Omelia nel Natale del Signore – Messa del giorno

Pennabilli (Cattedrale), 25 dicembre 2018

Is 52,7-10
Sal 97
Eb 1,1-6
Gv 1,1-18

(da registrazione)

Non saremmo qui a celebrare il Natale se la Pasqua non ci avesse certificato la messianicità di Gesù. «Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato». Con queste parole l’autore della Lettera agli Ebrei descrive la grandezza sfolgorante del Messia. Possiamo leggere i Vangeli dell’infanzia con la lente di ingrandimento pasquale. C’è una corrispondenza, a volte letterale, nelle narrazioni pasquali e natalizie. Per esempio, lo stesso legno: il legno della mangiatoia e il legno della croce; i “tre giorni” nei quali Gesù viene smarrito nel tempio e i “tre giorni” della sua sepoltura, ma soprattutto l’annuncio della gioia: «Vi annuncio una gioia grande» (Lc 2,10), dicono gli angeli ai pastori; sono le stesse parole pronunciate alle prime luci dell’alba del giorno della Pasqua. Poi, il dramma del Bambino accolto dai piccoli, ma rifiutato dai potenti. Sono solo alcune delle tantissime corrispondenze.
Oggi ci viene data la possibilità di abbracciare con un solo sguardo l’intero mistero di Gesù attraverso la lettura del Prologo del Vangelo di Giovanni, senza dubbio uno dei testi più belli che siano mai stati scritti. Prendiamoci il tempo di leggere e rileggere ogni versetto e di lasciarcene impregnare intelligenza e cuore. In poche righe Giovanni condivide con noi il frutto di ciò che ha contemplato nel corso della sua vita, a partire dal primo incontro con Gesù. Anzitutto il mistero luminosissimo, accecante, della comunione intima in Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo: il Figlio, suo Verbo fatto carne, mandato per l’umanità, mandato ad «abitare in mezzo a noi» (lett. «piantare la sua tenda tra noi» con tutti i rimandi all’Esodo) e a farsi rivelatore e interprete del «Dio che nessuno può vedere» (cfr. Gv 1,18). Nessuno lo ha mai visto: lui ce l’ha rivelato. E noi non smettiamo di ricevere da lui «grazia su grazia» (Gv 1,16). Eccedenza del suo amore! Che questo Vangelo sia nostra luce per ogni giorno! Gustiamolo interiormente.
Giovanni non racconta l’episodio della Natività. Se dovessimo stare alla lettura solo del quarto Vangelo non festeggeremmo il Natale in questo modo (con il presepio, i pastori, ecc.). Giovanni riassume il Natale in una sola formula: «Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14). Ci mette di fronte ad un paradosso che va al di là di ogni immaginazione e di ogni umana aspettativa. Noi normalmente cerchiamo di farci grandi; Dio, nell’evento del Natale, sceglie di rimpicciolire. Un capovolgimento: lui che è Dio si fa carne, materia, corpo, cioè limite. Da questo momento in poi egli è qui, a Betlemme e non a Nazaret, per le vie della Galilea e non a Gerusalemme; ha una data di nascita e di morte, ha dei tratti somatici particolari e una figura che lo circoscrive. Questa fede è il genio sconvolgente del cristianesimo. Gesù dice: «Io sono qui; mi potete toccare, abbracciare o uccidere. Sono completamente disponibile. Non si dovrà più dire che io sono un’ombra, che non so cosa vuol dire vivere. Anch’io prendo dall’Alto la carica per smuovere questo corpo fragile, opaco, limitante. Sudo e sanguino per l’angoscia, mi contorco per il dolore fino a rendere il mio corpo come uno straccio che non è più possibile indossare. E tutto questo per amore. Solo per amore».
Nell’incarnazione Dio, per così dire, si specchia sulla nostra umanità: egli si fa a nostra immagine. Allora piange, ha paura, conosce la fame. Non ha evitato ma “sposato”, indissolubilmente, la nostra realtà. Così ci ha aperto una via di piena umanità. Prima dell’incarnazione si discorreva molto della sua grandezza, meno dell’uomo. A Natale risplende la vera grandezza di Dio che è farsi piccolo. Ma a Natale viene proclamata anche la grandezza dell’uomo: una piccolezza innalzata in questo Dio incarnato. Così diceva Leone Magno ai cristiani: «Considera, o uomo, la tua dignità» (San Leone Magno, Disc. 1 per il Natale, 1-3; PL 54,190-193). Portiamoci a casa quello che Paolo, pieno di stupore, diceva ai discepoli di Roma: «Se Dio è per noi – e il Natale dice questo – chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato per tutti noi, non ci darà forse ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,31-32).
Cari fratelli e sorelle, ecco il fondamento della nostra speranza. Ecco con quali occhi guarderemo d’ora in poi il nostro prossimo e il mondo attorno a noi. Buon Natale!

Omelia nel Natale del Signore – Messa della Notte

San Leo (Cattedrale), 25 dicembre 2018

Is 9,1-6
Sal 95
Tt 2,11-14
Lc 2,1-14

(da registrazione)

