Omelia nella Solennità di Tutti i Santi

Pennabilli (Cattedrale), 1° novembre 2019

(da registrazione)

Ap 7,2-4.9-14
Sal 23
1Gv 3,1-3
Mt 5,1-12

Due cose mi rallegrano questa mattina. La prima è il canto dei ragazzi, squillante e festoso. Davvero oggi è una festa grande: si parla dei santi che sono nel Cielo, ma anche della vocazione di noi che siamo sulla terra. La seconda cosa, che non ho smesso di fare da quando è iniziata la Santa Messa, è stata quella di pregare il Signore per me e per ciascuno di voi personalmente, perché possiamo tornare sulla piazza dopo questo incontro con il Signore rincuorati e ringiovaniti. I più maturi di noi ricorderanno, infatti, quando prima della Messa si ripetevano le parole del Salmo: «Introibo ad altare Dei, ad Deum qui laetificat iuventutem meam (mi accosterò all’altare di Dio, a Dio che rende lieta la mia giovinezza» (cfr. Sal 42). Altro che cure cosmetiche, palestre, sport…
Vorrei che tornassimo sulla piazza, e poi alle nostre case e nei prossimi giorni al nostro lavoro, con questo pensiero dentro di noi, pensiero che dovremmo ripeterci gli uni agli altri: «Siamo chiamati alla santità». Verrebbe da rispondere, con rassegnazione: «La santità non fa per me, vivo nella mediocrità». Invece no. Questi appuntamenti festosi devono metterci in cuore la nostalgia della santità.
Nel 2013 ci fu a Rovigo la canonizzazione di una mistica, proclamata beata, che avevo avuto la possibilità di conoscere. Ricordo che tornai a casa, quel giorno, con una nostalgia in cuore, un desiderio di santità. Quand’ero un ragazzino ho pensato persino che lo sarei diventato. Poi, nel cammino della vita, si scoprono in se stessi le falle, le inconsistenze, le debolezze, il peccato. Ma bisogna reagire a questa impressione negativa, perché veramente il Signore si è impegnato per noi. Da quando papa Francesco ha pubblicato l’Esortazione Apostolica “Gaudete et Exsultate” sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, non abbiamo alibi. La santità è sempre straordinaria, perché è dono di Dio, che non desidera altro che effondere il suo Spirito su ciascuno di noi. Ognuno di noi adesso pensi: «Io sono stato baciato dal Signore; il Signore ha infuso in me il suo Spirito nel giorno del mio Battesimo e nella Cresima». Nel contempo la santità è ordinaria, perché corrisponde alla nostra vocazione, a quello che il nostro cuore, in fondo, desidera. Chi non desidera bellezza, bontà, santità, luce? C’è una fedeltà quotidiana nel tempo – dice il Papa nella sua Esortazione Apostolica – che la qualifica come “santità della porta accanto”, perché non si fa notare con doni straordinari, con manifestazioni soprannaturali che eccedono la natura e neppure con segni eclatanti. Allora la santità è straordinaria e ordinaria ad un tempo.
La beata Maria Bolognesi, che ho conosciuto, era di Ariano Polesine e, come tutti i ferraresi di quegli anni, ha subito la piena del Po, ha faticato, ha fatto catechismo, ha sofferto molto. Ci sono anche cristiani che, aiutati dallo Spirito Santo, per un disegno del Signore, sono dotati di carismi speciali. Qui in Cattedrale, ad esempio, abbiamo le reliquie di san Pio V, che è stato un uomo eccezionale, dirompente nel suo tempo. Eravamo nel pieno umanesimo e lui era un uomo austero. Non ha voluto neanche il vestito da Papa, ha voluto mantenere il saio da monaco domenicano (il vestito bianco, indossato da allora da tutti i papi, che dismisero i vestiti sfarzosi dei papi rinascimentali). Poi c’è la reliquia di san Giovanni Paolo II. Il Signore gli ha dato doti particolari, sia di umanità, sia di intelligenza, insieme alla capacità di parlare le lingue. Non tutti hanno le sue qualità, le sue doti, ma tutti possono mettere a disposizione del Signore quello che sanno fare. Tra questi cristiani vanno considerati i martiri, che non indietreggiano davanti alla suprema testimonianza della fede, e poi tutti coloro che vivono per il Vangelo nel dono totale di sé, modelli per noi e costruttori della comunità.
Vi faccio tanti auguri per tutto, che stiate sempre bene, che tutto vada bene, che non abbiate contrasti, ma prima o poi succede a tutti che è chiesto un passaggio forte nel percorso della vita, un vero e proprio eroismo, anche se non andrà sui giornali o in piazza San Pietro per la canonizzazione. Penso che ogni cristiano, prima o poi, si imbatte in una situazione di eroismo, di accettazione, di lotta, di servizio, di dimenticanza di sé. A volte si tratta soltanto di “oltrepassare un pianerottolo” per dire “buongiorno”. Ci può essere un abisso fra una famiglia e l’altra, fra una persona e l’altra, fra un cuore e l’altro. Talvolta occorre veramente un passaggio interiore, così decisivo che lo paragono ad un viaggio missionario come quelli di san Francesco Saverio (uno dei miei miti quand’ero studente), che ha percorso tutto l’estremo Oriente. San Francesco Saverio parlava solo in latino (non conosceva le lingue), battezzava tutti, aveva un grande carisma per la missione.
In questo scorcio di anni, la Diocesi è tutta impegnata a considerare come lo splendore della risurrezione di Gesù scenda nella nostra vita, nel cosmo. Abbiamo paragonato l’evento della risurrezione, che è impegno di Dio, opera di Dio, che tocca la terra e il cosmo attraverso Gesù, ad un “Big Bang” per la nostra fede, un evento che da Gesù promana e avvolge tutta la creazione, tutta l’umanità. È in atto, che siamo consapevoli o meno, che a crederci siano in tre o quattro oppure un miliardo di persone, una colata di Cielo. Diversi anni fa andai in Africa a trovare mio fratello missionario. Un giorno mi accompagnò sul vulcano Nyragongo, nel cuore del Kivu, all’equatore. Man mano che salivamo, condotti da una guida, si scioglieva la suola delle nostre scarpe. Siamo tornati giù di corsa, perché più si avanzava più la terra era incandescente e in alto si vedevano rigoli di fiamma, di fuoco, di lava che scendeva. Ma io parlo di colata di Cielo, un torrente fragoroso, carico di grazia, che attraverso mille ruscelli è arrivato anche a noi, è arrivato a bagnare la nostra testa: l’acqua del Battesimo. Ogni parola, ogni immagine sono inadeguate per esprimere quello che accadde quel giorno, di come fummo avvolti da quella colata di Cielo. Cose grandi, ma fatte proprio per noi. Riascoltiamo allora quelle parole: «Io ti battezzo (ti tuffo, ti immergo) nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Riecheggiano le parole che Dio Padre pronunciò su Gesù, che noi sbrigativamente passiamo in rassegna senza lasciarci sconquassare (cfr. Mc 1,11). «Tu sei figlio mio», dobbiamo dircelo nei momenti difficili, quando siamo giù di corda. Andrà male tutto, non riusciamo a rialzarci, ma siamo figli di Dio. E poi Dio arriva a dire «sei l’amato», l’unico, anche se sulla terra siamo in sette miliardi di persone. E infine, ciò sembra paradossale, Dio dice «tu sei una gioia per me». Si può aggiungere splendore al sole con un cerino? Eppure, è scritto così: noi possiamo aggiungere gioia allo splendore del Cielo!
Ecco quello che è accaduto il giorno del nostro Battesimo. È stato come se i nostri genitori, il nostro parroco, ci avessero dischiuso l’anima, come quando si apre una conchiglia e si trova una perla. Siamo fatti di Cielo.
Vorrei mettermi davanti, fare da capofila, per una grande e nuova iniziazione cristiana, perché, in verità, siamo diventati cristiani senza averlo deciso. Alcuni l’hanno deciso nel corso della vita, l’hanno deciso consapevolmente, drammaticamente, perché tra essere cristiani e non esserlo c’è un salto. Invito tutti noi a pensare al nostro Battesimo. Come dice uno scrittore contemporaneo, dobbiamo “far funzionare il Battesimo”, perché il Battesimo funziona solo se lo accendi. Chiedo l’impegno pastorale in tutte le parrocchie a preparare bene il Battesimo, che sia un momento di festa, ma anche di consapevolezza. Propongo di rincontrare i genitori dopo il Battesimo, accompagnarli nei primi anni di vita famigliare, anche se non sono sposati in Chiesa. Il Battesimo non si nega mai! Anche l’incontro con una persona che viene in parrocchia a prendere un certificato, è occasione per riagganciare un rapporto, per chiedere come quella persona sente Dio, come lo vive. Ecco, allora, tutta una Diocesi che si rituffa nel Battesimo. Penso la Diocesi come una piscina dove si tuffano e riemergono cristiani entusiasti, capaci di testimonianza, obbedienti alla volontà di Dio. Sia lodato Gesù Cristo.

