Ferrini

Pennabilli (RN), Cattedrale, 19 agosto 2022

Ap 21,1-5a.6b-7
Sal 121
Gv 17,24-26

1.

«Io Giovanni, vidi un cielo nuovo ed una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,1-2).
L’audacia e lo spazio della preghiera consentono di intravvedere l’invisibile: ecco don Lazzaro smarrito, pieno di stupore e finalmente felice, avvolto da questo splendore dell’Apocalisse. Uno “spettacolo” in senso etimologico! Come l’autore del libro sacro egli vede «un grande trono bianco e colui che vi si siede» (Ap 20,11), Dio.
Don Lazzaro piange di commozione e ride, come gli succedeva talvolta quando era tra noi. Ora non può sottrarsi a colui che l’ha amato da principio, l’ha scelto fin da ragazzo e gli ha affidato i tesori della sua casa da dispensare ai fratelli.
Grandezza del ministero sacerdotale e fragilità dello strumento come è per ciascuno di noi presbiteri: ricchi per la grazia che dispensiamo, poveri perché sono parole e gesti non nostri. Di nostro, nulla! Solo le nostre miserie!
Lazzaro, piccolo qui in terra e ora grande nella nuova Gerusalemme. Non più lacrime né lamenti: «Io, dice il Signore, sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio» (cfr. Ap 20,12).

2.

Nei Vangeli (cfr. Lc 16,19-31) Lazzaro, protagonista della parabola, viene portato dagli angeli nel seno di Abramo e invocato perché attinga nell’acqua la punta del dito, «cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere (una sola goccia di quell’acqua può salvare il mondo intero da ogni male)» (San Tommaso d’Acquino, Adoro te devote, Inno eucaristico). Il ministero di don Lazzaro continua: il carattere sacerdotale è indelebile; ministero in forma diversa, di preghiera e di intercessione.
Nei Vangeli Lazzaro è l’amico di Gesù, ospita con le sorelle Marta e Maria il Signore e siede a mensa con lui (cfr. Gv 12,1; cfr. Lc 10,38-42). La gente, quando vede Gesù piangere per la morte di Lazzaro, sussurra: «Vedi, come lo amava» (Gv 11,36), mentre qualcun altro dei presenti muove una critica pungente: «Costui che ha sanato il cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?» (Gv 11,37).
Il nostro don Lazzaro, «arguto e spassoso, disponibile alla famigliarità», ha svolto il servizio pastorale nelle comunità di Villagrande, Frontino, Maciano e Soanne. Gli ultimi anni, quiescente, li ha trascorsi in casa di riposo. Il suo assillo quotidiano era la Messa, un impegno divenuto gravoso per le manifestazioni di ansia, alle prese col nuovo Messale e i volumi per la Liturgia delle Ore. Grazie a mons. Vicario che l’ha seguito passo passo. Grazie al personale della Cooperativa che l’ha assistito con tanto amore, rispetto e pazienza. Grazie all’accolito Raffaele Guerra che l’ha accompagnato in questi ultimi mesi perché potesse celebrare l’Eucaristia.

3.

In questo momento riuniti davanti alla bara di un fratello presbitero, siamo richiamati alla tipica partecipazione del sacerdote alla celebrazione eucaristica in forza del dono ricevuto (don Lazzaro è stato consacrato il 3 luglio 1960 da mons. Antonio Bergamaschi); tale tipicità si esprime nella presidenza, non per propri meriti o qualità, né per un compito assegnato dalla comunità, ma per l’effusione dello Spirito Santo. Il presbitero viene formato dal suo presiedere l’assemblea che celebra.
Cari fedeli, avete il diritto di poter sentire nei gesti e nelle parole del sacerdote il desiderio che il Signore ha, come nell’Ultima Cena, di continuare a mangiare la Pasqua con noi. Il Risorto è dunque il protagonista.
Il presbitero stesso è sopraffatto da questo desiderio di comunione che il Signore ha verso ciascuno: è come se fosse posto in mezzo tra il cuore ardente d’amore di Cristo e il cuore di ciascuno di voi, oggetto del suo amore. Vedeteci così, cari fratelli, circondati di infermità e tuttavia immersi nella fornace dell’amore di Dio (cfr. Papa Francesco, Desiderio desideravi, Lettera Apostolica 2022).
Cari sacerdoti, la celebrazione stessa ci educa a questa qualità di presidenza. Chi presiede lo faccia con l’umiltà di chi serve. Non rubi la centralità dell’altare, segno di Cristo, dal cui fianco squarciato scaturiscono l’acqua e il sangue fonte dei sacramenti della nostra fede.
Nell’accostarci all’altare per l’offerta siamo educati all’umiltà e alla conversione: «Umili e pentiti accoglici, o Signore: ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te». Con la prece eucaristica – nella quale anche i battezzati partecipano con riverenza e silenzio e intervenendo con le acclamazioni – chi presiede ha la forza, a nome di tutto il popolo di Dio, di «ricordare» al Padre l’offerta del Figlio suo, perché quel dono immenso si renda presente sull’altare. A quell’offerta partecipiamo, cari sacerdoti, con l’offerta di noi stessi. Non possiamo narrare l’Ultima Cena senza esserne partecipi. Non possiamo dire: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi» e non vivere lo stesso desiderio di offrire il proprio corpo, la propria vita per il nostro popolo. Vita santa, senza ambiguità, sforzo per migliorare la propria umanità e il proprio carattere, contegno appropriato dentro e fuori noi stessi…