Stiamo cantando le meraviglie del Signore: il Signore è grande. Ma il segno che ci è dato è quello di un bimbo. Gesù nasce in un clima di tensione, di disagio, di povertà. Nasce al tempo del censimento che, allora, significava umiliazione nazionale, inasprimento fiscale (il censimento era fatto per riscuotere le tasse), lunghi viaggi (bisognava andare nei luoghi della propria origine), scarsità di alloggi (tanto che Giuseppe è costretto a portare Maria a partorire in una stalla). I primi a riconoscerlo sono rozzi pecorai, malvisti dalla società di allora, inabili persino a testimoniare. Vien detto loro che troveranno il Messia nella forma di un fragile neonato, che tra l’altro diverrà profugo. Perché questi accenti?
Il Natale confligge con tante situazioni. Anzitutto il Natale cristiano confligge con il Natale comune: cenoni, regali, viaggi, ecc. Esso non ha nulla a che fare con il Natale di Gesù. È un momento di euforia dopata per dimenticare la crisi. «Buon Natale» – si dice –, auguri a raffica. Sia ben chiaro: non ho nulla contro le luci e contro i pranzi famigliari. Il problema è che si festeggia senza il festeggiato. Questo è il primo motivo di conflitto.
Poi, il Natale di Gesù confligge con una certa forma di religiosità, precisamente quella che da Dio si aspetta fortuna, salute, successo. A questi il Bambino di Betlemme dice: «Quelle cose chiedetele ai vostri dei, non a me. Come potrei concedervi queste cose? Nasco in una stalla, morirò su una croce». Qualcuno di voi mi dice: «Ma allora sei un Dio da poco, un Dio inutile: che ce ne facciamo di te, se non sai darci le cose che contano e che ci stanno a cuore?». La prima risposta è che Gesù non è Babbo Natale. La seconda la lascio dire a Pierre Claverie, uno dei monaci di Tibhirine, in Algeria, ucciso dai fondamentalisti e, insieme agli altri compagni, beatificato il 7 dicembre scorso. A chi gli domandava: «Perché rimanete in Algeria? Per fare che cosa?», lui rispondeva: «Noi siamo qui a causa del Messia crocifisso. Non abbiamo nessun interesse da salvare, nessuna influenza da mantenere, nessun potere e nessun privilegio da difendere. Siamo qui come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, asciugandogli la fronte. È, in fondo, la risposta del Bambino di Betlemme. «Non servo a nulla – dite voi – ma sappiate che quando vivete momenti di tensione, siete bastonati dalla vita, vi sentite in uno stato di confusione, io vi sono vicino, sono l’Emmanuele che vi è accanto e vi tiene per mano». Inoltre, il Natale confligge anche con una teologia sbagliata dell’incarnazione. A volte si dice: «La Parola di Dio deve essere presa là dove si trova e incarnata nella realtà della mia vita». Sforzo encomiabile, ma teologicamente scorretto, perché le cose stanno diversamente. Il Mistero del Natale ci ricorda che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e nulla esiste senza di lui» (cfr. Gv 1,3). Se crediamo che la realtà è creata dalla Parola di Dio non dobbiamo applicare un bel niente alla realtà, semmai tirar fuori dalla realtà la Parola per farla nostra. Gli antichi parlavano dei “semi del Verbo”. «Tutto è stato creato per mezzo di lui e nulla esiste senza di lui». Ogni realtà, ogni cammino degli uomini, ogni cultura contiene “semi del Verbo”. Se applicare sa di sforzo, scoprire sa di stupore, di meraviglia. È Natale!
Anche quest’anno gli artisti si sbizzarriscono a fare il presepio o le tradizionali icone della Natività. Ci sono i pastori, gli animali, i piccoli borghi, i magi, il bambinello.
Alla fine della Messa si è soliti metterci davanti al presepio. Molti diranno la loro ammirazione per ciò che li colpisce di più: un villaggio lontano, una realistica riproduzione del tramonto, le mura di Gerusalemme, una finestrella illuminata, le stelle, Gesù nella mangiatoia. Voglio dirvi quel che mi piace del presepio. La prima cosa è il vedere che tutti i personaggi convergono verso la stalla della Natività. Pastori, magi, viandanti, casalinghe, pecorelle, tutti vanno verso Gesù. Persino nel presepe napoletano le tante figure, che sembrano poco interessate all’evento, sono sistemate in un movimento ascendente, quasi a spirale, che approda alla mangiatoia. Mi vengono in mente le parole di Gesù: «Innalzato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Innalzato sul legno della croce, ma, prima ancora, sul legno della culla che la prefigura. Sono sicuro che Cristo ci sta attirando tutti, ci sta interiormente seducendo. Ho fiducia che un giorno tanti torneranno, anche se non so come, quando, dove… Il mio augurio è che, dopo aver guardato il presepio, ci mettiamo tutti in cammino con i pastori, in sincero e appassionato cammino verso Gesù.
La seconda cosa che mi colpisce del presepio è la Sacra Famiglia. I pastori sono guidati dagli angeli, i magi dalla stella, ma chi porge il Bambino sono Maria e Giuseppe. Gesù non lo si incontra solo, ma in una famiglia, che lo ha accolto e custodito. Gesù lo si trova non con un percorso solitario, ma grazie ad una comunità, piccola forse, povera, con dei difetti, ma essenziale. Il mio secondo augurio, allora, è che nella nostra ricerca di Gesù non abbiamo paura a bussare alla porta non di Betlemme, ma della nostra parrocchia. Lì potremo riscoprire la necessità e la bellezza della dimensione comunitaria della fede. Andiamo insieme verso Gesù! Così sia.

Messaggio di Natale

Una sosta prolungata davanti al presepio

Perché un messaggio a Natale?
Solo per una consuetudine?
Il messaggio vuole esprimere ad alta voce un desiderio, anzi un sogno, e quando in tanti sogniamo insieme, si dice che quel sogno diventi realtà.
Ma il Natale è in se stesso messaggio: parla da solo, si impone al mondo e nel cuore, sonoro e delicato, domestico e politico, cristiano ed universale.
Ecco il messaggio: quando nasce un bambino è il mondo che rinasce e respira con lui per la prima volta. C’è una parola che sostiene la speranza dell’umanità: «Ci è nato un bambino». Ogni nascita è una tregua: un nuovo sguardo sul mondo, ahimè, spesso in lotta.
Da sempre gli uomini indagano sul mistero che li avvolge. La scienza ha aperto orizzonti, squarci sull’infinito. Già gli antichi si chiedevano chi avesse fatto il cielo, il sole e la luna. Gli Egizi si domandavano che cosa ci aspettasse dopo la morte. I Babilonesi studiavano le stelle (sono diventati i primi astronomi) e che dire dei filosofi dell’antica Grecia?
La storia dell’umanità scorre parallela alla storia delle domande che l’uomo si fa a proposito di Dio: una ricerca infinita sino al grande colpo di scena. Dio, forse stanco di essere studiato come un libro, risponde a secoli e secoli di congetture. E la sua risposta non è fatta di parole, ma di un volto, il volto di un bambino!
«Quando i saggi sono al fondo della loro saggezza, gli conviene ascoltare i bambini» (Georges Bernanos).
L’umanità ha bisogno di incontrare Dio: un Dio così, che non fa paura. Lo contempliamo e ci disarma. Nel Bambino di Betlemme, Gesù, Figlio di Dio, vediamo l’infanzia da proteggere, la giovane famiglia sulla strada, l’annuncio della gioia che viene da dentro.
Sì, quel Bambino sta dalla parte della vita che nasce; di tutto si priva ma non di una famiglia. Ci sfida ad osare la gioia: c’è più gioia a dare che a ricevere!
Propongo una sosta prolungata davanti al presepio. Pur essendo indispensabili le scelte di una buona politica, il mondo più giusto e più ospitale che tutti sogniamo dipende da ciascuno di noi.

Buon Natale!