Omelia nella Celebrazione eucaristica in occasione del Convegno liturgico diocesano

Valdragone (Casa San Giuseppe, RSM), 27 ottobre 2019

(da registrazione)

Sir 35,15-17.20-22
Sal 33
2Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14

C’è una cosa che apprezzo in tutt’e due i protagonisti della parabola narrata da Gesù, il fariseo e il pubblicano: decidono di salire al tempio. Fuori di metafora, decidono di pregare, preparano la preghiera. Penso che la maggior parte della nostra preghiera sia decisa dalla preparazione. Quei due amici che salgono al tempio sono d’esempio per ciascuno di noi, ci insegnano a preparare la nostra preghiera. Ricordo che una volta accompagnai i seminaristi ad un ritiro con padre Andrea Gasparino, che negli anni ‘70 era un grande maestro spirituale. Lui parlò dell’importanza della preparazione della preghiera. Prima di fare la prima meditazione lasciò passare un giorno intero, perché fossimo in grado di accoglierla.
Il problema è come si esce dal tempio. Vediamo due esiti. Il pubblicano entra col peso dei suoi peccati, si mette davanti al Signore e non parla di sé, perché sa che è perdente in partenza. Alza lo sguardo da sé e lo mette tutto in colui che gli sta di fronte, il Signore. Il suo cuore è aperto e il Signore può infondere tutta la sua misericordia. Torna a casa diverso, cambiato, trasformato. Il fariseo, invece, va davanti a Dio pieno di sé, esibendo la bontà di tutte le sue opere. Parte bene, intona un solenne “Te deum”, ma non riesce a lasciare da parte il suo io, così ingombrante. Me lo figuro come una persona austera, santa, che faceva penitenze, mentre il pubblicano gozzovigliava e faceva la cresta sulle imposte, a servizio dei Romani.
Concludo con un testo che lessi alcuni anni fa, di una mistica palestinese, Myriam Bouardy. Myriam riferisce che in una sua esperienza soprannaturale si era trovata all’inferno. Con suo grande stupore aveva visto persone che avevano praticato la castità, persone impegnate nel sociale, liturgisti… Mancava loro l’umiltà. Il Signore, poi, l’ha trasportata in paradiso. Myriam era inorridita, perché aveva incontrato chi era stato un bevitore, chi un bestemmiatore… Ma aveva visto una cosa che non c’era all’inferno: l’umiltà. Sia lodato Gesù Cristo.