4.

Noi presbiteri con le parole dell’offerta e della consacrazione, e voi fratelli con la proclamazione dell’Amen che suggella la grande dossologia: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo», formiamo insieme una comunità eucaristica. Elemento fondante la comunione è Gesù tra noi: «Padre Santo, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io» (Gv 17,24). Voglio «che l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26). Nella preghiera sacerdotale, di cui è stato proclamato un breve tratto dal diacono, Gesù sembra ingaggiare un gioco d’amore, una trama di relazioni: «Tu in me e io in te…», «loro in noi e noi in loro…». «Uniti perché il mondo creda» (Gv 17,21). Nessuno stia soltanto a guardare questo gioco d’amore, magari col pretesto della propria inadeguatezza. Don Lazzaro ora vede chiaramente tutto questo: con lui e tra noi una comunione vissuta, riprogrammata e rinnovata, tema del nuovo anno pastorale 2022/23.
Concludo con qualche riga di una vecchia canzone nella quale si allude alle vicende del cuore alle prese con desideri e delusioni, con slanci e cadute, un cuore di nuovo pronto a ricominciare.
«Sempre riaccendo il mio lume, sempre si spegne; perché?
[…] Volevo offrirti dei doni, un vaso colmar di virtù,
ma sempre vuoto è il mio vaso, è sempre spoglia la casa.
Prendi, Signore, il mio nulla, quel che io sono ti do.
Come un bambino che piange, poi guarda in alto e sorride…
Come in un gioco d’amore.
Vengo, continuo a giocare: questo mi basta perché,
so già che tu vincerai, solo m’importa d’amare […].
In questo istante so amare, cogli, Signore, questo fiore…
continuo il gioco d’amore».
Così sia.

Giornata Mondiale per la Cura del Creato

Lettera del Vescovo Andrea ai sacerdoti, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose, a tutti i fedeli

Carissimi,

invito a cogliere con attenzione e gratitudine questa annuale occasione di preghiera e riflessione sulla realtà del creato. Il 1° settembre prossimo si celebra la “Giornata Mondiale per la Cura del Creato”, tema che potrà avere uno sviluppo più disteso su tutto il mese sino alla festa di san Francesco d’Assisi.

Ringrazio l’Ufficio Diocesano di Pastorale Sociale che si è attivato per tempo – prima sul nostro mensile “Montefeltro”, poi con l’invio di prezioso materiale per preparare e sussidiare la “Giornata”.

Incoraggio le iniziative che in diverse comunità si vanno preparando. In particolare, segnalo la “Summer school” dal 2 al 4 settembre presso le Monache Agostiniane di Pennabilli.

Io celebrerò una solenne Eucaristia nella Basilica di San Marino (RSM) mercoledì 31 agosto ore 20:30, aprendo le celebrazioni del Santo Patrono e Fondatore della Repubblica, con un invito particolare alle Autorità civili e militari e a tutta la Diocesi.

La creatività pastorale dei sacerdoti e delle comunità saprà dare un forte carattere educativo alle iniziative. Le sottolineature possono essere diverse e convergenti. La famiglia ecumenica suggerisce, attorno all’immagine del roveto ardente (Es 3,1-12) di “ascoltare la voce del creato”, tema fatto proprio da papa Francesco nel suo Messaggio. I vescovi italiani, a proposito di ascolto, suggeriscono di “mettersi in ascolto” del pane: «Quante cose sa dirci!». La storia del pane è un intreccio di natura, lavoro, condivisione, responsabilità. «Quello stesso pane che Gesù prese nelle sue mani e benedisse facendone il suo Corpo». I vescovi ci invitano ad avere presente l’imminente Congresso Eucaristico nazionale a Matera (22-25 settembre).
Faccio mia la speranza che, «da quel pane spezzato e donato, prenda forma la civiltà dell’amore».

+ Andrea Turazzi, vescovo