+ Andrea Turazzi
Vescovo di San Marino-Montefeltro

Omelia nella IV domenica di Avvento

La Fiorina (RSM), 23 dicembre 2018

Mi 5,1-4
Sal 79
Eb 10,5-10
Lc 1,39-45

(da registrazione)

Sussulti nel grembo, scoppi di “Evviva!”, benedizioni a raffica, gioia che colora la scena e proclamazione di beatitudini: è un Vangelo della gioia (Evangelii gaudium).
Mentre il Natale è ormai vicino, è come se un diapason stesse per dare il “la”, il tono alla festa. E la liturgia lo fa con il racconto della Visitazione, la visitazione di Maria, la fanciulla di Nazaret, gravida di Gesù, che va da sua cugina Elisabetta, anche lei in dolce attesa, alle prese con una maternità fuori tempo massimo. In realtà, è Dio che visita il suo popolo e lo fa attraverso Maria, che è come l’arca che contiene non il ricordo dell’antica Alleanza, ma il Principe dell’Alleanza, Gesù. Dio visita il suo popolo anche attraverso di noi. Ciascuno di noi, infatti, porta Gesù, come Maria, non nel grembo come fu per lei, ma con gli auguri, con un dono, con un sorriso, con il farci prossimi, col soccorrere, con l’interessarci gli uni degli altri. Sono tanti i modi di vivere la Visitazione. Può accadere che, a motivo di un dispiacere o di una malattia o di una esperienza di solitudine o di una preoccupazione famigliare o professionale, possiamo sentire questa gioia completamente estranea, perfino urtante. Che questo non sia un motivo ulteriore di tristezza: gli altri sono contenti, fanno festa, invece io non ci riesco! Che fare se siamo in questa situazione?
Per quanto possibile, se non ci sentiamo capaci di provare sentimenti di gioia e non riusciamo a sbloccare il cuore, lasciamoci “portare” dalla liturgia di questo giorno. Non dimentichiamo che anche noi, come Elisabetta, siamo stati colmati di Spirito Santo. Al di là del sentire e del vedere, lo Spirito abita in noi. San Paolo confortava i cristiani di Roma, che vivevano la persecuzione e non potevano certo essere allegri, dicendo che «lo Spirito viene in soccorso alla nostra debolezza» e «intercede per noi con gemiti inesprimibili» (cfr. Rom 8,26). A volte il pianto ci impedisce di esprimerci. Ma lo Spirito Santo grida per noi, più forte di noi.
Benedetta Bianchi Porro, la ragazza di Dovadola che verrà proclamata beata nel prossimo settembre, mentre il suo male progrediva, diceva: «Io sono come al solito, soffro molto, credo ogni volta di non farcela più, ma il Signore, che fa cose grandi, mi sostiene pietoso e io mi trovo sempre ritta ai piedi della croce».
La liturgia ci invita a non ripiegarci sui motivi di tristezza, ma a lasciarci portare dalla gioia del Vangelo. Riascoltiamo la dolce profezia di Michea: «E tu, Betlemme, così piccola… Eppure, da te uscirà il dominatore di Israele. Egli stesso sarà la pace» (cfr. Mi 5,1.4).
Invochiamo il Signore con le parole del Salmo che abbiamo proclamato: «Risveglia la tua potenza, Signore, e vieni a salvarci. Guarda dal Cielo e visita questa vigna (la nostra umanità)» (cfr. Sal 79).
Consideriamo come Gesù, entrando nel mondo, davanti al mistero della sua missione, dice: «Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (Ebr 10,6). Gesù non sa cosa sta scritto nel rotolo. Senza pretendere di aprirlo, con totale fiducia, esclama: «Eccomi, manda me!». Tanti auguri!

Omelia nella III domenica di Avvento

Pennabilli (Cappella del Vescovado), 17 dicembre 2018

Sof 3,14-18
Is 12
Fil 4,4-7
Lc 3,10-18

Mettiamoci anche noi in coda. Siamo sulle rive del fiume Giordano che, dai tempi di Giovanni ad oggi, non ha finito di lambire la nostra indifferenza. Giovanni grida: «Il Messia è alle porte». È alle porte della nostra vita indaffarata, tiranneggiata da false esigenze e da egoismi più o meno velati. Come ci troverà il Messia? Siamo pronti ad accoglierlo? Un giorno Gesù rimprovererà gli indifferenti, imperturbabili sia all’annuncio del giudizio, sia di fronte all’offerta di salvezza. Eppure, l’appello è esplicito ed urgente: «A chi paragonerò questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto”». Se restiamo insensibili alla voce di Giovanni, come potremo accogliere il Verbo che viene?
Il Vangelo ci racconta di gente che si è lasciata sorprendere dalla testimonianza del Battista e che scende al fiume per chiedere suggerimenti pratici al fine di rendere operativa, nel tessuto concreto dell’esistenza quotidiana, la conversione: «Che cosa dobbiamo fare?». La domanda è posta dalle folle, da alcuni doganieri, da alcuni soldati mercenari. Luca, che ovunque presenta Gesù come redentore dei peccatori, ha in particolare simpatia queste categorie di persone, perché erano le più disprezzate. Le folle, considerate ignoranti e fluttuanti; i doganieri, considerati i peccatori per eccellenza, perché il loro mestiere li portava a collaborare con le forze romane di occupazione; i mercenari, perché al soldo del tiranno di turno. Ma davanti a Dio nessuna situazione umana è pregiudizialmente esclusa. Anzi, proprio costoro, a differenza dei “puri”, sono disponibili ad un’attesa operosa del Messia. E il Battista indica loro alcune piste: generosità fraterna, specie verso i poveri; rettitudine nel proprio ruolo professionale, mitezza, sincerità, moderazione. Non invita alla fuga nel deserto, né ad un’osservanza bigotta dei precetti: la conversione è qualcosa che si attua all’interno delle proprie situazioni umane e sociali. Dunque, non chiede di salvarsi dalla storia, ma nella storia. Siamo nella logica del lievito, non in quella della massa alternativa.

Omelia nella II domenica di Avvento

Mercatale, 9 dicembre 2018

Chiusura della Visita Pastorale a Mercatale

Bar 5,1-9
Sal 125
Fil 1,4-6.8-11
Lc 3,1-6

(da registrazione)

Un tempo l’incipit di questo brano evangelico mi pareva deludente. Un inizio così solenne, così circostanziato da un punto di vista storico, mi sembrava più adatto per introdurre il racconto della nascita del Redentore. «Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea… » (Lc 3,1). Questa lunga e solenne introduzione mi sembrava più pertinente se riferita al Messia, al Signore che viene. Ma mi sbagliavo. In realtà questo inizio solenne introduce un evento straordinario: «La Parola di Dio scende su Giovanni» (Lc 3,2). La parola che scende su Giovanni è Parola di Dio: è Dio che parla, che non lascia sprovvisto l’uomo dell’indirizzo di vita che gli è necessario. Ed è una Parola creatrice, come un giorno la Parola che disse e tutte le cose furono fatte (cfr. Gn 1,1-5).
Cari fratelli e sorelle di Mercatale, la Parola continua a scendere con abbondanza su ciascuno di voi e «come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza aver fecondato la terra» (Is 55,10), così è di questa parola che opera in voi che credete. Questo è stato anche il tema dell’assemblea parrocchiale di ieri sera:

  1. Ascoltare, custodire, vivere la Parola;
  2. Credere alla Parola, accettare la sfida, non indietreggiare di fronte alle sue proposte.