Introduzione al Convegno liturgico-pastorale “La nascita dell’uomo nuovo”

Valdragone (RSM), 27 ottobre 2019

(da registrazione)

Carissimi,
siamo gente di Pasqua! Accogliendovi, stamattina, sulla soglia di Casa San Giuseppe ho pensato con tanta gratitudine a voi, a quello che fate nelle vostre comunità parrocchiali, a quello che siete. Anzitutto, vorrei dire che questo Convegno è un regalo fatto personalmente a ciascuno di voi. Per organizzare un Convegno non basta telefonare a qualche relatore; dietro c’è tutta una riflessione, che comprende anche la decisione di invitare dei maestri di questo taglio, con queste idee e con questo stile.
Non dimentichiamo che siamo qui di domenica; il nostro pensiero va sicuramente alle nostre comunità e ai nostri parroci. Quello che stiamo facendo questa mattina non è tempo sottratto a loro (qualcuno forse lo pensa). In verità, questo tempo che dedicate allo studio e all’incontro tra voi è assolutamente un guadagno per tutti.
Questo Convegno è il primo che apre l’anno pastorale e ad esso è affidato il tema del cammino del Programma pastorale biennale kerygma-battesimo.
Vorrei consegnarvi tre piccole riflessioni, quasi tre post-it.
Non sono intenzionato a fare rivendicazioni, ma riconosco la preziosità delle donne nella catechesi, nella carità, ma anche nella liturgia, come ministri straordinari della Comunione. Vedo le donne dentro al mistero della morte e risurrezione di Cristo. Lasciamo da parte il “sarcasmo catechistico”, maschilista, col quale si dice: «Perché Gesù ha affidato il primo annuncio alle donne? Perché si propagasse più in fretta!». In verità, il Signore ha affidato alle donne l’inizio della vita nuova, come affida loro la vita nel suo momento più bisognoso di cure. Nei Vangeli vediamo Maria di Magdala, la prima a cui il Risorto si manifesta, che va subito a misurarsi con lo scetticismo degli apostoli: «Quando intesero che Gesù era vivo e che lei lo aveva visto, si rifiutarono di credere». Maria è la donna che versò tutto l’olio profumato sui capelli di Gesù, un olio costosissimo, al punto che ricevette il rimprovero dagli uomini per il grande spreco. Gesù invece ha saputo apprezzare il gesto profetico della donna in vista della sua sepoltura (cfr. Gv 12). Sono le donne che compiono le ultime cure al corpo di Gesù, con la preparazione degli aromi. Passato il sabato, tornano al sepolcro per completare quel gesto di pietà: si chiamavano mirofore, le donne portatrici del profumo. Invece, per Giuseppe di Arimatea e per Nicodemo, il seppellimento era definitivo: ci han messo una pietra sopra! Dunque, le donne hanno saputo dare una lezione di fedeltà e di coraggio, al contrario degli apostoli, che stanno chiusi “a doppia mandata” nel cenacolo.

Vi confido questa suggestione (non corretta teologicamente). Si dice: «Che miracolo la risurrezione di Cristo!», ma, a dire il vero, mi sembra più un miracolo la sua morte. Trovo ovvio che il Figlio di Dio non venga ingoiato dalla morte e che risplenda vincitore nella sua potenza, ma non trovo ovvio che lui, il Figlio di Dio fatto uomo, passi veramente nella morte. Questo è un miracolo per me. Però morte e vita in Gesù sono un unico mistero. Ebbene, noi abbiamo disponibile questo mistero: Gesù Risorto è in mezzo a noi si rende disponibile nel sacramento nel quale lui ci dona la sua vittoria, in cui egli prende su di sé la nostra mortalità e ci apre il traguardo della risurrezione: il Battesimo. Oggi approfondiremo questo sacramento e sarà bellissimo poter bere a questo fiume. Ricordo un proverbio africano: «Quando uno beve al torrente a cosa pensa? Pensa alla sorgente». Dal cuore di Gesù squarciato sulla croce esce questo fiume che poi si moltiplica in milioni e miliardi di rivoli: il Battesimo che ci ha uniti a lui morto e risorto.

Avrete notato che, nei Vangeli della risurrezione, Gesù Risorto inizialmente non viene riconosciuto; un po’ perché è incredibile per un essere umano che un morto torni a vivere, ma c’è dell’altro. Persino Maria di Magdala, innamoratissima di Gesù, lo scambia per il giardiniere; i discepoli di Emmaus fanno strada con lui, lo sentono parlare, ma non lo riconoscono; così anche i pescatori sul lago, i sette apostoli che erano scappati in Galilea anziché restare a Gerusalemme. In tutt’e tre gli episodi quando Gesù parla gli occhi si aprono. A Maria di Magdala Gesù dice una parola dolcissima: «Maria!». Ai discepoli di Emmaus spiega le Sacre Scritture e il loro cuore gli “ardeva nel petto”. Ai pescatori disse: «Gettate la rete dalla parte destra» e tutto cambiò.
Quando leggiamo la Parola di Dio e ci impegniamo a viverla, nasce in cuore la certezza che Gesù cammina con noi, vediamo delle grazie attorno a noi, riconosciamo Gesù. Non soltanto, vivendo la Parola ci accorgiamo di essere capaci di perdono e, con le sole nostre forze, dobbiamo ammettere che non ce la facciamo a vincere le tentazioni, a continuare a donarci, a spenderci. Lo possiamo solo con la forza della Parola. A volte è una “parola” che ci accompagna durante la settimana, altre volte c’è una situazione che ci fa venire in mente una frase del Vangelo; ad esempio, può capitare si sentirsi stanchi e viene in mente di smettere di donarsi, visto che nessuno se ne accorge attorno a noi; in quel momento viene in mente la parola di Gesù: «C’è più gioia a dare che a ricevere». Questa produce degli effetti, proprio come il sacramento. Parola e sacramento insieme ci trasformano.
Auguri di buon lavoro!

Omelia XXX domenica del Tempo Ordinario

Maciano, 26 ottobre 2019

(da registrazione)

25° anniversario di ordinazione presbiterale
di don Maurizio Farneti

Sir 35,15-17.20-22
Sal 33
2Tm 4,6-8.16-18
Lc 18,9-14

Gesù ci racconta una parabola per chiarire la situazione di alcuni, che sono convinti d’esser giusti e disprezzano gli altri. Dunque, la domanda che ciascuno dovrebbe rivolgersi è: «Come sto davanti a Dio?». Gesù, come un abile cameraman, fa una “zoomata” su due personaggi, due uomini che salgono al tempio per la preghiera (il tempio di Gerusalemme, il luogo – dice la Bibbia – dove Dio ha scelto di far abitare il suo nome). Il tempio era luogo privilegiato per l’incontro con Dio, come lo sono oggi le nostre chiese.
Ogni volta che salgo al tempio, cioè alla chiesa, mi rivolgo al Signore dicendo: «Salgo per te? O sono forse vittima dell’abitudine? In chiesa parlo, mi distraggo, penso ad altro?». In chiesa si viene per prendere posto sotto la coperta della preghiera, una coperta sempre troppo corta: o ci si scoprono i piedi (fuori di metafora, si han tante cose da fare) o ci si scoprono le spalle.
In quale dei due protagonisti ci rivediamo?
Il fariseo, eretto, prega in se stesso, si prega addosso. Il centro della sua preghiera non è il Signore, ma lui. Si avvicina a Dio per attirare l’attenzione di Dio su di sé, per farsi ammirare. Il fariseo ha condotto e conduce una vita onesta, osserva le leggi, non smette nella preghiera di elencare tutte le sue opere, sembra uno che intona un solenne “Te Deum”. Parla molto il fariseo, ma unicamente di se stesso. Non si preoccupa di ascoltare il Signore, è soddisfatto di sé, non ha bisogno del Signore. E così se ne torna a casa tale e quale era uscito. Non c’è rinnovamento nella sua vita spirituale. In chiesa ha portato solo la sua vanità.
L’altro personaggio, il pubblicano, si tiene a distanza. Sa che non ha nulla da offrire al Signore. Riconosce i suoi sbagli. Il suo atteggiamento esprime la sua fede. Anche se non osa alzare gli occhi al Cielo, Dio gli è vicino e il suo cuore è rivolto a Dio, non verso se stesso. La sua preghiera, trapuntata di pochissime parole, manifesta la consapevolezza del suo stato ed esprime la sua fiducia nella bontà del Signore. «Mio Dio, abbi pietà del peccatore che sono» (cfr. Lc 18,13). Risultato: è diventato un altro uomo. È un altro uomo, effettivamente, quello che esce dal tempio. Torna a casa sua “aggiustato”, cioè reso giusto, da Dio. È diventato suo amico, ridiventato figlio.
Diciamo grazie al Signore, perché attraverso questi due personaggi ci insegna la vera preghiera e attira la nostra attenzione verso la sua presenza, che è più importante del nostro “io” così ingombrante. «Signore, tu sei nelle nostre chiese, ci inviti e ci attendi, prepari per noi la tavola della tua Parola e quella del tuo pane, l’Eucaristia, che ci mostra il tuo amore senza condizioni, il tuo cuore sempre spalancato verso chi si avvicina a te».
«Questa sera, Signore, ci riempi di gioia per il dono di un tuo sacerdote tra noi, don Maurizio. È tuo e lo dai a noi come segno della tua premura di buon pastore».
Don Maurizio ricorda, insieme con noi, venticinque anni di ministero; ministero tra i giovani, per tanti anni, e poi in diverse comunità, con tante responsabilità diocesane, e qui, ora, in mezzo a noi. Mi sembra di trovare nei venticinque anni del ministero di don Maurizio, come un filo d’oro che li congiunge. È il pensiero ricorrente di considerarsi un discepolo al quale Gesù ha affidato il suo stesso donarsi, fino a percepire il brivido della Passione. Il prete – penso che don Maurizio condivida con me questa esperienza – è la persona più ricca che ci sia sulla terra: risana, benedice, perdona, consacra, ed è la persona più povera, perché pronuncia parole non sue, programma e forze gli vengono da oltre.
Ci sono stati giorni – prego il Signore che non abbiano a tornare – nei quali don Maurizio ha fatto l’esperienza di essere senza forze, senza possibilità di fare e di dire, senza possibilità di fare progetti. In quei momenti, anche a me è toccato di essere aiutato da una meditazione di musica di una grande maestro del Seicento, Dietrich Buxtehude. Contemplando le piaghe del Cristo Crocifisso, questo autore affida al Coro, prostrato ai piedi di Gesù inchiodati alla croce, il versetto di Isaia che dice: «Ecco, i piedi che evangelizzano, piedi inchiodati». Dunque, la vita del prete non è l’attivismo del propagandista, ma la dedizione dell’innamorato.
Il mio augurio a don Maurizio, con tutto il cuore: «Ad multos annos (così per tanti anni ancora)»!

Omelia nella S. Messa di ringraziamento per la professione religiosa di suor Giulia Cenerini

Pennabilli (Cattedrale), 26 ottobre 2019

(da registrazione)