Non lasciate il Sacro Libro nello scaffale della biblioteca o in fondo ad un cassetto. Mettetelo in vista nella vostra casa, su una credenza o su un mobile dignitoso, con un fiore accanto. Quella Parola faccia luce sui vostri passi.
Però la Parola è anche da studiare, da studiare insieme. La parrocchia – me ne sono reso conto abitando con voi una settimana intera – offre svariate opportunità. Anzitutto, la più importante, all’interno della Santa Messa, dove viene servita la duplice mensa: la mensa della Parola e la mensa del Pane eucaristico. Poi ci sono diversi momenti formativi: per l’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi, per i giovani, soprattutto per gli animatori dell’oratorio che ho avuto la fortuna di incontrare già il primo giorno (un incontro molto bello). Chiedo a voi animatori dell’oratorio: abbiate cura della vostra formazione personale. Sarebbe bello se teneste i contatti con l’Azione Cattolica Diocesana, soprattutto col settore giovani. È importante avere a cuore anche la formazione degli adulti e dei genitori alle prese con l’emergenza educativa. È stato molto utile l’incontro con i genitori, che hanno fatto un momento di lavoro di gruppo, proprio come voi ragazzi. Un gruppo ha scritto una lettera ad un ipotetico figlio, un altro ha raccolto appunti per un “Manuale del perfetto diseducatore”, facendo un po’ di autocritica; un altro gruppo ha scritto il decalogo dell’educatore. Sono emersi spunti molto interessanti, sicuramente da riprendere.
La Parola di Dio scende su ciascuno anche nella celebrazione dei Sacramenti. Penso, in questo momento, al sacramento della Confessione. La Parola di Dio ci offre uno sfondo sul quale distendere la Confessione, uno sfondo di speranza, di amore, di misericordia del Signore. La Parola di Dio ci dice di non temere e ci dà una griglia per fare la revisione di vita o esame di coscienza.
C’è, infine, la lettura attenta, meditativa della Parola. Il fruscio delle pagine della Sacra Scrittura che si sfogliano, richiama il fruscio di Dio che cammina nel giardino per incontrare Adamo (cfr. Gn 3,8).
Ecco, il Signore viene: siamo in Avvento. Diciamogli: «Parla Signore, il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3,9). Ecco lo stile col quale andare incontro alla “Parola fatta carne”. Gesù Risorto cammina in mezzo a noi. Quando ascoltiamo insieme la sua Parola il nostro cuore arde: proviamo anche noi l’emozione dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,32). Però bisogna ripetere dentro di noi: «Signore, sei tu che mi parli». Impegniamo tutta la nostra fede nel dirlo.
Qualche volta può accadere di pensare che la nostra condizione di cristiani del terzo millennio sia di svantaggio rispetto a quella dei primi discepoli del Signore. Loro hanno visto il Risorto, lo hanno toccato; Tommaso ha addirittura messo il dito nelle sue piaghe. Nei racconti pasquali c’è un dato ricorrente. I discepoli, ogni volta che incontrano Gesù Risorto, non lo riconoscono. Così è accaduto a Maria di Magdala: «Sei tu che hai portato via il Signore? Dimmi dove l’hai nascosto» (cfr. Gv 20,15). E non si rendeva conto che stava parlando con lui! Allo stesso modo, i discepoli di Emmaus hanno fatto chilometri in compagnia di un personaggio misterioso che chiede: «Perché siete tristi?». E loro: «Solo tu non sai quello che è capitato a Gerusalemme… » (cfr. Lc 24,17-18). Così per i pescatori sul lago. Hanno visto uno che aveva acceso un fuoco e gli diceva: «Andate, prendete il largo… ». «Ma abbiamo già pescato tutta la notte». «Andate, gettate la rete dall’altra parte della barca» (cfr. Gv 21,4-5).
Sarà la parola pronunciata da Gesù ad aprire i loro occhi. Gesù chiama Maria per nome. «Maestro, sei tu?», risponde lei. E in quel momento lo riconosce. Così accade ai discepoli di Emmaus. Quando entrano alla locanda mettono a fuoco: «Era Gesù che camminava con noi, che ci spiegava le Scritture!». E infine, anche i pescatori sul lago, l’hanno riconosciuto tirando su la rete piena di pesci: «È il Signore!».
Non è così diverso il nostro punto di partenza. Anche noi riconosciamo il Risorto, Gesù, quando ascoltiamo e viviamo la sua Parola.
«Andiamo incontro al Signore!», canta il coro. Ringrazio il coro per il servizio che svolge per la comunità, per il suo aiuto alla preghiera. Di tante voci, fa una voce sola, un canto solo. Il coro sostiene l’assemblea ma non la sostituisce. Dialoga con l’assemblea.
La Parola di Gesù vissuta creerà nell’intera comunità di Mercatale un sociale cristiano. La nostra società ha tanto bisogno di questo. E ognuno di noi, nel paese, in fabbrica, nelle istituzioni, nei centri commerciali, ecc. porta il suo pizzico di sale: «Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13), dice Gesù. È un compito che ci mette un po’ di soggezione. Non guardiamo noi stessi, ma quello che il Signore farà.
Sono stato in tutti questi luoghi, fabbriche, istituzioni, scuole, centri commerciali, poste, ecc. e devo ringraziare per l’accoglienza sempre gioiosa. Il mio passaggio voleva essere un segno di cortesia, di considerazione, di stima, anche di incoraggiamento.
Oltre ai momenti bellissimi vissuti in parrocchia, ci sono stati gli incontri con gli anziani e gli ammalati. Ho visto le loro sofferenze e le loro preghiere. Quanto amano… e quanto sono amati: ho visto tanto affetto attorno a loro.
Poi applaudo a tutte le associazioni culturali, di volontariato, sportive, ecc. E che dire della banda musicale? Tenetela viva!
Avete delle sfide pratiche da affrontare con l’aiuto del Consiglio Pastorale e degli Affari Economici; prima fra tutte il superamento del distacco tra il centro storico e il nuovo quartiere residenziale: Mercatale è un paese unico! Poi, l’integrazione con i neocomunitari (non gli extracomunitari: cambiamo parola!). Ci sono tante possibilità di incontro. E infine, il favorire l’unità pastorale con le parrocchie vicine: occorre aver pazienza con gli orari; anche se le parrocchie attorno sono piccole (ricordate l’episodio di Giuseppe…), sono comunità che hanno tanta storia di fede: pensatevi come un’unica “base missionaria”.
Concludo parafrasando il Vangelo: «Nell’anno 2018, essendo Sommo Pontefice Papa Francesco e presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sotto il ministero pastorale di don Alessandro Santini, la Parola di Dio è scesa su Mercatale». Evviva!