Gen 12,1-4a
Sal 15 (16)
Gv 15,9-17

Carissimi,
quasi non si oserebbe commentare le parole del brano di Vangelo proclamato in questa liturgia di ringraziamento per il dono della chiamata che il Signore ha rivolto e confermato a suor Giulia. Si tratta di un dono per lei, ma è un dono anche per tutti noi, perché è tutta una comunità ad essere incoraggiata nella sua vita di consacrazione battesimale. Dio non si è stancato di noi! Diciamo il nostro “grazie” anche per le vocazioni al ministero sacerdotale e per tutte le altre vocazioni alla vita consacrata.
C’è un comandamento che Gesù dice suo e dice nuovo, inedito: il comandamento dell’amore reciproco. L’attenzione non può che cadere su quel “come”: «Amatevi come io vi ho amato». Non perché noi possiamo amare quanto ha amato Gesù – troppo piccolo è il nostro cuore rispetto al suo –, ma perché possiamo collocarci nella sua stessa lunghezza d’onda. Dobbiamo pensarci dentro al dinamismo di un amore trinitario. Il Battesimo, infatti, ci ha collocati in quell’ambiente divino – un “come” smisurato – non per suscitare in noi sentimenti di inadeguatezza, e quindi di tristezza, ma per suscitare gioia, perché, dice Gesù, «la mia gioia in voi sia piena» (Gv 15,11). Dunque, quello che può apparire un precipizio – ci verrebbe da pensare che il Signore ci colloca così in alto da farci venire le vertigini – in realtà è uno stare dentro a quel grembo da cui veniamo, appunto la Trinità. Dal seno della Trinità siamo stati pensati, amati, voluti, desiderati e quindi creati. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Perché? Perché «portiate frutti», dice il Signore.
Proviamo a spendere una parola di approfondimento sul tema della vocazione. Nella cultura corrente quando si dice “vocazione” si finisce per indicare non tanto la chiamata di un altro, ma una inclinazione; ad esempio si dice di avere la vocazione a fare il poeta, oppure a fare il calciatore, quasi che la vocazione fosse una propensione, con l’esigenza di autorealizzarsi. Volendomi realizzare, metto in atto tutte le risorse per raggiungere quell’obiettivo. La tradizione cristiana sembra concepire la vocazione in tutt’altro modo, perché la intende come un appello ricevuto da un altro, da Dio, anzi da tutt’Altro, colui che mi fa uscire da me stesso. La vocazione, talvolta, può andare anche all’incontrario dei propri progetti, o almeno come li si è immaginati; essa è anche sinonimo di rinuncia, di sacrificio, di croce, perché bisogna dimenticarsi, rinnegare se stessi. Ricordate cosa dice Gesù a Pietro: «Un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorresti» (Gv 21,18). Tuttavia, le due concezioni, così diverse, non necessariamente sono in antagonismo. C’è un punto in cui le due sottolineature si incontrano. Il racconto della vocazione di Abramo, che abbiamo sentito proclamare, può essere letto, effettivamente, sotto questi due aspetti. C’è, da una parte, l’iniziativa divina: Dio chiama, prende la parola per primo, invita Abramo a lasciare la sua terra, il suo parentado. È un imperativo: «Parti», e c’è una promessa: «Io ti benedirò». Ma la promessa non è in forma condizionale; Dio non dice: «Se tu partirai, io ti benedirò». La Parola si impone. Abramo non ha chiesto nulla, ma quella Parola non è efficace se non incontra una libertà interiore, perché non è – quello di Dio – un ordine fatto ad uno schiavo, che non ha altra scelta che obbedire. Abramo è libero di rifiutare. Se accetta l’appello divino è perché, senza dubbio, percepisce, seppure oscuramente, risuonare dentro di lui un desiderio che fino ad allora era rimasto nascosto, magari implicito, accartocciato. Abramo ha bisogno di questo imperativo che viene dall’esterno per risvegliare quel desiderio. La chiamata è liberatrice, perché sblocca energie interiori, dispiega orizzonti impensati, ma che già erano, in qualche modo, presenti in colui che è chiamato. Allora si esce da sé, ma per incontrare un Altro. E non è questo, in fondo, il desiderio che ciascuno porta dentro di sé?

Pellegrinaggio in Terra Santa – In viaggio verso San Marino

Aeroporto “Ben Gurion” di Tel Aviv: persone di provincia in un aeroporto così grande e moderno non possono che sentirsi in soggezione! Tra gli aeroporti del mondo è sicuramente il più presidiato per motivi di sicurezza. Mentre ci avviamo finalmente al nostro gate, non riusciamo a nascondere un velo di nostalgia. Troppo forte l’esperienza degli otto giorni in Terra Santa.
Eravamo partiti con un’idea: calcare i passi di Gesù, percorrere le strade del suo tempo, accarezzare le pietre del suo passaggio, colmare occhi e cuore degli orizzonti e dei paesaggi che anche Gesù ha guardato.
Torniamo con un’altra convinzione: il cammino sui passi di Gesù è esperienza che riguarda il cuore. Un grande merito di questo progresso dell’anima va ad Alessandra, la guida che ci ha accompagnato con professionalità, competenza e grande umanità. Non è stata il solito “cicerone”, ma un’amica per tutti, a volte maestra, a volte interprete, altre volte catechista.
Il boeing della “El Al” si alza in volo e, benché sia ormai tramontato il sole, vediamo chiaramente dall’oblò il ricamo della costa sul Mediterraneo. Abbiamo tutto il tempo – il volo durerà quasi quattro ore – per riflettere sull’esperienza vissuta e… per dormire, chi riesce. Si affollano ricordi. Ritornano immagini. Banalità: come i pasti al self service (immancabili riso, salse, verdure pasticciate, ma anche qualche tentativo di spaghetti o altra pasta all’italiana), come l’inseguimento di venditori nelle piazze e nelle viuzze, insistenti e petulanti e, alla fine, pure simpatici, come la preoccupazione di portare a casa un ricordo e un pensiero per tutti, magari anche solo un rametto d’ulivo o una carruba trovata per terra ricordando la parabola del figliuol prodigo… Non solo particolari esilaranti: rimane la volontà di tenersi in contatto e di rafforzare l’amicizia tra i partecipanti; rimangono le tante riflessioni ascoltate e, soprattutto, quei “sì” pronunciati a Cana di Galilea e sulle rive del fiume Giordano.
In tutti si è rafforzato l’impegno di pregare ogni giorno per la pace. Si è fatta più forte la convinzione che il Risorto va trovato nelle nostre comunità, dove due o più sono riuniti nel suo nome, va abbracciato in chi soffre, provando a condividere almeno un poco di quella sofferenza.
Nazaret, Betlemme, Gerusalemme… la nostra casa, il nostro borgo, la nostra città.

Pellegrinaggio in Terra Santa – ottavo giorno

1 ottobre 2019

Ultimo giorno. A molti succede di svegliarsi prima del tempo. È ancora buio. Il gallo canta. Dai minareti si leva la melodia della preghiera del Muezzin. Alcuni di noi sono in terrazza a contemplare l’alba su Betlemme. Radiosa. Le valige sono la prima preoccupazione: come trovarvi un posticino per i piccoli doni da portare a casa? L’ordine è di essere ancor più puntuali del solito. In autobus fa la sua comparsa la nuova parola di vita. Ogni giorno, immancabilmente, accompagna il gruppo sui passi di Gesù: dalla ricerca delle tracce storiche al fare proprio il suo programma. Questa mattina la parola ci consegna il testamento di Gesù: «Vi do un comandamento nuovo…».
Lasciamo Betlemme con un po’ di nostalgia. Destinazione Gerusalemme, precisamente San Pietro in Gallicantu e attigua “scaletta” dove Gesù, la sera del Giovedì Santo – secondo la tradizione – è passato due volte: una da libero, l’altra da prigioniero.
La chiesa di San Pietro in Gallicantu include importanti scavi archeologici. Si presume fosse qui la residenza di Caifa con annessa la cisterna dove temporaneamente è stato rinchiuso Gesù nella concitata notte del processo. Nel cortile della casa di Caifa il “principe degli apostoli” per tre volte rinnega Gesù, messo in buca dalle insinuazioni di una servetta e di qualche passante. L’episodio è raccontato da tutti i Vangeli, senza risparmiargli la figuraccia. Meditiamo sul testo di Luca. Ci riferisce lo sguardo che Gesù, incatenato, rivolge all’apostolo. Ognuno di noi sente rivolto a sé quello sguardo. Prolunghiamo la sosta. Inevitabile il confronto con l’apostolo Giuda, il traditore. A differenza di Pietro, Giuda, preso dal rimorso, si fa orgogliosamente giustizia da sé. Il suo pentimento è sterile, mentre quello di Pietro è fecondo, perchè lo trascina fuori da sé e lo pone davanti alla misericordia di Gesù. Pietro piange. Di dolore? Di commozione? In ogni caso per amore.
La scaletta è di epoca romana. Gesù ha calcato i piedi su quelle pietre, ma ci interessa rileggere la sua preghiera per l’unità riferita al capitolo 17 di Giovanni: «Padre, che tutti siano una cosa sola come io e te…». È il sogno di Gesù, è il segno distintivo dei discepoli: «Perché il mondo creda».
C’è un terreno attorno alla scaletta. È stato acquistato dal Movimento dei Focolari per custodirla e per creare attorno uno spazio a servizio della pace e dell’unità. Da una parte quel fazzoletto di terra confina con le proprietà di un ebreo ultraortodosso, dall’altra con abitazioni palestinesi. Nella parte alta è in prossimità del Sion ebraico, in discesa si affaccia sulla valle del Cedron. «Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli». Preghiamo per l’unità. Ci incuriosisce il carisma del Movimento dei Focolari.
Tempo libero. Destinazioni a scelta. Nessuno resta in pullman. C’è chi torna alla Gerusalemme vecchia per una veloce attraversata del mercato ed un ultimo saluto al Santo Sepolcro (da fuori, perché impossibile entrare, tanta è la calca). C’è chi preferisce una puntata agli scavi che hanno dato alla luce quel che resta della piscina di Siloe. Qui Gesù ha sanato il paralitico che da trent’otto anni aspettava l’aiuto di qualcuno per essere tuffato in quelle acque salutifere (probabilmente l’acqua vi scorreva con un flusso intermittente; la gente attribuiva il “moto dell’acqua” ad un intervento angelico). «Vuoi guarire?», chiese Gesù. La risposta del paralitico: «Come posso se nessuno mi aiuta ad immergermi nell’acqua?». Qualcuno ha letto in questo episodio la propria esperienza e il proprio bisogno di essere soccorso. Per verità l’aiuto è venuto.
Lì accanto, la tradizione indica il luogo dove sorgeva la casa di Gioacchino e Anna, i genitori della Madonna. Entriamo nella chiesa eretta in epoca crociata, l’unica rimasta intatta. Inconfondibile lo stile, austero ed elegante. È celebre per la sua acustica. Ha provato a cantarvi anche Andrea Bocelli… Non rinunciamo anche noi ad eseguire un canto a due voci. Prima ha cantato un coro di coreani; tra loro un tenore con una voce con notevolissima estensione. Qui non si canta per esibirsi, ma per dare lode a Dio e fare omaggio alla Madonna. Finisce così il nostro cammino in Gerusalemme.
Sulla via del ritorno facciamo tappa ad Emmaus Nicopolis (diversi i siti che rivendicano di conservare la memoria della cittadina “distante 11 chilometri da Gerusalemme”), dove due discepoli vengono raggiunti da Gesù mentre sono in uscita dalla città santa.
La raccomandazione che ci facciamo è di terminare il pellegrinaggio “in salita”. Quello che ci aspetta è tutt’altro che un’appendice del viaggio. Proviamo insieme e da soli a rispondere alla domanda: che cosa è cambiato in noi dopo questi giorni di cammino in terra di Gesù? C’è il tempo per uno scambio e una comunione d’anima.
È l’ascolto della parola che fa riconoscere la presenza di Gesù Risorto. Così è stato per i due viandanti di Emmaus: il loro cuore ardeva nell’ascolto delle sue parole e i loro occhi si sono aperti mentre spezzava il pane. È stato così per i pescatori sul lago. È stato così per Maria di Magdala: aveva scambiato Gesù per il custode del giardino. Quando Gesù la chiama per nome, lo riconosce.
Lasciamo Emmaus Nicopolis con questa risoluzione: ascoltare e vivere la parola, partecipare alla “frazione del pane”, per fare ogni volta la scoperta che Gesù è vivo ed è vicino.