Omelia nella Solennità dell’Immacolata Concezione

Caprazzino, 8 dicembre 2018

Chiusura della Visita Pastorale a Caprazzino

Gen 3,9-15.20
Sal 97
Ef 1,3-6.11-12
Lc 1,26-38

(da registrazione)

Grazie per l’accoglienza che mi avete riservata, so che non riguarda tanto la mia persona quanto chi rappresento, il Signore Gesù. Come ha detto un bambino ai suoi genitori: «Ho capito chi è il Vescovo: è un amico di Gesù». Così ha sintetizzato la teologia della successione apostolica! La vostra accoglienza va a Gesù, di cui siamo perdutamente innamorati. Siamo suoi discepoli, lo seguiamo e siamo i destinatari di quella beatitudine che Gesù ha dedicato a noi parlando con Tommaso: «Beati quelli che crederanno in me senza avermi visto» (cfr. Gv 20,29).
Vi ringrazio anche per l’incoraggiamento che mi date con la vostra amicizia, aiutandomi a fare il vescovo.
Martedì sera ho incontrato gli amici del coro e del Consiglio Pastorale Parrocchiale e ho dato dei “voti”. Tutti “voti” pieni. La chiesa è tenuta bene: i fiori (sempre veri, vivi), le tovaglie splendenti, il canto ben eseguito, ad esprimere cuori che traboccano. Complimenti! Continuate così.
Come in tutti i paesi e le comunità ci sono le inevitabili incomprensioni; confido sappiate superarle. Siate uniti tra voi. Stiamo attraversando momenti non facili, anche nella Chiesa. Ci sono sempre meno sacerdoti. Forse il Signore vuole che la nostra Chiesa sia un po’ meno clericale, vuole che valorizziamo di più i laici e i ministeri laicali. Una volta i sacerdoti facevano tutto; erano preparati e intraprendenti, ma trattavano i battezzati come un generale tratta i suoi soldati. Si è scoperto pian piano – c’è voluta la grande lezione del Concilio Vaticano II – che il Battesimo costituisce i fedeli laici nella corresponsabilità. Un conto è la delega e un conto è la corresponsabilità. Un insegnante di religione mi ha raccontato che un giorno aveva detto ai ragazzi: «Fate un disegno col quale esprimere i vostri sentimenti spirituali più profondi». Un bambino aveva disegnato una barca in mezzo ai flutti del mare. L’insegnante chiese al bambino cosa c’entrasse con lui quella barca. Il bambino rispose: «Ho disegnato la Chiesa». E aggiunse: «La Chiesa mi appartiene!». Quel bambino aveva ragione. Faccio un appello a tutti voi: «Ognuno, per la sua parte, si senta corresponsabile».
Nella Chiesa “ad intra” ci sono vari ministeri: c’è chi legge la Parola di Dio, chi canta, chi lavora nel settore della carità, chi cura i bambini nella catechesi… Poi, ciascuno di voi, là dove vive e dove lavora, è la Chiesa. La Chiesa poggia su ognuno di noi. Ognuno di noi ha il compito di portare Gesù.
Oggi abbiamo la gioia di celebrare la festa dell’Immacolata. Vorrei incentrare l’attenzione sui nomi che diamo alla Madonna. Noi la diciamo “Madonna”, che vuol dire “mia signora, mia donna”. In realtà la Madonna ha tre nomi propri che sono tutti racchiusi in questa pagina di Vangelo. In ciascuno dei tre nomi vi sono i tratti di un’autentica spiritualità mariana.
Il primo nome gliel’ha dato la famiglia, il babbo e la mamma, san Gioacchino e sant’Anna. Un altro nome gliel’ha dato il Cielo: il nome con il quale l’ha chiamata l’angelo. Il terzo nome è quello che la Madonna ha dato a se stessa. Il primo nome è Maria, o Miriam. Gioacchino ed Anna pensando al nome della neonata hanno ricordato Miriam, la sorella di Mosè. Nella Bibbia ci sono tre episodi importanti riguardanti Miriam. Il primo fu collocato nella vicenda triste dell’uccisione dei primogeniti degli Ebrei. La mamma del piccolo Mosè lo sottrae agli aguzzini, nascondendolo in una cesta che abbandonerà alle acque del fiume Nilo. La sorella Miriam, stando sull’argine e tra le canne, segue premurosamente il cestello. È un’adolescente, ha dodici anni, però è già capace di “uscire da sé” per custodire il fratellino. Mimetizzandosi, vede quando la figlia del faraone raccoglie il bimbo e si offre per cercare chi potesse allattarlo. Così, la mamma di Mosè, senza essere riconosciuta, allattò il suo piccolo.
Nel secondo episodio Miriam ha ottantaquattro anni; gli Ebrei sono appena passati attraverso il mar Rosso. Miriam intona le danze e i canti in onore del Signore che ha liberato il suo popolo. Nel suo cuore di profetessa di 84 anni c’è ancora giovinezza. Talvolta, ci sono miniere di giovinezza anche nei cuori feriti dal dolore. Miriam è così: esplode in un inno di giubilo!
Terzo episodio. Durante la peregrinazione nel deserto Miriam muore e la Bibbia annota: «Miriam morì e non ci fu più acqua» (cfr. Nm 20,1-2). La presenza di Miriam accanto al profeta Mosè fu una presenza discreta: il condottiero è lui, ma Miriam c’è, semplicemente. Noi ricorriamo spesso alla Madonna. Sappiamo che solo a Gesù spetta l’adorazione; ma Maria, proprio perché madre di Gesù, è affidata a noi come sorella che veglia su di noi, come Miriam con Mosè. Noi siamo come Mosè, traballanti in un cestello tra le onde, ma sappiamo che sull’argine c’è lei, la sorella più grande, pronta ad intervenire. Come nelle nozze di Cana, quando venne a mancare il vino. Lei se ne accorge, è attenta, si preoccupa, si prende cura dei due ragazzi. La Madonna prevede, previene, predispone. È accanto!
Il secondo nome della Madonna viene pronunciato dall’angelo: è quello che festeggiamo oggi. Il suo nome è “kekaritomene”, in greco; “piena di grazia” in italiano. È il nome che gli ha dato il Cielo. Il Cielo si è stupito davanti alla bellezza di Maria. L’Immacolata, senza macchia perché preservata dal peccato originale. Oggi è la festa della bellezza di Maria, una bellezza che tracima nel suo volto, nel suo corpo, ormai risorto, in Cielo.
Veniamo al terzo nome. È quello che la Madonna ha dato a se stessa: «Io sono l’ancella del Signore». La Madonna ha cercato di fare la volontà di Dio. A volte protestiamo con la volontà di Dio, è comprensibile. Pensate a Gesù nel Getsemani, quando sudò sangue e pregò: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39). Nei momenti difficili chiediamo al Signore la forza. C’è una volontà di Dio di “permissione”: continuiamo a credere al suo amore. C’è una volontà di Dio “significata”: i comandamenti, i doveri del nostro stato. Non parliamo di “rassegnazione alla volontà di Dio”, ma facciamo festa alla volontà di Dio! Dio vuole solo il bene, vuole solo la nostra pace, la nostra gioia. «Sia festa la tua volontà, come in cielo così sulla terra»!
Concludo con il mio grazie alla Madonna, contemplando i suoi tre nomi (uno più bello dell’altro): Miriam, cioè la sorella; “la piena di grazia”, ossia “la tutta bella”; l’ancella, pronta a fare la sua volontà.

Omelia nella I domenica di Avvento

Lunano, 2 dicembre 2018

Chiusura della Visita Pastorale a Lunano

(da registrazione)

1.

Cari fratelli e sorelle di Lunano,
avete risvegliato in me un sogno, il sogno di Gesù: il mondo unito. Nel sogno non c’è soltanto l’emergere dell’inconscio, quindi del passato, ma il sogno contiene sempre anticipazione e slancio. Sento Lunano, nel mio cuore, come un laboratorio, in cui i cristiani sono in prima linea per realizzare la preghiera di Gesù: «Che tutti siano una cosa sola (ut omnes unum sint)» (Gv 17,21). È il cuore del Vangelo.
Come si fa a fare un mondo unito? Da dove cominciare? Potremmo mandare una lettera al segretario dell’ONU? Incarichiamo i nostri governanti di farsi promotori di nuove iniziative? Il mondo unito lo costruiamo noi adesso, qui, stando insieme; lo costruiamo nella nostra famiglia, nella scuola, nella fabbrica dove andiamo a lavorare. Il mondo unito lo si costruisce attraverso rapporti veri.

2.

Continuate ad avere cara la famiglia.
Oggi entriamo nel tempo dell’Avvento. Gesù, quando è venuto al mondo, era povero, non aveva niente; è nato in un luogo di fortuna, in una grotta; è stato adagiato in una mangiatoia. Si è privato di tutto, ma non ha rinunciato ad avere una famiglia… e che famiglia!
Chiedo tutto il vostro impegno per la famiglia, a cominciare dalla vostra. Certo, la famiglia nasce dal torrente impetuoso che è l’amore tra un ragazzo ed una ragazza, felici di essere insieme e di fare un progetto per sempre, ma quel torrente impetuoso ha bisogno di argini, altrimenti si perde, diventa acquitrino. I cristiani fanno di tutto per tenere unita la famiglia, per proteggerla, per farla sempre più bella.
Penso al sacramento del matrimonio; se ne parla poco. La teologia del matrimonio è bellissima. Mi è capitato di parlarne ad un incontro in modo così esaltante che una coppia di fidanzati mi ha chiesto perché non mi fossi sposato.

Dico sette cose sulla famiglia (sarebbero molte di più).

  1. La famiglia è cellula fondamentale del vivere sociale: con questa affermazione siamo d’accordo tutti, indipendentemente dall’appartenenza politica. La famiglia è il primo mattone della costruzione sociale.
  2. È diritto di ogni bambino nascere in una famiglia. Tra i componenti della famiglia è importante creare quella realtà affettuosa che è indispensabile per una crescita sana.
  3. La famiglia è una indiscutibile risorsa economica. In una famiglia ci si appoggia gli uni agli altri, si condividono le spese.
  4. La famiglia è un sostegno per chi è fragile. Una delle cose più belle che don Bruno mi ha fatto vivere questa settimana è stato l’incontro con i nonni. Ho visto anche la sofferenza, portata con dignità.
  5. La famiglia ha il compito della trasmissione dei valori. I valori fondamentali non si imparano sui libri o su Google, si trasmettono con la vita. In questo la famiglia è una grande risorsa. Il più grande filosofo non vale quanto una mamma, quanto un papà.
  6. La famiglia è convivenza delle diversità. In famiglia le diversità si armonizzano: chi è maschio e chi è femmina, chi ha un’opinione politica e chi ne ha un’altra, chi va in chiesa e chi non ci va… In famiglia si impara a tenere unite le diversità.
  7. Soprattutto la famiglia è un’invenzione divina. L’uomo e la donna lasciano la loro casa per essere una carne sola e fondare una nuova famiglia (cfr. Gn 2,24).

 

3.