Pellegrinaggio in Terra Santa – settimo giorno

30 settembre 2019

La giornata si apre nella chiesa che custodisce la memoria della tomba della Madonna. Precisiamo, qui non c’è il suo corpo: è stata assunta in Cielo. Facciamo in tempo ad assistere all’ultima parte del rito greco-ortodosso. Siamo scesi per una lunga gradinata, fin quasi all’iconostasi, al di là della quale il sacerdote celebra l’Eucaristia. Ci commuove il gesto di una giovane donna che si avvicina per porgere un frammento del pane benedetto che al termine della Messa viene condiviso tra i presenti. La chiesa è fitta di lampadari appesi alla volta. Nuvole di incenso aleggiano sulla navata. Mettiamo anche noi le candeline votive sul candelabro. Ogni fiamma è una preghiera…
Il resto della mattinata è un susseguirsi incalzante di visite a luoghi santi e cari ai cristiani di tutte le confessioni. Siamo gomito a gomito con pellegrini statunitensi, coreani, tedeschi, con fratelli ortodossi di varie appartenenze e protestanti piuttosto compassati. Per chi legge probabilmente è solo un elenco, per noi è una sequenza di forti emozioni: grotta del Getsemani, orto degli ulivi, terrazza del Dominus Flevit. Quando scendiamo alla chiesa dell’Agonia i pellegrini diventano un fiume straripante. Eppure, è possibile avanzare ascoltando la lettura dei fatti evangelici legati ai luoghi: gli auricolari fanno un ottimo servizio! Siamo trasportati dentro a quegli avvenimenti. Nella Messa ci viene ricordato come Gesù, nella Passione, continua a soffrire, a pregare, ad amare. Si imprimono nella memoria le sette parole di Gesù in croce: «ho sete», «tutto è compiuto», «Padre, perdonali», «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», «Donna ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre».
Nel pomeriggio l’attesissima Via Crucis: da vari giorni sono state distribuite le stazioni. A quindici amici viene chiesto di preparare le meditazioni. Non saranno testi convenzionali, ognuno cercherà di condividere un dolore vissuto e scavalcato alla luce della speranza che viene dalla fede. C’è commozione. Qualche lacrima. Molta preghiera. Eppure, la processione si distende (siamo in cinquanta!) tra le stradine della Gerusalemme vecchia, luogo del mercato: mille bancarelle, negozietti uno addossato all’altro, tanta gente che sale e scende, ragazzini che svicolano tra i pellegrini. Nessuno si meraviglia quando cantiamo. Non disturbiamo il brulichio del bazar, ne facciamo parte: il brulichio attorno non disturba la nostra preghiera. Arriviamo al Santo Sepolcro. La scritta è in greco, ma per chi lo sa leggere è chiara: «Non è qui. È risorto dai morti». Sembra ricacciare tutti ad una più vera ricerca di Gesù: «Cercatelo dove è vivo. Cercatelo altrove!». Anche qui una coda interminabile. Ma siamo preparati. I piedi ci dolgono e ogni passo in avanti ci pare una conquista. La grande basilica costantiniana – lo sappiamo bene – è proprietà musulmana, ma lo spazio sacro è rigorosamente spartito, secondo le regole dello “status quo”, da cinque confessioni cristiane. È paradossale quanto siamo vicini e quanto è difficile l’ecumenismo. Finalmente, a gruppi di cinque o sei, entriamo nel Santo Sepolcro. Non è consentito fermarsi; si resta un attimo, si accarezza la pietra su cui il corpo di Gesù ha sostato per un giorno, prima della risurrezione: questa è la testimonianza dei primi discepoli ed il fondamento della fede cristiana. Visitiamo altri angoli ed altre cappelle interne alla basilica. Ci fermiamo a quella che, secondo la tradizione, racchiude la cima del Calvario. Sotto un altare c’è il buco dove fu piantata la croce. Possiamo allungare la mano dentro a quei trenta centimetri di vuoto, ma in realtà sono una voragine di dolore e di amore. «Avendo amato i suoi, li amò sino in fondo»: fino al dono totale di sé, dal primo all’ultimo, fino al fondo del loro mistero, fino alla profondità del suo amore, “buco nero” che annulla tutto il negativo…
La giornata è stata decisamente piena. A casa, come ogni sera, condivisione: perché nulla vada perduto.

Pellegrinaggio in Terra Santa – sesto giorno

29 settembre 2019

La spianata delle moschee, il muro del pianto: due mondi che si intersecano nello stesso spazio. Un tempo qui sorgeva l’area sacra degli ebrei. Ora è rimasto solo il muro occidentale. Agli arabi le moschee, agli ebrei il “muro del pianto”. Avvertiamo la tensione, la si respira nell’aria nel susseguirsi dei check point, nei crocicchi di soldati e soldatesse israeliani e di agenti della sicurezza araba. Quello che potrebbe essere un modello di convivenza, in realtà è un campo di battaglia. Facciamo fatica a capire.
Ammiriamo lo splendore delle grandi moschee (di al-Aqsa e di Omar) e l’ampio spazio un tempo sito di una delle meraviglie del mondo antico: il tempio di Salomone. Chissà come l’Altissimo vede le relazioni tra gli uomini… Non possiamo entrare nelle moschee, siamo europei e cristiani. Riusciamo ad arrivare al muro del pianto. Qualcuno di noi ignora il modo di pregare degli ebrei ortodossi. Fatica a trattenere lo stupore. Ne parliamo. Questo un nostro pensiero: saper accogliere le differenze, impossibile eliminarle. La qualità della nostra vita si gioca tutta sulle relazioni: buone relazioni, vita bella; cattive relazioni, vita triste. Ma possiamo fare un passo: guardare le differenze come un valore da accogliere, che ci educa e ci costringe all’apertura. Il resto di questa lunga mattinata lo trascorriamo al Museo Yad Vashem. Sostiamo orgogliosi davanti alla targa che ricorda un sammarinese che ha meritato di essere onorato come un “giusto”: Ezio Giorgetti. A lui è dedicato un albero nel parco della memoria. Entriamo nel Museo. Nella grande sala centrale, quasi un tempio, un soffitto di pietra sovrasta pesante sui visitatori: una pietra tombale. Una lampada arde tra le scritte sul pavimento di marmo nero che ricordano i campi di concentramento nazisti. Entriamo poi in un tunnel che ci porta in un ampio spazio completamente buio, dove brillano migliaia di stelline. Ognuna rappresenta un bambino vittima nei lager. La voce fuori campo ripete i loro nomi, uno dopo l’altro: un’angosciante litania. Quando torniamo alla luce più di uno si sta asciugando le lacrime. Entriamo nel padiglione che raccoglie la documentazione dell’olocausto. Siamo come ingoiati in un dolore immenso. Al rientro rileggiamo una lettera inviata dal Vescovo agli studenti del nostro Liceo in visita ad Auschwitz, nel 2016. Ecco qualche riga: «Nella sinistra oscurità di Auschwitz verranno a mancarvi perfino le parole, resterà solo uno sbigottito silenzio. In questo atteggiamento di silenzio inginocchiatevi profondamente nel vostro intimo davanti alla schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte. Il vostro è un viaggio della memoria, ma il passato non è mai solo passato: ci riguarda e indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Ascoltate le parole che sgorgano dal cuore e trasformatele, se volete, in un grido interiore verso Dio: “Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?”. È preghiera che io chiamo “preghiera del Perché?”, la stessa che ha fatto vibrare le labbra del Cristo Crocifisso: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. È il grido di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e, non vorrei dirlo, domani – soffrono per amore della verità, della libertà e del bene, e di coloro che soffrono anche senza un motivo se non per l’irrazionalità e la prepotenza di uomini malvagi e di poteri iniqui. In questo viaggio proponetevi: di condurre la ragione a riconoscere il male e a rifiutarlo; di suscitare in voi il coraggio del bene, della resistenza contro il male; di fare vostri quei sentimenti che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all’orrore che la circonda: “Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare” (cfr. Sofocle, Antigone, v.497-525)».
Nel pomeriggio visitiamo il Cenacolo. Per noi è un cuore pulsante: qui Gesù lava i piedi agli apostoli, dà il comandamento nuovo, istituisce Eucaristia e sacerdozio, promette lo Spirito e prega per l’unità. Nel Cenacolo accadono le apparizioni del Risorto (quella senza Tommaso e quella con Tommaso) e la Pentecoste, inizio della Chiesa. Qui è necessaria una sosta. Entriamo nel giardino accanto. I francescani ci consentono di riposare. Decidiamo di “staccare la spina”, di riflettere sulle emozioni del mattino e di interiorizzare i palpiti del Cenacolo. C’è la possibilità della Confessione: sono con noi don Alessandro e don Flaviano. Il Cenacolo è di proprietà araba, ma è uno spazio spirituale ed un’atmosfera educativa per tutti.