Don Bruno, questa settimana, mi ha fatto vivere la “Chiesa in uscita”, mi ha fatto sentire cosa vuol dire “avere l’odore delle pecore”, come dice il Santo Padre, accompagnandomi in tante fabbriche. Dobbiamo dire grazie perché il lavoro c’è e ci sono abbastanza prospettive per il futuro per i nostri giovani.
Cosa pensiamo al mattino quando andiamo a lavorare? «Uffa, anche oggi…». «Menomale che è venerdì e per due giorni non vado… ». Quello che si dovrebbe pensare quando si esce di casa, mentre si dà un bacio ad una santa immagine per chiedere protezione, è che si va a lavorare per amore. Ed è Dio che ha voluto che l’uomo sia impresario con lui, quando ha detto: «Ecco la terra, soggiogatela… riempitela» (cfr. Gn 1,28).
Anche Gesù ha lavorato nella casa di Nazaret e ci ha insegnato come affrontare la fatica. Anche gli animali lavorano: le rondini fanno dei nidi bellissimi, capolavori di ingegneria; le api sono straordinarie con la loro organizzazione sociale; i castori intrecciano dighe che sono opere eccellenti. Ma l’uomo, nel lavoro, sa mettere in gioco la libertà, il cuore, l’intelligenza. In fabbrica si lavora insieme, si socializza e, talvolta, si prova nostalgia, come a scuola. Ricordo come, da ragazzo, al primo giorno di vacanza mi mancavano i miei compagni di liceo.
Mi rivolgo ai giovani. Cari ragazzi, quando ci siete ci date una grande gioia. Quando mancate la vostra assenza pesa. Grazie di esserci! Voi chiedete spesso che la Chiesa si aggiorni. Ci sono cose che la Chiesa non può cambiare perché le ha dette Gesù. Gesù ha detto che sarà presente nel pane consacrato, la Chiesa non può dire che è solo un simbolo. Gesù ha detto che dobbiamo perdonare settanta volte sette; anche se si fa fatica a perdonare, non possiamo non avere la tensione al perdono. Così quando ha detto che il matrimonio è indissolubile e che ci si sposa tra uomo e donna, non dobbiamo pensare diversamente seguendo le mode. È il mondo che deve innalzarsi, non la Chiesa smentirsi.
Un invito ai ragazzi: fate atti d’amore. Come si fa a misurare la gradazione d’amore? Qual è il termometro? È il sacrificio. Per un atto d’amore bisogna sempre scomodarsi, fare spazio all’altro. E, se uno ama, non sente il sacrificio.
Concludo ringraziando per questi giorni. Ho capito di più la mia missione, ho capito chi è il vescovo e la grazia della successione apostolica. Un bambino ha detto con i suoi a casa: «Ho capito chi è il vescovo: è l’amico di Gesù». È vero, il vescovo ha una particolare intimità con Gesù (senza clericalismo). E cosa deve dire quando gira per il Montefeltro? Siate più buoni? Deve dire solo questo: Gesù è risorto ed è vivo in mezzo a noi!

Omelia XXXIV domenica del Tempo Ordinario Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Pennabilli (Cattedrale), 25 novembre 2018

Conferimento dei ministeri

Dn 7,13-14
Sal 92
Ap 1,5-8
Gv 18,33-37

(da registrazione)

Oggi, in tutta la Chiesa, da un capo all’altro del mondo, risuona un’unica acclamazione: «Gesù, nostro Re!». Profumi d’incenso, cori possenti… Ma adesso Gesù, fissando negli occhi, con amore, ciascuno di noi, fissando negli occhi la sua Chiesa domanda: «Dici questo da te oppure altri ti hanno persuaso?». È una parola, quella che suggerisce Gesù, che mette in crisi, una parola che apre i cuori alla verità. «Chi sono io veramente per te? Oltre le frasi fatte, le liturgie convenzionali e gli slanci. Se mi elimini dalla tua vita speri di regnare più tranquillamente nel tuo piccolo feudo oppure senti la mia regalità come una tua possibile liberazione?». In verità la sovranità di Gesù è un antidoto alla brama di potere, di contare, di apparire che cova in ogni essere umano. «Il mio regno non è di questo mondo (Gv 18,36)», dice Gesù. Questo non significa che Cristo è Re di un altro mondo, ma che è Re in altro modo.
Consentitemi un approfondimento. L’evangelista Giovanni riferisce gli atti processuali culminanti prima con l’incoronazione di spine di Gesù e poi con la sua crocifissione. L’umanità incredula presentata da Pilato e dai Giudei lo sbeffeggia come re per burla. In realtà è Dio che lo sta incoronando. Il brano può essere letto da un punto di vista storico e da un punto di vista teologico. Storicamente Pilato ha fiutato un pretendente politico che potrebbe sconvolgere gli equilibri della realpolitik romana. A Pilato non importano le complicate questioni religiose riguardanti il Messia. Lo preoccupa l’indiziabilità politica di Gesù sulla base delle accuse mossegli dal potere giudaico. «Dunque tu sei re?» (Gv 18,37). Si fronteggiano da una parte colui che detiene il potere e la spada e dall’altra il prigioniero disarmato. Che fa Gesù? Gesù non si smarca, ma vuole aiutare il governatore a capire l’accusa. Conferma di essere re, ma in modo assolutamente eterogeneo rispetto ai sospetti di Roma e anche rispetto alla grossolana accusa dei Giudei. Il suo regno non è di questo mondo, ma cambierà il mondo perché un’altra è la verità della storia. A questo punto Pilato è ancora più confuso: di quale regalità si tratta? Gesù è un re senza corte, senza esercito, senza appoggi politici, senza un seguito se non un gruppo di straccioni. Una regalità evanescente, legata esclusivamente alla verità. Ma che cos’è la verità? Pilato dovrà concludere per l’innocenza politica di Gesù, anche se firmerà l’atto di condanna.
Dal punto di vista della teologia, la lettura di fede degli atti processuali scorge nei fatti il realizzarsi del progetto di salvezza del mondo che ha in cuore Dio. L’accusa è vera: Gesù è Re, ma è Dio che lo incorona. Gesù è Re, perché viene da Dio. Il suo primo trono fu una mangiatoia, l’ultimo una croce. E da questa non ha voluto scendere. Il regno di Gesù non è una delle tante società esistenti, seppur potrebbe essere la migliore, ma la suprema rivelazione che la comunione con Dio è possibile per ogni uomo, a qualunque realtà politica appartenga. Non abbia paura Erode, non tema Pilato; la regalità di Gesù rivela quanto Dio ami l’uomo. Il suo è il regno dell’amore, l’amore che serve l’altro, che lava i suoi piedi, che fascia le sue ferite, che sostiene nel laborioso cammino. Il regno di Dio è lo spazio dove non solo Gesù ma tutti possiamo essere re, perché liberi di amare, ossia di rendere felice l’altro.
Nel momento della condanna ad una morte orrenda Gesù resta libero di amare, non si lascia sommergere dalla negatività, continua a trasformare il male dell’ingiustizia nel bene del perdono. La stessa libertà è di fronte a noi come programma di vita. Liberi di servire.
Cari amici, care amiche, oggi venite presentati per essere istituiti ministri, come lettori, come accoliti o come incaricati ministri straordinari della Comunione. È molto bello quanto sta per accadere questa sera nella nostra cattedrale. Stiamo per accogliere e benedire il vostro desiderio di corrispondere a quella che vi è sembrata un’intima chiamata del Signore: «Vuoi regnare con me, cioè servire?». Siete accompagnati dalla buona testimonianza dei vostri parroci, dalla vostra comunità, incoraggiati da tanti amici e dal favore della vostra famiglia. Attesto come sia provvidenziale che questa liturgia si celebri proprio oggi, solennità di Cristo Re.
Carissimi, vi assicuriamo la nostra preghiera, vi auguriamo un ricco ministero sotto la guida dei vostri parroci e di chi vi segue per incarico del Vescovo, il diacono Graziano. Dite, con gioia nei vostri cuori, a Cristo, che è Re di cuori: «Io sono tuo». Gesù Risorto vi accompagni e sia la vostra forza. Così sia.