 

Pellegrinaggio in Terra Santa – quinto giorno

28 settembre 2019

Betlemme. Intoniamo canti natalizi… con 34 gradi e col sole a picco. C’è da fare una lunga coda per scendere alla grotta della Natività: un serpentone multicolore, plurilingue, multireligioso. Nel luogo dell’umiltà incarnata c’è chi fa il furbo: scavalca, urta, sgomita. Nonostante i buoni propositi ci si inquieta. Effettivamente l’arroganza suscita indignazione. Cerchiamo di mantenere la calma. C’è chi sa vedere il positivo: «Guarda quanti sono attirati da Gesù». In verità, tra i pellegrini si sono infiltrati turisti, cristiani per caso e scatenati fotografi. Abbiamo l’auricolare, strumento indispensabile per questi giorni e soprattutto qui per ascoltare le spiegazioni di Alessandra, la nostra guida. Passa più di un’ora quando finalmente si comincia a fare qualche passo. Tentiamo di mantenere il raccoglimento e di fare argine alla superficialità che ci sembra di cogliere attorno. Sussurriamo il Rosario meditando i misteri gaudiosi. Ci riconciliamo con la folla. Ci sembra una metafora della Chiesa di oggi. Ormai siamo a pochi passi dalla grotta. Scendiamo la scaletta. Sotto un altare una grande stella d’argento a quattordici punte incorona il luogo della nascita di Gesù, secondo l’antica tradizione. Stare in fila tanto tempo ci ha aiutato a focalizzare bene quanto ognuno ha da dire e da chiedere al Signore. Il tempo è pochissimo: una genuflessione, un bacio o una carezza sulla stella. Strano: gli uomini della sicurezza ci consentono di fare un altro canto natalizio.
Ripensando al nostro atteggiamento prima e durante la sosta a questo luogo, ci sembra d’aver creato “una bolla di preghiera” contagiosa per chi ci sta attorno. Non usciamo dalla porticina come avevamo fatto all’ingresso. Quella porticina viene chiamata “dell’umiltà”: per oltrepassarla ci si deve piegare e alleggerire dal proprio orgoglio. Solo così si arriva al Signore. Passiamo alla Grotta del Latte, un luogo mariano. A dispetto della confusione di prima, troviamo un’oasi di assoluto silenzio. C’è una comunità di monache che ci offre ospitalità eucaristica: un’ampia cappella con l’Eucaristia esposta per l’adorazione. Molti di noi prolungano il silenzio adorante e su cartoncini scrivono richieste di preghiera da affidare a quelle sante donne. Al campo di pastori, più sotto, si narra un simpatico racconto. I pastori vanno dal Bambino Gesù con i loro doni. Solo uno non ce la fa ad arrivare: è anziano e un po’ sbadato. Giuseppe, avvertito da un angelo, prepara la cavalcatura per la fuga. Maria ha in braccio il bambino. A questo punto – son tutti pronti per partire – il bambino strilla. Che cos’ha? Neppure le carezze della più dolce delle mamme riescono a placarlo. Non si può partire. Il bambino piange. Arriva il ritardatario, l’ultimo dei pastori sotto il carico del suo dono, ma soprattutto dei suoi anni. A quel punto il bambino non piange più. È arrivato l’ultimo. Non c’è più motivo di indugiare.
La giornata si conclude ad Ain Karen, il villaggio dove Maria incontra Elisabetta e dove nascerà Giovanni Battista. Preghiamo il Benedictus e il Magnificat. Il luogo è verdissimo e pieno di fiori. Tutto ci parla di affettuose cronache familiari che assurgono, però, a tappe importanti della storia della salvezza. Si respira la spiritualità degli anawìm, i piccoli che tutto si aspettano, fiduciosi, da Dio. È quell’Israele pronto ormai ad accogliere il Messia: Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna, Giuseppe e Maria di Nazaret.
Fa un certo effetto e rende pensosi la fine tragica del Precursore.
Rientriamo a Betlemme, ancora una volta dobbiamo varcare il grande muro, passare il check point, aspettare in silenzio i controlli dei militari armati di mitra. Preghiamo ancora una volta per la pace.