Omelia nella XXXIII domenica del Tempo Ordinario

Scavolino, 18 novembre 2018

Giornata del ringraziamento

Dn 12,1-3
Sal 15
Eb 10,11-14.18
Mc 13,24-32

(da registrazione)

Il Vescovo deve sentirsi a casa sua in ogni assemblea; in un’assemblea di metalmeccanici all’interno di una fabbrica, oppure con un gruppo di insegnanti, ma, essendo figlio dell’ortolano di Stellata di Bondeno, in quest’assemblea mi trovo ancor di più a mio agio, perché fin da bambino partecipavo alle Giornate del ringraziamento al Signore per i doni della terra. Abbiamo ricordato le persone in difficoltà, in questi giorni, a causa del maltempo. Stavolta è capitato altrove, altre volte è successo da noi: fa parte della natura. Questo ci insegna la solidarietà e ci invita a camminare di più insieme.
Quando la Sacra Scrittura parla del creato lo fa sempre con un tono di grande ammirazione e soprattutto di stupore per la varietà delle creature che vivono in esso. Fin dalla prima pagina della Bibbia viene sottolineato come Dio benedica la molteplicità, la diversità, la pluralità di quello che produce la terra. «E la terra produsse germogli, erbe che producono seme secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa molto buona» (cfr. Gen 1,12)». La stessa meraviglia per la diversità esplode anche nel Cantico delle Creature che il coro ha intonato all’inizio della celebrazione: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba». La varietà della vita è dunque un dono prezioso, un valore intrinseco che va tutelato.
Dobbiamo avere molta gratitudine per papa Francesco per la sua enciclica Laudato si’. Importante il primo documento sull’evangelizzazione, Evangelii Gaudium, ma era una tematica soprattutto intraecclesiale; bellissima l’esortazione apostolica Amoris Laetitia che parla dell’amore nella coppia e nella famiglia, ma l’enciclica Laudato si’ è veramente universale, dedicata a tutta l’umanità.
Qual è il problema che viviamo oggi? L’Italia dei mille borghi e dei mille campanili ha saputo resistere all’emergenza che è il contesto della globalizzazione commerciale che oscura la varietà delle specie, specializzando la coltivazione in un settore o in un altro. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha lanciato un appello: negli ultimi cinquant’anni il 75% della biodiversità delle colture è andata perduta; si è perduta la genetica delle piante. Questo è molto grave. La biodiversità è stata sottoposta a grandi interessi commerciali. Però, la nostra agricoltura, i nostri ambienti – in Italia soprattutto – ha saputo far fronte. C’è stato l’impegno e la riscoperta delle biodiversità; si è avuto un atteggiamento di protezione verso i semi più antichi, le piante e i frutti dimenticati. Questo ha fatto sì che quest’anno (2018) è stato dichiarato l’anno del cibo italiano. Lo dico con gratitudine al Signore, ma anche con riconoscimento per l’agricoltura italiana che ha saputo essere a favore della biodiversità.

Abbiamo potuto ascoltare, nel Vangelo di Marco, una piccola e breve apocalisse, ma molto drammatica. Direi – se mi consentite – che mai come questa pagina di Vangelo mostra come l’interpretazione dipenda dall’angolatura con cui viene letta. Ammettiamo di essere di quelli che al mondo stanno bene, che hanno posto solide radici e hanno davanti un futuro garantito. Per loro questo Vangelo diventa un forte richiamo, come a dire: «Stai in guardia perché tutto passa. Apri bene gli occhi e considera ciò che conta veramente, finché sei in tempo». La vita stimata del pianeta Terra è di circa 4,5 miliardi di anni. Quello che Gesù dice è molto reale: quando nel sole terminerà l’idrogeno, elemento fondamentale per innescare le reazioni termonucleari responsabili della maggior parte dell’energia emanata dalle stelle, il nostro sistema collasserà. La vita stimata è di circa 4,5 miliardi di anni, ma è possibile che la Terra muoia anche prima per cause imprevedibili oppure perché distrutta dall’umanità. Allora Gesù ci mette in allerta, invitandoci a considerare quello che vale veramente nella nostra vita. Ho fatto un accenno al sistema solare, ma nell’anima quante volte viviamo dei crolli, quante volte una luce si spegne, quante volte un universo interiore si sbriciola e stiamo male.
C’è un altro modo di leggere questa pagina. Per chi è dentro una grande tribolazione e si sente come ghiaia messa dentro alla betoniera enorme che è la storia, questa pagina di apocalisse può suonare come una riscossa, come una promessa. «Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza» (Mc 13,26). Ognuno può dire: «Viene per me!».
Due modi di leggere, due categorie di persone che alla luce di questa pagina reagiscono in modo diverso, ma probabilmente tutt’e due le situazioni ci appartengono, pertanto possiamo far nostre tutt’e due le interpretazioni. Un’apocalisse che ci mette in guardia, ci dà il senso del nostro limite, ci ricorda che siamo friabili, fatti di materiale deperibile, e ci invita alla saggezza di puntare su ciò che rimane. Dall’altra parte, quando siamo nella prova, nella difficoltà, veniamo spinti a guardare avanti con speranza.
Vorrei concludere con un brevissimo accenno a come Gesù fa parlare le piante. «Guardate il fico (una pianta che vale per tutte)… ». Sembra quasi che le leggi dello Spirito siano specchiate nella creazione e ogni essere vivente, perfino un granello di polvere, è un messaggio di Dio. La sapienza dell’albero: «Quando i suoi rami si fanno teneri – dice Gesù – e mettono le foglie (piccole gemme che l’albero spinge fuori da sé, da dentro a fuori, come un piccolo parto), voi sapete che l’estate è vicina (cfr. Mc 13,28). In realtà le gemme annunciano la primavera piuttosto che l’estate, ma in Palestina, al tempo di Gesù, la primavera era brevissima; anche questo ci sta ad indicare che egli è vicino, è alle porte. Da una gemma, da una lezione che possiamo toccare con mano, impariamo il futuro di Dio che sta alla porta e bussa e non viene con un dito puntato, minaccioso, ma viene con un abbraccio, un germoglio di vita. Vieni, Signore Gesù!